Autore: Enea

  • Un Papa a Stimigliano? La sorprendente storia di Leone X e del castello degli Orsini

    Un Papa a Stimigliano? La sorprendente storia di Leone X e del castello degli Orsini

    Tra le pagine più affascinanti della storia di Stimigliano vi è certamente quella che lega il nostro borgo a Papa Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici. Sebbene la documentazione disponibile non consenta di stabilire con assoluta certezza tutte le date e le circostanze dei suoi soggiorni, numerosi indizi storici, politici e familiari rendono estremamente plausibile una sua presenza frequente nel castello degli Orsini di Stimigliano durante gli anni del pontificato.

    Un Medici con sangue Orsini

    Per comprendere il rapporto tra Leone X e Stimigliano occorre partire dalla genealogia. Il pontefice era figlio di Lorenzo il Magnifico e di Clarice Orsini, appartenente a uno dei più illustri rami della potente casata romana.

    Il rapporto tra Leone X e Stimigliano quindi non fu solo quello di un semplice pontefice ospite di una famiglia nobiliare. Si trattò piuttosto di un legame profondo, alimentato da vincoli di sangue, interessi politici e passioni personali che resero il feudo sabino degli Orsini una sorta di residenza privilegiata lontano dalla complessità della Roma rinascimentale.

    Giovanni de’ Medici era, a tutti gli effetti, legato agli Orsini anche per linea materna. Ad accoglierlo a Stimigliano era suo cugino di primo grado, il cardinale Franciotto Orsini, signore del feudo e figura di primo piano della nobiltà romana.

    Franciotto Orsini

    Stimigliano non rappresentava dunque una semplice tappa durante gli spostamenti papali, ma una dimora familiare, un luogo sicuro nel quale il pontefice poteva circondarsi di persone fidate e allontanarsi dalle tensioni della capitale.

    Le grandi “parate” di Leone X nella Sabina

    Le cronache del tempo e i diari dei maestri delle cerimonie pontificie descrivono gli spostamenti di Leone X come autentici cortei regali.

    Quando il Papa lasciava Roma per dirigersi verso la Magliana o verso i territori sabini degli Orsini, si muoveva accompagnato da una corte spettacolare composta da cardinali, dignitari, letterati, musicisti, artisti e giullari. Al seguito viaggiavano intere mute di cani da caccia accuratamente selezionati e, in alcuni casi, persino animali esotici destinati a stupire ospiti e nobili locali.

    Le fonti ricordano la presenza di leopardi, pantere e soprattutto del celebre elefante bianco Annone, dono diplomatico del re del Portogallo, al quale Leone X era particolarmente affezionato. Gli spostamenti del pontefice assumevano così il carattere di vere e proprie manifestazioni itineranti della magnificenza medicea.

    La grande passione per la caccia

    Se vi è un elemento che accomuna tutte le testimonianze relative ai soggiorni sabini di Leone X, questo è senza dubbio la sua incontenibile passione per la caccia.

    Sembra proprio per questo che Papa Leone X è stato sicuramente a Stimigliano per una stagione di caccia (ci passava in quest’attività almeno tre mesi l’anno) come ci è anche ricordato dalla sala dove campeggia, in atto di omaggio, lo stemma mediceo (Sala dei Festoni conosciuta anche come Sala dei Ricevimenti)

    Stemma Leone X

    Le ampie boscaglie della Valle del Tevere e dei territori circostanti Stimigliano offrivano un ambiente ideale per battute che potevano protrarsi per giorni. Il pontefice amava cavalcare, inseguire la selvaggina e trascorrere molte ore all’aria aperta.

    Non si trattava soltanto di un passatempo. Il suo medico personale, il celebre Galeazzo di Santa Sofia, gli consigliava regolarmente attività fisica, vita all’aperto e lunghe cavalcate come rimedio per alleviare i problemi di salute che lo affliggevano, tra cui una dolorosa fistola e altre patologie aggravate dalla crescente obesità.

    In questo contesto Stimigliano, con i suoi boschi e la sua posizione strategica, rappresentava una vera e propria medicina naturale per il pontefice.

    Papa Leone X

    Un rifugio dopo la congiura del cardinale Petrucci

    Accanto alle motivazioni personali e familiari, vi erano anche importanti ragioni politiche.

    Nel 1517 Leone X dovette affrontare una delle più gravi crisi del suo pontificato: la congiura guidata dal cardinale Alfonso Petrucci, accusato di aver partecipato a un complotto che prevedeva persino l’avvelenamento del Papa tramite un medico compiacente.

    La scoperta della congiura provocò arresti, processi ed esecuzioni che alimentarono un clima di forte tensione all’interno della Curia romana.

    In quegli anni i feudi degli Orsini nella Sabina costituivano un ambiente assai più tranquillo e protetto rispetto a Roma. Difesi da uomini d’arme fedeli e immersi in un territorio ricco di boschi e vallate, offrivano al pontefice il luogo ideale dove ritirarsi temporaneamente, continuando nel contempo a esercitare il governo della Chiesa.

    Gli ultimi anni e il “regno” della Magliana

    Con il passare degli anni le condizioni fisiche di Leone X peggiorarono sensibilmente. Le fonti raccontano di una progressiva perdita della vista e di problemi motori dovuti al sovrappeso, tanto che il pontefice arrivò a rinunciare quasi completamente alle cavalcate che tanto aveva amato.

    La rinuncia più dolorosa fu proprio quella della caccia.

    Per continuare a coltivare questa passione introdusse allora nella sua residenza della Magliana la pratica della falconeria. Dalle logge della villa seguiva le evoluzioni dei rapaci utilizzando un monocolo da vista e investendo somme ingenti nel mantenimento di falchi e falconieri.

    A questo progetto partecipò direttamente appunto il cugino Franciotto Orsini. Studi recenti condotti dalla storica dell’arte Anna Cavallaro hanno individuato documenti di pagamento che attestano spese considerevoli sostenute per la realizzazione di una “gàbara”, una grande voliera destinata ad ospitare palombi, gazze e aironi impiegati nell’addestramento dei rapaci.

    In quegli anni Leone X mostrò una crescente riluttanza a tornare stabilmente a Roma, al punto da trasferire spesso uffici e funzionari presso la Magliana. Non è raro trovare nei documenti pontifici la formula latina Datum in villa nostra Manliana, ossia “emanato nella nostra villa della Magliana”, a testimonianza dell’importanza che questa residenza assunse nell’ultima fase del suo pontificato.

    Franciotto Orsini, il signore di Stimigliano

    Figura centrale di questa vicenda è senza dubbio il cardinale Franciotto Orsini (1473-1534), signore di Stimigliano, Monterotondo e San Polo.

    La sua biografia sembra quella di un personaggio uscito da un romanzo rinascimentale.

    Nato nel ramo orsino di Monterotondo, trascorse la giovinezza a Firenze grazie ai rapporti che univano gli Orsini ai Medici dopo il matrimonio tra Clarice Orsini e Lorenzo il Magnifico. Qui studiò insieme al cugino Giovanni de’ Medici sotto la guida di maestri d’eccezione, tra cui Angelo Poliziano.

    Prima di intraprendere la carriera ecclesiastica fu un valoroso condottiero. Partecipò alle guerre che insanguinarono l’Italia centrale e combatté duramente contro le forze di Cesare Borgia, venendo addirittura catturato due volte e riuscendo ogni volta a salvarsi.

    A differenza di molti cardinali del tempo, Franciotto ebbe una regolare vita familiare. Sposò Violante Orsini di Mugnano e generò cinque figli legittimi. Solo dopo la morte della moglie intraprese la carriera ecclesiastica.

    Nel 1517 il cugino Leone X lo elevò alla dignità cardinalizia, consolidando ulteriormente il peso politico della famiglia Orsini all’interno della corte pontificia.

    Il rinnovamento del castello di Stimigliano

    Proprio negli anni dell’ascesa di Leone X e di Franciotto Orsini, l’antica rocca medievale di Stimigliano iniziò la sua trasformazione in una prestigiosa residenza rinascimentale.

    La presenza frequente del pontefice e il favore della corte medicea contribuirono ad accrescere il prestigio del feudo, favorendo interventi architettonici e decorativi di grande rilievo.

    Ancora oggi nelle sale del palazzo è possibile osservare gli stemmi dei Medici e degli Orsini affiancati. Le celebri sei palle medicee compaiono accanto alla rosa e alle sbarre della casata orsina, una testimonianza araldica ancora visibile del rapporto privilegiato tra le due famiglie.

    Anche il ciclo decorativo interno, attribuito alla scuola degli Zuccari e realizzato nei decenni successivi, rappresenta in qualche misura l’eredità di quella stagione di prosperità e prestigio inaugurata durante il pontificato di Leone X.

    L’ipotesi Baldassarre Peruzzi

    Un ulteriore elemento di interesse riguarda la possibile partecipazione di Baldassarre Peruzzi al progetto di trasformazione del castello.

    Non esistono documenti che consentano di attribuire con certezza all’architetto senese il progetto del palazzo di Stimigliano. Tuttavia numerosi studiosi ritengono plausibile il suo coinvolgimento sulla base dei rapporti che legavano Peruzzi agli Orsini negli stessi anni.

    Tra il 1517 e il 1519 l’architetto lavorò infatti per diversi membri della famiglia, intervenendo in importanti residenze come quelle di Roma, Bomarzo e Pitigliano. Sarebbe quindi perfettamente coerente pensare che anche Franciotto Orsini si sia rivolto a lui per modernizzare la propria dimora sabina.

    A sostegno dell’ipotesi vengono citate le eleganti proporzioni geometriche del cortile, la raffinata organizzazione degli spazi interni e la capacità di integrare armoniosamente una struttura medievale preesistente con il linguaggio architettonico del Rinascimento.

    Come in altre opere di Peruzzi, la severità esterna della fortezza convive con una sorprendente ricerca di equilibrio, simmetria e prospettiva negli ambienti interni.

    Un capitolo prestigioso della storia di Stimigliano

    Che Leone X abbia soggiornato nel castello degli Orsini con continuità o soltanto in occasioni particolari, una cosa appare certa: il legame tra il pontefice mediceo, la famiglia Orsini e Stimigliano fu profondo e duraturo.

    Le testimonianze araldiche, i rapporti di parentela, il ruolo di Franciotto Orsini nella corte pontificia e il prestigio raggiunto dal palazzo tra XVI e XVII secolo costituiscono indizi convergenti di una relazione che contribuì a segnare la storia del paese.

    Passeggiando oggi tra le sale del Palazzo Orsini, è ancora possibile immaginare l’arrivo della corte papale, il rumore degli zoccoli dei cavalli nel cortile, i falchi addestrati per la caccia e l’eco di quel Rinascimento che, per qualche stagione, fece di Stimigliano un piccolo ma significativo centro del mondo mediceo.

    Fonti

  • Il Ponte delle Colonne: da Cottanello alla basilica di San Pietro passando per Stimigliano

    Il Ponte delle Colonne: da Cottanello alla basilica di San Pietro passando per Stimigliano

    C’è un luogo a Stimigliano che racconta una storia sorprendente. È il Ponte delle Colonne, l’antico approdo sul Tevere da cui passarono i giganteschi blocchi di marmo estratti a Cottanello e destinati ad abbellire la Basilica di San Pietro. Un viaggio lungo la Sabina e il Tevere che, nel XVII secolo, trasformò il paese in un fondamentale snodo logistico al servizio del Vaticano.

    Il prezioso marmo rosso di Cottanello

    Conosciuto come Marmo di Cottanello, Mischio di Cottanello o Persichino, questo materiale era particolarmente apprezzato per il suo elegante colore rosso-rosato attraversato da venature bianche e giallastre. Dal punto di vista geologico non si tratta di un vero marmo, bensì di un compatto calcare marnoso appartenente alla formazione della Scaglia Rossa.

    Immagine di Aurea Roma – Guide Turistiche

    La sua bellezza era già nota in epoca romana. Utilizzato sin dal I secolo a.C., decorava la Villa degli Aurelii Cottae a Cottanello ed era stato trasportato persino a Roma e a Pompei, dove ne sono state rinvenute tracce nella celebre Casa del Fauno. Con il Medioevo l’attività estrattiva cessò e la pietra cadde nell’oblio per diversi secoli.

    La riscoperta per il Giubileo del 1650

    La rinascita del Marmo di Cottanello avvenne in occasione dei grandi lavori di rinnovamento della Basilica di San Pietro voluti da Papa Innocenzo X in vista del Giubileo del 1650.

    Le antiche cave romane da cui si recuperavano materiali di spoglio non erano più sufficienti a soddisfare le esigenze del cantiere vaticano. Fu allora che lo scalpellino carrarese Sante Ghetti, talvolta indicato nei documenti come Ghezzi, mostrò a Gian Lorenzo Bernini un campione della pietra sabina.

    L’artista, architetto della Reverenda Fabbrica di San Pietro, rimase colpito dalla forza cromatica del materiale, perfetta per gli effetti scenografici ricercati dall’arte barocca, e commissionò nel 1648 l’estrazione di 44 monumentali colonne, successivamente diventate 46. La Fabbrica di San Pietro ne approvò immediatamente l’utilizzo e avviò una delle più importanti operazioni estrattive dell’epoca.

    Immagine di Aurea Roma – Guide Turistiche

    L’eredità del Marmo di Cottanello

    Il successo ottenuto nella Basilica di San Pietro rese il Marmo di Cottanello uno dei materiali più ricercati dell’architettura barocca.

    Marmo di Cottanello – Immagine di Parchi Lazio

    Bernini lo impiegò nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale e nel monumentale Sepolcro di Alessandro VII, mentre Francesco Borromini lo utilizzò per la decorazione di Sant’Agnese in Agone a Piazza Navona.

    Le cave di Cottanello continuarono a essere sfruttate, seppur a fasi alterne, fino agli anni Settanta del Novecento.

    Oggi l’area estrattiva è tutelata come Monumento Naturale di San Cataldo, un’area di circa 20 ettari istituita dalla Regione Lazio, e conserva ancora testimonianze dell’antica attività, tra cui un grande fusto di colonna rimasto incompiuto e ancora saldamente unito alla roccia.

    Marmo di Cottanello ed Eremo di San Cataldo – Immagine di Parchi Lazio
    Marmo di Cottanello ed Eremo di San Cataldo – Immagine di Visit Lazio

    Dalle cave al Tevere: una sfida logistica senza precedenti

    Estrarre giganteschi blocchi di pietra dalle pendici del Monte Lacerone e portarli fino a Roma rappresentava una sfida enorme per il Seicento.

    I fusti delle colonne venivano inizialmente sbozzati direttamente in cava per ridurne il peso. Successivamente iniziava il lungo viaggio verso la valle del Tevere.

    Per permettere il trasporto furono aperte nuove strade attraverso i boschi della Sabina. I blocchi avanzavano lentamente su pesanti carri trainati da buoi e bufale, attraversando il territorio tra Cottanello e la valle del fiume. Il percorso passava nei pressi di Vacone e lambiva le località di Rocchette e San Polo, fino a raggiungere Stimigliano.

    Ed è proprio qui che entrava in gioco il Ponte delle Colonne.

    Il ruolo cruciale di Stimigliano

    Stimigliano rappresentava il punto di collegamento tra il trasporto terrestre e quello fluviale.

    L’area conosciuta come Ponte delle Colonne identificava infatti l’antico approdo sul Tevere dove terminava il viaggio dei carri provenienti dalle cave e iniziava quello delle imbarcazioni dirette a Roma.

    Contrariamente a quanto il nome potrebbe suggerire, non si trattava necessariamente di un ponte nel senso moderno del termine. Nella documentazione del XVII secolo il termine “ponte” o “pontile” indicava spesso una struttura artificiale in legno costruita lungo la riva per facilitare le operazioni di carico e scarico.

    Questa robusta piattaforma sporgeva verso il fiume e consentiva di movimentare carichi pesantissimi. Attraverso sistemi di argani, leve e slitte lignee, le colonne venivano fatte scivolare direttamente dalle rampe alle grandi chiatte tiberine, chiamate anche scafe, barconi o scafoni.

    Il viaggio sul Tevere verso Roma

    Una volta completato l’imbarco, i preziosi carichi prendevano la via del Tevere.

    Le chiatte sfruttavano principalmente la corrente del fiume per raggiungere Roma. Il compito dei navicellari, gli esperti barconieri che operavano lungo il Tevere, era quello di controllare la navigazione evitando secche, mulinelli e ostacoli naturali.

    La partenza avveniva soltanto quando il livello dell’acqua era favorevole. Un fiume troppo basso avrebbe causato l’incaglio delle imbarcazioni; una piena eccessiva avrebbe reso impossibile governarle.

    Dopo un viaggio che richiedeva grande esperienza e attenzione, le chiatte raggiungevano il porto romano di Ripa Grande, oppure approdavano nei pressi dell’Ospedale di Santo Spirito. Da lì le colonne venivano trasportate fino al cantiere della Basilica di San Pietro.

    Porto di Ripa Grande – Wikipedia

    Un porto fondamentale per l’economia della Sabina

    Il Ponte delle Colonne non serviva solo ai marmi destinati al Vaticano.

    Per secoli il Tevere fu la principale arteria commerciale dell’Italia centrale e Stimigliano rappresentò uno snodo strategico per gli scambi tra la Sabina e Roma.

    Dallo scalo partivano regolarmente:

    • legname proveniente dai boschi dell’entroterra;
    • olio d’oliva e vino prodotti nelle campagne sabine;
    • grano, formaggi e altri prodotti agricoli destinati ai mercati romani.

    Il traffico era gestito da corporazioni specializzate di navicellari che conoscevano perfettamente ogni tratto del fiume e garantivano collegamenti costanti con la capitale.

    Le imbarcazioni discendevano il Tevere sfruttando la corrente, ma il viaggio di ritorno era molto più faticoso. Per risalire il corso del fiume si utilizzava il sistema dell’alaggio: le barche venivano trainate controcorrente da buoi o bufali lungo appositi sentieri che correvano sulle rive. Proprio presso Stimigliano esistevano punti di sosta fondamentali per il ristoro degli animali e degli equipaggi.

    Dove si trovava l’antico approdo?

    Le indicazioni storiche collocano l’antico approdo del Ponte delle Colonne sulla sponda sinistra del Tevere, nell’area pianeggiante che oggi corrisponde alla zona di Stimigliano Scalo.

    Il punto coincide con il tratto di fiume situato nelle vicinanze dell’attuale ponte stradale che collega il territorio di Stimigliano con la provincia di Roma in direzione di Ponzano Romano e del casello autostradale A1.

    Il luogo indicato dalla X

    Partendo dalla stazione ferroviaria di Stimigliano Scalo e percorrendo l’attuale Via dello Scalo verso il fiume, si raggiunge la zona che per secoli ospitò l’infrastruttura portuale.

    Sebbene non siano più visibili banchine o strutture originarie, le caratteristiche morfologiche della riva e l’ampia area pianeggiante mostrano ancora oggi perché quel luogo fosse ideale per l’incontro tra i carri provenienti dalla Sabina e le chiatte dirette a Roma.

    Un nome che racconta la storia

    Oggi il Ponte delle Colonne è soprattutto un toponimo. Eppure quel nome continua a ricordare una straordinaria epopea fatta di cavatori, scalpellini, buoi, navicellari e ingegneri del Seicento.

    Il marmo di Cottanello fa da sfondo nell’incontro tra Trump e Zelensky – Foto Rieti Life

    Da questo lembo di Sabina passarono alcune delle colonne che ancora oggi impreziosiscono la Basilica di San Pietro. Un dettaglio spesso dimenticato, ma che testimonia come anche Stimigliano abbia avuto un ruolo, silenzioso ma fondamentale, nella realizzazione di uno dei più grandi capolavori della cristianità.

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  • Da Stimigliano a Blera: il Raduno Nazionale Camper 4×4 Fuoristrada

    Da Stimigliano a Blera: il Raduno Nazionale Camper 4×4 Fuoristrada

    Stimigliano ha accolto, tra stupore e curiosità, gli appassionati giunti da tutta Italia per il 2° Raduno Nazionale Dinamico Camper 4×4. Tre giorni di viaggio, scoperta e promozione del territorio, con partenza dal cuore del nostro paese.

    Stimigliano come punto di partenza del 2° Raduno Nazionale Dinamico Camper 4×4 Fuoristrada con Cellula Abitativa o Camperizzati, organizzato dall’A.S. Dimensione Fuoristrada Club Roma dal 9 all’11 ottobre nell’ambito delle attività della Federazione Italiana Fuoristrada.

    L’evento ha richiamato appassionati provenienti da diverse regioni d’Italia, offrendo l’occasione di scoprire paesaggi, tradizioni e bellezze del territorio attraverso un percorso turistico sviluppato su tre tappe per un totale di circa 200 chilometri, con partenza da Stimigliano e arrivo a Blera, in provincia di Viterbo.

    Il punto di ritrovo è stato Piazza Vittorio Emanuele, cuore del paese stimiglianese, che per l’occasione ha fatto da cornice all’avvio della manifestazione. Una scelta non casuale: Stimigliano è stato individuato dagli organizzatori anche per il fascino del suo centro storico e per la posizione panoramica che offre scorci unici sul territorio circostante.

    Dalla piazza, infatti, lo sguardo spazia verso la Valle del Tevere, dominata dall’inconfondibile profilo del Monte Soratte, mentre sul versante opposto si aprono le dolci campagne sabine, un mosaico di colline, uliveti e paesaggi che raccontano l’identità di questa parte del Lazio. A rendere ancora più suggestivo il contesto contribuiscono il maestoso Castello Orsini e la Chiesa dei Santi Patroni Cosma e Damiano, due dei principali simboli storici e architettonici del paese.

    Il raduno, riservato esclusivamente ai camper 4×4 e ai veicoli fuoristrada allestiti con cellula abitativa o camperizzati, si concluderà domenica 11 ottobre a Blera, dove sarà inoltre possibile partecipare a una visita gratuita alle suggestive necropoli etrusche del territorio.

    Per Stimigliano si è trattato di un’importante occasione di visibilità e promozione turistica. Eventi di questo genere permettono infatti di far conoscere il patrimonio storico, paesaggistico e culturale del paese a visitatori provenienti da contesti diversi, contribuendo a rafforzare l’immagine del borgo come porta d’accesso a un territorio ricco di bellezze ancora da scoprire.

    Proprio perché occasioni come questa rappresentano una vetrina importante per il territorio, dispiace che l’evento non sia stato accompagnato da un’adeguata attività informativa a livello locale.

    Una comunicazione più efficace avrebbe probabilmente consentito a molti cittadini di partecipare o semplicemente assistere alla partenza dei mezzi da Piazza Vittorio Emanuele, contribuendo a far vivere ancora di più il paese e ad attirare visitatori anche dai comuni vicini.

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  • Chi siamo senza memoria? Quando una comunità dimentica sé stessa

    Chi siamo senza memoria? Quando una comunità dimentica sé stessa

    La perdita della memoria è una di quelle ferite che cambiano profondamente una persona: quando i ricordi svaniscono, non si perdono soltanto nomi, luoghi e volti, ma anche una parte della propria identità. E se lo stesso accadesse a una comunità?

    Perdendo la memoria si rischia di perdere anche la propria identità

    Ci sono poche esperienze più dolorose e disarmanti che assistere alla perdita della memoria di una persona cara.

    Molti di noi hanno conosciuto un nonno, una nonna, un parente o un amico che, a causa di una malattia, ha visto lentamente svanire i propri ricordi. All’inizio sono piccoli dettagli a scomparire: una data, un nome, un episodio lontano. Poi il vuoto si allarga. I volti diventano estranei, i luoghi perdono significato, i ricordi che hanno accompagnato un’intera esistenza si dissolvono poco alla volta.

    Clicca sulla foto e leggi l’articolo sull’Idrometro di Stimigliano

    Chi vive questa esperienza da vicino conosce bene quel senso di impotenza. È difficile accettare che una persona possa non riconoscere più chi le sta davanti. Ma è altrettanto difficile immaginare cosa provi chi, improvvisamente, non riesce più a riconoscere sé stesso attraverso i propri ricordi.

    Perché la memoria non è soltanto un archivio del passato. La memoria è identità. È ciò che ci permette di sapere chi siamo, da dove veniamo e quale strada abbiamo percorso per arrivare fino a qui.

    In fondo, lo stesso vale per una comunità.

    Anche un paese possiede una memoria. Non è custodita nella mente di una persona, ma vive nelle pietre dei monumenti, nei documenti conservati negli archivi, nelle fotografie ingiallite, nei racconti tramandati dagli anziani, nelle tradizioni, nelle ricorrenze e persino nei nomi delle strade che percorriamo ogni giorno.

    La fontana (2022)
    Clicca sulla foto e leggi l’articolo sul primo acquedotto di Stimiglaino

    Quando questi ricordi vengono dimenticati, il paese continua a esistere. Le case restano al loro posto, le piazze continuano a riempirsi, il campanile continua a segnare le ore. Eppure qualcosa cambia. I luoghi perdono il loro significato, le tradizioni si svuotano del loro valore e la comunità rischia di smarrire una parte della propria identità.

    Per questo la memoria storica non riguarda soltanto il passato. Riguarda il nostro presente e, soprattutto, il nostro futuro.

    La differenza tra paese e comunità

    Ogni comunità è il risultato di un lungo percorso costruito da generazioni di uomini e donne che hanno lasciato tracce del loro passaggio.

    Queste tracce non sono semplicemente testimonianze storiche, rappresentano la nostra identità collettiva.

    Sapere come è nato il paese, conoscere gli eventi che ne hanno segnato la crescita, ricordare le difficoltà affrontate e i successi raggiunti permette a una comunità di riconoscersi in una storia comune.

    Senza questa consapevolezza il rischio è quello di trasformarsi in un semplice insieme di persone che condividono uno spazio geografico, ma non un’appartenenza. Che poi è la differenza tra abitare semplicemente un paese e costituire la sua comunità.

    La memoria storica è ciò che unisce le generazioni. È il filo invisibile che collega il passato al presente e che permette ai cittadini di sentirsi parte di qualcosa di più grande della propria esperienza individuale.

    Monumenti e luoghi storici: i ricordi materiali del territorio

    I monumenti non sono soltanto pietre da conservare.

    Sono i ricordi materiali di una comunità.

    Clicca sulla foto e leggi l’articolo su Fonte Cantaro

    Ogni chiesa, ogni palazzo storico, ogni monumento commemorativo, ogni angolo del centro storico racconta una parte della nostra storia. Sono pagine di un libro che possiamo leggere semplicemente passeggiando per le vie del paese.

    Quando osserviamo un edificio antico non stiamo guardando soltanto un’opera architettonica. Stiamo osservando il lavoro, i sacrifici, le speranze e l’ingegno di chi ci ha preceduto.

    Per questo motivo la tutela del patrimonio storico non è un lusso né una semplice questione estetica. È una forma di rispetto verso le generazioni passate e un atto di responsabilità verso quelle future.

    In un’epoca in cui molte città rischiano di assomigliarsi sempre di più, i monumenti e i luoghi storici rappresentano inoltre uno degli strumenti più importanti per conservare l’unicità del territorio e contrastare l’omologazione culturale.

    La storia locale ci aiuta a comprendere il presente

    Spesso siamo portati a pensare che la storia sia qualcosa che riguarda soltanto i grandi eventi studiati sui libri di scuola.

    In realtà la storia che viviamo ogni giorno nasce proprio dalle vicende locali.

    Perché una strada porta un determinato nome? Per quale motivo una tradizione viene celebrata da decenni? Come si è sviluppato il quartiere in cui viviamo? Quale attività ha contribuito alla crescita economica del territorio?

    Clicca sulla foto e leggi l’articolo su Maurizio Moris

    Dietro ciascuna di queste domande si nasconde una storia che merita di essere conosciuta.

    Comprendere il passato significa interpretare meglio il presente. Significa sviluppare uno sguardo più consapevole sul luogo in cui viviamo, capire le trasformazioni che lo hanno attraversato e affrontare con maggiore coscienza le sfide del futuro.

    Una comunità che conosce la propria storia è una comunità più forte, più unita e più preparata a costruire il proprio domani.

    Un ponte tra generazioni e nuove comunità

    La memoria storica svolge anche una funzione sociale fondamentale.

    Gli anziani custodiscono racconti, esperienze e conoscenze che non si trovano nei libri. I giovani, attraverso queste testimonianze, possono scoprire il proprio territorio in modo diretto e concreto, trasformando la storia da materia scolastica a esperienza vissuta.

    Questo passaggio di conoscenze rappresenta una delle forme più preziose di eredità culturale.

    Allo stesso tempo, la storia locale può diventare un importante strumento di integrazione per chi arriva da fuori. Conoscere le radici di una comunità significa comprenderne i valori, le tradizioni e il carattere.

    Una comunità che racconta la propria storia è una comunità capace di accogliere, perché sa chi è e non teme di condividere la propria identità.

    Un patrimonio che genera opportunità

    Conservare la memoria storica non significa soltanto custodire il passato. Significa anche creare valore per il presente.

    Sempre più persone scelgono destinazioni che offrono autenticità, cultura e tradizioni genuine. Cercano luoghi capaci di raccontare una storia, non semplicemente da visitare.

    Clicca sulla foto e leggi la storia della prima gita aerea dell’aero-club di Roma

    Un paese che valorizza il proprio patrimonio storico può attrarre un turismo rispettoso e interessato alle peculiarità del territorio. Questo può tradursi in opportunità per attività commerciali, strutture ricettive, guide locali, associazioni culturali, ristoratori e artigiani.

    La storia, quindi, non è soltanto memoria. Può diventare anche una risorsa capace di sostenere lo sviluppo economico e culturale della comunità.

    Chi deve custodire il passato?

    Chi ha il dovere di custodire la memoria del paese?

    • L’Amministrazione comunale
      Essa riveste un ruolo centrale e strategico nella custodia della memoria storica, culturale e sociale di una comunità. Il comune non è solo un ente gestore di servizi, ma il principale garante dell’identità locale e del legame tra le generazioni passate, presenti e future. Il comune ha il dovere di conservare, ordinare e rendere accessibile l’archivio storico comunale. I documenti d’archivio sono la “carta d’identità” scritta del paese. Così come ha il dovere di curare la manutenzione di monumenti, lapidi, pietre d’inciampo e luoghi in cui si sono consumati eventi significativi per la comunità.
    • Le Associazioni
      Se l’amministrazione comunale è lo scheletro istituzionale della memoria, le associazioni locali (culturali, d’arma, combattentistiche, Pro Loco, sezioni ANPI, comitati di quartiere e associazioni storiche) ne sono il cuore pulsante e operativo.Il loro ruolo è insostituibile perché agiscono con una flessibilità, una passione e un radicamento capillare che le istituzioni da sole non possono avere. Le associazioni sono il vero collante tra la storia scritta e la cittadinanza.
    • I Cittadini
      Abbiamo detto che l’amministrazione comunale è la struttura e le associazioni sono il motore. Ma allora quale è il compito dei cittadini?
      Essi sono i veri proprietari e beneficiari della memoria di un paese. Senza il loro coinvolgimento attivo, la memoria diventa un concetto museale, statico e freddo. Il ruolo dei cittadini si esprime sia a livello individuale che collettivo attraverso azioni concrete e quotidiane: partecipazione attiva alla vita della comunità, vigilanza sulle azioni dell’amministrazione e delle associazioni, promozione delle idee.

    Insomma, la salvaguardia della memoria storica non è un compito che riguarda esclusivamente studiosi, amministratori o associazioni culturali.

    È una responsabilità che appartiene a tutti noi.

    Ogni volta che ascoltiamo un racconto degli anziani, che recuperiamo una fotografia dimenticata, che documentiamo una tradizione locale o che ci fermiamo davanti a un monumento per chiederci quale storia abbia da raccontare, stiamo contribuendo a mantenere viva la memoria della nostra comunità.

    Perché la memoria, proprio come accade per le persone, ha bisogno di essere coltivata ogni giorno.

    E.N.E.A. – Il nostro piccolo contributo

    È anche da questa consapevolezza che nasce il lavoro de Il Viaggio di Enea.

    Dietro ogni articolo pubblicato non c’è soltanto la volontà di raccontare una notizia o condividere una curiosità. C’è il desiderio di raccogliere e conservare quei frammenti di memoria che rischierebbero altrimenti di andare perduti.

    Nel corso del tempo abbiamo raccontato luoghi dimenticati, raccolto testimonianze degli anziani del paese, documentato tradizioni che rischiavano di scomparire e costruito un vero e proprio dizionario della memoria locale.

    Ogni articolo, dal racconto dei monumenti abbandonati alle espressioni dialettali ormai in disuso, rappresenta un tentativo di preservare ciò che rende unica la nostra comunità.

    Clicca qui per scoprire alcuni articoli sulla storia del nostro paese

    Clicca sulla foto per conoscere la storia del Vicolo degli Archi

    Una memoria che appartiene a tutti

    La storia di una comunità non appartiene soltanto agli storici. Appartiene a chi la vive ogni giorno.

    Appartiene a chi ricorda un’antica leggenda raccontata dai nonni. A chi conserva una fotografia in fondo a un cassetto. A chi sa spiegare perché una strada porta un determinato nome o quale evento ha segnato la vita del paese.

    Per questo motivo vogliamo continuare a raccontare storie, raccogliere testimonianze e dare voce a ricordi che altrimenti rischierebbero di svanire nel silenzio.

    Ci piacerebbe vedere valorizzati nuovamente anche solo alcuni dei luoghi, dei monumenti o delle storie che abbiamo raccontato e che appartengono a Stimigliano:

    • la fontana in via Garibaldi
    • la fontana e l’acquedotto di Cantaro
    • l’idrometro
    • la storia di Maurizo Moris, quella del famoso acquerellista Calandri o della scrittrice Vernon Lee
    • la Moletta Piacentini
    • i nostri poeti, scrittori e pittori
    • il Vicolo degli Archi

    almeno per iniziare…

    Clicca sulla foto per leggere la storia del Sarcofago di Stimigliano

    E voi?

    E voi cosa ne pensate?

    Quale luogo, monumento, tradizione o storia del nostro territorio ritenete che sia trascurata e meriti di essere riscoperta e raccontata?

    Condividete la vostra opinione nei commenti: ogni ricordo salvato dall’oblio è un pezzo della nostra identità che continua a vivere.

  • Inaugurati il nuovo refettorio e il centro cottura nella scuola di Stimigliano

    Inaugurati il nuovo refettorio e il centro cottura nella scuola di Stimigliano

    Taglio del nastro e benedizione del centro cottura e del nuovo refettorio scolastico di Stimigliano. Una giornata di festa e condivisione che ha riunito istituzioni, associazioni, confraternite e cittadini.

    Nella giornata di ieri, 04 ottobre 2026, si è svolta l’inaugurazione del centro cottura e del nuovo refettorio all’interno dell’edificio scolastico di Stimigliano, un intervento che ha restituito alla comunità uno spazio rinnovato e funzionale destinato ai servizi della scuola e non solo.

    Alla presenza dell’Amministrazione Comunale, del parroco, dell’Arma dei Carabinieri, delle associazioni e delle confraternite del territorio, la cerimonia ha preso il via con il tradizionale taglio del nastro e dalla benedizione dei locali.

    L’iniziativa, organizzata in occasione della Festa del Patrono d’Italia San Francesco, ha rappresentato un importante momento di incontro e condivisione per la comunità stimiglianese.

    Anche ENEA era presente all’evento e ha potuto apprezzare il lavoro svolto per la riqualificazione degli spazi, concepiti per garantire un servizio sempre più efficiente e accogliente.

    A seguire un ottimo pranzo preparato dalla Pro Loco di Stimigliano, che ha contribuito alla riuscita della giornata con la consueta disponibilità e professionalità.

    Il nuovo refettorio rappresenterà anche un luogo di incontro e aggregazione per il territorio. La sala e il centro cottura, infatti, potranno essere messi a disposizione delle realtà locali per iniziative ed eventi di carattere sociale e comunitario.

    Per conoscere le modalità di utilizzo della struttura, nonché le procedure per eventuali richieste, sarà possibile rivolgersi agli uffici del Comune di Stimigliano.

    L’inaugurazione si è conclusa in un clima di cordialità e confronto costruttivo. Durante il pranzo conviviale, infatti, associazioni e confraternite hanno condiviso la volontà di rafforzare la collaborazione reciproca, lanciando un appello all’unità per sostenere e sviluppare progetti comuni a beneficio dell’intera comunità.

    L’ auspicio è che si possano trasformare i propositi emersi in una collaborazione stabile e proficua a beneficio dell’intera comunità.

    Galleria Fotografica

  • L’acquedotto di Fonte Cantaro: una pagina di storia che rischia di essere dimenticata

    L’acquedotto di Fonte Cantaro: una pagina di storia che rischia di essere dimenticata

    *Le foto relative all’acquedotto sono di proprietà del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio recuperate dalla pubblicazione “Lazio e Sabina” n.9

    Sotto le campagne di Stimigliano si nasconde una straordinaria opera idraulica antica: l’acquedotto sotterraneo di Fonte Cantaro. Per secoli nascosto nel sottosuolo e conosciuto solo da pochi, questo manufatto è stato esplorato, rilevato e documentato da un gruppo di speleologi guidato dall’archeologo e speleologo Cristiano Ranieri, contribuendo a riportare alla luce una delle testimonianze più affascinanti della storia del territorio.

    Cristiano Ranieri e il Gruppo Vespertilio

    Una figura centrale nello studio di Fonte Cantaro è quella di Cristiano Ranieri, archeologo e speleologo specializzato nello studio di acquedotti e cavità artificiali antiche.

    E’ laureato in ecologia preistorica, archeologo specializzato nello studio di cunicoli e acquedotti antichi. Consulente scientifico per il National Geographic, speleosub e autore di numerose pubblicazioni a carattere scientifico riguardanti l’archeologia e la speleologia del territorio sabino.

    Nel 1993 ha cofondato il Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio di Salisano, realtà che da oltre trent’anni conduce esplorazioni e ricerche nel sottosuolo della Sabina e del Lazio.

    Cristiano Ranieri

    È stato proprio Ranieri, insieme ai membri del gruppo, a mappare e documentare fotograficamente l’acquedotto di Fonte Cantaro, contribuendo a recuperare una parte importante della memoria storica di Stimigliano.

    Nel corso della sua attività ha studiato numerosi altri complessi sotterranei della Sabina, tra cui l’acquedotto dei Bagni di Lucilla a Poggio Mirteto, l’acquedotto di Fonte Casale a Selci e il monumentale sepolcro della Grotta dei Massacci a Frasso Sabino, collaborando inoltre con la Soprintendenza Archeologia del Lazio e con progetti di ricerca di rilievo nazionale e internazionale.

    Un pezzo di storia della Sabina

    L’acquedotto di Fonte Cantaro è stato manutenuto in passato, almeno nella parte iniziale facilmente accessibile, grazie al lavoro di Marcello Bernabei e di Pietro Cavallari.

    La vera e propria riscoperta però, con il conseguente studio, sono avvenuti però nell’ambito delle ricerche condotte dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio e documentato da Alessia Festuccia e Cristiano Ranieri nello studio “Acquedotti e sistemi di drenaggio arcaici nell’Ager curense”, pubblicato nella collana specialistica Lazio e Sabina.

    Foto di proprietà del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio recuperate da Lazio e Sabina n.9

    Negli ultimi decenni, le indagini archeologiche nella Sabina centro-meridionale hanno portato all’individuazione di numerosi cunicoli e sistemi di drenaggio sotterranei riconducibili all’epoca arcaica, in particolare nell’area di Trebula Mutuesca e lungo il tracciato della Via Salaria. Si tratta di opere scavate in terreni costituiti da brecce, calcareniti e argille, progettate per captare e convogliare le acque sorgive.

    Tra questi complessi sistemi idraulici, quello di Stimigliano rappresenta uno degli esempi meglio conservati e più interessanti.

    Oltre 300 metri di galleria sotterranea

    L’acquedotto di Fonte Cantaro si sviluppa per oltre 300 metri all’interno di una formazione geologica composta da calcareniti, sabbioni e puddinghe pleistoceniche. Alimentava il fontanile che conserva il nome storico di Fonte Cantaro.

    Il cunicolo presenta una caratteristica sezione ogivale ed è largo circa 60 centimetri e alto mediamente 1,60 metri. In alcuni punti, tuttavia, la galleria raggiunge altezze superiori ai tre metri, testimoniando l’abilità tecnica dei costruttori antichi.

    L’accesso avviene attraverso una piccola botola che conduce a un pozzetto profondo circa tre metri. Una volta entrati nel condotto, sono ancora perfettamente visibili i segni lasciati dagli strumenti utilizzati durante lo scavo.

    Foto di proprietà di Cristiano Ranieri

    Gli interventi di epoca romana

    Uno degli aspetti più interessanti emersi durante l’esplorazione riguarda la presenza di importanti rifacimenti databili all’epoca romana.

    A intervalli regolari di circa trenta metri si incontrano tratti di muratura lunghi all’incirca due metri e mezzo che rivestono completamente pareti e volta del cunicolo. Queste opere sono realizzate con blocchetti di calcare irregolari legati da abbondante malta.

    Sulle volte sono ancora leggibili le impronte delle centine lignee utilizzate durante la costruzione, un dettaglio di grande valore archeologico che consente di comprendere le tecniche costruttive adottate dagli antichi ingegneri.

    Secondo gli studiosi, questi interventi potrebbero corrispondere ai punti in cui erano presenti i pozzi verticali di aerazione necessari durante lo scavo della galleria. Sebbene oggi tali strutture non siano più visibili, la regolarità delle distanze tra i rifacimenti richiama quanto descritto da Vitruvio nel De Architectura, il celebre trattato di architettura e ingegneria del I secolo a.C.

    Nel libro dedicato alle opere idrauliche, l’architetto romano raccomandava infatti la realizzazione di pozzi di accesso e aerazione a intervalli regolari lungo le gallerie sotterranee destinate al trasporto dell’acqua.

    Le indicazioni vitruviane rappresentano ancora oggi una fonte fondamentale per interpretare acquedotti e sistemi di drenaggio antichi e offrono un interessante termine di confronto per comprendere la struttura di Fonte Cantaro.

    La corrispondenza tra le prescrizioni tramandate dalle fonti classiche e gli elementi osservati nel cunicolo di Stimigliano testimonia l’elevato livello tecnico raggiunto dai costruttori antichi e rafforza l’ipotesi che l’opera appartenga a una consolidata tradizione di ingegneria idraulica sviluppatasi nel territorio sabino ben prima dell’età imperiale.

    Un’opera forse precedente alla romanizzazione

    Stabilire con precisione la data di costruzione dell’acquedotto non è semplice. Tuttavia, le caratteristiche tecniche dell’opera e il confronto con altri sistemi idraulici presenti nel territorio sabino suggeriscono un’origine molto antica.

    Gli studiosi ritengono che il cunicolo possa essere nato in epoca arcaica, probabilmente in ambito etrusco-sabino, e che sia stato successivamente restaurato e riutilizzato dai Romani. Si tratterebbe quindi di una struttura già esistente prima della completa romanizzazione della Sabina.

    Lo studio scientifico sull’Ager Curense

    L’acquedotto di Fonte Cantaro trova un importante inquadramento all’interno dello studio scientifico “Acquedotti e sistemi di drenaggio arcaici nell’Ager curense”, pubblicato nel volume Lazio e Sabina.

    La ricerca evidenzia come l’intero territorio dell’antico Ager Curense, gravitante attorno a Cures Sabini, fosse attraversato da una fitta rete di cunicoli filtranti e opere idrauliche sotterranee. Questi sistemi svolgevano un ruolo fondamentale nel drenaggio dei terreni, nella captazione delle sorgenti e nella bonifica agricola.

    Particolarmente interessante è l’analisi delle tecniche di scavo: i cunicoli venivano spesso realizzati da squadre di operai che avanzavano contemporaneamente da più punti, incontrandosi poi nel sottosuolo con notevole precisione.

    Lo studio dimostra inoltre come queste infrastrutture abbiano avuto una lunghissima continuità d’uso. Nate probabilmente in epoca preromana, furono successivamente integrate e perfezionate dai Romani per alimentare fontane, impianti termali e ville rustiche disseminate nella valle del Tevere.

    Le testimonianze romane nel territorio di Stimigliano

    L’importanza dell’acqua e delle grandi proprietà agricole della zona è confermata anche da diverse iscrizioni romane rinvenute nel territorio.

    Particolarmente significativa è l’epigrafe in pietra catalogata come CIL IX, 4806, databile tra la fine del I secolo a.C. e gli inizi del I secolo d.C.

    La lastra è ancora oggi conservata, reimpiegata nella struttura degli antichi lavatoi pubblici di Stimigliano (fontana di Cantaro) e strettamente connessa alle evidenze archeologiche e agli studi topografici eseguiti sulle aree monumentali e funerarie del comparto reatino (come l’area di Campo Reatino e le pertinenze infrastrutturali idriche vicine, tra cui appuntol’acquedotto di Fonte Cantaro).

    Nel libro “Stimigliano nella storia” (Alberto Comaschi, 2000) si legge:

    Si precisa che la consonante P unita a PATER non è visibile pur essendo l’epigrafe in buono stato di conservazione.

    N BROCCHI
    N PATERP

    La Fontana di Cantaro con l’epigrafe purtroppo oggi riversa in stato di abbandono.

    Il riutilizzo di materiali romani all’interno di edifici medievali e moderni era una pratica diffusa in tutta la Sabina.

    Questa iscrizione costituisce una preziosa testimonianza della vitalità economica e sociale della valle tiberina durante la prima età imperiale e richiama il ruolo fondamentale svolto dalle risorse idriche nel funzionamento delle grandi villae rustiche presenti nel territorio.

    Dalla riscoperta all’abbandono: un patrimonio da non dimenticare

    L’interesse verso l’acquedotto di Fonte Cantaro non è rimasto confinato agli studi archeologici. Nel 2013, grazie alla collaborazione tra il Comune di Stimigliano e il Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio, il sito fu protagonista di una significativa iniziativa di valorizzazione che consentì ai cittadini di visitare per la prima volta l’antico condotto sotterraneo.

    In occasione dell’evento, l’allora assessore al Turismo Ilario Di Loreto dichiarò:

    «Dopo aver restituito a Stimigliano questo manufatto idraulico che fa parte della nostra più antica tradizione siamo orgogliosi di essere riusciti ad organizzare, per la prima volta in Sabina e grazie alla collaborazione tra Comune e il Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio, la visita guidata all’interno dell’acquedotto».

    L’iniziativa rappresentò un momento importante per la comunità, permettendo di riscoprire un’opera che per secoli aveva continuato silenziosamente a svolgere la propria funzione sotto il territorio stimiglianese.

    Negli anni successivi, tuttavia, le visite guidate sono state interrotte e oggi non è facilmente reperibile una documentazione aggiornata sullo stato di conservazione dell’acquedotto o su eventuali progetti di valorizzazione futuri.

    Sembra che crolli e lavori di rifacimento della strada a monte abbiano compromesso parte dell’acquedotto. Rimane dunque aperta la domanda sul destino di questo straordinario manufatto, che costituisce una delle più significative testimonianze dell’ingegneria idraulica antica presenti nel territorio sabino.

    Un’eredità che deve guardare al futuro per non andare perduta

    L’acquedotto di Fonte Cantaro racconta una storia lunga più di duemila anni, fatta di conoscenze tecniche, adattamento al territorio e gestione delle risorse idriche. Dalle sue probabili origini preromane fino ai restauri d’età imperiale, passando per la riscoperta operata dagli speleologi del Gruppo Vespertilio, questo cunicolo sotterraneo rappresenta un legame concreto tra il passato e l’identità di Stimigliano.

    La speranza è che non vada definitivamente persa una pagina importante di storia del nostro paese e della Sabina tutta e che si possa nuovamente focalizzare l’attenzione verso un partimonio che meriterebbe di tornare ad essere visitabile e conosciuto da cittadini, studiosi e appassionati di storia della nostra terra.


    Fonti principali

    • Alessia Festuccia, Cristiano Ranieri, Acquedotti e sistemi di drenaggio arcaici nell’Ager curense, in Lazio e Sabina.
    • Cristiano Ranieri, attività di rilievo e documentazione del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio.
    • Mara Sternini, studi sulla topografia storica della Sabina.
    • Corpus Inscriptionum Latinarum, IX, 4806.
    • De architectura - Vitruvio
    • Stimigliano nella storia (Comaschi, 2000)

    Foto dell’acquedotto di proprietà del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio recuperate da “Lazio e Sabina” n.9

  • Da Ripetta e Stimigliano: l’acquerello del Tevere di Onorato Carlandi

    Da Ripetta e Stimigliano: l’acquerello del Tevere di Onorato Carlandi

    Quando il Tevere era una vera strada d’acqua, Stimigliano rappresentava uno degli approdi più importanti della valle. In quegli stessi paesaggi si muoveva il pennello di Onorato Carlandi, uno dei maggiori interpreti della natura laziale tra Ottocento e Novecento.

    Onorato Carlandi: un grande interprete del paesaggio laziale

    Tra i grandi pittori italiani tra Ottocento e Novecento, un posto di assoluto rilievo spetta a Onorato Carlandi (Roma, 1848-1939), artista che dedicò gran parte della propria vita alla rappresentazione della natura e del paesaggio del Lazio.

    Dopo una prima stagione artistica legata agli ideali del Risorgimento, durante la quale partecipò anche come volontario alle campagne garibaldine, Carlandi orientò progressivamente la sua ricerca verso la pittura di paesaggio dal vero. La campagna romana, il Tevere, gli uliveti e le colline laziali divennero i soggetti privilegiati delle sue opere.

    Fu tra i fondatori della Società degli Acquarellisti Romani nel 1875, animatore del movimento In Arte Libertas e, successivamente, uno dei protagonisti del celebre gruppo dei XXV della Campagna Romana, formato da artisti accomunati dal desiderio di esplorare e rappresentare la bellezza dei territori rurali del Lazio prima che la modernizzazione ne modificasse profondamente l’aspetto.

    Il pittore del Tevere

    L’elemento che più di ogni altro caratterizza la produzione di Carlandi è il suo profondo legame con il fiume Tevere, sua vera musa ispiratrice.

    Nel corso della sua lunga attività artistica realizzò centinaia di dipinti, disegni e acquerelli dedicati al fiume e alle campagne che lo circondavano. Per lui il Tevere non era soltanto un corso d’acqua, ma una presenza viva, una strada naturale che attraversava paesaggi, storie e tradizioni.

    Le sue opere raffigurano rive, canneti, ponti, approdi e scorci fluviali colti nelle diverse ore del giorno e nelle diverse stagioni. Attraverso il suo sguardo il Tevere diventa il protagonista di una narrazione poetica capace di raccontare l’anima più autentica del Lazio.

    Il legame con Stimigliano

    È proprio seguendo il corso del Tevere che emerge il rapporto tra Onorato Carlandi e Stimigliano.

    Alla fine dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, Stimigliano era un importante punto di riferimento lungo la navigazione fluviale. Il suo approdo sul Tevere rappresentava uno scalo strategico per merci e viaggiatori e costituiva un collegamento fondamentale tra Roma e la Sabina.

    Territori come quello stimiglianese offrivano a Carlandi tutto ciò che egli ricercava nella sua pittura: la quiete delle campagne, la presenza del fiume, le colline sabine e quella luce particolare che caratterizza la valle del Tevere.

    Le testimonianze disponibili indicano che l’artista risalì e ritrasse la valle tiberina fino alle aree della Sabina, trovando in questi luoghi un ambiente ideale per i suoi celebri paesaggi e acquerelli rurali.

    La testimonianza del celebre poeta Cesare Pascarella

    Un indizio particolarmente interessante del legame tra Carlandi e il territorio di Stimigliano ci arriva dal poeta romano Cesare Pascarella, amico dell’artista.

    Nelle sue celebri prose e lettere dedicate a Carlandi, raccolte sotto il titolo A Onorato Carlandi, Pascarella richiama infatti il tratto fluviale che arriva fino a Stimigliano. In uno dei racconti compare il viaggio di un vecchio barcarolo che risale il Tevere “da Ripetta a Stimigliano“, offrendo uno spaccato della vita lungo il fiume e confermando l’importanza che questo percorso aveva nell’immaginario della Roma dell’epoca.

    Stimigliano non appare quindi come un luogo marginale, ma come una delle tappe più significative della navigazione tiberina e della cultura popolare legata al fiume.

    Una veduta del Tevere a Stimigliano

    Il legame tra Onorato Carlandi e Stimigliano è testimoniato da un acquerello pubblicato nel volume The Roman Campagna, dove compare una veduta intitolata “The Tiber at Stimigliano”.

    L’opera raffigura il Tevere nel territorio stimiglianese, con il fiume che si allarga placidamente tra la vegetazione ripariale e le dolci colline della valle sullo sfondo. Si tratta di una testimonianza preziosa perché conferma in modo diretto l’attenzione che Carlandi riservò a questo tratto della Sabina e al paesaggio che lo caratterizzava.

    La presenza di questa veduta all’interno di un’opera dedicata alla Campagna Romana e ai territori attraversati dal Tevere dimostra come Stimigliano fosse considerato parte integrante di quel patrimonio naturale e culturale che tanto affascinava il pittore. Non un semplice luogo di passaggio, dunque, ma uno scenario degno di essere osservato, studiato e trasformato in arte.

    A distanza di oltre un secolo, quell’acquerello rappresenta anche una rara finestra sul paesaggio stimiglianese dell’epoca: un documento artistico che restituisce il volto della valle del Tevere prima delle profonde trasformazioni intervenute nel corso del Novecento.

    In questo modo il legame tra Onorato Carlandi e Stimigliano non è soltanto deducibile dal suo interesse per il Tevere, ma trova una conferma concreta in un’opera che porta esplicitamente il nome del paese, consegnando Stimigliano alla storia dell’arte del paesaggio laziale.

    Fonti

  • Stimigmistica – 17

    Stimigmistica – 17

    La rubrica di enigmistica dedicata a Stimigliano.

    L’angolo nascosto

    Come si gioca: va individuato il soggetto della foto. Ogni uscita scoprirà nuovi particolari.

    Il personaggio misterioso

    Come si gioca: a ogni uscita un nuovo indizio, chi saprà sfruttarli per scoprire chi è il Personaggio Misterioso?

    Indizio 1
    C'è chi lo chiamava per nome e chi... usava il pallone.
    
    Indizio 2
    Il suo mestiere, più di altri, si imparava passo dopo passo

    Il cruciverba

    Come si gioca: il cruciverba è compilabile on-line. Cliccando su una casella si evidenzieranno in rosso le definizioni (orizzontale e verticale). Clicca una sola volta per inserire la soluzione orizzontale, due volte per quella verticale. Le definizioni su sfondo grigio ricordano Stimigliano. Se vuoi puoi salvare il cruciverba compilato e inviarlo a Enea. Lo sfondo grigio indica soluzioni legate a Stimigliano.

    Cruci-verve


    Vincitori del numero precedente

    L’angolo nascosto: Gabriel Hrum

  • Stimigliano e la sua Fiera. Tra mandrie, sensali e strette di mano

    Stimigliano e la sua Fiera. Tra mandrie, sensali e strette di mano

    C’era un tempo in cui il 26 settembre, giorno che precedeva la festa di San Cosma e Damiano, le strade di Stimigliano si riempivano di bestiame, carri, trattative e strette di mano. Era il tempo della grande Fiera, un evento atteso per mesi che trasformava il paese nel cuore commerciale della Sabina e che ancora oggi vive nei ricordi della comunità

    Per generazioni, a Stimigliano la festa dei Santi Patroni Cosma e Damiano non è stata soltanto un importante appuntamento religioso. Per tutta la Bassa Sabina rappresentava anche uno degli eventi economici più attesi dell’anno: la grande Fiera delle Merci e del Bestiame, un appuntamento capace di richiamare allevatori, commercianti e contadini da un’ampia parte dell’Italia centrale.

    Oggi restano i ricordi e le testimonianze di chi l’ha vissuta, ma per molti decenni la fiera fu un punto di riferimento imprescindibile per il commercio agricolo e zootecnico del territorio.

    La festa dei Santi Patroni

    La Chiesa cattolica celebra oggi i Santi Cosma e Damiano il 26 settembre. In passato, però, la ricorrenza cadeva il 27 settembre.

    Lo spostamento al 26 settembre venne stabilito nel 1969 da papa Paolo VI con la riforma del Calendario Romano Generale, entrata in vigore il 1° gennaio 1970.

    Le ragioni furono principalmente due.

    La prima riguardava San Vincenzo de’ Paoli, che la Chiesa desiderava commemorare proprio il 27 settembre, giorno della sua morte avvenuta nel 1660. Fino a quel momento, la sua memoria liturgica era stata fissata al 19 luglio poiché il 27 settembre era già occupato dalla festa dei Santi Cosma e Damiano.

    La seconda era legata a una data simbolicamente molto importante per il culto dei due santi: il 26 settembre è infatti il giorno della dedicazione della Basilica dei Santi Cosma e Damiano nel Foro Romano, consacrata nel VI secolo da papa Felice IV.

    Nonostante la modifica del calendario liturgico, molte località italiane legate da antiche tradizioni ai due santi continuano ancora oggi a celebrare le feste popolari e le processioni a cavallo tra il 26 e il 27 settembre, mantenendo vivo il legame con la data storica.

    Una fiera tra le più importanti del Centro Italia

    In un’epoca in cui il mondo rurale costituiva la struttura portante dell’economia locale, le feste patronali coincidevano spesso con i principali momenti di scambio commerciale. La fiera di Stimigliano, collocata alla fine di settembre e all’inizio della stagione autunnale, svolgeva un ruolo strategico.

    Per gli allevatori era il momento ideale per vendere i capi in esubero prima dell’arrivo dell’inverno o acquistare animali da lavoro e da allevamento in vista dell’anno successivo. Per contadini e artigiani rappresentava invece l’occasione per procurarsi sementi, attrezzi agricoli, finimenti per cavalli e buoi e molti altri beni indispensabili alla vita quotidiana.

    La fama della manifestazione andava ben oltre i confini comunali. Grazie alla sua posizione strategica, favorita dalla vicinanza del Tevere e dalle storiche vie di comunicazione della valle, Stimigliano attirava operatori provenienti da tutta la Sabina, dai vicini comuni di Tarano, Forano e Poggio Mirteto, ma anche dalle province di Roma, Viterbo, Frosinone e persino dall’Umbria.

    La Fiera di San Cosma e Damiano veniva ricordata come una delle più grandi del Centro Italia. Nella sua fase di massimo splendore si estendeva dal paese fino allo Scalo, trasformando l’intero territorio in un immenso mercato all’aperto.

    La vicinanza al Tevere favoriva notevolmente il trasporto del bestiame, grazie anche alla presenza della piattaforma che consentiva l’attraversamento del fiume neinpressi del vecchio porto. Nei giorni della fiera le strade si riempivano di mandrie e greggi in arrivo da ogni direzione.

    Si arrivava a piedi, sui carri e, negli anni più recenti, anche con i trattori. Mucche, cavalli, asini, pecore, capre, maiali e scrofe seguite dai loro piccoli occupavano ogni spazio disponibile. Un colpo d’occhio che oggi appare quasi incredibile, ma che allora rappresentava la normalità.

    Nata allo Scalo, nell’area che oggi possiamo collocare dietro International Car Service, negli ultimi decenni della sua esistenza la fiera aveva però già perso le dimensioni imponenti del passato.

    L’area mercatale era stata trasferita e concentrata in località Nocchieto, lungo il tratto che dall’incrocio scende costeggiando l’allora officina Pileri, oggi Centro Auto Pileri, fino alla zona sopra il campo sportivo.

    Le grandi trattative, il denaro che passava di mano e il fontanile

    La fiera era anche il luogo delle grandi contrattazioni economiche.
    Non era raro vedere commercianti girare con portafogli rigonfi di banconote e assistere a trattative che si concludevano con passaggi di mano di cifre considerevoli, sempre rigorosamente in contanti.

    Lo scrittore stimiglianese Costante Menichelli ricorda:

    «Le ingenti somme di denaro contante che per esigenze commerciali venivano portate e che servivano per comprare o erano frutto del ricavato delle vendite, apparivano in qualche modo ancora più ingenti perché amplificate dal taglio delle banconote, specie le rossastre da diecimila e quelle verdi da cinquantamila lire. Venivano spesso racchiuse in enormi portafogli a più scompartimenti, a fisarmonica, perché durante la trattativa il denaro doveva come apparire e scomparire per impressionare i contraenti dell’affare».

    (Agorà – Quello che pensa e racconta la gente, Editrice Punto Uno S.r.l.)

    Alla memoria di Franco Cerquetani dobbiamo invece un’altra testimonianza, quella di veri e propri accordi di non concorrenza:

    Ricordo che il giorno della fiera era anche l’occasione giusta per stabilire quello che sarebbe stato il prezzo dei capretti da vendere nel periodo natalizio. Un momento di accordo tra gli allevatori per evitare il disagio di una spietata concorrenza sui prezzi di lì a un paio di mesi.

    Federico Brugnoletti invece fissa nella memoria della nostra comunità un altro particolare:

    La maggior parte degli animali era stipato all’inizio dello spazio dedicato alla fiera perché proprio lì si trovava il fontanile, preziosa risorsa d’acqua per le bestie da vendere

    I sensali: i maestri della mediazione

    Una delle figure più caratteristiche della fiera era quella del sensale, chiamato in alcune aree anche “sensuale” o “sanzaro”.

    Il sensale non era né il venditore né l’acquirente. Era il mediatore. Conosceva gli animali, i prezzi di mercato, le persone e le dinamiche delle trattative. Senza il suo intervento, molte compravendite non sarebbero mai andate a buon fine.

    Il suo compito consisteva nel mettere d’accordo le parti, trovare il giusto equilibrio economico e garantire la correttezza dello scambio. Gli allevatori si affidavano alla sua esperienza perché conosceva il valore di ogni capo di bestiame e sapeva riconoscere pregi e difetti osservando dentatura, zoccoli, corporatura e portamento dell’animale.

    La sua reputazione era fondamentale. In un’epoca in cui le certificazioni veterinarie erano rare, il sensale rappresentava una sorta di garanzia morale. Se dopo la vendita emergevano difetti nascosti o problemi non dichiarati, il suo giudizio poteva essere chiamato in causa per chiarire la controversia.

    Il rito della stretta di mano

    La compravendita del bestiame seguiva rituali antichi e quasi teatrali.

    Quando venditore e compratore si avvicinavano all’accordo, il sensale prendeva le loro mani e le univa con decisione. La stretta suggellava il contratto ben prima di qualsiasi documento scritto. Una volta battuta la mano, tornare indietro significava perdere la faccia davanti all’intera comunità.

    Spesso il sensale gestiva anche la consegna della caparra, detta in alcune zone “pommamento”, che costituiva la garanzia dell’accordo raggiunto.

    Per il proprio lavoro riceveva una percentuale sulla vendita, la cosiddetta senseria, secondo regole tramandate dalle consuetudini locali.

    I sensali erano spesso uomini carismatici, dotati di grande intuito psicologico e di una straordinaria capacità oratoria. Sapevano interpretare le intenzioni dei contraenti e capire il valore di una bestia quasi a colpo d’occhio.

    Tra i più conosciuti vengono ricordati Antonio Sassi, Schiavi da Roma e Loreto Polidori, che da Stimigliano si trasferì a Soriano nel Cimino, dove riuscì a costruire la propria fortuna proprio grazie a questa attività.

    Giramondo, il sensale “di corsa”

    Tra tutti i sensali entrati nella memoria popolare di Stimigliano, uno occupa però un posto speciale: l’abruzzese Guerino Di Sabatino detto Giramondo.

    Chi l’ha conosciuto lo ricorda come un personaggio eccentrico, simpatico e sempre in movimento. Fazzoletto rosso al collo, la sua caratteristica più curiosa era il modo di camminare: invece di procedere normalmente, si spostava quasi sempre con una sorta di corsetta particolare, dinoccolata e inconfondibile. Al grido di “Giramondo, Giramondo”, uno stuolo di bambini lo seguiva divertito.

    Una figura talmente caratteristica da essere entrata anche nella letteratura locale. Il poeta Mario Grizi gli dedica infatti una poesia nella raccolta L’attrezzi, la traja, l’omini crudi di Stimigliano (Poliart Editori, Roma, 1998), contribuendo a consegnarne il ricordo alle generazioni future.

    Cosa rimane oggi della Fiera di San Cosma e Damiano?

    Come è accaduto per gran parte delle storiche fiere del bestiame del Lazio e dell’Italia centrale, anche a Stimigliano la compravendita di animali è progressivamente scomparsa con la modernizzazione dell’agricoltura, il cambiamento delle forme di allevamento e la chiusura dei grandi mercati zootecnici all’aperto.

    Solo poche realtà sono riuscite a mantenere, almeno in parte, questa tradizione, come la vicina Fiera di Osteria Nuova a Frasso Sabino.

    Della grande Fiera di San Cosma e Damiano restano soprattutto i racconti e i ricordi di chi ne ha vissuto l’atmosfera. Eppure, passeggiando con un po’ di immaginazione nei luoghi dove si svolgeva, non è difficile percepire ancora l’eco di quel mondo: il muggito delle mandrie, il belato delle pecore, il vociare incessante delle trattative, l’odore della terra e degli animali, il fruscio delle banconote che passavano di mano.

    È il ricordo di una Stimigliano diversa, quando per qualche giorno all’anno il paese diventava uno dei più importanti centri commerciali della Sabina e dell’Italia centrale.

    Fonti

    • Agorà – Quello che pensa e racconta la gente di Costante Menichelli (Editrice Punto Uno S.r.l., 2019)
    • L’attrezzi, la traja, l’omini crudi di Stimigliano di Mario Grizi (Poliart Editori Roma, 1998)

    Foto gentilmente concessa da Federico Brugnoletti

  • Intervista a Gli Ùnici. Stimigliano e la compagnia di teatro inclusivo che dimostra che“si può fare”

    Intervista a Gli Ùnici. Stimigliano e la compagnia di teatro inclusivo che dimostra che“si può fare”

    Da un grido di aiuto è nato un sogno condiviso. Oggi quel sogno si è avverato e si chiama “Gli Ùnici”, una realtà che unisce ragazzi, famiglie e volontari attraverso il teatro, trasformando l’inclusione in qualcosa di semplice e concreto: la normalità. Un progetto che a Stimigliano sta dimostrando come ognuno, con la propria unicità, possa trovare spazio per esprimersi e crescere insieme agli altri.

    Dal bisogno di aiuto a un progetto che unisce una comunità

    Come ci raccontano il presidente Tommaso Vicinelli e la direttrice artistica/didattica Francesca De Cicco, ci sono idee che nascono da una necessità, si trasformano in un sogno e poi si realizzano. L’associazione teatrale inclusiva Gli Ùnici è esattamente questo.

    Dietro la sua nascita c’è infatti, come raccontano i suoi fondatori, un grido di aiuto, una richiesta concreta di sostegno e soprattutto la volontà di dimostrare che ogni persona, indipendentemente dalle proprie fragilità, può dare un contributo prezioso alla società.

    Da quella che inizialmente sembrava un’intuizione è nato un progetto che ha trovato da subito il sostegno dell’amministrazione comunale, del sindaco e di tanti cittadini che hanno deciso di mettersi in gioco. Entusiasmo, passione e partecipazione hanno trasformato un’idea in una realtà capace di coinvolgere famiglie, volontari, professionisti e ragazzi provenienti da esperienze molto diverse tra loro.

    L’inclusione come normalità

    Uno dei concetti più forti emersi dall’intervista riguarda il significato stesso della parola inclusione.

    Per i responsabili de Gli Ùnici, l’inclusività non è qualcosa di straordinario. Al contrario, rappresenta la normalità. Nei laboratori teatrali convivono ragazzi con e senza disabilità, senza distinzioni, senza etichette e senza percorsi separati.

    «Entriamo nella sala e ognuno fa quello che gli piace liberamente, a modo proprio, e stiamo tutti insieme», spiegano.

    È proprio questa semplicità a rendere speciale il progetto. Mentre spesso le persone con disabilità vengono coinvolte in attività dedicate esclusivamente a loro, il teatro de Gli Unici vuole superare ogni forma di separazione, creando uno spazio condiviso dove ciascuno possa sentirsi parte del gruppo.

    Un teatro che educa prima ancora di andare in scena

    Per Francesca, formatrice professionale del gruppo (con specializzazione ABA – Analisi Comportamentale Applicata), il teatro non è un semplice passatempo e neppure una forma di intrattenimento.

    «Il teatro è educativo, formativo e pedagogico».

    L’obiettivo principale non è mettere in scena uno spettacolo perfetto, ma accompagnare i partecipanti in un percorso di crescita personale. Attraverso il lavoro sul corpo, sulla voce, sulle emozioni e sulla relazione con gli altri, i ragazzi sviluppano consapevolezza, autostima e fiducia nelle proprie capacità.

    Lo spettacolo finale rappresenta soltanto una tappa di questo cammino. Il vero valore del progetto si costruisce durante i laboratori, nei momenti condivisi, nelle amicizie che nascono e nelle piccole conquiste quotidiane.

    Quando il teatro aiuta a rompere il silenzio

    Tra gli aspetti più emozionanti raccontati nell’intervista c’è l’impatto che il laboratorio ha avuto sui ragazzi e sulle loro famiglie.

    Nel corso delle attività alcuni partecipanti hanno iniziato ad aprirsi maggiormente agli altri, a parlare, a esprimersi e a sentirsi parte di un gruppo.

    L’idea alla base del lavoro educativo è semplice ma profonda: valorizzare ciò che ogni persona possiede già, aiutandola a far emergere le proprie potenzialità. Un processo che spesso porta a risultati inattesi e che permette ai ragazzi di conoscersi meglio e di costruire legami autentici.

    Dopo la scuola, un nuovo gruppo in cui sentirsi a casa

    Uno dei temi più toccanti affrontati dal presidente dell’associazione riguarda il periodo successivo alla scuola.

    Per molte famiglie, infatti, il diploma rappresenta un momento delicato. Terminato il percorso scolastico, i ragazzi rischiano di perdere quel contesto di socialità e inclusione che la scuola garantisce quotidianamente.

    Gli Unici vogliono offrire una risposta concreta a questa esigenza, ricostruendo quello spirito di gruppo che caratterizza una classe scolastica: un ambiente nel quale ognuno possa sentirsi accolto, valorizzato e protagonista.

    Un luogo dove continuare a crescere insieme.

    «Si può fare»: il motto che guarda al futuro

    Francesca De Cicco e Tommaso Vicinelli

    Il messaggio che accompagna il progetto ricorda Frankestein Junior di Mel Brooks ed è sintetizzato nelle famose tre parole: Si può fare.

    Un motto che rappresenta l’essenza stessa dell’associazione e che vuole trasmettere ai ragazzi la consapevolezza di poter affrontare nuove sfide senza lasciarsi limitare dai pregiudizi.

    «Non credete a chi vi dice che non ce la farete. Ognuno può fare, a modo proprio».

    Parole semplici che racchiudono una filosofia fondata sul rispetto delle differenze e sul riconoscimento delle capacità di ogni persona.

    Una comunità che ha risposto con il cuore

    Nel successo de Gli Ùnici ruolo fondamentale è stato svolto dalla comunità di Stimigliano.

    L’associazione ha ricevuto sostegno da cittadini, associazioni, volontari e attività del territorio. Molte persone hanno messo a disposizione competenze professionali, tempo e creatività per contribuire alla crescita del progetto.

    C’è chi ha realizzato il logo, chi si è occupato di audio e luci, chi dei costumi e delle scenografie. Alcuni elementi utilizzati negli spettacoli sono stati realizzati direttamente da cittadini del paese, a dimostrazione di come l’intera comunità abbia sentito il progetto come qualcosa di proprio.

    I prossimi appuntamenti e le ambizioni dell’associazione

    Il futuro de Gli Ùnici lontano.

    Il 27 settembre tornerà in scena lo spettacolo già rappresentato a giugno, una replica richiesta dal pubblico che offrirà ai ragazzi un’importante occasione di gratificazione e crescita personale.

    Nella stessa serata saranno presentati i nuovi laboratori e aperte le iscrizioni per il prossimo anno.

    Tra gli obiettivi dell’associazione c’è quello di ampliare ulteriormente l’offerta formativa, coinvolgendo nuovi formatori, professionisti dello spettacolo, musicisti, coreografi e artisti provenienti da diverse discipline.

    L’ambizione è quella di trasformare Gli Unici in un vero centro multidisciplinare dedicato alle arti espressive e all’inclusione.

    Un esempio di come la cultura possa cambiare le persone

    Dalle parole dei protagonisti emerge una convinzione comune: il teatro può essere uno straordinario strumento di crescita umana.

    Gli Unici non è soltanto una compagnia teatrale. È un luogo dove si costruiscono relazioni, si sviluppano competenze, si superano paure e si scopre il valore della diversità.

    Un progetto nato da una necessità, cresciuto grazie all’impegno di molti e diventato oggi uno dei più significativi esempi di inclusione e partecipazione sociale nel territorio di Stimigliano.

    Nell’intervista

    • Come nascono Gli Ùnici
    • La vera inclusività è la normalità
    • Dovendo scegliere una colonna sonora per rappresentare Gli Ùnici?
    • Quale è stato il più grande imprevisto che avete affrontato?
    • Provate a convincermi a diventare uno di voi
    • Cosa vi sentite di dire a chi considera il teatro come un hobby?
    • E Stimigliano?
    • Sono passati venti anni… è Gli Unici?
    • E ora?
    • Molto più di un semplice logo
    • La professionalità al servizio degli altri
    • Una questione di responsabilità
    • L’Arte è di tutti
    • Si ricomincia il 27 settembre

    Per saperne di più

    Potete trovare tutte le informazioni (sede, orari, spettacoli, contatti) sull’Associazione di Teatro Inclusivo “Gli Ùnici” sulla loro pagina Facebook cliccando qui