Il grande silenzio di Stimigliano.
Free rider, paura del giudizio o semplicemente “lo farà qualcun altro”? Ecco cosa succede davvero in un paese come il nostro.
Facciamo un passo indietro e ripartiamo dall’inizio.
Qualche settimana fa abbiamo lanciato un appello su questo blog.
Una richiesta semplice, quasi innocente. Abbiamo chiesto di raccontarci storie, aneddoti o iniziative del nostro paese.
Risultato?
Un silenzio così profondo che, nelle pause, si sentivano risuonare le campane a chilometri di distanza.
Ora, sgombriamo subito il campo da un equivoco: non crediamo nemmeno per un secondo che Stimigliano sia diventato improvvisamente un paese senza memoria, storie o persone capaci.
Anzi. Basta fermarsi cinque minuti al bar, in piazza o davanti a un negozio per scoprire che siamo una vera miniera d’oro di racconti, opinioni, ricordi, proposte e iniziative (dietro molti di noi si nascondono appassionati di musica, letteratura, cinema, sport e chissà che cos’altro)
E allora viene spontanea la domanda: perché sul blog non è uscito nulla? (A parte la proposta di una amica che ha già collaborato con noi e con la quale avremo sicuramente modo di fare altro in futuro)
Tranquilli: non è (solo) colpa nostra.
O meglio, sì… ma è una colpa scientificamente condivisa.
Abbiamo provato a farci aiutare dall’intelligenza artificiale per l’analisi di questa situazione e il risultato è stato sorprendente: quello che è successo qui da noi è un piccolo manuale vivente di sociologia.
L’Effetto Spettatore: tanto lo farà qualcun altro
Esiste un fenomeno ben documentato chiamato effetto spettatore.
Funziona così: più persone ci sono, meno ognuno si sente responsabile di agire.
Tradotto in versione stimiglianese:
quando abbiamo scritto “qualcuno ha una storia?”, probabilmente ognuno ha pensato:
“Sì sì, bella idea… ma sicuramente scriverà qualcun altro. Qualcuno che ne sa di più.”
Il problema è che tutti hanno pensato la stessa cosa e così la responsabilità si è diluita… fino a sparire.
Free Rider. Perché dire “scroccone” suona male
Un blog di paese è quello che si può considerare un classico bene pubblico: lo leggono tutti, lo apprezzano molti, ma mantenerlo richiede l’impegno di qualcuno.
E qui entra in gioco un altro meccanismo molto umano: il “free rider”.
Terminologia anglosassone che, oltre a darti un tono, ti evita elegantemente di usare la parola scroccone.
Il Free Rider è quello che, con estrema naturalezza, pensa:
“Leggere mi piace. Pensare però richiede tempo e fatica.
Facciamolo fare a qualcun altro — poi io leggo volentieri.”
È un ragionamento perfettamente logico.
E anche perfettamente pericoloso.
Perché se lo facciamo tutti… il blog continua, rimane acceso, sì — ma è come avere una Ferrari in pista e girare a 30 all’ora.
“Abbiate pure cento belle qualità, la gente vi guarderà sempre dal lato più brutto.” (Molière)
Poi c’è un fattore molto meno teorico e molto più reale: la paura del giudizio.
Scrivere su un blog in un piccolo paese non è come postare una cosa qualsiasi online.
Qui significa esporsi davanti alle stesse persone che incontrerai la mattina dopo.
Amadeus avrebbe detto “e quindi partono i dubbioni”:
“E se quello che racconto è banale?”
“E se qualcuno ha da ridire?”
“E se poi al mercato mi commentano l’iniziativa?”
“E se poi mi metto contro l’Amministrazione”?
Risultato: strategia perfetta di sopravvivenza sociale —
silenzio assoluto.
In fin dei conti, restiamo un gregge
Infine, c’è il meccanismo più subdolo: se nessuno inizia, nessuno segue. Un po’ come nel gregge. Si fa quello che fanno gli altri.
Un solo commento sotto alla nostra domanda. Troppo poco per accodarsi. Un vuoto iniziale che ha creato un piccolo muro invisibile.
Perché scrivere per primi richiede coraggio.
Rispondere a una conversazione già avviata, invece, è facilissimo.
E così siamo rimasti tutti lì: in attesa di qualcuno che ci precedesse.
Conclusione: la scienza ci assolve… ma non troppo
La buona notizia è che la sociologia ci assolve completamente:
quello che è successo è normale, umano, prevedibile.
La cattiva notizia è che, ora che lo sappiamo,
non possiamo più far finta di niente.
Perché a quel punto la domanda cambierebbe:
Siamo davvero spettatori… o ci fa comodo esserlo?
Questo blog non cerca scrittori perfetti, né storici accademici.
Cerca pezzi di vita vera: ricordi, episodi, dettagli che rischiano di perdersi.
Cerca persone con una passione da raccontare.
Cerca persone che hanno voglia di condividere un’iniziativa.
Vuole il bene di Stimigliano e degli Stimiglianesi. Soprattutto per le generazioni che verranno e alle quali vogliamo lasciare un’eredità.
E allora proviamo a fare una cosa semplice, concreta — e stavolta senza alibi.
Un piccolo esperimento (ma serio):
Proviamo a semplificare al massimo. Nei commenti puoi fare una di queste tre cose:
- raccontare un breve ricordo, mostrarci delle fotografie. Uno spunto che poi useremo per scrivere un articolo
- segnalare un’iniziativa o qualcosa che sta succedendo
- proporre una rubrica che ti piacerebbe portare avanti
Non serve essere “bravi a scrivere”. Possiamo farlo insieme.
Serve solo iniziare.
Serve solo fare una cosa che, a quanto pare, è diventata rarissima: mettersi in gioco.
E se anche stavolta resta tutto in silenzio…
…allora forse la sociologia non basta più a spiegarci.
E dovremo ammettere una cosa un po’ meno scientifica, ma molto più scomoda:
Che non è paura, non è timidezza, non è “mancanza di tempo”.
È una scelta.
La scelta di restare a guardare.
E a quel punto sì che — senza più ironia — la domanda iniziale avrà trovato la sua risposta.


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