Stimigliano ha accolto, tra stupore e curiosità, gli appassionati giunti da tutta Italia per il 2° Raduno Nazionale Dinamico Camper 4×4. Tre giorni di viaggio, scoperta e promozione del territorio, con partenza dal cuore del nostro paese.
Stimigliano come punto di partenza del 2° Raduno Nazionale Dinamico Camper 4×4 Fuoristrada con Cellula Abitativa o Camperizzati, organizzato dall’A.S. Dimensione Fuoristrada Club Roma dal 9 all’11 ottobre nell’ambito delle attività della Federazione Italiana Fuoristrada.
L’evento ha richiamato appassionati provenienti da diverse regioni d’Italia, offrendo l’occasione di scoprire paesaggi, tradizioni e bellezze del territorio attraverso un percorso turistico sviluppato su tre tappe per un totale di circa 200 chilometri, con partenza da Stimigliano e arrivo a Blera, in provincia di Viterbo.
Il punto di ritrovo è stato Piazza Vittorio Emanuele, cuore del paese stimiglianese, che per l’occasione ha fatto da cornice all’avvio della manifestazione. Una scelta non casuale: Stimigliano è stato individuato dagli organizzatori anche per il fascino del suo centro storico e per la posizione panoramica che offre scorci unici sul territorio circostante.
Dalla piazza, infatti, lo sguardo spazia verso la Valle del Tevere, dominata dall’inconfondibile profilo del Monte Soratte, mentre sul versante opposto si aprono le dolci campagne sabine, un mosaico di colline, uliveti e paesaggi che raccontano l’identità di questa parte del Lazio. A rendere ancora più suggestivo il contesto contribuiscono il maestoso Castello Orsini e la Chiesa dei Santi Patroni Cosma e Damiano, due dei principali simboli storici e architettonici del paese.
Il raduno, riservato esclusivamente ai camper 4×4 e ai veicoli fuoristrada allestiti con cellula abitativa o camperizzati, si concluderà domenica 11 ottobre a Blera, dove sarà inoltre possibile partecipare a una visita gratuita alle suggestive necropoli etrusche del territorio.
Per Stimigliano si è trattato di un’importante occasione di visibilità e promozione turistica. Eventi di questo genere permettono infatti di far conoscere il patrimonio storico, paesaggistico e culturale del paese a visitatori provenienti da contesti diversi, contribuendo a rafforzare l’immagine del borgo come porta d’accesso a un territorio ricco di bellezze ancora da scoprire.
Proprio perché occasioni come questa rappresentano una vetrina importante per il territorio, dispiace che l’evento non sia stato accompagnato da un’adeguata attività informativa a livello locale.
Una comunicazione più efficace avrebbe probabilmente consentito a molti cittadini di partecipare o semplicemente assistere alla partenza dei mezzi da Piazza Vittorio Emanuele, contribuendo a far vivere ancora di più il paese e ad attirare visitatori anche dai comuni vicini.
La perdita della memoria è una di quelle ferite che cambiano profondamente una persona: quando i ricordi svaniscono, non si perdono soltanto nomi, luoghi e volti, ma anche una parte della propria identità. E se lo stesso accadesse a una comunità?
Perdendo la memoria si rischia di perdere anche la propria identità
Ci sono poche esperienze più dolorose e disarmanti che assistere alla perdita della memoria di una persona cara.
Molti di noi hanno conosciuto un nonno, una nonna, un parente o un amico che, a causa di una malattia, ha visto lentamente svanire i propri ricordi. All’inizio sono piccoli dettagli a scomparire: una data, un nome, un episodio lontano. Poi il vuoto si allarga. I volti diventano estranei, i luoghi perdono significato, i ricordi che hanno accompagnato un’intera esistenza si dissolvono poco alla volta.
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Chi vive questa esperienza da vicino conosce bene quel senso di impotenza. È difficile accettare che una persona possa non riconoscere più chi le sta davanti. Ma è altrettanto difficile immaginare cosa provi chi, improvvisamente, non riesce più a riconoscere sé stesso attraverso i propri ricordi.
Perché la memoria non è soltanto un archivio del passato. La memoria è identità. È ciò che ci permette di sapere chi siamo, da dove veniamo e quale strada abbiamo percorso per arrivare fino a qui.
In fondo, lo stesso vale per una comunità.
Anche un paese possiede una memoria. Non è custodita nella mente di una persona, ma vive nelle pietre dei monumenti, nei documenti conservati negli archivi, nelle fotografie ingiallite, nei racconti tramandati dagli anziani, nelle tradizioni, nelle ricorrenze e persino nei nomi delle strade che percorriamo ogni giorno.
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Quando questi ricordi vengono dimenticati, il paese continua a esistere. Le case restano al loro posto, le piazze continuano a riempirsi, il campanile continua a segnare le ore. Eppure qualcosa cambia. I luoghi perdono il loro significato, le tradizioni si svuotano del loro valore e la comunità rischia di smarrire una parte della propria identità.
Per questo la memoria storica non riguarda soltanto il passato. Riguarda il nostro presente e, soprattutto, il nostro futuro.
La differenza tra paese e comunità
Ogni comunità è il risultato di un lungo percorso costruito da generazioni di uomini e donne che hanno lasciato tracce del loro passaggio.
Queste tracce non sono semplicemente testimonianze storiche, rappresentano la nostra identità collettiva.
Sapere come è nato il paese, conoscere gli eventi che ne hanno segnato la crescita, ricordare le difficoltà affrontate e i successi raggiunti permette a una comunità di riconoscersi in una storia comune.
Senza questa consapevolezza il rischio è quello di trasformarsi in un semplice insieme di persone che condividono uno spazio geografico, ma non un’appartenenza. Che poi è la differenza tra abitare semplicemente un paese e costituire la sua comunità.
La memoria storica è ciò che unisce le generazioni. È il filo invisibile che collega il passato al presente e che permette ai cittadini di sentirsi parte di qualcosa di più grande della propria esperienza individuale.
Monumenti e luoghi storici: i ricordi materiali del territorio
I monumenti non sono soltanto pietre da conservare.
Sono i ricordi materiali di una comunità.
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Ogni chiesa, ogni palazzo storico, ogni monumento commemorativo, ogni angolo del centro storico racconta una parte della nostra storia. Sono pagine di un libro che possiamo leggere semplicemente passeggiando per le vie del paese.
Quando osserviamo un edificio antico non stiamo guardando soltanto un’opera architettonica. Stiamo osservando il lavoro, i sacrifici, le speranze e l’ingegno di chi ci ha preceduto.
Per questo motivo la tutela del patrimonio storico non è un lusso né una semplice questione estetica. È una forma di rispetto verso le generazioni passate e un atto di responsabilità verso quelle future.
In un’epoca in cui molte città rischiano di assomigliarsi sempre di più, i monumenti e i luoghi storici rappresentano inoltre uno degli strumenti più importanti per conservare l’unicità del territorio e contrastare l’omologazione culturale.
La storia locale ci aiuta a comprendere il presente
Spesso siamo portati a pensare che la storia sia qualcosa che riguarda soltanto i grandi eventi studiati sui libri di scuola.
In realtà la storia che viviamo ogni giorno nasce proprio dalle vicende locali.
Perché una strada porta un determinato nome? Per quale motivo una tradizione viene celebrata da decenni? Come si è sviluppato il quartiere in cui viviamo? Quale attività ha contribuito alla crescita economica del territorio?
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Dietro ciascuna di queste domande si nasconde una storia che merita di essere conosciuta.
Comprendere il passato significa interpretare meglio il presente. Significa sviluppare uno sguardo più consapevole sul luogo in cui viviamo, capire le trasformazioni che lo hanno attraversato e affrontare con maggiore coscienza le sfide del futuro.
Una comunità che conosce la propria storia è una comunità più forte, più unita e più preparata a costruire il proprio domani.
Un ponte tra generazioni e nuove comunità
La memoria storica svolge anche una funzione sociale fondamentale.
Gli anziani custodiscono racconti, esperienze e conoscenze che non si trovano nei libri. I giovani, attraverso queste testimonianze, possono scoprire il proprio territorio in modo diretto e concreto, trasformando la storia da materia scolastica a esperienza vissuta.
Questo passaggio di conoscenze rappresenta una delle forme più preziose di eredità culturale.
Allo stesso tempo, la storia locale può diventare un importante strumento di integrazione per chi arriva da fuori. Conoscere le radici di una comunità significa comprenderne i valori, le tradizioni e il carattere.
Una comunità che racconta la propria storia è una comunità capace di accogliere, perché sa chi è e non teme di condividere la propria identità.
Un patrimonio che genera opportunità
Conservare la memoria storica non significa soltanto custodire il passato. Significa anche creare valore per il presente.
Sempre più persone scelgono destinazioni che offrono autenticità, cultura e tradizioni genuine. Cercano luoghi capaci di raccontare una storia, non semplicemente da visitare.
Clicca sulla foto e leggi la storia della prima gita aerea dell’aero-club di Roma
Un paese che valorizza il proprio patrimonio storico può attrarre un turismo rispettoso e interessato alle peculiarità del territorio. Questo può tradursi in opportunità per attività commerciali, strutture ricettive, guide locali, associazioni culturali, ristoratori e artigiani.
La storia, quindi, non è soltanto memoria. Può diventare anche una risorsa capace di sostenere lo sviluppo economico e culturale della comunità.
Chi deve custodire il passato?
Chi ha il dovere di custodire la memoria del paese?
L’Amministrazione comunale Essa riveste un ruolo centrale e strategico nella custodia della memoria storica, culturale e sociale di una comunità. Il comune non è solo un ente gestore di servizi, ma il principale garante dell’identità locale e del legame tra le generazioni passate, presenti e future. Il comune ha il dovere di conservare, ordinare e rendere accessibile l’archivio storico comunale. I documenti d’archivio sono la “carta d’identità” scritta del paese. Così come ha il dovere di curare la manutenzione di monumenti, lapidi, pietre d’inciampo e luoghi in cui si sono consumati eventi significativi per la comunità.
Le Associazioni Se l’amministrazione comunale è lo scheletro istituzionale della memoria, le associazioni locali (culturali, d’arma, combattentistiche, Pro Loco, sezioni ANPI, comitati di quartiere e associazioni storiche) ne sono il cuore pulsante e operativo.Il loro ruolo è insostituibile perché agiscono con una flessibilità, una passione e un radicamento capillare che le istituzioni da sole non possono avere. Le associazioni sono il vero collante tra la storia scritta e la cittadinanza.
I Cittadini Abbiamo detto che l’amministrazione comunale è la struttura e le associazioni sono il motore. Ma allora quale è il compito dei cittadini? Essi sono i veri proprietari e beneficiari della memoria di un paese. Senza il loro coinvolgimento attivo, la memoria diventa un concetto museale, statico e freddo. Il ruolo dei cittadini si esprime sia a livello individuale che collettivo attraverso azioni concrete e quotidiane: partecipazione attiva alla vita della comunità, vigilanza sulle azioni dell’amministrazione e delle associazioni, promozione delle idee.
Insomma, la salvaguardia della memoria storica non è un compito che riguarda esclusivamente studiosi, amministratori o associazioni culturali.
È una responsabilità che appartiene a tutti noi.
Ogni volta che ascoltiamo un racconto degli anziani, che recuperiamo una fotografia dimenticata, che documentiamo una tradizione locale o che ci fermiamo davanti a un monumento per chiederci quale storia abbia da raccontare, stiamo contribuendo a mantenere viva la memoria della nostra comunità.
Perché la memoria, proprio come accade per le persone, ha bisogno di essere coltivata ogni giorno.
E.N.E.A. – Il nostro piccolo contributo
È anche da questa consapevolezza che nasce il lavoro de Il Viaggio di Enea.
Dietro ogni articolo pubblicato non c’è soltanto la volontà di raccontare una notizia o condividere una curiosità. C’è il desiderio di raccogliere e conservare quei frammenti di memoria che rischierebbero altrimenti di andare perduti.
Nel corso del tempo abbiamo raccontato luoghi dimenticati, raccolto testimonianze degli anziani del paese, documentato tradizioni che rischiavano di scomparire e costruito un vero e proprio dizionario della memoria locale.
Ogni articolo, dal racconto dei monumenti abbandonati alle espressioni dialettali ormai in disuso, rappresenta un tentativo di preservare ciò che rende unica la nostra comunità.
Clicca sulla foto per conoscere la storia del Vicolo degli Archi
Una memoria che appartiene a tutti
La storia di una comunità non appartiene soltanto agli storici. Appartiene a chi la vive ogni giorno.
Appartiene a chi ricorda un’antica leggenda raccontata dai nonni. A chi conserva una fotografia in fondo a un cassetto. A chi sa spiegare perché una strada porta un determinato nome o quale evento ha segnato la vita del paese.
Per questo motivo vogliamo continuare a raccontare storie, raccogliere testimonianze e dare voce a ricordi che altrimenti rischierebbero di svanire nel silenzio.
Ci piacerebbe vedere valorizzati nuovamente anche solo alcuni dei luoghi, dei monumenti o delle storie che abbiamo raccontato e che appartengono a Stimigliano:
la fontana in via Garibaldi
la fontana e l’acquedotto di Cantaro
l’idrometro
la storia di Maurizo Moris, quella del famoso acquerellista Calandri o della scrittrice Vernon Lee
la Moletta Piacentini
i nostri poeti, scrittori e pittori
il Vicolo degli Archi
almeno per iniziare…
Clicca sulla foto per leggere la storia del Sarcofago di Stimigliano
E voi?
E voi cosa ne pensate?
Quale luogo, monumento, tradizione o storia del nostro territorio ritenete che sia trascurata e meriti di essere riscoperta e raccontata?
Condividete la vostra opinione nei commenti: ogni ricordo salvato dall’oblio è un pezzo della nostra identità che continua a vivere.
Taglio del nastro e benedizione del centro cottura e del nuovo refettorio scolastico di Stimigliano. Una giornata di festa e condivisione che ha riunito istituzioni, associazioni, confraternite e cittadini.
Nella giornata di ieri, 04 ottobre 2026, si è svolta l’inaugurazione del centro cottura e del nuovo refettorio all’interno dell’edificio scolastico di Stimigliano, un intervento che ha restituito alla comunità uno spazio rinnovato e funzionale destinato ai servizi della scuola e non solo.
Alla presenza dell’Amministrazione Comunale, del parroco, dell’Arma dei Carabinieri, delle associazioni e delle confraternite del territorio, la cerimonia ha preso il via con il tradizionale taglio del nastro e dalla benedizione dei locali.
L’iniziativa, organizzata in occasione della Festa del Patrono d’Italia San Francesco, ha rappresentato un importante momento di incontro e condivisione per la comunità stimiglianese.
Anche ENEA era presente all’evento e ha potuto apprezzare il lavoro svolto per la riqualificazione degli spazi, concepiti per garantire un servizio sempre più efficiente e accogliente.
A seguire un ottimo pranzo preparato dalla Pro Loco di Stimigliano, che ha contribuito alla riuscita della giornata con la consueta disponibilità e professionalità.
Il nuovo refettorio rappresenterà anche un luogo di incontro e aggregazione per il territorio. La sala e il centro cottura, infatti, potranno essere messi a disposizione delle realtà locali per iniziative ed eventi di carattere sociale e comunitario.
Per conoscere le modalità di utilizzo della struttura, nonché le procedure per eventuali richieste, sarà possibile rivolgersi agli uffici del Comune di Stimigliano.
L’inaugurazione si è conclusa in un clima di cordialità e confronto costruttivo. Durante il pranzo conviviale, infatti, associazioni e confraternite hanno condiviso la volontà di rafforzare la collaborazione reciproca, lanciando un appello all’unità per sostenere e sviluppare progetti comuni a beneficio dell’intera comunità.
L’ auspicio è che si possano trasformare i propositi emersi in una collaborazione stabile e proficua a beneficio dell’intera comunità.
Da un grido di aiuto è nato un sogno condiviso. Oggi quel sogno si è avverato e si chiama “Gli Ùnici”, una realtà che unisce ragazzi, famiglie e volontari attraverso il teatro, trasformando l’inclusione in qualcosa di semplice e concreto: la normalità. Un progetto che a Stimigliano sta dimostrando come ognuno, con la propria unicità, possa trovare spazio per esprimersi e crescere insieme agli altri.
Dal bisogno di aiuto a un progetto che unisce una comunità
Come ci raccontano il presidente Tommaso Vicinelli e la direttrice artistica/didattica Francesca De Cicco, ci sono idee che nascono da una necessità, si trasformano in un sogno e poi si realizzano. L’associazione teatrale inclusiva Gli Ùnici è esattamente questo.
Dietro la sua nascita c’è infatti, come raccontano i suoi fondatori, un grido di aiuto, una richiesta concreta di sostegno e soprattutto la volontà di dimostrare che ogni persona, indipendentemente dalle proprie fragilità, può dare un contributo prezioso alla società.
Da quella che inizialmente sembrava un’intuizione è nato un progetto che ha trovato da subito il sostegno dell’amministrazione comunale, del sindaco e di tanti cittadini che hanno deciso di mettersi in gioco. Entusiasmo, passione e partecipazione hanno trasformato un’idea in una realtà capace di coinvolgere famiglie, volontari, professionisti e ragazzi provenienti da esperienze molto diverse tra loro.
L’inclusione come normalità
Uno dei concetti più forti emersi dall’intervista riguarda il significato stesso della parola inclusione.
Per i responsabili de Gli Ùnici, l’inclusività non è qualcosa di straordinario. Al contrario, rappresenta la normalità. Nei laboratori teatrali convivono ragazzi con e senza disabilità, senza distinzioni, senza etichette e senza percorsi separati.
«Entriamo nella sala e ognuno fa quello che gli piace liberamente, a modo proprio, e stiamo tutti insieme», spiegano.
È proprio questa semplicità a rendere speciale il progetto. Mentre spesso le persone con disabilità vengono coinvolte in attività dedicate esclusivamente a loro, il teatro de Gli Unici vuole superare ogni forma di separazione, creando uno spazio condiviso dove ciascuno possa sentirsi parte del gruppo.
Un teatro che educa prima ancora di andare in scena
Per Francesca, formatrice professionale del gruppo (con specializzazione ABA – Analisi Comportamentale Applicata), il teatro non è un semplice passatempo e neppure una forma di intrattenimento.
«Il teatro è educativo, formativo e pedagogico».
L’obiettivo principale non è mettere in scena uno spettacolo perfetto, ma accompagnare i partecipanti in un percorso di crescita personale. Attraverso il lavoro sul corpo, sulla voce, sulle emozioni e sulla relazione con gli altri, i ragazzi sviluppano consapevolezza, autostima e fiducia nelle proprie capacità.
Lo spettacolo finale rappresenta soltanto una tappa di questo cammino. Il vero valore del progetto si costruisce durante i laboratori, nei momenti condivisi, nelle amicizie che nascono e nelle piccole conquiste quotidiane.
Quando il teatro aiuta a rompere il silenzio
Tra gli aspetti più emozionanti raccontati nell’intervista c’è l’impatto che il laboratorio ha avuto sui ragazzi e sulle loro famiglie.
Nel corso delle attività alcuni partecipanti hanno iniziato ad aprirsi maggiormente agli altri, a parlare, a esprimersi e a sentirsi parte di un gruppo.
L’idea alla base del lavoro educativo è semplice ma profonda: valorizzare ciò che ogni persona possiede già, aiutandola a far emergere le proprie potenzialità. Un processo che spesso porta a risultati inattesi e che permette ai ragazzi di conoscersi meglio e di costruire legami autentici.
Dopo la scuola, un nuovo gruppo in cui sentirsi a casa
Uno dei temi più toccanti affrontati dal presidente dell’associazione riguarda il periodo successivo alla scuola.
Per molte famiglie, infatti, il diploma rappresenta un momento delicato. Terminato il percorso scolastico, i ragazzi rischiano di perdere quel contesto di socialità e inclusione che la scuola garantisce quotidianamente.
Gli Unici vogliono offrire una risposta concreta a questa esigenza, ricostruendo quello spirito di gruppo che caratterizza una classe scolastica: un ambiente nel quale ognuno possa sentirsi accolto, valorizzato e protagonista.
Un luogo dove continuare a crescere insieme.
«Si può fare»: il motto che guarda al futuro
Francesca De Cicco e Tommaso Vicinelli
Il messaggio che accompagna il progetto ricorda Frankestein Junior di Mel Brooks ed è sintetizzato nelle famose tre parole: Si può fare.
Un motto che rappresenta l’essenza stessa dell’associazione e che vuole trasmettere ai ragazzi la consapevolezza di poter affrontare nuove sfide senza lasciarsi limitare dai pregiudizi.
«Non credete a chi vi dice che non ce la farete. Ognuno può fare, a modo proprio».
Parole semplici che racchiudono una filosofia fondata sul rispetto delle differenze e sul riconoscimento delle capacità di ogni persona.
Una comunità che ha risposto con il cuore
Nel successo de Gli Ùnici ruolo fondamentale è stato svolto dalla comunità di Stimigliano.
L’associazione ha ricevuto sostegno da cittadini, associazioni, volontari e attività del territorio. Molte persone hanno messo a disposizione competenze professionali, tempo e creatività per contribuire alla crescita del progetto.
C’è chi ha realizzato il logo, chi si è occupato di audio e luci, chi dei costumi e delle scenografie. Alcuni elementi utilizzati negli spettacoli sono stati realizzati direttamente da cittadini del paese, a dimostrazione di come l’intera comunità abbia sentito il progetto come qualcosa di proprio.
I prossimi appuntamenti e le ambizioni dell’associazione
Il futuro de Gli Ùnici lontano.
Il 27 settembre tornerà in scena lo spettacolo già rappresentato a giugno, una replica richiesta dal pubblico che offrirà ai ragazzi un’importante occasione di gratificazione e crescita personale.
Nella stessa serata saranno presentati i nuovi laboratori e aperte le iscrizioni per il prossimo anno.
Tra gli obiettivi dell’associazione c’è quello di ampliare ulteriormente l’offerta formativa, coinvolgendo nuovi formatori, professionisti dello spettacolo, musicisti, coreografi e artisti provenienti da diverse discipline.
L’ambizione è quella di trasformare Gli Unici in un vero centro multidisciplinare dedicato alle arti espressive e all’inclusione.
Un esempio di come la cultura possa cambiare le persone
Dalle parole dei protagonisti emerge una convinzione comune: il teatro può essere uno straordinario strumento di crescita umana.
Gli Unici non è soltanto una compagnia teatrale. È un luogo dove si costruiscono relazioni, si sviluppano competenze, si superano paure e si scopre il valore della diversità.
Un progetto nato da una necessità, cresciuto grazie all’impegno di molti e diventato oggi uno dei più significativi esempi di inclusione e partecipazione sociale nel territorio di Stimigliano.
Nell’intervista
Come nascono Gli Ùnici
La vera inclusività è la normalità
Dovendo scegliere una colonna sonora per rappresentare Gli Ùnici?
Quale è stato il più grande imprevisto che avete affrontato?
Provate a convincermi a diventare uno di voi
Cosa vi sentite di dire a chi considera il teatro come un hobby?
E Stimigliano?
Sono passati venti anni… è Gli Unici?
E ora?
Molto più di un semplice logo
La professionalità al servizio degli altri
Una questione di responsabilità
L’Arte è di tutti
Si ricomincia il 27 settembre
Per saperne di più
Potete trovare tutte le informazioni (sede, orari, spettacoli, contatti) sull’Associazione di Teatro Inclusivo “Gli Ùnici” sulla loro pagina Facebook cliccando qui
Tra ricordi, poesie e affetto, la comunità ha celebrato l’eredità culturale di uno dei suoi figli più illustri.
Cosimo Renzetti, un angolo della poesia per custodirne il ricordo
Si è svolta domenica 5 luglio 2026 la semplice ma intensa cerimonia di scopertura della targa commemorativa dedicata a Cosimo Renzetti, poeta stimiglianese che con la sua opera e la sua sensibilità ha lasciato un segno profondo nella memoria culturale del paese.
L’iniziativa, promossa dall’Associazione Casa Sabina della Poesia e dall’Amministrazione Comunale, ha visto la partecipazione di cittadini, familiari e amici che hanno voluto rendere omaggio a una figura tanto schiva quanto apprezzata dalla comunità.
A ricordare Cosimo sono stati la professoressa Rita Cantarini, in rappresentanza della Casa Sabina della Poesia, e Mario Grizi, principale promotore dell’iniziativa. Entrambi hanno sottolineato le qualità umane e artistiche del poeta: una persona semplice e riservata che, grazie alla passione per i grandi autori della letteratura italiana come Dante Alighieri e Ludovico Ariosto, riuscì da autodidatta a dare vita a poesie, racconti e sonetti di notevole valore.
Con grande partecipazione emotiva, la professoressa Cantarini ha letto una poesia dedicata a Stimigliano, accompagnando la lettura con parole di affetto e ammirazione. Mario Grizi ha invece ricordato gli anni trascorsi accanto a Cosimo e ad altri artisti stimiglianesi, spiegando come l’incontro con le loro storie, la loro cultura e la loro umanità abbia rappresentato una fonte di ispirazione fondamentale per il suo percorso di scrittore.
Anche il sindaco Franco Gilardi ha voluto ricordare Cosimo Renzetti, evidenziando come, pur mantenendo sempre un profilo discreto e lontano dai riflettori, sia riuscito a realizzare opere e a lasciare testimonianze culturali di grande valore.
Diversi interventi hanno inoltre richiamato il ricordo di Cosimo non soltanto come poeta, ma anche come esperto contadino, particolarmente noto per la sua abilità negli innesti e per la profonda conoscenza del mondo agricolo e della natura.
Momento particolarmente significativo è stata la scopertura della targa commemorativa affissa da Bernardino Grizi, storico amico insieme al padre Omero di Cosimo, che raffigura il poeta tra gli ulivi con accanto la sua amata copia della Divina Commedia. A svelarla sono stati il sindaco insieme ai nipoti Claudio, Paola e Federico, tra la commozione dei presenti.
Quello che oggi è già stato ribattezzato da Mario come “l’angolo della poesia” (all’inizio di Corso Umberto I, subito dopo aver superato l’Arco) diventa così un luogo di memoria e di ispirazione: uno spazio dedicato al ricordo di un uomo che ha saputo raccontare la propria terra attraverso la parola e che continuerà a parlare alle future generazioni attraverso le sue opere e il suo esempio.
Un personale e sincero ringraziamento va all’associazione Casa Sabina della Poesia e all’Amministrazione Comunale che hanno contribuito a questo prezioso gesto di memoria, cultura e amore per nostro zio Cosimo.
Il nuovo libro dello storico autore stimiglianese dedicato al santuario del Nocchieto e a Don Raffaele Palombi
Stimigliano vanta da sempre una ricca tradizione culturale e letteraria, e tra i suoi protagonisti più autorevoli spicca senza dubbio Costante Menichelli, nato a Stimigliano l’11 marzo 1934. Uomo di scuola, amministratore pubblico e instancabile autore, Costante ha legato gran parte della propria vita al paese, che ha guidato come sindaco dal 1970 al 2004, lasciando un segno profondo nella storia amministrativa e sociale della comunità.
Costante Menichelli
Nel corso della sua lunga carriera è stato anche presidente del Comitato di Gestione della ASL Rieti 2, capogruppo dei Democratici di Sinistra al Consiglio Provinciale di Rieti, presidente della Commissione Sanità, presidente dell’Unione dei Comuni della Valle del Tevere, presidente dell’Acquedotto Consorziale Ombrica, oltre che revisore dei conti, presidente del consiglio di scuola media e docente di lettere negli istituti superiori.
Parallelamente all’impegno istituzionale, Menichelli ha coltivato una intensa attività letteraria. Tra le sue opere ricordiamo Storie di ieri e di oggi (1992), Intervista a Lucio Sergio Catilina (1993), Itaca. Poesie (1997), I piatti di Franz. Poesie (2001), I tempi della memoria (2004), Il libro più bello. Poesie (2011), Agorà (2012), Quarto grado di giudizio (2017), Lettere a Timoteo (2017), Lettere ad un anziano (2018), I piatti del caporale Franz (2019) e Varie ed eventuali. Racconti (2023).
A questa lunga bibliografia si aggiunge oggi “Madonna della Strada”, pubblicato nel giugno 2026, un libro che l’autore definisce “l’unico giusto riconoscimento che si deve a Don Raffaele Palombi”, auspicando che alla figura dello storico parroco possa essere dedicata una via o una piazza del paese.
La storia di un santuario e dei suoi protagonisti
Il volume ripercorre la vicenda della chiesa della Madonna della Strada, piccolo santuario rurale del Nocchieto risalente al 1588 che rappresenta una parte importante della storia religiosa e civile di Stimigliano.
Menichelli racconta il ruolo fondamentale di Don Raffaele Palombi, che scelse e recuperò la chiesetta quando era occupata da pastori e animali, promuovendo la bonifica dell’area circostante e componendo la preghiera dedicata alla Madonna della Strada, che l’autore considera una vera e propria poesia.
Il racconto arriva poi ai tempi più recenti, ricordando gli interventi dei parroci Don Attilio Attili e soprattutto Don Mirek, profondamente devoto alla Madonna della Strada. A lui si deve una vasta opera di recupero e ristrutturazione dell’edificio: dalla liberazione dell’area da alberi e vegetazione fino ai lavori che hanno restituito decoro e funzionalità al santuario. Sempre Don Mirek ha avuto il merito di riportare la processione dedicata alla Madonna proprio presso la chiesetta del Nocchieto.
Don Raffaele Palombi, una figura da riscoprire
La seconda parte del libro si concentra sulla figura di Don Raffaele Palombi, parroco giunto a Stimigliano nel 1891. Vengono ripercorsi alcuni episodi significativi della sua attività pastorale e pubblica, tra cui la nota controversia con il Comune di Forano e con la nascente comunità valdese.
Emergono inoltre le qualità di polemista, studioso e scrittore che caratterizzarono il sacerdote. Non a caso, quasi metà del volume è dedicata alla riproduzione delle sue scritture autografe e della sua produzione letteraria, storica e poetica, permettendo al lettore di avvicinarsi direttamente al pensiero e alla sensibilità di una figura che ha lasciato un’impronta profonda nella storia locale.
Un libro da non perdere
Madonna della Strada è molto più di una semplice pubblicazione storica. È un viaggio nella memoria collettiva di Stimigliano, nella storia di un santuario documentato fin dal 1588 e nelle vicende di uomini che, in epoche diverse, hanno contribuito a conservarlo e valorizzarlo.
Attraverso le pagine di Menichelli si riscoprono non solo le origini e l’evoluzione della chiesetta della Madonna della Strada, ma anche l’opera di Don Raffaele Palombi, una figura centrale per la vita religiosa e culturale del paese, alla quale l’autore intende rendere il meritato omaggio.
Il libro è autoprodotto e chi desidera riceverne una copia può rivolgersi direttamente a Costante Menichelli.
Un’opera preziosa per chi ama Stimigliano, la sua storia e le persone che hanno contribuito a costruirne l’identità.
Un significativo momento di valorizzazione della memoria e della cultura locale si terrà domani mattina, domenica 5 luglio, alle ore 9.30, quando verrà affissa una fotografia commemorativa del poeta stimiglianese Cosimo Renzetti (scopri di più sul poeta contadino cliccando qui).
L’iniziativa è promossa dall’Amministrazione Comunale di Stimigliano e dall’Associazione Casa Sabina della Poesia, che hanno voluto rendere omaggio a una figura di grande rilievo per la storia culturale del paese.
La fotografia sarà collocata all’interno delle mura del centro storico, in corso Umberto I. Attraverso questo gesto, il paese intende mantenere viva la memoria di Cosimo Renzetti, testimone e interprete della tradizione poetica locale, lasciando un segno tangibile del suo contributo culturale alle generazioni presenti e future.
L’evento rappresenta un’occasione per cittadini, appassionati di poesia e visitatori di ritrovarsi insieme nel ricordo di un poeta che ha contribuito a valorizzare l’identità e il patrimonio culturale di Stimigliano.
L’Amministrazione Comunale e l’Associazione Casa Sabina della Poesia invitano tutta la cittadinanza a partecipare a questo momento dedicato a uno dei figli più illustri della comunità stimiglianese.
Il grande silenzio di Stimigliano. Free rider, paura del giudizio o semplicemente “lo farà qualcun altro”? Ecco cosa succede davvero in un paese come il nostro.
Facciamo un passo indietro e ripartiamo dall’inizio.
Qualche settimana fa abbiamo lanciato un appello su questo blog. Una richiesta semplice, quasi innocente. Abbiamo chiesto di raccontarci storie, aneddoti o iniziative del nostro paese.
Risultato?
Un silenzio così profondo che, nelle pause, si sentivano risuonare le campane a chilometri di distanza.
Ora, sgombriamo subito il campo da un equivoco: non crediamo nemmeno per un secondo che Stimigliano sia diventato improvvisamente un paese senza memoria, storie o persone capaci.
Anzi. Basta fermarsi cinque minuti al bar, in piazza o davanti a un negozio per scoprire che siamo una vera miniera d’oro di racconti, opinioni, ricordi, proposte e iniziative (dietro molti di noi si nascondono appassionati di musica, letteratura, cinema, sport e chissà che cos’altro)
E allora viene spontanea la domanda: perché sul blog non è uscito nulla? (A parte la proposta di una amica che ha già collaborato con noi e con la quale avremo sicuramente modo di fare altro in futuro)
Tranquilli: non è (solo) colpa nostra. O meglio, sì… ma è una colpa scientificamente condivisa.
Abbiamo provato a farci aiutare dall’intelligenza artificiale per l’analisi di questa situazione e il risultato è stato sorprendente: quello che è successo qui da noi è un piccolo manuale vivente di sociologia.
L’Effetto Spettatore: tanto lo farà qualcun altro
Esiste un fenomeno ben documentato chiamato effetto spettatore. Funziona così: più persone ci sono, meno ognuno si sente responsabile di agire.
Tradotto in versione stimiglianese: quando abbiamo scritto “qualcuno ha una storia?”, probabilmente ognuno ha pensato:
“Sì sì, bella idea… ma sicuramente scriverà qualcun altro. Qualcuno che ne sa di più.”
Il problema è che tutti hanno pensato la stessa cosa e così la responsabilità si è diluita… fino a sparire.
Free Rider. Perché dire “scroccone” suona male
Un blog di paese è quello che si può considerare un classico bene pubblico: lo leggono tutti, lo apprezzano molti, ma mantenerlo richiede l’impegno di qualcuno.
E qui entra in gioco un altro meccanismo molto umano: il “free rider”.
Terminologia anglosassone che, oltre a darti un tono, ti evita elegantemente di usare la parola scroccone.
Il Free Rider è quello che, con estrema naturalezza, pensa:
“Leggere mi piace. Pensare però richiede tempo e fatica. Facciamolo fare a qualcun altro — poi io leggo volentieri.”
È un ragionamento perfettamente logico. E anche perfettamente pericoloso.
Perché se lo facciamo tutti… il blog continua, rimane acceso, sì — ma è come avere una Ferrari in pista e girare a 30 all’ora.
“Abbiate pure cento belle qualità, la gente vi guarderà sempre dal lato più brutto.” (Molière)
Poi c’è un fattore molto meno teorico e molto più reale: la paura del giudizio.
Scrivere su un blog in un piccolo paese non è come postare una cosa qualsiasi online. Qui significa esporsi davanti alle stesse persone che incontrerai la mattina dopo.
Amadeus avrebbe detto “e quindi partono i dubbioni”:
“E se quello che racconto è banale?” “E se qualcuno ha da ridire?” “E se poi al mercato mi commentano l’iniziativa?” “E se poi mi metto contro l’Amministrazione”?
Risultato: strategia perfetta di sopravvivenza sociale — silenzio assoluto.
In fin dei conti, restiamo un gregge
Infine, c’è il meccanismo più subdolo: se nessuno inizia, nessuno segue. Un po’ come nel gregge. Si fa quello che fanno gli altri.
Un solo commento sotto alla nostra domanda. Troppo poco per accodarsi. Un vuoto iniziale che ha creato un piccolo muro invisibile.
Perché scrivere per primi richiede coraggio. Rispondere a una conversazione già avviata, invece, è facilissimo.
E così siamo rimasti tutti lì: in attesa di qualcuno che ci precedesse.
Conclusione: la scienza ci assolve… ma non troppo
La buona notizia è che la sociologia ci assolve completamente: quello che è successo è normale, umano, prevedibile.
La cattiva notizia è che, ora che lo sappiamo, non possiamo più far finta di niente.
Perché a quel punto la domanda cambierebbe:
Siamo davvero spettatori… o ci fa comodo esserlo?
Questo blog non cerca scrittori perfetti, né storici accademici. Cerca pezzi di vita vera: ricordi, episodi, dettagli che rischiano di perdersi. Cerca persone con una passione da raccontare.
Cerca persone che hanno voglia di condividere un’iniziativa.
Vuole il bene di Stimigliano e degli Stimiglianesi. Soprattutto per le generazioni che verranno e alle quali vogliamo lasciare un’eredità.
E allora proviamo a fare una cosa semplice, concreta — e stavolta senza alibi.
Un piccolo esperimento (ma serio):
Proviamo a semplificare al massimo. Nei commenti puoi fare una di queste tre cose:
raccontare un breve ricordo, mostrarci delle fotografie. Uno spunto che poi useremo per scrivere un articolo
segnalare un’iniziativa o qualcosa che sta succedendo
proporre una rubrica che ti piacerebbe portare avanti
Non serve essere “bravi a scrivere”. Possiamo farlo insieme.
Serve solo iniziare.
Serve solo fare una cosa che, a quanto pare, è diventata rarissima: mettersi in gioco.
E se anche stavolta resta tutto in silenzio…
…allora forse la sociologia non basta più a spiegarci.
E dovremo ammettere una cosa un po’ meno scientifica, ma molto più scomoda:
Che non è paura, non è timidezza, non è “mancanza di tempo”. È una scelta.
La scelta di restare a guardare.
E a quel punto sì che — senza più ironia — la domanda iniziale avrà trovato la sua risposta.
Una serata dedicata alla condivisione, al teatro e alla bellezza dell’inclusione a Stimigliano. Sul palco, il risultato di un anno di emozioni, lavoro e crescita.
Le frequenze del cuore
Domani sera, alle ore 21:00, la Sala Polivalente di Stimigliano Scalo in via San Michele ospiterà un evento speciale dedicato al teatro e alla comunità.
L’iniziativa è organizzata dall’associazione di promozione sociale GLI UNICI, in collaborazione con il Comune di Stimigliano, e rappresenta una bellissima occasione per vivere insieme un momento di cultura, condivisione e inclusione.
Chi sono “Gli Unici”
GLI UNICI è un’associazione di promozione sociale dedicata al Teatro Inclusivo. 🎭✨ Un luogo dove ogni voce conta e ogni storia trova spazio.
Attraverso il teatro, l’associazione lavora per valorizzare le differenze, dare espressione alle emozioni e costruire relazioni autentiche tra le persone.
Quello che andrà in scena non è un semplice spettacolo, ma il risultato concreto di un percorso importante:
Questo spettacolo è il frutto di un intero anno di lavoro del nostro primo laboratorio teatrale inclusivo. È quello che succede quando ci si sintonizza tutti sulla stessa frequenza: perché quando accade, nascono cose meravigliose.
Un anno di impegno, crescita, incontri e condivisione che prende forma sul palco, portando con sé storie, emozioni e tanta energia.
Informazioni utili
📍 Luogo: Sala Polivalente – Stimigliano Scalo (via San Michele)
🕘 Orario: ore 21:00
🎟️ Ingresso: gratuito
Un invito aperto a tutti
L’evento è aperto a tutta la cittadinanza: una serata per stare insieme, sostenere il lavoro di un’associazione del territorio e lasciarsi sorprendere dalla forza del teatro inclusivo.
Un’occasione da non perdere per scoprire come, quando le persone si incontrano davvero, possono nascere cose straordinarie.
Viviamo in un’epoca in cui il digitale è ovunque. E così il vero rischio è non comprenderlo fino in fondo, alimentando una nuova forma di “digital divide”, quello cognitivo. Senza la capacità di capire e orientare gli strumenti che utilizziamo, il rischio è quello di subirli, anziché farli diventare alleati consapevoli del nostro sviluppo.
Regola numero uno: restare intelligenti
C’è un aspetto ancora più delicato che riguarda l’intelligenza artificiale, perché non siamo di fronte a una tecnologia come le altre.
L’IA non si limita a supportare le persone: è già in grado di orientare scelte, opinioni e comportamenti. Ed è forse questa la parte più preoccupante, perché questi strumenti sono già nelle mani dei nostri figli.
Troppo spesso tendiamo a prendere per buono e per vero ciò che l’IA restituisce: è ben scritto, appare oggettivo, è frutto di un “elaboratore”. Quello che una volta era “lo ha detto la televisione” oggi rischia di diventare “lo ha detto l’IA”. Ma qui sta il pericolo più grande: usare la tecnologia senza cognizione di causa.
Di realmente intelligente, nell’intelligenza artificiale, non c’è nulla. L’IA non ha sentimenti, non ha esperienza, non conosce la realtà come un essere umano: mette insieme dati e restituisce ciò che, in un determinato contesto, è semplicemente più plausibile.
La vera intelligenza deve restare la nostra, quella che ci permette di comprendere, valutare e governare questi strumenti, senza diventarne inconsapevoli vittime.
Il Giorno della Sostenibilità Digitale: una sfida che riguarda anche le nostre comunità
Il 16 aprile 2026, presso l’Università La Sapienza di Roma, si è svolta la quinta edizione del Digital Sustainability Day, il più importante appuntamento italiano dedicato al rapporto tra sostenibilità, trasformazione digitale e governance.
Cos’è il Digital Sustainability Day: la Fondazione per la Sostenibilità Digitale
Il Digital Sustainability Day (DSD) è promosso dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale, la prima fondazione di ricerca riconosciuta in Italia dedicata esclusivamente a questo tema. La Fondazione riunisce esperti indipendenti, università, aziende e istituzioni con un obiettivo chiaro: fare in modo che l’innovazione tecnologica e la trasformazione digitale siano davvero al servizio dello sviluppo sostenibile.
Stefano Epifani, presidente FSD
L’azione della Fondazione si muove lungo due linee principali:rendere la tecnologia uno strumento concreto di sostenibilità, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030 e promuovere una digitalizzazione sostenibile, valutandone l’impatto ambientale, economico e sociale.
Un approccio interdisciplinare che non si limita alla teoria, ma prova a fornire strumenti concreti per affrontare le sfide del presente e del futuro.
Il tema 2026: la sovranità cognitiva
Il tema centrale dell’edizione 2026 è stato “Consumatori, Imprese e Istituzioni: la sfida della sovranità cognitiva”.
Un concetto nuovo ma fondamentale: non basta usare strumenti digitali, bisogna capirli, governarli e dare loro un senso. Durante l’evento, numerosi relatori qualificati si sono confrontati su temi molto attuali: intelligenza artificiale, sostenibilità, sovranità digitale ma soprattutto cognitiva.
Al centro del dibattito, animato anche dal pubblico attraverso sondaggi interattivi, il rapporto tra consumatori, piccole/micro imprese e tecnologia.
Cosa dicono i dati: entusiasmo e timori
E così, nel corso della giornata, sono stati presentati in anteprima i risultati 2026 dell’Osservatorio per la Sostenibilità Digitale, realizzato con l’Istituto di Studi Politici San Pio V, Adiconsum Nazionale e Confcommercio.
Dai dati emerge uno spaccato molto interessante:
a livello razionale, i consumatori vedono il digitale con ottimismo;
a livello emotivo, però, ne temono gli effetti, soprattutto sul lavoro.
Un dato particolarmente significativo è che il comportamento cambia in base al ruolo: la stessa persona, come cittadino, è più aperta e consapevole; come imprenditore, invece, diventa più prudente e conservativa.
Il problema quindi non è quanta tecnologia usiamo, ma quanto siamo in grado di comprenderla e guidarla. È qui che alla sovranità digitale (la consapevolezza dei propri dati) si affianca la sovranità cognitiva: la capacità di capire gli strumenti, interpretarli e non subirli passivamente.
Una questione culturale
L’intelligenza artificiale generativa è ormai entrata nella vita quotidiana, ma si sta creando un nuovo tipo di divario digitale. Se in passato il problema è stato prima di tipo infrastrutturale e poi di tipo funzionale, oggi il vero divario è culturale.
Molti utilizzano strumenti digitali senza avere reali competenze per governarli. E questo vale anche per le piccole imprese: spesso il digitale viene adottato senza integrarlo in una vera strategia, usato “per fare” e non “per decidere”.
Secondo quanto emerso al Digital Sustainability Day, la sovranità cognitiva è quindi la precondizione della vera sostenibilità digitale.
Un tema che coinvolge tutti
“Sostenibilità e trasformazione digitale” non sono temi astratti o lontani. Riguardano anche noi, i nostri figli, le nostre comunità e le attività locali.
Bisogna tenere a mente che la tecnologia non è di per sé buona o cattiva. Però produce effetti: sta a noi ridurre quelli negativi e valorizzare quelli positivi.
La storia dimostra che l’innovazione ha migliorato la qualità della vita, ma serve una direzione condivisa. La trasformazione digitale non cambia solo il modo in cui facciamo le cose, ne cambia il significato. Influenza persone, ambiente, economia, cultura.
Contribuire a orientare questo cambiamento è una responsabilità collettiva. Come cittadini dobbiamo difendere il diritto ad una dignità digitale, dobbiamo pretendere che i grandi decisori impongano trasparenza e processi di audit negli algoritmi e nei dati che l’IA utilizza.
Senza la consapevolezza, che deriva direttamente dalla conoscenza, il gioco vale più della candela.