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  • Chi siamo senza memoria? Quando una comunità dimentica sé stessa

    Chi siamo senza memoria? Quando una comunità dimentica sé stessa

    La perdita della memoria è una di quelle ferite che cambiano profondamente una persona: quando i ricordi svaniscono, non si perdono soltanto nomi, luoghi e volti, ma anche una parte della propria identità. E se lo stesso accadesse a una comunità?

    Perdendo la memoria si rischia di perdere anche la propria identità

    Ci sono poche esperienze più dolorose e disarmanti che assistere alla perdita della memoria di una persona cara.

    Molti di noi hanno conosciuto un nonno, una nonna, un parente o un amico che, a causa di una malattia, ha visto lentamente svanire i propri ricordi. All’inizio sono piccoli dettagli a scomparire: una data, un nome, un episodio lontano. Poi il vuoto si allarga. I volti diventano estranei, i luoghi perdono significato, i ricordi che hanno accompagnato un’intera esistenza si dissolvono poco alla volta.

    Clicca sulla foto e leggi l’articolo sull’Idrometro di Stimigliano

    Chi vive questa esperienza da vicino conosce bene quel senso di impotenza. È difficile accettare che una persona possa non riconoscere più chi le sta davanti. Ma è altrettanto difficile immaginare cosa provi chi, improvvisamente, non riesce più a riconoscere sé stesso attraverso i propri ricordi.

    Perché la memoria non è soltanto un archivio del passato. La memoria è identità. È ciò che ci permette di sapere chi siamo, da dove veniamo e quale strada abbiamo percorso per arrivare fino a qui.

    In fondo, lo stesso vale per una comunità.

    Anche un paese possiede una memoria. Non è custodita nella mente di una persona, ma vive nelle pietre dei monumenti, nei documenti conservati negli archivi, nelle fotografie ingiallite, nei racconti tramandati dagli anziani, nelle tradizioni, nelle ricorrenze e persino nei nomi delle strade che percorriamo ogni giorno.

    La fontana (2022)
    Clicca sulla foto e leggi l’articolo sul primo acquedotto di Stimiglaino

    Quando questi ricordi vengono dimenticati, il paese continua a esistere. Le case restano al loro posto, le piazze continuano a riempirsi, il campanile continua a segnare le ore. Eppure qualcosa cambia. I luoghi perdono il loro significato, le tradizioni si svuotano del loro valore e la comunità rischia di smarrire una parte della propria identità.

    Per questo la memoria storica non riguarda soltanto il passato. Riguarda il nostro presente e, soprattutto, il nostro futuro.

    La differenza tra paese e comunità

    Ogni comunità è il risultato di un lungo percorso costruito da generazioni di uomini e donne che hanno lasciato tracce del loro passaggio.

    Queste tracce non sono semplicemente testimonianze storiche, rappresentano la nostra identità collettiva.

    Sapere come è nato il paese, conoscere gli eventi che ne hanno segnato la crescita, ricordare le difficoltà affrontate e i successi raggiunti permette a una comunità di riconoscersi in una storia comune.

    Senza questa consapevolezza il rischio è quello di trasformarsi in un semplice insieme di persone che condividono uno spazio geografico, ma non un’appartenenza. Che poi è la differenza tra abitare semplicemente un paese e costituire la sua comunità.

    La memoria storica è ciò che unisce le generazioni. È il filo invisibile che collega il passato al presente e che permette ai cittadini di sentirsi parte di qualcosa di più grande della propria esperienza individuale.

    Monumenti e luoghi storici: i ricordi materiali del territorio

    I monumenti non sono soltanto pietre da conservare.

    Sono i ricordi materiali di una comunità.

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    Ogni chiesa, ogni palazzo storico, ogni monumento commemorativo, ogni angolo del centro storico racconta una parte della nostra storia. Sono pagine di un libro che possiamo leggere semplicemente passeggiando per le vie del paese.

    Quando osserviamo un edificio antico non stiamo guardando soltanto un’opera architettonica. Stiamo osservando il lavoro, i sacrifici, le speranze e l’ingegno di chi ci ha preceduto.

    Per questo motivo la tutela del patrimonio storico non è un lusso né una semplice questione estetica. È una forma di rispetto verso le generazioni passate e un atto di responsabilità verso quelle future.

    In un’epoca in cui molte città rischiano di assomigliarsi sempre di più, i monumenti e i luoghi storici rappresentano inoltre uno degli strumenti più importanti per conservare l’unicità del territorio e contrastare l’omologazione culturale.

    La storia locale ci aiuta a comprendere il presente

    Spesso siamo portati a pensare che la storia sia qualcosa che riguarda soltanto i grandi eventi studiati sui libri di scuola.

    In realtà la storia che viviamo ogni giorno nasce proprio dalle vicende locali.

    Perché una strada porta un determinato nome? Per quale motivo una tradizione viene celebrata da decenni? Come si è sviluppato il quartiere in cui viviamo? Quale attività ha contribuito alla crescita economica del territorio?

    Clicca sulla foto e leggi l’articolo su Maurizio Moris

    Dietro ciascuna di queste domande si nasconde una storia che merita di essere conosciuta.

    Comprendere il passato significa interpretare meglio il presente. Significa sviluppare uno sguardo più consapevole sul luogo in cui viviamo, capire le trasformazioni che lo hanno attraversato e affrontare con maggiore coscienza le sfide del futuro.

    Una comunità che conosce la propria storia è una comunità più forte, più unita e più preparata a costruire il proprio domani.

    Un ponte tra generazioni e nuove comunità

    La memoria storica svolge anche una funzione sociale fondamentale.

    Gli anziani custodiscono racconti, esperienze e conoscenze che non si trovano nei libri. I giovani, attraverso queste testimonianze, possono scoprire il proprio territorio in modo diretto e concreto, trasformando la storia da materia scolastica a esperienza vissuta.

    Questo passaggio di conoscenze rappresenta una delle forme più preziose di eredità culturale.

    Allo stesso tempo, la storia locale può diventare un importante strumento di integrazione per chi arriva da fuori. Conoscere le radici di una comunità significa comprenderne i valori, le tradizioni e il carattere.

    Una comunità che racconta la propria storia è una comunità capace di accogliere, perché sa chi è e non teme di condividere la propria identità.

    Un patrimonio che genera opportunità

    Conservare la memoria storica non significa soltanto custodire il passato. Significa anche creare valore per il presente.

    Sempre più persone scelgono destinazioni che offrono autenticità, cultura e tradizioni genuine. Cercano luoghi capaci di raccontare una storia, non semplicemente da visitare.

    Clicca sulla foto e leggi la storia della prima gita aerea dell’aero-club di Roma

    Un paese che valorizza il proprio patrimonio storico può attrarre un turismo rispettoso e interessato alle peculiarità del territorio. Questo può tradursi in opportunità per attività commerciali, strutture ricettive, guide locali, associazioni culturali, ristoratori e artigiani.

    La storia, quindi, non è soltanto memoria. Può diventare anche una risorsa capace di sostenere lo sviluppo economico e culturale della comunità.

    Chi deve custodire il passato?

    Chi ha il dovere di custodire la memoria del paese?

    • L’Amministrazione comunale
      Essa riveste un ruolo centrale e strategico nella custodia della memoria storica, culturale e sociale di una comunità. Il comune non è solo un ente gestore di servizi, ma il principale garante dell’identità locale e del legame tra le generazioni passate, presenti e future. Il comune ha il dovere di conservare, ordinare e rendere accessibile l’archivio storico comunale. I documenti d’archivio sono la “carta d’identità” scritta del paese. Così come ha il dovere di curare la manutenzione di monumenti, lapidi, pietre d’inciampo e luoghi in cui si sono consumati eventi significativi per la comunità.
    • Le Associazioni
      Se l’amministrazione comunale è lo scheletro istituzionale della memoria, le associazioni locali (culturali, d’arma, combattentistiche, Pro Loco, sezioni ANPI, comitati di quartiere e associazioni storiche) ne sono il cuore pulsante e operativo.Il loro ruolo è insostituibile perché agiscono con una flessibilità, una passione e un radicamento capillare che le istituzioni da sole non possono avere. Le associazioni sono il vero collante tra la storia scritta e la cittadinanza.
    • I Cittadini
      Abbiamo detto che l’amministrazione comunale è la struttura e le associazioni sono il motore. Ma allora quale è il compito dei cittadini?
      Essi sono i veri proprietari e beneficiari della memoria di un paese. Senza il loro coinvolgimento attivo, la memoria diventa un concetto museale, statico e freddo. Il ruolo dei cittadini si esprime sia a livello individuale che collettivo attraverso azioni concrete e quotidiane: partecipazione attiva alla vita della comunità, vigilanza sulle azioni dell’amministrazione e delle associazioni, promozione delle idee.

    Insomma, la salvaguardia della memoria storica non è un compito che riguarda esclusivamente studiosi, amministratori o associazioni culturali.

    È una responsabilità che appartiene a tutti noi.

    Ogni volta che ascoltiamo un racconto degli anziani, che recuperiamo una fotografia dimenticata, che documentiamo una tradizione locale o che ci fermiamo davanti a un monumento per chiederci quale storia abbia da raccontare, stiamo contribuendo a mantenere viva la memoria della nostra comunità.

    Perché la memoria, proprio come accade per le persone, ha bisogno di essere coltivata ogni giorno.

    E.N.E.A. – Il nostro piccolo contributo

    È anche da questa consapevolezza che nasce il lavoro de Il Viaggio di Enea.

    Dietro ogni articolo pubblicato non c’è soltanto la volontà di raccontare una notizia o condividere una curiosità. C’è il desiderio di raccogliere e conservare quei frammenti di memoria che rischierebbero altrimenti di andare perduti.

    Nel corso del tempo abbiamo raccontato luoghi dimenticati, raccolto testimonianze degli anziani del paese, documentato tradizioni che rischiavano di scomparire e costruito un vero e proprio dizionario della memoria locale.

    Ogni articolo, dal racconto dei monumenti abbandonati alle espressioni dialettali ormai in disuso, rappresenta un tentativo di preservare ciò che rende unica la nostra comunità.

    Clicca qui per scoprire alcuni articoli sulla storia del nostro paese

    Clicca sulla foto per conoscere la storia del Vicolo degli Archi

    Una memoria che appartiene a tutti

    La storia di una comunità non appartiene soltanto agli storici. Appartiene a chi la vive ogni giorno.

    Appartiene a chi ricorda un’antica leggenda raccontata dai nonni. A chi conserva una fotografia in fondo a un cassetto. A chi sa spiegare perché una strada porta un determinato nome o quale evento ha segnato la vita del paese.

    Per questo motivo vogliamo continuare a raccontare storie, raccogliere testimonianze e dare voce a ricordi che altrimenti rischierebbero di svanire nel silenzio.

    Ci piacerebbe vedere valorizzati nuovamente anche solo alcuni dei luoghi, dei monumenti o delle storie che abbiamo raccontato e che appartengono a Stimigliano:

    • la fontana in via Garibaldi
    • la fontana e l’acquedotto di Cantaro
    • l’idrometro
    • la storia di Maurizo Moris, quella del famoso acquerellista Calandri o della scrittrice Vernon Lee
    • la Moletta Piacentini
    • i nostri poeti, scrittori e pittori
    • il Vicolo degli Archi

    almeno per iniziare…

    Clicca sulla foto per leggere la storia del Sarcofago di Stimigliano

    E voi?

    E voi cosa ne pensate?

    Quale luogo, monumento, tradizione o storia del nostro territorio ritenete che sia trascurata e meriti di essere riscoperta e raccontata?

    Condividete la vostra opinione nei commenti: ogni ricordo salvato dall’oblio è un pezzo della nostra identità che continua a vivere.

  • Inaugurati il nuovo refettorio e il centro cottura nella scuola di Stimigliano

    Inaugurati il nuovo refettorio e il centro cottura nella scuola di Stimigliano

    Taglio del nastro e benedizione del centro cottura e del nuovo refettorio scolastico di Stimigliano. Una giornata di festa e condivisione che ha riunito istituzioni, associazioni, confraternite e cittadini.

    Nella giornata di ieri, 04 ottobre 2026, si è svolta l’inaugurazione del centro cottura e del nuovo refettorio all’interno dell’edificio scolastico di Stimigliano, un intervento che ha restituito alla comunità uno spazio rinnovato e funzionale destinato ai servizi della scuola e non solo.

    Alla presenza dell’Amministrazione Comunale, del parroco, dell’Arma dei Carabinieri, delle associazioni e delle confraternite del territorio, la cerimonia ha preso il via con il tradizionale taglio del nastro e dalla benedizione dei locali.

    L’iniziativa, organizzata in occasione della Festa del Patrono d’Italia San Francesco, ha rappresentato un importante momento di incontro e condivisione per la comunità stimiglianese.

    Anche ENEA era presente all’evento e ha potuto apprezzare il lavoro svolto per la riqualificazione degli spazi, concepiti per garantire un servizio sempre più efficiente e accogliente.

    A seguire un ottimo pranzo preparato dalla Pro Loco di Stimigliano, che ha contribuito alla riuscita della giornata con la consueta disponibilità e professionalità.

    Il nuovo refettorio rappresenterà anche un luogo di incontro e aggregazione per il territorio. La sala e il centro cottura, infatti, potranno essere messi a disposizione delle realtà locali per iniziative ed eventi di carattere sociale e comunitario.

    Per conoscere le modalità di utilizzo della struttura, nonché le procedure per eventuali richieste, sarà possibile rivolgersi agli uffici del Comune di Stimigliano.

    L’inaugurazione si è conclusa in un clima di cordialità e confronto costruttivo. Durante il pranzo conviviale, infatti, associazioni e confraternite hanno condiviso la volontà di rafforzare la collaborazione reciproca, lanciando un appello all’unità per sostenere e sviluppare progetti comuni a beneficio dell’intera comunità.

    L’ auspicio è che si possano trasformare i propositi emersi in una collaborazione stabile e proficua a beneficio dell’intera comunità.

    Galleria Fotografica

  • Stimigliano: spettatori più che protagonisti? Ce lo dice l’IA (e la sociologia)

    Stimigliano: spettatori più che protagonisti? Ce lo dice l’IA (e la sociologia)

    Il grande silenzio di Stimigliano.
    Free rider, paura del giudizio o semplicemente “lo farà qualcun altro”? Ecco cosa succede davvero in un paese come il nostro.

    Facciamo un passo indietro e ripartiamo dall’inizio.

    Qualche settimana fa abbiamo lanciato un appello su questo blog.
    Una richiesta semplice, quasi innocente. Abbiamo chiesto di raccontarci storie, aneddoti o iniziative del nostro paese.

    Risultato?

    Un silenzio così profondo che, nelle pause, si sentivano risuonare le campane a chilometri di distanza.

    Ora, sgombriamo subito il campo da un equivoco: non crediamo nemmeno per un secondo che Stimigliano sia diventato improvvisamente un paese senza memoria, storie o persone capaci.

    Anzi. Basta fermarsi cinque minuti al bar, in piazza o davanti a un negozio per scoprire che siamo una vera miniera d’oro di racconti, opinioni, ricordi, proposte e iniziative (dietro molti di noi si nascondono appassionati di musica, letteratura, cinema, sport e chissà che cos’altro)

    E allora viene spontanea la domanda: perché sul blog non è uscito nulla? (A parte la proposta di una amica che ha già collaborato con noi e con la quale avremo sicuramente modo di fare altro in futuro)

    Tranquilli: non è (solo) colpa nostra.
    O meglio, sì… ma è una colpa scientificamente condivisa.

    Abbiamo provato a farci aiutare dall’intelligenza artificiale per l’analisi di questa situazione e il risultato è stato sorprendente: quello che è successo qui da noi è un piccolo manuale vivente di sociologia.


    L’Effetto Spettatore: tanto lo farà qualcun altro

    Esiste un fenomeno ben documentato chiamato effetto spettatore.
    Funziona così: più persone ci sono, meno ognuno si sente responsabile di agire.

    Tradotto in versione stimiglianese:
    quando abbiamo scritto “qualcuno ha una storia?”, probabilmente ognuno ha pensato:

    “Sì sì, bella idea… ma sicuramente scriverà qualcun altro. Qualcuno che ne sa di più.”

    Il problema è che tutti hanno pensato la stessa cosa e così la responsabilità si è diluita… fino a sparire.


    Free Rider. Perché dire “scroccone” suona male

    Un blog di paese è quello che si può considerare un classico bene pubblico: lo leggono tutti, lo apprezzano molti, ma mantenerlo richiede l’impegno di qualcuno.

    E qui entra in gioco un altro meccanismo molto umano: il “free rider”.

    Terminologia anglosassone che, oltre a darti un tono, ti evita elegantemente di usare la parola scroccone.

    Il Free Rider è quello che, con estrema naturalezza, pensa:

    “Leggere mi piace. Pensare però richiede tempo e fatica.
    Facciamolo fare a qualcun altro — poi io leggo volentieri.”

    È un ragionamento perfettamente logico.
    E anche perfettamente pericoloso.

    Perché se lo facciamo tutti… il blog continua, rimane acceso, sì — ma è come avere una Ferrari in pista e girare a 30 all’ora.


    “Abbiate pure cento belle qualità, la gente vi guarderà sempre dal lato più brutto.” (Molière)

    Poi c’è un fattore molto meno teorico e molto più reale: la paura del giudizio.

    Scrivere su un blog in un piccolo paese non è come postare una cosa qualsiasi online.
    Qui significa esporsi davanti alle stesse persone che incontrerai la mattina dopo.

    Amadeus avrebbe detto “e quindi partono i dubbioni”:

    “E se quello che racconto è banale?”
    “E se qualcuno ha da ridire?”
    “E se poi al mercato mi commentano l’iniziativa?”
    “E se poi mi metto contro l’Amministrazione”?

    Risultato: strategia perfetta di sopravvivenza sociale —
    silenzio assoluto.


    In fin dei conti, restiamo un gregge

    Infine, c’è il meccanismo più subdolo: se nessuno inizia, nessuno segue. Un po’ come nel gregge. Si fa quello che fanno gli altri.

    Un solo commento sotto alla nostra domanda. Troppo poco per accodarsi. Un vuoto iniziale che ha creato un piccolo muro invisibile.

    Perché scrivere per primi richiede coraggio.
    Rispondere a una conversazione già avviata, invece, è facilissimo.

    E così siamo rimasti tutti lì: in attesa di qualcuno che ci precedesse.


    Conclusione: la scienza ci assolve… ma non troppo

    La buona notizia è che la sociologia ci assolve completamente:
    quello che è successo è normale, umano, prevedibile.

    La cattiva notizia è che, ora che lo sappiamo,
    non possiamo più far finta di niente.

    Perché a quel punto la domanda cambierebbe:

    Siamo davvero spettatori… o ci fa comodo esserlo?

    Questo blog non cerca scrittori perfetti, né storici accademici.
    Cerca pezzi di vita vera: ricordi, episodi, dettagli che rischiano di perdersi.
    Cerca persone con una passione da raccontare.

    Cerca persone che hanno voglia di condividere un’iniziativa.

    Vuole il bene di Stimigliano e degli Stimiglianesi. Soprattutto per le generazioni che verranno e alle quali vogliamo lasciare un’eredità.

    E allora proviamo a fare una cosa semplice, concreta — e stavolta senza alibi.


    Un piccolo esperimento (ma serio):

    Proviamo a semplificare al massimo. Nei commenti puoi fare una di queste tre cose:

    • raccontare un breve ricordo, mostrarci delle fotografie. Uno spunto che poi useremo per scrivere un articolo
    • segnalare un’iniziativa o qualcosa che sta succedendo
    • proporre una rubrica che ti piacerebbe portare avanti

    Non serve essere “bravi a scrivere”. Possiamo farlo insieme.

    Serve solo iniziare.

    Serve solo fare una cosa che, a quanto pare, è diventata rarissima: mettersi in gioco.


    E se anche stavolta resta tutto in silenzio…

    …allora forse la sociologia non basta più a spiegarci.

    E dovremo ammettere una cosa un po’ meno scientifica, ma molto più scomoda:

    Che non è paura, non è timidezza, non è “mancanza di tempo”.
    È una scelta.

    La scelta di restare a guardare.

    E a quel punto sì che — senza più ironia — la domanda iniziale avrà trovato la sua risposta.

  • Stimigliano Scalo e San Giovanni Bosco

    Stimigliano Scalo e San Giovanni Bosco

    Una devozione che attraversa il tempo e unisce la comunità

    Ci sono storie che sembrano lontane nel tempo e nello spazio, eppure finiscono per intrecciarsi con la vita di un paese. È il caso di San Giovanni Bosco, nato nel 1815 ai Becchi, vicino all’attuale Castelnuovo Don Bosco, e diventato nel tempo uno dei santi più amati della Chiesa cattolica.

    A nove anni Giovanni fa un sogno che segnerà tutta la sua esistenza. Un sogno che parla di ragazzi, di educazione, di fiducia. Diventerà sacerdote nel 1841 e dedicherà la sua vita ai giovani più poveri e dimenticati della Torino dell’Ottocento. Li incontra per strada, nelle carceri, nei cantieri. Li difende dallo sfruttamento, si fa garante per loro davanti ai datori di lavoro, inventa un modo nuovo di educare fondato su ragione, religione e amorevolezza.

    Don Bosco

    Nel 1854 fonda la Società Salesiana e dà vita a un’opera che si diffonderà in tutto il mondo. Morirà il 31 gennaio 1888, ma la sua eredità continuerà a parlare alle generazioni future. Sarà proclamato santo nel 1934 da Papa Pio XI e, molti anni dopo, nel 1988, Papa Giovanni Paolo II lo definirà “Padre e Maestro della Gioventù”.

    Ma il tratto più sorprendente di questa storia è il modo in cui il suo carisma è arrivato fino a Stimigliano Scalo, radicandosi nel cuore della comunità.


    Il passaggio in Sabina: l’inizio di un legame

    Nel gennaio 1877 don Bosco visita Magliano Sabina. È accolto dal clero e dai seminaristi con entusiasmo. Nei giorni successivi racconterà quell’esperienza a Torino, nella conferenza annuale di San Francesco di Sales, ricordando la disponibilità e il desiderio dei giovani di essere guidati.

    “A due ore di vapore da Roma verso la Toscana, dalla parte opposta di Albano ed Ariccia, si trova la città di Magliano, luogo decantato per immoralità da non potersi dire più. Anche là vidi giovani docili e rispettosi ed affinché non fuggissi da loro senza confessarli, pregarono il Direttore che non mi lasciasse andar via.
    …
    Quei chierici chiedono tutti in corpo di farsi Salesiani ma noi vogliamo andare adagio, con cautela e prudenza, per non danneggiare la diocesi e non far gridare la gente.”

    Nel corso dello stesso anno si avviano le trattative per il seminario-convitto di Magliano, concluse il 25 agosto con una convenzione firmata insieme al Cardinale Bilio. Le sue visite proseguiranno fino al 1880, anche per risolvere alcune incomprensioni sorte intorno al collegio e per vigilare sull’andamento del seminario.

    Seminario Sabino di Magliano Sabina

    È da quel momento che il nome di don Bosco comincia a entrare nella vita religiosa e culturale del territorio sabino, preparando il terreno a un legame ancora più forte.


    Stimigliano Scalo: una chiesa nata dalla devozione

    Il rapporto tra Stimigliano Scalo e San Giovanni Bosco non è frutto del caso, ma di relazioni personali profonde e di una fede condivisa.

    Monsignor Federico Emanuel, Vescovo Ausiliare di Sabina e già alunno di don Bosco, nutriva verso di lui una sincera riconoscenza. Aveva stretto un rapporto di amicizia con il commendator Alessandro Sbordoni, proprietario della ceramica di Stimigliano Scalo. Insieme al parroco dell’epoca, Monsignor Alfredo Carnevale, maturò la decisione di trasformare un antico fienile in una cappella dedicata proprio al Santo.

    Comm. Alessandro Sbordoni

    Non si trattò solo di un intervento edilizio, ma di un gesto identitario: la comunità volle affidarsi a don Bosco, scegliendolo come punto di riferimento spirituale.

    La chiesa venne consacrata e aperta al culto nel 1936 con una solenne cerimonia alla presenza del Cardinale Donato Sbarretti.

    Chiesa Parrocchiale S.G.B.

    Anche negli anni più difficili, la devozione non si spense. Nel 1942, in pieno conflitto mondiale, nacque il primo Comitato dei festeggiamenti in onore del Santo. Grazie all’impegno del parroco don Mario Patrignani, fu acquistata la statua per 1.500 lire e trasportata fino a Stimigliano nonostante le difficoltà della guerra. Un segno concreto di quanto la comunità sentisse quel legame come proprio.

    Don Mario e Don Francesco

    Don Francesco Eusepi: la memoria che si fa racconto

    Tra i giovani di Stimigliano che scelsero la strada del seminario — Gaetano Bagordo, Antonio Farinelli, Costante Menichelli e Francesco Eusepi — solo quest’ultimo arrivò al sacerdozio.

    Ordinato nel 1958 alla presenza del Cardinale Marcello Mimmi, Vescovo della Sabina, Don Francesco Eusepi fu per anni parroco di Montelibretti. La sua devozione a San Giovanni Bosco era viva e concreta.

    Don Francesco

    Ogni 31 gennaio, giorno della memoria liturgica del Santo, riuniva i bambini in una sala accanto alla sacrestia e proiettava immagini sulla sua vita, accompagnate da musica e narrazione tramite giradischi. Un gesto semplice, ma carico di significato: trasmettere ai più piccoli l’entusiasmo, la fiducia e l’amore per i giovani che avevano caratterizzato la vita di don Bosco.

    Attraverso di lui, la devozione diventava racconto, educazione, continuità.


    Una memoria incisa nel cuore (e su una campana)

    Annunciazione e S.G.B.

    Il legame tra Stimigliano Scalo e San Giovanni Bosco è fatto anche di dettagli che parlano di famiglia e di affetto.

    Come ricorda Maura Sbordoni, nipote del commendator Alessandro:

    “Sulla campana vi è inciso il nome di mia nonna Argia, che nonno Alessandro ha amato fino alla fine.”

    In quell’incisione si incontrano fede, amore e memoria. È il segno di una comunità che ha saputo trasformare una devozione in identità condivisa.


    Oggi il nome di San Giovanni Bosco non è solo quello di un grande santo della Chiesa universale. Per Stimigliano Scalo è una presenza familiare, un riferimento spirituale, una storia intrecciata con quella delle sue famiglie.

    Un sogno nato in Piemonte nell’Ottocento ha trovato casa qui. E continua, ancora oggi, a parlare alla nostra comunità.


    San Giovanni Bosco

    Dona amore a tutti i bimbi
    fa che il cielo li consigli
    per cercare la beltà

    Tu che gli hai donato il cuore
    che cultore sei dell’Angelo Custode
    dona loro la consapevolezza

    Della bellezza di ogni essere vivente
    della natura in tutte le sue forme
    per suscitare in loro rispetto

    Per saper vivere con lealtà e decoro
    perché la vita è stata data in dono
    e il suo motto ricordate! …

    “Siate buoni se potete …”

    (Angela Cavallari)

    Arcobaleno del terzo millennio (Mario Grizi)

    Fonti:
    – Wikipedia per la Biografia
    – San Giovanni Bosco – Arcobaleno del Terzo Millennio (Mario Grizi
    )