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  • Un Papa a Stimigliano? La sorprendente storia di Leone X e del castello degli Orsini

    Un Papa a Stimigliano? La sorprendente storia di Leone X e del castello degli Orsini

    Tra le pagine più affascinanti della storia di Stimigliano vi è certamente quella che lega il nostro borgo a Papa Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici. Sebbene la documentazione disponibile non consenta di stabilire con assoluta certezza tutte le date e le circostanze dei suoi soggiorni, numerosi indizi storici, politici e familiari rendono estremamente plausibile una sua presenza frequente nel castello degli Orsini di Stimigliano durante gli anni del pontificato.

    Un Medici con sangue Orsini

    Per comprendere il rapporto tra Leone X e Stimigliano occorre partire dalla genealogia. Il pontefice era figlio di Lorenzo il Magnifico e di Clarice Orsini, appartenente a uno dei più illustri rami della potente casata romana.

    Il rapporto tra Leone X e Stimigliano quindi non fu solo quello di un semplice pontefice ospite di una famiglia nobiliare. Si trattò piuttosto di un legame profondo, alimentato da vincoli di sangue, interessi politici e passioni personali che resero il feudo sabino degli Orsini una sorta di residenza privilegiata lontano dalla complessità della Roma rinascimentale.

    Giovanni de’ Medici era, a tutti gli effetti, legato agli Orsini anche per linea materna. Ad accoglierlo a Stimigliano era suo cugino di primo grado, il cardinale Franciotto Orsini, signore del feudo e figura di primo piano della nobiltà romana.

    Franciotto Orsini

    Stimigliano non rappresentava dunque una semplice tappa durante gli spostamenti papali, ma una dimora familiare, un luogo sicuro nel quale il pontefice poteva circondarsi di persone fidate e allontanarsi dalle tensioni della capitale.

    Le grandi “parate” di Leone X nella Sabina

    Le cronache del tempo e i diari dei maestri delle cerimonie pontificie descrivono gli spostamenti di Leone X come autentici cortei regali.

    Quando il Papa lasciava Roma per dirigersi verso la Magliana o verso i territori sabini degli Orsini, si muoveva accompagnato da una corte spettacolare composta da cardinali, dignitari, letterati, musicisti, artisti e giullari. Al seguito viaggiavano intere mute di cani da caccia accuratamente selezionati e, in alcuni casi, persino animali esotici destinati a stupire ospiti e nobili locali.

    Le fonti ricordano la presenza di leopardi, pantere e soprattutto del celebre elefante bianco Annone, dono diplomatico del re del Portogallo, al quale Leone X era particolarmente affezionato. Gli spostamenti del pontefice assumevano così il carattere di vere e proprie manifestazioni itineranti della magnificenza medicea.

    La grande passione per la caccia

    Se vi è un elemento che accomuna tutte le testimonianze relative ai soggiorni sabini di Leone X, questo è senza dubbio la sua incontenibile passione per la caccia.

    Sembra proprio per questo che Papa Leone X è stato sicuramente a Stimigliano per una stagione di caccia (ci passava in quest’attività almeno tre mesi l’anno) come ci è anche ricordato dalla sala dove campeggia, in atto di omaggio, lo stemma mediceo (Sala dei Festoni conosciuta anche come Sala dei Ricevimenti)

    Stemma Leone X

    Le ampie boscaglie della Valle del Tevere e dei territori circostanti Stimigliano offrivano un ambiente ideale per battute che potevano protrarsi per giorni. Il pontefice amava cavalcare, inseguire la selvaggina e trascorrere molte ore all’aria aperta.

    Non si trattava soltanto di un passatempo. Il suo medico personale, il celebre Galeazzo di Santa Sofia, gli consigliava regolarmente attività fisica, vita all’aperto e lunghe cavalcate come rimedio per alleviare i problemi di salute che lo affliggevano, tra cui una dolorosa fistola e altre patologie aggravate dalla crescente obesità.

    In questo contesto Stimigliano, con i suoi boschi e la sua posizione strategica, rappresentava una vera e propria medicina naturale per il pontefice.

    Papa Leone X

    Un rifugio dopo la congiura del cardinale Petrucci

    Accanto alle motivazioni personali e familiari, vi erano anche importanti ragioni politiche.

    Nel 1517 Leone X dovette affrontare una delle più gravi crisi del suo pontificato: la congiura guidata dal cardinale Alfonso Petrucci, accusato di aver partecipato a un complotto che prevedeva persino l’avvelenamento del Papa tramite un medico compiacente.

    La scoperta della congiura provocò arresti, processi ed esecuzioni che alimentarono un clima di forte tensione all’interno della Curia romana.

    In quegli anni i feudi degli Orsini nella Sabina costituivano un ambiente assai più tranquillo e protetto rispetto a Roma. Difesi da uomini d’arme fedeli e immersi in un territorio ricco di boschi e vallate, offrivano al pontefice il luogo ideale dove ritirarsi temporaneamente, continuando nel contempo a esercitare il governo della Chiesa.

    Gli ultimi anni e il “regno” della Magliana

    Con il passare degli anni le condizioni fisiche di Leone X peggiorarono sensibilmente. Le fonti raccontano di una progressiva perdita della vista e di problemi motori dovuti al sovrappeso, tanto che il pontefice arrivò a rinunciare quasi completamente alle cavalcate che tanto aveva amato.

    La rinuncia più dolorosa fu proprio quella della caccia.

    Per continuare a coltivare questa passione introdusse allora nella sua residenza della Magliana la pratica della falconeria. Dalle logge della villa seguiva le evoluzioni dei rapaci utilizzando un monocolo da vista e investendo somme ingenti nel mantenimento di falchi e falconieri.

    A questo progetto partecipò direttamente appunto il cugino Franciotto Orsini. Studi recenti condotti dalla storica dell’arte Anna Cavallaro hanno individuato documenti di pagamento che attestano spese considerevoli sostenute per la realizzazione di una “gàbara”, una grande voliera destinata ad ospitare palombi, gazze e aironi impiegati nell’addestramento dei rapaci.

    In quegli anni Leone X mostrò una crescente riluttanza a tornare stabilmente a Roma, al punto da trasferire spesso uffici e funzionari presso la Magliana. Non è raro trovare nei documenti pontifici la formula latina Datum in villa nostra Manliana, ossia “emanato nella nostra villa della Magliana”, a testimonianza dell’importanza che questa residenza assunse nell’ultima fase del suo pontificato.

    Franciotto Orsini, il signore di Stimigliano

    Figura centrale di questa vicenda è senza dubbio il cardinale Franciotto Orsini (1473-1534), signore di Stimigliano, Monterotondo e San Polo.

    La sua biografia sembra quella di un personaggio uscito da un romanzo rinascimentale.

    Nato nel ramo orsino di Monterotondo, trascorse la giovinezza a Firenze grazie ai rapporti che univano gli Orsini ai Medici dopo il matrimonio tra Clarice Orsini e Lorenzo il Magnifico. Qui studiò insieme al cugino Giovanni de’ Medici sotto la guida di maestri d’eccezione, tra cui Angelo Poliziano.

    Prima di intraprendere la carriera ecclesiastica fu un valoroso condottiero. Partecipò alle guerre che insanguinarono l’Italia centrale e combatté duramente contro le forze di Cesare Borgia, venendo addirittura catturato due volte e riuscendo ogni volta a salvarsi.

    A differenza di molti cardinali del tempo, Franciotto ebbe una regolare vita familiare. Sposò Violante Orsini di Mugnano e generò cinque figli legittimi. Solo dopo la morte della moglie intraprese la carriera ecclesiastica.

    Nel 1517 il cugino Leone X lo elevò alla dignità cardinalizia, consolidando ulteriormente il peso politico della famiglia Orsini all’interno della corte pontificia.

    Il rinnovamento del castello di Stimigliano

    Proprio negli anni dell’ascesa di Leone X e di Franciotto Orsini, l’antica rocca medievale di Stimigliano iniziò la sua trasformazione in una prestigiosa residenza rinascimentale.

    La presenza frequente del pontefice e il favore della corte medicea contribuirono ad accrescere il prestigio del feudo, favorendo interventi architettonici e decorativi di grande rilievo.

    Ancora oggi nelle sale del palazzo è possibile osservare gli stemmi dei Medici e degli Orsini affiancati. Le celebri sei palle medicee compaiono accanto alla rosa e alle sbarre della casata orsina, una testimonianza araldica ancora visibile del rapporto privilegiato tra le due famiglie.

    Anche il ciclo decorativo interno, attribuito alla scuola degli Zuccari e realizzato nei decenni successivi, rappresenta in qualche misura l’eredità di quella stagione di prosperità e prestigio inaugurata durante il pontificato di Leone X.

    L’ipotesi Baldassarre Peruzzi

    Un ulteriore elemento di interesse riguarda la possibile partecipazione di Baldassarre Peruzzi al progetto di trasformazione del castello.

    Non esistono documenti che consentano di attribuire con certezza all’architetto senese il progetto del palazzo di Stimigliano. Tuttavia numerosi studiosi ritengono plausibile il suo coinvolgimento sulla base dei rapporti che legavano Peruzzi agli Orsini negli stessi anni.

    Tra il 1517 e il 1519 l’architetto lavorò infatti per diversi membri della famiglia, intervenendo in importanti residenze come quelle di Roma, Bomarzo e Pitigliano. Sarebbe quindi perfettamente coerente pensare che anche Franciotto Orsini si sia rivolto a lui per modernizzare la propria dimora sabina.

    A sostegno dell’ipotesi vengono citate le eleganti proporzioni geometriche del cortile, la raffinata organizzazione degli spazi interni e la capacità di integrare armoniosamente una struttura medievale preesistente con il linguaggio architettonico del Rinascimento.

    Come in altre opere di Peruzzi, la severità esterna della fortezza convive con una sorprendente ricerca di equilibrio, simmetria e prospettiva negli ambienti interni.

    Un capitolo prestigioso della storia di Stimigliano

    Che Leone X abbia soggiornato nel castello degli Orsini con continuità o soltanto in occasioni particolari, una cosa appare certa: il legame tra il pontefice mediceo, la famiglia Orsini e Stimigliano fu profondo e duraturo.

    Le testimonianze araldiche, i rapporti di parentela, il ruolo di Franciotto Orsini nella corte pontificia e il prestigio raggiunto dal palazzo tra XVI e XVII secolo costituiscono indizi convergenti di una relazione che contribuì a segnare la storia del paese.

    Passeggiando oggi tra le sale del Palazzo Orsini, è ancora possibile immaginare l’arrivo della corte papale, il rumore degli zoccoli dei cavalli nel cortile, i falchi addestrati per la caccia e l’eco di quel Rinascimento che, per qualche stagione, fece di Stimigliano un piccolo ma significativo centro del mondo mediceo.

    Fonti

  • Il Ponte delle Colonne: da Cottanello alla basilica di San Pietro passando per Stimigliano

    Il Ponte delle Colonne: da Cottanello alla basilica di San Pietro passando per Stimigliano

    C’è un luogo a Stimigliano che racconta una storia sorprendente. È il Ponte delle Colonne, l’antico approdo sul Tevere da cui passarono i giganteschi blocchi di marmo estratti a Cottanello e destinati ad abbellire la Basilica di San Pietro. Un viaggio lungo la Sabina e il Tevere che, nel XVII secolo, trasformò il paese in un fondamentale snodo logistico al servizio del Vaticano.

    Il prezioso marmo rosso di Cottanello

    Conosciuto come Marmo di Cottanello, Mischio di Cottanello o Persichino, questo materiale era particolarmente apprezzato per il suo elegante colore rosso-rosato attraversato da venature bianche e giallastre. Dal punto di vista geologico non si tratta di un vero marmo, bensì di un compatto calcare marnoso appartenente alla formazione della Scaglia Rossa.

    Immagine di Aurea Roma – Guide Turistiche

    La sua bellezza era già nota in epoca romana. Utilizzato sin dal I secolo a.C., decorava la Villa degli Aurelii Cottae a Cottanello ed era stato trasportato persino a Roma e a Pompei, dove ne sono state rinvenute tracce nella celebre Casa del Fauno. Con il Medioevo l’attività estrattiva cessò e la pietra cadde nell’oblio per diversi secoli.

    La riscoperta per il Giubileo del 1650

    La rinascita del Marmo di Cottanello avvenne in occasione dei grandi lavori di rinnovamento della Basilica di San Pietro voluti da Papa Innocenzo X in vista del Giubileo del 1650.

    Le antiche cave romane da cui si recuperavano materiali di spoglio non erano più sufficienti a soddisfare le esigenze del cantiere vaticano. Fu allora che lo scalpellino carrarese Sante Ghetti, talvolta indicato nei documenti come Ghezzi, mostrò a Gian Lorenzo Bernini un campione della pietra sabina.

    L’artista, architetto della Reverenda Fabbrica di San Pietro, rimase colpito dalla forza cromatica del materiale, perfetta per gli effetti scenografici ricercati dall’arte barocca, e commissionò nel 1648 l’estrazione di 44 monumentali colonne, successivamente diventate 46. La Fabbrica di San Pietro ne approvò immediatamente l’utilizzo e avviò una delle più importanti operazioni estrattive dell’epoca.

    Immagine di Aurea Roma – Guide Turistiche

    L’eredità del Marmo di Cottanello

    Il successo ottenuto nella Basilica di San Pietro rese il Marmo di Cottanello uno dei materiali più ricercati dell’architettura barocca.

    Marmo di Cottanello – Immagine di Parchi Lazio

    Bernini lo impiegò nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale e nel monumentale Sepolcro di Alessandro VII, mentre Francesco Borromini lo utilizzò per la decorazione di Sant’Agnese in Agone a Piazza Navona.

    Le cave di Cottanello continuarono a essere sfruttate, seppur a fasi alterne, fino agli anni Settanta del Novecento.

    Oggi l’area estrattiva è tutelata come Monumento Naturale di San Cataldo, un’area di circa 20 ettari istituita dalla Regione Lazio, e conserva ancora testimonianze dell’antica attività, tra cui un grande fusto di colonna rimasto incompiuto e ancora saldamente unito alla roccia.

    Marmo di Cottanello ed Eremo di San Cataldo – Immagine di Parchi Lazio
    Marmo di Cottanello ed Eremo di San Cataldo – Immagine di Visit Lazio

    Dalle cave al Tevere: una sfida logistica senza precedenti

    Estrarre giganteschi blocchi di pietra dalle pendici del Monte Lacerone e portarli fino a Roma rappresentava una sfida enorme per il Seicento.

    I fusti delle colonne venivano inizialmente sbozzati direttamente in cava per ridurne il peso. Successivamente iniziava il lungo viaggio verso la valle del Tevere.

    Per permettere il trasporto furono aperte nuove strade attraverso i boschi della Sabina. I blocchi avanzavano lentamente su pesanti carri trainati da buoi e bufale, attraversando il territorio tra Cottanello e la valle del fiume. Il percorso passava nei pressi di Vacone e lambiva le località di Rocchette e San Polo, fino a raggiungere Stimigliano.

    Ed è proprio qui che entrava in gioco il Ponte delle Colonne.

    Il ruolo cruciale di Stimigliano

    Stimigliano rappresentava il punto di collegamento tra il trasporto terrestre e quello fluviale.

    L’area conosciuta come Ponte delle Colonne identificava infatti l’antico approdo sul Tevere dove terminava il viaggio dei carri provenienti dalle cave e iniziava quello delle imbarcazioni dirette a Roma.

    Contrariamente a quanto il nome potrebbe suggerire, non si trattava necessariamente di un ponte nel senso moderno del termine. Nella documentazione del XVII secolo il termine “ponte” o “pontile” indicava spesso una struttura artificiale in legno costruita lungo la riva per facilitare le operazioni di carico e scarico.

    Questa robusta piattaforma sporgeva verso il fiume e consentiva di movimentare carichi pesantissimi. Attraverso sistemi di argani, leve e slitte lignee, le colonne venivano fatte scivolare direttamente dalle rampe alle grandi chiatte tiberine, chiamate anche scafe, barconi o scafoni.

    Il viaggio sul Tevere verso Roma

    Una volta completato l’imbarco, i preziosi carichi prendevano la via del Tevere.

    Le chiatte sfruttavano principalmente la corrente del fiume per raggiungere Roma. Il compito dei navicellari, gli esperti barconieri che operavano lungo il Tevere, era quello di controllare la navigazione evitando secche, mulinelli e ostacoli naturali.

    La partenza avveniva soltanto quando il livello dell’acqua era favorevole. Un fiume troppo basso avrebbe causato l’incaglio delle imbarcazioni; una piena eccessiva avrebbe reso impossibile governarle.

    Dopo un viaggio che richiedeva grande esperienza e attenzione, le chiatte raggiungevano il porto romano di Ripa Grande, oppure approdavano nei pressi dell’Ospedale di Santo Spirito. Da lì le colonne venivano trasportate fino al cantiere della Basilica di San Pietro.

    Porto di Ripa Grande – Wikipedia

    Un porto fondamentale per l’economia della Sabina

    Il Ponte delle Colonne non serviva solo ai marmi destinati al Vaticano.

    Per secoli il Tevere fu la principale arteria commerciale dell’Italia centrale e Stimigliano rappresentò uno snodo strategico per gli scambi tra la Sabina e Roma.

    Dallo scalo partivano regolarmente:

    • legname proveniente dai boschi dell’entroterra;
    • olio d’oliva e vino prodotti nelle campagne sabine;
    • grano, formaggi e altri prodotti agricoli destinati ai mercati romani.

    Il traffico era gestito da corporazioni specializzate di navicellari che conoscevano perfettamente ogni tratto del fiume e garantivano collegamenti costanti con la capitale.

    Le imbarcazioni discendevano il Tevere sfruttando la corrente, ma il viaggio di ritorno era molto più faticoso. Per risalire il corso del fiume si utilizzava il sistema dell’alaggio: le barche venivano trainate controcorrente da buoi o bufali lungo appositi sentieri che correvano sulle rive. Proprio presso Stimigliano esistevano punti di sosta fondamentali per il ristoro degli animali e degli equipaggi.

    Dove si trovava l’antico approdo?

    Le indicazioni storiche collocano l’antico approdo del Ponte delle Colonne sulla sponda sinistra del Tevere, nell’area pianeggiante che oggi corrisponde alla zona di Stimigliano Scalo.

    Il punto coincide con il tratto di fiume situato nelle vicinanze dell’attuale ponte stradale che collega il territorio di Stimigliano con la provincia di Roma in direzione di Ponzano Romano e del casello autostradale A1.

    Il luogo indicato dalla X

    Partendo dalla stazione ferroviaria di Stimigliano Scalo e percorrendo l’attuale Via dello Scalo verso il fiume, si raggiunge la zona che per secoli ospitò l’infrastruttura portuale.

    Sebbene non siano più visibili banchine o strutture originarie, le caratteristiche morfologiche della riva e l’ampia area pianeggiante mostrano ancora oggi perché quel luogo fosse ideale per l’incontro tra i carri provenienti dalla Sabina e le chiatte dirette a Roma.

    Un nome che racconta la storia

    Oggi il Ponte delle Colonne è soprattutto un toponimo. Eppure quel nome continua a ricordare una straordinaria epopea fatta di cavatori, scalpellini, buoi, navicellari e ingegneri del Seicento.

    Il marmo di Cottanello fa da sfondo nell’incontro tra Trump e Zelensky – Foto Rieti Life

    Da questo lembo di Sabina passarono alcune delle colonne che ancora oggi impreziosiscono la Basilica di San Pietro. Un dettaglio spesso dimenticato, ma che testimonia come anche Stimigliano abbia avuto un ruolo, silenzioso ma fondamentale, nella realizzazione di uno dei più grandi capolavori della cristianità.

    Galleria Fotografica

    Fonti

  • L’acquedotto di Fonte Cantaro: una pagina di storia che rischia di essere dimenticata

    L’acquedotto di Fonte Cantaro: una pagina di storia che rischia di essere dimenticata

    *Le foto relative all’acquedotto sono di proprietà del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio recuperate dalla pubblicazione “Lazio e Sabina” n.9

    Sotto le campagne di Stimigliano si nasconde una straordinaria opera idraulica antica: l’acquedotto sotterraneo di Fonte Cantaro. Per secoli nascosto nel sottosuolo e conosciuto solo da pochi, questo manufatto è stato esplorato, rilevato e documentato da un gruppo di speleologi guidato dall’archeologo e speleologo Cristiano Ranieri, contribuendo a riportare alla luce una delle testimonianze più affascinanti della storia del territorio.

    Cristiano Ranieri e il Gruppo Vespertilio

    Una figura centrale nello studio di Fonte Cantaro è quella di Cristiano Ranieri, archeologo e speleologo specializzato nello studio di acquedotti e cavità artificiali antiche.

    E’ laureato in ecologia preistorica, archeologo specializzato nello studio di cunicoli e acquedotti antichi. Consulente scientifico per il National Geographic, speleosub e autore di numerose pubblicazioni a carattere scientifico riguardanti l’archeologia e la speleologia del territorio sabino.

    Nel 1993 ha cofondato il Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio di Salisano, realtà che da oltre trent’anni conduce esplorazioni e ricerche nel sottosuolo della Sabina e del Lazio.

    Cristiano Ranieri

    È stato proprio Ranieri, insieme ai membri del gruppo, a mappare e documentare fotograficamente l’acquedotto di Fonte Cantaro, contribuendo a recuperare una parte importante della memoria storica di Stimigliano.

    Nel corso della sua attività ha studiato numerosi altri complessi sotterranei della Sabina, tra cui l’acquedotto dei Bagni di Lucilla a Poggio Mirteto, l’acquedotto di Fonte Casale a Selci e il monumentale sepolcro della Grotta dei Massacci a Frasso Sabino, collaborando inoltre con la Soprintendenza Archeologia del Lazio e con progetti di ricerca di rilievo nazionale e internazionale.

    Un pezzo di storia della Sabina

    L’acquedotto di Fonte Cantaro è stato manutenuto in passato, almeno nella parte iniziale facilmente accessibile, grazie al lavoro di Marcello Bernabei e di Pietro Cavallari.

    La vera e propria riscoperta però, con il conseguente studio, sono avvenuti però nell’ambito delle ricerche condotte dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio e documentato da Alessia Festuccia e Cristiano Ranieri nello studio “Acquedotti e sistemi di drenaggio arcaici nell’Ager curense”, pubblicato nella collana specialistica Lazio e Sabina.

    Foto di proprietà del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio recuperate da Lazio e Sabina n.9

    Negli ultimi decenni, le indagini archeologiche nella Sabina centro-meridionale hanno portato all’individuazione di numerosi cunicoli e sistemi di drenaggio sotterranei riconducibili all’epoca arcaica, in particolare nell’area di Trebula Mutuesca e lungo il tracciato della Via Salaria. Si tratta di opere scavate in terreni costituiti da brecce, calcareniti e argille, progettate per captare e convogliare le acque sorgive.

    Tra questi complessi sistemi idraulici, quello di Stimigliano rappresenta uno degli esempi meglio conservati e più interessanti.

    Oltre 300 metri di galleria sotterranea

    L’acquedotto di Fonte Cantaro si sviluppa per oltre 300 metri all’interno di una formazione geologica composta da calcareniti, sabbioni e puddinghe pleistoceniche. Alimentava il fontanile che conserva il nome storico di Fonte Cantaro.

    Il cunicolo presenta una caratteristica sezione ogivale ed è largo circa 60 centimetri e alto mediamente 1,60 metri. In alcuni punti, tuttavia, la galleria raggiunge altezze superiori ai tre metri, testimoniando l’abilità tecnica dei costruttori antichi.

    L’accesso avviene attraverso una piccola botola che conduce a un pozzetto profondo circa tre metri. Una volta entrati nel condotto, sono ancora perfettamente visibili i segni lasciati dagli strumenti utilizzati durante lo scavo.

    Foto di proprietà di Cristiano Ranieri

    Gli interventi di epoca romana

    Uno degli aspetti più interessanti emersi durante l’esplorazione riguarda la presenza di importanti rifacimenti databili all’epoca romana.

    A intervalli regolari di circa trenta metri si incontrano tratti di muratura lunghi all’incirca due metri e mezzo che rivestono completamente pareti e volta del cunicolo. Queste opere sono realizzate con blocchetti di calcare irregolari legati da abbondante malta.

    Sulle volte sono ancora leggibili le impronte delle centine lignee utilizzate durante la costruzione, un dettaglio di grande valore archeologico che consente di comprendere le tecniche costruttive adottate dagli antichi ingegneri.

    Secondo gli studiosi, questi interventi potrebbero corrispondere ai punti in cui erano presenti i pozzi verticali di aerazione necessari durante lo scavo della galleria. Sebbene oggi tali strutture non siano più visibili, la regolarità delle distanze tra i rifacimenti richiama quanto descritto da Vitruvio nel De Architectura, il celebre trattato di architettura e ingegneria del I secolo a.C.

    Nel libro dedicato alle opere idrauliche, l’architetto romano raccomandava infatti la realizzazione di pozzi di accesso e aerazione a intervalli regolari lungo le gallerie sotterranee destinate al trasporto dell’acqua.

    Le indicazioni vitruviane rappresentano ancora oggi una fonte fondamentale per interpretare acquedotti e sistemi di drenaggio antichi e offrono un interessante termine di confronto per comprendere la struttura di Fonte Cantaro.

    La corrispondenza tra le prescrizioni tramandate dalle fonti classiche e gli elementi osservati nel cunicolo di Stimigliano testimonia l’elevato livello tecnico raggiunto dai costruttori antichi e rafforza l’ipotesi che l’opera appartenga a una consolidata tradizione di ingegneria idraulica sviluppatasi nel territorio sabino ben prima dell’età imperiale.

    Un’opera forse precedente alla romanizzazione

    Stabilire con precisione la data di costruzione dell’acquedotto non è semplice. Tuttavia, le caratteristiche tecniche dell’opera e il confronto con altri sistemi idraulici presenti nel territorio sabino suggeriscono un’origine molto antica.

    Gli studiosi ritengono che il cunicolo possa essere nato in epoca arcaica, probabilmente in ambito etrusco-sabino, e che sia stato successivamente restaurato e riutilizzato dai Romani. Si tratterebbe quindi di una struttura già esistente prima della completa romanizzazione della Sabina.

    Lo studio scientifico sull’Ager Curense

    L’acquedotto di Fonte Cantaro trova un importante inquadramento all’interno dello studio scientifico “Acquedotti e sistemi di drenaggio arcaici nell’Ager curense”, pubblicato nel volume Lazio e Sabina.

    La ricerca evidenzia come l’intero territorio dell’antico Ager Curense, gravitante attorno a Cures Sabini, fosse attraversato da una fitta rete di cunicoli filtranti e opere idrauliche sotterranee. Questi sistemi svolgevano un ruolo fondamentale nel drenaggio dei terreni, nella captazione delle sorgenti e nella bonifica agricola.

    Particolarmente interessante è l’analisi delle tecniche di scavo: i cunicoli venivano spesso realizzati da squadre di operai che avanzavano contemporaneamente da più punti, incontrandosi poi nel sottosuolo con notevole precisione.

    Lo studio dimostra inoltre come queste infrastrutture abbiano avuto una lunghissima continuità d’uso. Nate probabilmente in epoca preromana, furono successivamente integrate e perfezionate dai Romani per alimentare fontane, impianti termali e ville rustiche disseminate nella valle del Tevere.

    Le testimonianze romane nel territorio di Stimigliano

    L’importanza dell’acqua e delle grandi proprietà agricole della zona è confermata anche da diverse iscrizioni romane rinvenute nel territorio.

    Particolarmente significativa è l’epigrafe in pietra catalogata come CIL IX, 4806, databile tra la fine del I secolo a.C. e gli inizi del I secolo d.C.

    La lastra è ancora oggi conservata, reimpiegata nella struttura degli antichi lavatoi pubblici di Stimigliano (fontana di Cantaro) e strettamente connessa alle evidenze archeologiche e agli studi topografici eseguiti sulle aree monumentali e funerarie del comparto reatino (come l’area di Campo Reatino e le pertinenze infrastrutturali idriche vicine, tra cui appuntol’acquedotto di Fonte Cantaro).

    Nel libro “Stimigliano nella storia” (Alberto Comaschi, 2000) si legge:

    Si precisa che la consonante P unita a PATER non è visibile pur essendo l’epigrafe in buono stato di conservazione.

    N BROCCHI
    N PATERP

    La Fontana di Cantaro con l’epigrafe purtroppo oggi riversa in stato di abbandono.

    Il riutilizzo di materiali romani all’interno di edifici medievali e moderni era una pratica diffusa in tutta la Sabina.

    Questa iscrizione costituisce una preziosa testimonianza della vitalità economica e sociale della valle tiberina durante la prima età imperiale e richiama il ruolo fondamentale svolto dalle risorse idriche nel funzionamento delle grandi villae rustiche presenti nel territorio.

    Dalla riscoperta all’abbandono: un patrimonio da non dimenticare

    L’interesse verso l’acquedotto di Fonte Cantaro non è rimasto confinato agli studi archeologici. Nel 2013, grazie alla collaborazione tra il Comune di Stimigliano e il Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio, il sito fu protagonista di una significativa iniziativa di valorizzazione che consentì ai cittadini di visitare per la prima volta l’antico condotto sotterraneo.

    In occasione dell’evento, l’allora assessore al Turismo Ilario Di Loreto dichiarò:

    «Dopo aver restituito a Stimigliano questo manufatto idraulico che fa parte della nostra più antica tradizione siamo orgogliosi di essere riusciti ad organizzare, per la prima volta in Sabina e grazie alla collaborazione tra Comune e il Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio, la visita guidata all’interno dell’acquedotto».

    L’iniziativa rappresentò un momento importante per la comunità, permettendo di riscoprire un’opera che per secoli aveva continuato silenziosamente a svolgere la propria funzione sotto il territorio stimiglianese.

    Negli anni successivi, tuttavia, le visite guidate sono state interrotte e oggi non è facilmente reperibile una documentazione aggiornata sullo stato di conservazione dell’acquedotto o su eventuali progetti di valorizzazione futuri.

    Sembra che crolli e lavori di rifacimento della strada a monte abbiano compromesso parte dell’acquedotto. Rimane dunque aperta la domanda sul destino di questo straordinario manufatto, che costituisce una delle più significative testimonianze dell’ingegneria idraulica antica presenti nel territorio sabino.

    Un’eredità che deve guardare al futuro per non andare perduta

    L’acquedotto di Fonte Cantaro racconta una storia lunga più di duemila anni, fatta di conoscenze tecniche, adattamento al territorio e gestione delle risorse idriche. Dalle sue probabili origini preromane fino ai restauri d’età imperiale, passando per la riscoperta operata dagli speleologi del Gruppo Vespertilio, questo cunicolo sotterraneo rappresenta un legame concreto tra il passato e l’identità di Stimigliano.

    La speranza è che non vada definitivamente persa una pagina importante di storia del nostro paese e della Sabina tutta e che si possa nuovamente focalizzare l’attenzione verso un partimonio che meriterebbe di tornare ad essere visitabile e conosciuto da cittadini, studiosi e appassionati di storia della nostra terra.


    Fonti principali

    • Alessia Festuccia, Cristiano Ranieri, Acquedotti e sistemi di drenaggio arcaici nell’Ager curense, in Lazio e Sabina.
    • Cristiano Ranieri, attività di rilievo e documentazione del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio.
    • Mara Sternini, studi sulla topografia storica della Sabina.
    • Corpus Inscriptionum Latinarum, IX, 4806.
    • De architectura - Vitruvio
    • Stimigliano nella storia (Comaschi, 2000)

    Foto dell’acquedotto di proprietà del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio recuperate da “Lazio e Sabina” n.9

  • Stimigmistica – 17

    Stimigmistica – 17

    La rubrica di enigmistica dedicata a Stimigliano.

    L’angolo nascosto

    Come si gioca: va individuato il soggetto della foto. Ogni uscita scoprirà nuovi particolari.

    Il personaggio misterioso

    Come si gioca: a ogni uscita un nuovo indizio, chi saprà sfruttarli per scoprire chi è il Personaggio Misterioso?

    Indizio 1
    C'è chi lo chiamava per nome e chi... usava il pallone.
    
    Indizio 2
    Il suo mestiere, più di altri, si imparava passo dopo passo

    Il cruciverba

    Come si gioca: il cruciverba è compilabile on-line. Cliccando su una casella si evidenzieranno in rosso le definizioni (orizzontale e verticale). Clicca una sola volta per inserire la soluzione orizzontale, due volte per quella verticale. Le definizioni su sfondo grigio ricordano Stimigliano. Se vuoi puoi salvare il cruciverba compilato e inviarlo a Enea. Lo sfondo grigio indica soluzioni legate a Stimigliano.

    Cruci-verve


    Vincitori del numero precedente

    L’angolo nascosto: Gabriel Hrum

  • La Chiesetta del Nocchieto, il piccolo santuario della Madonna della Strada

    La Chiesetta del Nocchieto, il piccolo santuario della Madonna della Strada

    Poco fuori dal centro storico di Stimigliano, lungo l’antica strada che conduce al Santuario di Vescovio, sorge una piccola chiesa che da secoli accompagna il cammino di viandanti, pellegrini e fedeli. È la Chiesa della Beata Maria Vergine del Nocchieto, oggi conosciuta soprattutto come il Piccolo Santuario della Madonna della Strada, uno dei luoghi più cari alla tradizione religiosa e alla memoria collettiva del paese.

    Una chiesa nata lungo la via dei pellegrini

    La storia della chiesa affonda le sue radici nel XVI secolo. Un’antica epigrafe marmorea, collocata sopra l’ingresso, indicava nel 1588, durante il marchesato di Enrico Orsini, l’anno della sua costruzione, sorta in un luogo dove già esistevano antiche vestigia.

    La sua posizione strategica lungo la cosiddetta “strada romana” diretta a Vescovio la rese presto un punto di riferimento per pellegrini e viandanti che attraversavano il territorio sabino. Per secoli il piccolo edificio sacro ha rappresentato un luogo di sosta, preghiera e affidamento alla protezione della Vergine.

    Una delle più antiche testimonianze della sua importanza risale alla visita pastorale del cardinale Andrea Corsini tra il 1779 e il 1782, durante la quale la chiesa viene descritta dettagliatamente, con particolare riferimento all’affresco raffigurante la Madonna con il Bambino.

    Architettura semplice ma ricca di fascino

    La Chiesa del Nocchieto è un esempio di architettura religiosa rurale realizzata dalle maestranze sabine. Di modeste dimensioni, presenta una facciata semplice ma armoniosa, caratterizzata da un profilo a capanna, intonacato e tinteggiato.

    L’ingresso è costituito da un unico portale modanato, affiancato da due finestre rettangolari. Sopra il portone si distinguono due cornici orizzontali in rilievo che scandiscono il prospetto, mentre tra di esse trova spazio un elegante oculo con cornice in pietra. Al di sopra dell’ingresso campeggia una grande lapide incorniciata contenente una preghiera dedicata alla Vergine.

    L’accesso alla chiesa avviene tramite una piccola scalinata laterale. L’impianto planimetrico è a navata unica con terminazione rettilinea. All’interno, una porta collocata sulla parete sinistra del presbiterio conduce alla sacrestia.

    La struttura è realizzata in muratura portante e coperta da un tetto a due falde sostenuto da capriate lignee e rivestito con tegole in laterizio. Il pavimento è in cotto e il presbiterio risulta leggermente rialzato rispetto all’aula mediante un gradino.

    L’interno, interamente intonacato e dipinto di bianco, conserva una sobria eleganza. Una cornice modanata corre lungo tutte le pareti e, nelle vicinanze del presbiterio, sono ancora visibili alcuni frammenti di antichi affreschi che testimoniano la lunga storia dell’edificio. L’altare originario, rialzato di un gradino, è rimasto sostanzialmente invariato e non sono stati realizzati interventi di adeguamento liturgico.

    I restauri attraverso i secoli

    Le lapidi conservate all’interno della chiesa raccontano i numerosi interventi che ne hanno garantito la conservazione nel tempo.

    Nel 1892 l’edificio fu ampiamente restaurato e abbellito dal parroco di Stimigliano, Don Raffaele Palombi, che lo dedicò alla Madonna della Strada, affinché proteggesse quanti percorrevano quelle vie.

    Un nuovo importante restauro fu realizzato nel 1930 grazie all’interessamento del cardinale Sbarretti, come ricordato da una lapide collocata sulla parete laterale destra.

    Infine, a partire dal 1991 e grazie alla sinergia tra l’impegno in prima persona del parroco Don Mirek, l’opera delle maestranze e la Soprintendenza per le Belle Arti, la chiesa fu interessata da una complessa campagna di recupero terminata nel 1998 che riguardò sia gli spazi interni sia quelli esterni, restituendo dignità e bellezza a questo luogo di culto.

    Don Raffaele Palombi e la nascita del culto della Madonna della Strada

    La devozione alla Madonna della Strada a Stimigliano è strettamente legata alla figura di Don Raffaele Palombi.

    Al suo arrivo in paese, il sacerdote constatò che la chiesa situata sotto l’attuale sede comunale, dove tradizionalmente veniva venerata la Madonna della Strada, era ormai inagibile. Per questo motivo decise di trasferire il culto nella chiesetta rurale del Nocchieto, che da quel momento venne ribattezzata “Piccolo Santuario della Madonna della Strada“.

    L’edificio si trovava allora in condizioni di forte degrado e fu necessario intraprendere un’importante opera di bonifica e restauro. Accanto al recupero materiale della chiesa, Don Raffaele svolse una intensa attività pastorale che contribuì a far crescere tra gli stimiglianesi una profonda devozione verso la Madonna.

    Ancora oggi, entrando nella chiesa, è possibile leggere la preghiera che il sacerdote dedicò alla Vergine:

    “Bella ed intatta Vergine, che dalla strada supplice invoca in questo luogo ogni alma pia; il pellegrin per via saluta sempre sua celeste Madre: salva la terra tua da rie tempeste e da nemiche squadre.”

    La guerra e il voto degli stimiglianesi

    Negli anni Quaranta, il parroco Don Mario Petrignani diede ulteriore impulso alla devozione mariana fondando l’associazione delle Figlie di Maria e istituendo un comitato incaricato di organizzare i festeggiamenti dell’8 settembre, giorno dedicato alla Madonna della Strada.

    Lo scoppio della Seconda guerra mondiale rese questo legame ancora più profondo. Stimigliano, anche a causa della presenza della linea ferroviaria, fu ripetutamente esposto ai bombardamenti che portarono paura, distruzione e vittime.

    In quel contesto drammatico, le parole scritte da Don Raffaele all’ingresso della chiesa apparvero quasi profetiche. Fu allora che Don Mario affidò ufficialmente il paese alla protezione della Madonna pronunciando un voto destinato a segnare la storia della comunità:

    “Madonnina nostra, siamo alla guerra che ogni giorno imperversa con bombardamenti anche nel nostro territorio e mette in pericolo noi e le nostre famiglie, aiutaci, perché solo Tu puoi aiutarci e noi ci impegniamo a festeggiarti per quaranta anni successivi alla fine della guerra.”

    La promessa prevedeva quarant’anni di celebrazioni, ma la devozione degli stimiglianesi superò ampiamente quel limite e continua ancora oggi.

    Il rilancio del santuario con Don Mirek

    Un nuovo capitolo della storia della Madonna della Strada si apre nel 1991 con l’arrivo a Stimigliano di Don Mirosław Paweł Szajda (Don Mirek).

    Cresciuto nella spiritualità della Madonna Nera di Częstochowa, uno dei simboli religiosi più importanti della Polonia, Don Mirek trovò nella devozione stimiglianese una naturale continuità del proprio percorso spirituale.

    Non appena insediato, il parroco non poté far altro che constatare come la chiesetta del Nocchieto versasse nuovamente in stato di abbandono. Come lui stesso ricorda:

    “Arrivato in paese, vedendo lo stato di abbandono della chiesetta dedicata alla Madonna della Strada, con alberi che l’avevano ormai avvolta e nascosta, una delle prime cose che ho fatto è stata quella di farmi prestare una motosega e andare a tagliare le piante che erano cresciute attorno ma anche all’interno dell’edificio.”

    Grazie al suo tenace impegno personale, la chiesa è stata recuperata e restituita al culto il giorno 8 settembre 1998. I lavori hanno inoltre riportato alla luce affreschi databili intorno alla metà del ‘500 probabilmente realizzati dagli stessi autori delle pitture presenti nel Palazzo Orsini.

    Grazie a Don Mirek il culto della Madonna della Strada ha conosciuto una nuova stagione di vitalità. A lui si deve la volontà di portare la processione dal paese fino al santuario e di rinnovare l’antica tradizione dell’affidamento della comunità alla Vergine, riproposta anche durante il difficile periodo che seguiva la pandemia da Covid-19.

    Erano queste le parole pronunciate dal parroco l’8 settembre 2023

    “O Madonna nostra,
    nel 25º Anniversario della restituzione al culto del Santuario Madonna della Strada, Tutti noi ci poniamo sotto la Tua guida nel cammino terreno e sino al cospetto di Dio Padre.
    Per quisto Ti affidiamo nuovamente la nostra Comunità di Stimigliano affinché, con l’amore di Madre, Tu possa nel tempo preservarla dai pericoli di questo mondo complesso e travagliato e guidarla, unita nella gioia della preghiera, verso la costruzione di un’esistenzadi verità, di amore e di pace.”

    Un simbolo della fede e della storia di Stimigliano

    La Chiesa della Madonna del Nocchieto non è soltanto un edificio religioso. È un luogo che custodisce oltre quattro secoli di storia, devozione e memoria popolare. Dalle antiche strade percorse dai pellegrini ai giorni della guerra, dai restauri che l’hanno salvata dall’abbandono fino alle celebrazioni che ancora oggi richiamano fedeli e cittadini.

    Questo piccolo santuario rappresenta uno dei simboli più autentici dell’identità religiosa di Stimigliano capace di riunire la spiritualità dell’intera popolazione dal centro del paese fino allo scalo.

    Un luogo in cui fede, tradizione e storia continuano a incontrarsi sotto lo sguardo della Madonna della Strada, protettrice del paese e dei suoi abitanti.

    Preghiera alla Madonna della Strada

    O dolce Maria,
    nostra Madre Celeste,
    sì, tu guida i nostri passi
    nella strada spesso erta e sassosa della vita.

    E quando questa giungerà al suo termine,
    sii per noi porta del Cielo
    e mostraci il frutto benedetto del Tuo seno,
    Gesù

    Inno alla Madonna della Strada

    Bella ed intatta Vergine,
    che dalla strada supplice
    invoca in questo luogo
    ogni alma pia.

    Il pellegrin per via,
    saluta sempre sua Celeste Madre.

    Salva la terra Tua, salva la terra Tua,
    da rie tempeste, da rie tempeste
    e da nemiche squadre. (BIS)

    MAARIA, MAARIA!

    Galleria

    Fonti

    • Censimento dei beni architettonici ecclesiastici (Sito Web)
    • Don Mirosław Paweł Szajda (Don Mirek)
    • Il Piccolo Santuario Madonna della strada, tra storia, devozione, culto e spiritualità, Comitato Madonna della Strada (Opuscolo – 8 settembre 2018)
    • Madonna della Strada, Costante Menichelli (Libro – giugno 2026)

  • Stimigmistica – 16

    Stimigmistica – 16

    La rubrica di enigmistica dedicata a Stimigliano.

    L’angolo nascosto

    Come si gioca: va individuato il soggetto della foto. Ogni uscita scoprirà nuovi particolari.

    Il personaggio misterioso

    Come si gioca: a ogni uscita un nuovo indizio, chi saprà sfruttarli per scoprire chi è il Personaggio Misterioso?

    Indizio 1
    C'è chi lo chiamava per nome e chi... usava il pallone.

    Il cruciverba

    Come si gioca: il cruciverba è compilabile on-line. Cliccando su una casella si evidenzieranno in rosso le definizioni (orizzontale e verticale). Clicca una sola volta per inserire la soluzione orizzontale, due volte per quella verticale. Se vuoi puoi salvare il cruciverba compilato e inviarlo a Enea. Lo sfondo grigio indica soluzioni legate a Stimigliano.

    ** la definizione 32 orizzontale riportata nello schema è sbagliata. Quella corretta è: 32. Innovazione Apprendimento Lavoro

    Cruci-verve


    Soluzioni del numero precedente

    Il personaggio misterioso – (vincitori: Serena Caponi)

  • Tra cucito, rosario e cioccolato: le adunanze delle suore a Stimigliano

    Tra cucito, rosario e cioccolato: le adunanze delle suore a Stimigliano

    Tra cucito, preghiera e momenti di condivisione, le adunanze delle suore hanno accompagnato intere generazioni di ragazze di Stimigliano, offrendo formazione, socialità e concrete opportunità di lavoro nel difficile dopoguerra.

    Le adunanze delle suore: quando cucito e maglieria diventavano una scuola di vita

    Per molte ragazze di Stimigliano, tra il dopoguerra e la fine degli anni Cinquanta, le adunanze organizzate dalle suore non erano semplici incontri domenicali. Erano momenti di formazione, di aggregazione e, soprattutto, un’opportunità concreta per imparare un mestiere in un periodo storico segnato dalla povertà e dalla necessità di ricostruire il proprio futuro.

    Dalle riunioni delle comunità ai laboratori di formazione

    Le adunanze, ossia le riunioni periodiche delle superiore e delle comunità religiose, favorirono la nascita di laboratori di ricamo, cucito e maglieria. Se nell’Ottocento queste attività erano finalizzate principalmente alla preparazione del corredo nuziale, nel secondo dopoguerra assunsero una funzione molto diversa: diventare veri e propri percorsi di avviamento professionale.

    In quegli anni il settore tessile rivestiva un’importanza fondamentale. La richiesta di capi confezionati, riparazioni e lavori di sartoria era elevata e rappresentava una delle poche possibilità di reddito per molte famiglie.

    Nei laboratori gestiti dalle suore le giovani donne non imparavano soltanto le tecniche di cucito e ricamo, ma anche la rapidità e la precisione richieste dal lavoro su commissione e dalle prime forme di produzione organizzata.

    L’obiettivo era chiaro: offrire alle ragazze gli strumenti per raggiungere una propria indipendenza economica in un’epoca in cui il lavoro manuale specializzato rappresentava spesso l’unica alternativa alla miseria lasciata dalla guerra.

    Attraverso la rete costruita dalle adunanze, le religiose riuscivano inoltre a garantire opportunità concrete: qualifiche riconosciute, collaborazioni con enti e committenti esterni e la possibilità di lavorare sia in proprio sia come dipendenti presso aziende del settore.

    Le adunanze a Stimigliano

    Anche a Stimigliano, tra il 1944-45 e il 1968, anno in cui le suore lasciarono il paese, l’asilo gestito dalle religiose ospitava regolarmente queste attività.

    Gli incontri si svolgevano la domenica pomeriggio, intorno alle ore 15. Le partecipanti venivano suddivise per fasce d’età: Piccole, Beniamine, Aspiranti e Madri Cristiane. Alle 18 era prevista l’adorazione eucaristica, alla quale la partecipazione era obbligatoria, anche se, come ricordano oggi alcune delle protagoniste con un sorriso, “c’era sempre qualcuna che riusciva a sfuggire”.

    A guidare i laboratori erano Suor Antonietta e Suor Faustina, la superiora, mentre Suor Flaminia si occupava della cucina. Suor Antonietta era ricordata per il suo carattere severo: pretendeva attenzione e impegno e non tollerava distrazioni, utilizzando metodi che le ex allieve definiscono oggi, con ironia, “molto convincenti”.

    Le ragazze più grandi partecipavano anche alla preparazione degli abiti e degli addobbi utilizzati durante la festa del Corpus Domini, contribuendo attivamente alla vita religiosa del paese.

    Tra lavoro e preghiera

    Durante le attività manuali non mancava mai il momento della preghiera. Si recitava il rosario mentre si lavorava, ma con le mani occupate da ago e filo era impossibile utilizzare la corona. Così le preghiere venivano contate a voce: “prima Ave Maria, seconda Ave Maria” e così via, fino alla conclusione del rosario.

    Per molte bambine, soprattutto le più piccole, partecipare alle adunanze non era sempre un piacere. Eppure, a distanza di anni, molte di loro ricordano quelle lezioni con gratitudine, riconoscendo il valore degli insegnamenti ricevuti e l’utilità pratica che hanno avuto nella vita quotidiana.

    Un punto di riferimento per l’intera comunità

    Le adunanze non rappresentavano soltanto una forma di formazione professionale. Erano anche un importante servizio sociale per il paese. Mentre le bambine e le ragazze trascorrevano il pomeriggio con le suore, i ragazzi si riunivano presso Don Mario, che aveva allestito un locale parrocchiale con un biliardino e altri giochi. In questo modo i genitori potevano lavorare nei campi con maggiore serenità, sapendo che i figli erano in un ambiente sicuro.

    Attorno alle suore ruotava inoltre una parte significativa della vita comunitaria: si organizzavano balli, feste di Carnevale, processioni dedicate alla Madonna con le Figlie di Maria in testa al corteo e numerose occasioni di incontro.

    Non mancavano neppure i momenti più semplici e gioiosi, come quando le religiose preparavano per i bambini e le ragazze lo “squaglio di cioccolato”, un cioccolato fuso che ancora oggi sopravvive nei ricordi di chi lo assaggiò.

    Un’eredità che va oltre il mestiere

    Nel 1958 suor Faustina lasciò Stimigliano ma altre suore si avvicendarono, anche di ordini diversi, continuando l’opera già iniziata e contribuendo anche all’insegnamento del catechismo. Ricordiamo le superiore suor Immacolata e suor Angela.

    Poi, nel 1968, fu istituita la scuola Materna statale e i cosiddetti asili religiosi furono superati anche perchè il Comune, da quel momento, smise di partecipare alle spese per il sostentamento delle case locali.

    A distanza di decenni, le adunanze delle suore restano una pagina importante della storia di Stimigliano. Non furono soltanto corsi di cucito o maglieria, ma luoghi in cui intere generazioni appresero disciplina, responsabilità, spirito di comunità e competenze che avrebbero accompagnato molte donne nel lavoro e nella vita.

    In un’Italia che cercava di rialzarsi dalle ferite della guerra, quelle domeniche trascorse tra ago, filo, preghiere e amicizie contribuirono a costruire, silenziosamente, una concreta occasione di riscatto sociale e di autonomia per tante ragazze del paese.

  • Stimigliano dedica una targa commemorativa al poeta Cosimo Renzetti.

    Stimigliano dedica una targa commemorativa al poeta Cosimo Renzetti.

    Tra ricordi, poesie e affetto, la comunità ha celebrato l’eredità culturale di uno dei suoi figli più illustri.

    Cosimo Renzetti, un angolo della poesia per custodirne il ricordo

    Si è svolta domenica 5 luglio 2026 la semplice ma intensa cerimonia di scopertura della targa commemorativa dedicata a Cosimo Renzetti, poeta stimiglianese che con la sua opera e la sua sensibilità ha lasciato un segno profondo nella memoria culturale del paese.

    L’iniziativa, promossa dall’Associazione Casa Sabina della Poesia e dall’Amministrazione Comunale, ha visto la partecipazione di cittadini, familiari e amici che hanno voluto rendere omaggio a una figura tanto schiva quanto apprezzata dalla comunità.

    A ricordare Cosimo sono stati la professoressa Rita Cantarini, in rappresentanza della Casa Sabina della Poesia, e Mario Grizi, principale promotore dell’iniziativa. Entrambi hanno sottolineato le qualità umane e artistiche del poeta: una persona semplice e riservata che, grazie alla passione per i grandi autori della letteratura italiana come Dante Alighieri e Ludovico Ariosto, riuscì da autodidatta a dare vita a poesie, racconti e sonetti di notevole valore.

    Con grande partecipazione emotiva, la professoressa Cantarini ha letto una poesia dedicata a Stimigliano, accompagnando la lettura con parole di affetto e ammirazione. Mario Grizi ha invece ricordato gli anni trascorsi accanto a Cosimo e ad altri artisti stimiglianesi, spiegando come l’incontro con le loro storie, la loro cultura e la loro umanità abbia rappresentato una fonte di ispirazione fondamentale per il suo percorso di scrittore.

    Anche il sindaco Franco Gilardi ha voluto ricordare Cosimo Renzetti, evidenziando come, pur mantenendo sempre un profilo discreto e lontano dai riflettori, sia riuscito a realizzare opere e a lasciare testimonianze culturali di grande valore.

    Diversi interventi hanno inoltre richiamato il ricordo di Cosimo non soltanto come poeta, ma anche come esperto contadino, particolarmente noto per la sua abilità negli innesti e per la profonda conoscenza del mondo agricolo e della natura.

    Momento particolarmente significativo è stata la scopertura della targa commemorativa affissa da Bernardino Grizi, storico amico insieme al padre Omero di Cosimo, che raffigura il poeta tra gli ulivi con accanto la sua amata copia della Divina Commedia. A svelarla sono stati il sindaco insieme ai nipoti Claudio, Paola e Federico, tra la commozione dei presenti.

    Quello che oggi è già stato ribattezzato da Mario come “l’angolo della poesia” (all’inizio di Corso Umberto I, subito dopo aver superato l’Arco) diventa così un luogo di memoria e di ispirazione: uno spazio dedicato al ricordo di un uomo che ha saputo raccontare la propria terra attraverso la parola e che continuerà a parlare alle future generazioni attraverso le sue opere e il suo esempio.

    Un personale e sincero ringraziamento va all’associazione Casa Sabina della Poesia e all’Amministrazione Comunale che hanno contribuito a questo prezioso gesto di memoria, cultura e amore per nostro zio Cosimo.

  • Costante Menichelli presenta ‘Madonna della Strada’, viaggio nella storia del santuario del Nocchieto

    Costante Menichelli presenta ‘Madonna della Strada’, viaggio nella storia del santuario del Nocchieto

    Il nuovo libro dello storico autore stimiglianese dedicato al santuario del Nocchieto e a Don Raffaele Palombi

    Stimigliano vanta da sempre una ricca tradizione culturale e letteraria, e tra i suoi protagonisti più autorevoli spicca senza dubbio Costante Menichelli, nato a Stimigliano l’11 marzo 1934. Uomo di scuola, amministratore pubblico e instancabile autore, Costante ha legato gran parte della propria vita al paese, che ha guidato come sindaco dal 1970 al 2004, lasciando un segno profondo nella storia amministrativa e sociale della comunità.

    Costante Menichelli

    Nel corso della sua lunga carriera è stato anche presidente del Comitato di Gestione della ASL Rieti 2, capogruppo dei Democratici di Sinistra al Consiglio Provinciale di Rieti, presidente della Commissione Sanità, presidente dell’Unione dei Comuni della Valle del Tevere, presidente dell’Acquedotto Consorziale Ombrica, oltre che revisore dei conti, presidente del consiglio di scuola media e docente di lettere negli istituti superiori.

    Parallelamente all’impegno istituzionale, Menichelli ha coltivato una intensa attività letteraria. Tra le sue opere ricordiamo Storie di ieri e di oggi (1992), Intervista a Lucio Sergio Catilina (1993), Itaca. Poesie (1997), I piatti di Franz. Poesie (2001), I tempi della memoria (2004), Il libro più bello. Poesie (2011), Agorà (2012), Quarto grado di giudizio (2017), Lettere a Timoteo (2017), Lettere ad un anziano (2018), I piatti del caporale Franz (2019) e Varie ed eventuali. Racconti (2023).

    A questa lunga bibliografia si aggiunge oggi “Madonna della Strada”, pubblicato nel giugno 2026, un libro che l’autore definisce “l’unico giusto riconoscimento che si deve a Don Raffaele Palombi”, auspicando che alla figura dello storico parroco possa essere dedicata una via o una piazza del paese.

    La storia di un santuario e dei suoi protagonisti

    Il volume ripercorre la vicenda della chiesa della Madonna della Strada, piccolo santuario rurale del Nocchieto risalente al 1588 che rappresenta una parte importante della storia religiosa e civile di Stimigliano.

    Menichelli racconta il ruolo fondamentale di Don Raffaele Palombi, che scelse e recuperò la chiesetta quando era occupata da pastori e animali, promuovendo la bonifica dell’area circostante e componendo la preghiera dedicata alla Madonna della Strada, che l’autore considera una vera e propria poesia.

    Il racconto arriva poi ai tempi più recenti, ricordando gli interventi dei parroci Don Attilio Attili e soprattutto Don Mirek, profondamente devoto alla Madonna della Strada. A lui si deve una vasta opera di recupero e ristrutturazione dell’edificio: dalla liberazione dell’area da alberi e vegetazione fino ai lavori che hanno restituito decoro e funzionalità al santuario. Sempre Don Mirek ha avuto il merito di riportare la processione dedicata alla Madonna proprio presso la chiesetta del Nocchieto.

    Don Raffaele Palombi, una figura da riscoprire

    La seconda parte del libro si concentra sulla figura di Don Raffaele Palombi, parroco giunto a Stimigliano nel 1891. Vengono ripercorsi alcuni episodi significativi della sua attività pastorale e pubblica, tra cui la nota controversia con il Comune di Forano e con la nascente comunità valdese.

    Emergono inoltre le qualità di polemista, studioso e scrittore che caratterizzarono il sacerdote. Non a caso, quasi metà del volume è dedicata alla riproduzione delle sue scritture autografe e della sua produzione letteraria, storica e poetica, permettendo al lettore di avvicinarsi direttamente al pensiero e alla sensibilità di una figura che ha lasciato un’impronta profonda nella storia locale.

    Un libro da non perdere

    Madonna della Strada è molto più di una semplice pubblicazione storica. È un viaggio nella memoria collettiva di Stimigliano, nella storia di un santuario documentato fin dal 1588 e nelle vicende di uomini che, in epoche diverse, hanno contribuito a conservarlo e valorizzarlo.

    Attraverso le pagine di Menichelli si riscoprono non solo le origini e l’evoluzione della chiesetta della Madonna della Strada, ma anche l’opera di Don Raffaele Palombi, una figura centrale per la vita religiosa e culturale del paese, alla quale l’autore intende rendere il meritato omaggio.

    Il libro è autoprodotto e chi desidera riceverne una copia può rivolgersi direttamente a Costante Menichelli.

    Un’opera preziosa per chi ama Stimigliano, la sua storia e le persone che hanno contribuito a costruirne l’identità.

  • Stimigliano rende omaggio al poeta Cosimo Renzetti

    Stimigliano rende omaggio al poeta Cosimo Renzetti

    Domenica, 5 luglio 2026 alle.ore 9.30

    Un significativo momento di valorizzazione della memoria e della cultura locale si terrà domani mattina, domenica 5 luglio, alle ore 9.30, quando verrà affissa una fotografia commemorativa del poeta stimiglianese Cosimo Renzetti (scopri di più sul poeta contadino cliccando qui).

    L’iniziativa è promossa dall’Amministrazione Comunale di Stimigliano e dall’Associazione Casa Sabina della Poesia, che hanno voluto rendere omaggio a una figura di grande rilievo per la storia culturale del paese.

    La fotografia sarà collocata all’interno delle mura del centro storico, in corso Umberto I. Attraverso questo gesto, il paese intende mantenere viva la memoria di Cosimo Renzetti, testimone e interprete della tradizione poetica locale, lasciando un segno tangibile del suo contributo culturale alle generazioni presenti e future.

    L’evento rappresenta un’occasione per cittadini, appassionati di poesia e visitatori di ritrovarsi insieme nel ricordo di un poeta che ha contribuito a valorizzare l’identità e il patrimonio culturale di Stimigliano.

    L’Amministrazione Comunale e l’Associazione Casa Sabina della Poesia invitano tutta la cittadinanza a partecipare a questo momento dedicato a uno dei figli più illustri della comunità stimiglianese.