Mese: Maggio 2026

  • Stimigmistica – 13

    Stimigmistica – 13

    La rubrica di enigmistica dedicata a Stimigliano.

    L’angolo nascosto

    Come si gioca: va individuato il soggetto della foto. Ogni uscita scoprirà nuovi particolari.

    Il personaggio misterioso

    Come si gioca: a ogni uscita un nuovo indizio, chi saprà sfruttarli per scoprire chi è il Personaggio Misterioso?

    Indizio 1
    Lei si trovava spesso tra nuvole bianche... ma mai sulle nuvole.
    
    Indizio 2
    Nella vita si è trovata di fronte a un grande bivio.

    Il cruciverba

    Come si gioca: il cruciverba è compilabile on-line. Cliccando su una casella si evidenzieranno in rosso le definizioni (orizzontale e verticale). Clicca una sola volta per inserire la soluzione orizzontale, due volte per quella verticale. Se vuoi puoi salvare il cruciverba compilato e inviarlo a Enea.

    Cruci-verve


    Soluzioni del numero precedente

    Il cruciverba – (vincitori: Gabriel Hrum)
    L’angolo nascosto – Serbatoio idrico di Stimigliano Scalo (vincitori: Emiliano Menichelli, Gabriel Hrum)

  • Parole, memoria e comunità: il Premio San Bernardino compie 25 anni

    Parole, memoria e comunità: il Premio San Bernardino compie 25 anni

    Da venticinque anni il Premio San Bernardino custodisce e rinnova una tradizione fatta di parole, incontri e comunità, continuando a unire generazioni nel segno della poesia.

    XXV Premio di Poesia “San Bernardino”: un’edizione speciale nel ricordo di Cosimo Renzetti

    Domenica 24 maggio si è svolta con grande partecipazione e sentita emozione la venticinquesima edizione del Premio di Poesia “San Bernardino”, appuntamento ormai storico per la comunità e per tutti gli amanti della poesia della Sabina.

    Un traguardo importante, quello dei venticinque anni, celebrato nel segno della memoria e dell’amicizia: l’edizione 2026 è stata infatti dedicata al poeta stimiglianese Cosimo Renzetti, figura cara e punto di riferimento culturale del territorio. (clicca qui e scopri di più su Cosimo)

    Il Premio “San Bernardino” nasce dalla volontà e dalla passione di Mario Grizi, poeta, musicista e scrittore stimiglianese, da sempre anima e motore dell’iniziativa. (clicca qui e scopri di più su Mario)

    Mario Grizi

    Mario, autore di numerosi libri e musicista attivo anche nella banda del paese, ama ricordare come tutto ebbe origine dai suoi primi incontri giovanili con la poesia:

    Da giovane lasciavo perde il pallone per andare a sentire i poeti che si riunivano a San Valentino.

    Un ricordo che racconta bene l’intensità di un percorso artistico cresciuto all’ombra di personalità dalle quali trae ispirazione e raccoglie suggerimenti: il poeta Zefferino Colletti, il pittore Mario Bagordo e lo stesso Cosimo Renzetti, poeta-contadino capace di raccontare con autenticità la vita e l’anima della terra sabina.

    Il presidente Simone Latella e la prof.ssa Silvia Egidi

    Da quelle influenze nasce in Mario il desiderio di dare continuità a quell’esperienza, a quella vivace tradizione culturale.

    Nonostante le difficoltà, anche di natura economica e culturale, negli anni il Premio San Bernardino è diventato realtà stabile e riconosciuta grazie anche al supporto dell’associazione “Casa Sabina della Poesia” che si pone come obiettivo la valorizzazione della cultura e la creazione di un luogo di incontro e aggregazione nella Bassa Sabina.

    La giuria e i riconoscimenti

    A valutare i numerosi componimenti pervenuti è stata una giuria qualificata composta da Maria Augusta Ambrogi, Biagio Cipolletta, Felice Paniconi, Silvia Egidi, Giovanni Tesone e Simone Latella.

    Durante la manifestazione sono stati conferiti importanti riconoscimenti a figure che hanno contribuito in modo determinante alla crescita del premio:

    • Mario Grizi, per l’instancabile impegno e la dedizione profusi nel corso degli anni;
    • Prof.ssa Maria Augusta Ambrogi, per la passione e il contributo costante in questi venticinque anni;
    • Prof. Felice Paniconi, cofondatore e anima del premio, per aver diffuso e valorizzato la poesia nella terra sabina.
    La prof.ssa Maria Augusta Ambrogi e Mario Grizi

    I vincitori delle varie sezioni

    Come ogni anno, il concorso ha premiato autori in diverse categorie:

    Sezione poesia in lingua italiana

    • 1° Angela Cavallari – Mi parve di udire
    • 2° Mario Russo – Cane bagnato
    • 3° Armando Menicacci – Tenendoci per mano

    Sezione poesia in dialetto sabino

    • 1° Filippo De Angelis – Le cerque di Pozzajola
    • 2° Vincenzo Ciancarelli – Lu poeta
    • 3° Mariano Pasquali – La befana

    Sezione poesia religiosa

    • 1° Angela Faraglia – Madonna di Lourdes
    • 2° Maria Antonietta Morganti – Dio arriverà
    • In terra Santa

    Sezione “Poesia del Treno” (introdotta negli ultimi anni con il patrocinio dell’Association Européenne des Cheminots – Italia/Lazio)

    • 1° Mario Pietrangeli – Mio padre ferroviere e pittore
    • 2° Alessandro Calanca – La valigia con lo spago
    • 3° Beatrice Manzara – L’ultimo chiarore di maggio
    Angela Cavallari, primo premio poesia in lingua italiana

    Da sottolineare anche la significativa partecipazione dei ragazzi delle scuole, che hanno presentato numerosi elaborati, alcuni letti dagli stessi autori durante la cerimonia, contribuendo a rendere ancora più viva e partecipata la giornata.

    Una giornata di cultura e comunità

    La manifestazione ha registrato una buona affluenza di pubblico e si è svolta in un clima di grande attenzione e partecipazione, nonostante la contemporaneità con l’esibizione degli sbandieratori di Narni.

    Particolarmente toccante è stato l’omaggio a Cosimo Renzetti da parte della prof.ssa Rita Cantarini, che ha ricordato il poeta con parole sentite e ha interpretato una sua poesia dedicata alla primavera.

    La prof.ssa Rita Cantarini

    La lettura delle opere vincitrici e delle poesie segnalate è stata intervallata da momenti musicali di grande qualità, contribuendo a creare un’atmosfera suggestiva e coinvolgente.

    Roberto Mazzoli interpreta una sua toccante poesia dedicata al papà scomparso

    A conclusione della giornata, partecipanti e organizzatori si sono ritrovati presso il ristorante “Da Lina”, proseguendo il confronto culturale in un clima conviviale, davanti a ottimo cibo, nel segno della condivisione e dell’amicizia.

    Un’eredità che guarda al futuro

    La venticinquesima edizione del Premio San Bernardino non è stata solo un importante anniversario, ma anche una conferma della vitalità culturale del territorio e della forza di una tradizione che continua a rinnovarsi.

    Domenico Bianchi interpreta “Il lupo”
    La poesia di Mario Pietrangeli interpretata dai colleghi della Association Europeenne des Cheminots

    Nel segno dell’impegno di Mario Grizi e di tutti coloro che negli anni hanno contribuito alla crescita del premio, oggi più che mai emerge la necessità di raccoglierne l’eredità: proseguire nel cammino tracciato, coltivare la passione per la poesia e per l’arte e farsi ponte tra le generazioni, affinché questo patrimonio culturale continui a vivere e a parlare al futuro della comunità.

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  • Attività storiche: il ristorante “Da Lina”

    Attività storiche: il ristorante “Da Lina”

    Da Lina” rappresenta oltre 120 anni di storia tra tradizione, famiglia e cucina sabina

    Le origini: la fraschetta

    Il ristorante “Da Lina” nasce nel 1905 grazie all’iniziativa delle sorelle Lancia, Adelaide e Rosa. (o almeno questo è quanto risulta dai documenti comunali; le origini infatti potrebbero anche essere antecedenti)

    Sorge in vocabolo Nocchieto, all’incrocio tra via Lambruschina, via Cavour, la strada che porta al paese di Stimigliano e via Colle che unisce il nostro paese con Forano.

    Il luogo, sede fino a non molti anni fa di un’importante fiera, al tempo era frequentato da pastori, allevatori e commercianti: una posizione ideale, dunque, per avviare un’attività di ristorazione.

    Inizia come “fraschetta”, un locale dedicato principalmente alla mescita del vino. Per i meno avvezzi al nettare ottenuto dalle viti, non fa però mancare acqua e bibite fresche. Non ci trovi piatti elaborati ma puoi comunque spaziare tra focacce e panini.

    Lina Zuccarini

    Dopo anni di attività, in età avanzata, le due sorelle decidono di lasciare la gestione e si trasferiscono lontane da Stimigliano, affidando però la casa dove si trovava la fraschetta a Lina, figlia di Adelaide.

    Nessuno può immaginare che in quel momento sta per essere scritta una delle pagine più importanti della storia di Stimigliano.

    Nasce la trattoria “Da Lina”

    Il marito di Lina, Costante, infatti la sprona continuamente:

    Dai Lina, apri una trattoria che ci facciamo i soldi

    Consapevole delle straordinarie capacità culinarie della moglie, tenta di incoraggiarla a trasformare la sua passione in un’attività vera e propria.

    Lina fin da bambina amava cucinare e, già da giovane, lavorava tra Forano (dove abitava) e Roma impiegata come cuoca presso una famiglia benestante.

    Alla fine, l’insistenza di Costante riesce a prevalere: Lina scioglie le riserve e insieme intraprendono questa avventura. Costante lascia il proprio lavoro per affiancarla, mentre Lina inizia a occuparsi della cucina, ma anche del rapporto con i clienti.

    Da Lina (anni ’80)

    Donna intelligente, sobria, dall’aspetto sempre curato: capelli ordinati, abiti in perfetto ordine. Ha una personalità equilibrata, un eloquio cortese e una straordinaria energia che le permettono di gestire con naturalezza sia la cucina che la sala.

    Sempre sorridente e attenta, ricorda i piatti preferiti dei suoi clienti ma ha a mente anche le loro storie, le loro intolleranze e persino i loro problemi. Cordiale con i suoi collaboratori oltre che con gli avventori, dispensa consigli e insegnamenti. Insomma, si dimostra una vera professionista.

    I clienti la scelgono proprio per l’atmosfera familiare che sa creare: Lina è, a tutti gli effetti, una maestra dell’accoglienza.
    Ed è per questo che, ancora oggi, anche dopo la sua scomparsa, rimane la figura centrale del ristorante.

    La trattoria

    Il locale è semplice ma accogliente: pavimento in mattoni rossi, soffitto a voltine e un camino acceso vicino all’ingresso. La sala, non molto grande, può comunque ospitare due file di tavoli. In un ambiente adiacente si trova il bar, teatro di partite a carte, soprattutto briscola e tressette.

    La cucina è quella di una volta, con un’anima profondamente contadina, amata da clienti ruspanti in cerca di sapori decisi.
    L’atmosfera è davvero familiare: durante i banchetti, non è raro che i clienti portino polli o abbacchi da cucinare. È un’epoca in cui il denaro ha un valore diverso, frutto di duro lavoro, e Lina viene volentieri incontro a queste esigenze.

    Ha senso deglie affari e sa valorizzare anche ciò che le viene dato: non manca di cucinare animali o pescetti ricevuti in dono, soprattutto in occasione della fiera.

    È un’Italia genuina, lontana dalle sofisticazioni alimentari dei giorni nostri. Non servono certificazioni: si portano in tavola prodotti “caserecci”, considerati sani, autentici, “di casa”.

    Mario e Lorella

    Intanto nel 1954 nasce a Forano Mario, destinato a diventare una figura chiave nella crescita dell’attività. Mandato “per errore” in collegio ad Anzio, si innamora dei ristoranti del posto e soprattutto del pesce fresco che servono. Sono forse i primi segnali di una vita che verrà.

    Mario e Lorella

    Dopo due anni lontano dalla famiglia, torna a Stimigliano e, terminata la scuola dell’obbligo, inizia così a lavorare in trattoria a soli dodici anni.

    I turni gli permettono anche di impegnarsi al bar Alemagna lungo l’autostrada, dove si arricchisce di esperienza entrando in contatto con clienti provenienti da tutta Italia.

    A Forano incontra Lorella, se ne innamora e la sposa nel 1977. Lei, già con qualche esperienza vissuta nella trattoria di Lina, entra in cucina e lavora accanto alla suocera, condividendo casa e lavoro, come spesso accadeva un tempo.

    Lina resta comunque la guida indiscussa:

    In cucina non si faceva nulla se non come diceva Lina

    Chiunque provasse a fare la pasta fresca (il suo cavallo di battaglia) in modo diverso veniva subito fermato con un secco:

    Lascia, faccio io

    Lo strumento per tagliare la pasta fresca tramandato nel tempo

    Ma Lorella impara molto dalla suocera: carisma, saggezza, capacità di gestire le risorse, eleganza nei modi.

    Perché Lina sa parlare con tutti, dall’avvocato al pastore, dal medico al camionista. Lorella assorbe questa lezione e impara a relazionarsi con chiunque, senza timore.

    Nel frattempo Mario, risolte le questioni ereditarie anche con la zia Rosa, diventa proprietario della trattoria, comprendendo che quella sarebbe stata la sua vita.

    Il menù

    Il menù rimane semplice e “casereccio”, ma spesso ricco di preparazioni lunghe e impegnative. Senza elettrodomestici, tutto il lavoro ricade sulla famiglia: i panni e le stoviglie vengono lavati a mano, la pasta fresca preparata al momento.

    Le uova raccolte da Mario e Costante diventano, tra le mani esperte di Lina, le celebri fettuccine, dal profumo e dalla consistenza oggi difficili da ritrovare.

    I ragù vengono preparati con pomodori passati e imbottigliati a settembre, nel pieno della maturazione, per garantire un sapore unico.

    I contadini locali sono i principali fornitori, così come gli allevatori per le carni: tutto è, di fatto, a km 0.
    Il vino proviene dal vigneto di famiglia e viene servito in bicchieri rustici, ben lontani dai calici moderni.

    Curioso anche il giorno di chiusura: il giovedì. Quel pomeriggio, infatti, negozi e botteghe del paese restano chiusi, rendendo il paese meno frequentato e dunque meno redditizio per la trattoria.

    Gli anni ’70 e ’80

    Negli anni ’70 e ’80 Mario, ormai alla guida del locale, avvia una serie di miglioramenti: ampliamento degli spazi, creazione dell’angolo bar per degustare distillati e perfino l’introduzione di un juke-box.

    Non mancano però le difficoltà: una grande frana di via Lambruschina, a poca distanza dal locale, crea problemi alla viabilità e riduce il flusso di clienti.

    Ma proprio da questa difficoltà nasce un’idea vincente per attirare avventori: su suggerimento di un amico, Mario introduce la pizzeria. Una scelta decisiva, che ancora oggi rappresenta un punto di forza.

    Nel 1989 Mario e Lorella compiono un passo importante: acquistano un casale vicino alla trattoria, accanto alla chiesa della Madonna della Strada. Ne intuiscono il potenziale: parcheggio, giardino per eventi, spazio per matrimoni.

    Il casale
    Le prime opere

    Non è facile gestire il lavoro e il restauro contemporaneamente, ma presto la prima sala è pronta, dominata da un grande camino, un tempo abbeveratoio per animali. La trattoria cambia casa e comincia a vestirsi da ristorante.

    Oggi, dopo i nuovi ritocchi si può considerare uno dei locali più belli di tutta la Sabina.

    Da Lina oggi

    L’età dell’oro

    Il trasferimento avviene nel 1991. La squadra in cucina resta la stessa: Lina e Lorella, affiancate da Franca e Rosalba, eredi dei segreti della pasta.

    Il nuovo spazio consente di ospitare grandi banchetti e l’attività cresce rapidamente.

    Ogni mese servivamo migliaia e migliaia di clienti, che in un anno diventavano decine di migliaia. Come riempire parecchi stadi di calcio…

    ricorda Mario.

    È l’inizio dell’età dell’oro del ristorante.

    Una difficile transizione e l’inizio della crisi

    Tutto va a gonfie vele tanto che si pensa al futuro e il compito di scriverlo sarà sicuramente di Adelaide e Andrea, i piccoli di casa Sansoni. I due intuiscono il grande impegno che li aspetta ma, superati velocemente i dubbi, accettano volentieri il loro destino.

    L’erede designato, in realtà, sembra essere Andrea: formazione alberghiera, esperienza militare come cuoco, torna a casa e dà subito sfoggio delle sue abilità non solo teniche. Spigliato, sorridente, carattere brillante amato da tutti i clienti.

    Ma un maledetto giorno del 2005, senza preavviso, l’amore per le due ruote lo porta via per sempre.
    Un colpo durissimo, un terremoto che devasta tutta la famiglia.

    E come spesso accade, le disavventure non arrivano mai da sole.
    La perdita di Andrea, la malattia di Mario, gli acciacchi di Lina e i cambiamenti nel mondo della ristorazione, che intaccano quelli che erano stati i capisaldi della cucina fino a quel momento, segnano l’inizio di un periodo difficile. Una vera crisi.

    Michele e Adelaide

    Michele e Adelaide si conoscono da una vita. Si sono incontrati, si sono completati a vicenda e in mezzo alle difficoltà hanno saputo prendere le redini del ristorante per farlo rialzare. E ci sono riusciti davvero bene.

    Lei, cresciuta con gli insegnamenti della vecchia scuola, si combina perfettamente con l’animo commerciale di lui, appreso in anni di attività in concessionaria.

    Sanno dare nuova linfa al ristorante, capendo e cavalcando i cambiamenti. Aggiornano il menù. Introducono nuove strategie e aprono ai social, senza però perdere l’identità originaria.

    Studio, dedizione, nuove linee in cucina che affiancano i piatti storici. L’attenzione per la carne, nazionale e internazionale fa del grande camino, quello restaurato da Mario, il protagonista assoluto, una vera firma d’autore.

    I sogni sono quelle cose che non devono mai mancare

    diceva nonna Lina.

    Oggi non c’è più. Ma il suo spirito vive ancora. La voglia di sognare non è mai scomparsa. È l’eredità più importante lasciata a Mario e Lorella, custodita oggi da Adelaide e Michele e destinata a proseguire con le nuove generazioni: Lucrezia, Matilde e il piccolo Andrea.

    Ecco perché il ristorante “Da Lina” è un sogno che dura da più di 120 anni.

    Per saperne di più

    • Da Lina 1905 – La nostra storia lunga 120 anni (libro)
    • Sito Web

    Contatti

    Ristorante “Da Lina”
    Voc. Nocchieto, 9, 02048 Stimigliano (RI)
    Tel. 0765-576502
    E-Mail: ristorantedalina1905@gmail.com

    Galleria

  • San Bernardino e il miracolo di Stimigliano

    Da oltre sei secoli, il nome di San Bernardino da Siena è profondamente legato alla storia e alla devozione di Stimigliano. Tra predicazione, memoria popolare e un miracolo tramandato nel tempo, questo racconto unisce fede, tradizione e identità del nostro territorio.

    San Bernardino, il predicatore

    Nato a Massa Marittima nel 1380 dalla nobile famiglia senese degli Albizzeschi, San Bernardino rimase orfano di entrambi i genitori all’età di sei anni. Cresciuto dai parenti a Siena, compì in città gli studi di retorica e giurisprudenza. A ventidue anni entrò nell’Ordine dei Frati Minori Francescani e nel 1405 ottenne l’abilitazione alla predicazione, che continuò senza interruzioni fino alla morte.

    San Bernardino si distinse per l’intensa opera di divulgazione del culto di Gesù Cristo e per aver promosso importanti riforme all’interno dell’Ordine francescano. La tradizione lo ricorda come un predicatore straordinario, capace di parlare per ore senza mai stancare la folla, che accorreva numerosa per ascoltarlo. Ebbe una particolare venerazione per l’Eucaristia.

    Il passaggio a Stimigliano

    Attraversando numerose località dell’Italia centrale, San Bernardino predicò instancabilmente la dottrina cristiana contenuta nei Vangeli. Si presume, con quasi assoluta certezza, che egli sia passato più volte per Stimigliano, fermandosi a predicare: lo dimostra il culto ancora oggi particolarmente vivo, anche a oltre 600 anni dalla sua scomparsa.

    È certo che attraversò Stimigliano lungo il cammino verso Terni e Montefalco, città che per sua volontà ospita un convento a lui dedicato.

    Secondo le testimonianze, durante uno degli ultimi passaggi da questi luoghi San Bernardino aveva ormai sessantatré anni. Il tempo aveva segnato profondamente il suo corpo: non era più la figura agile e vigorosa che aveva incantato le folle anche per l’aspetto fisico. Camminava piegato in avanti, appoggiando gli avambracci ai fianchi, con il volto magro e il mento aguzzo.

    Un giorno, durante una predica, si descrisse senza nominarsi, raccontando con lucidità i segni della vecchiaia:

    passa e’quarante e’gogno a sessant’anni, e egli comincia a diventare piccolino e ripiegato; egli comincia ad avere gli occhi piccicosi, cogli occhi scervellati; egli va chinato col capo verso terra; egli diventa sordo non vede bene lume, e li diventa sdentato.

    Gli amici, vedendo che non era più in grado di cavalcare il mulo, gli prepararono una rudimentale barella. Bernardino comprese che la fine era vicina, ma era certo che non sarebbe sopraggiunta prima di giungere a L’Aquila, città che lo attendeva da anni. Improvvisamente, trovando nuove forze, riprese a camminare per raggiungerla.

    (estratto dalla raccolta di poesie PREMIO SAN BERNARDINO – XVIII EDIZIONE, a cura dell’Associazione Culturale Casa Sabina della Poesia)


    Un segno tangibile: il miracolo di San Bernardino a Stimigliano

    San Bernardino ha voluto lasciare a Stimigliano un segno concreto della sua benevolenza e protezione. Un episodio tramandato nella memoria popolare racconta una grazia avvenuta il 20 maggio, ai primi del Novecento, durante la processione in onore del Santo.

    San Bernardino di Mario Bagordo

    La prof.ssa Rita Cantarini, pronipote di un testimone diretto, ha riportato personalmente il racconto del miracolo.

    La testimonianza di Rita Cantarini

    “Domenico Cantarini, mio bisnonno, in età avanzata, per camminare si serviva delle grucce. Come in ogni ricorrenza, anche quel giorno seguiva a fatica la statua del Santo in processione; ma giunto in piazza, vicino ai giardinetti, di colpo iniziò a camminare e, prese le grucce, le infilò in un ramo sporgente di un albero.

    La processione si fermò e tutti gridarono al miracolo. Domenico, piangendo e ringraziando, s’inginocchiò davanti a San Bernardino. La popolazione riprese festante la processione, tra ferventi preghiere e canti.

    Da quel giorno Domenico tornò a camminare normalmente per molti anni, fino alla sua morte terrena. Le sue grucce furono esposte nella cappella di San Bernardino della nostra chiesa, accanto alla statua del Santo.”

    (estratto dalla raccolta di poesie PREMIO SAN BERNARDINO – XVIII EDIZIONE, a cura dell’Associazione Culturale Casa Sabina della Poesia)


    Miracolo di San Bernardino a Stimigliano

    di Mario Grizi

    In un giorno lontano,
    di un maggio tutto festante…
    successe un fatto strano
    in mezzo a persone tante.

    Domenico Cantarini
    andava in processione…
    camminava con le grucce
    e faceva compassione

    La processione andò,
    giù verso il comune…
    poi risalì fino in piazza,
    passando in mezzo a qualche lume.

    Mentre la processione passò,
    davanti al giardinetto…
    Domenico, di colpo, iniziò,
    a camminare poveretto.

    Poi prendendo le grucce
    le infilò in un ramo rotto…
    che dà un albero sporgeva,
    e iniziò un pianto dirotto.

    La macchina di S. Bernardino,
    di colpo si fermò…
    e lui, ringraziando il Santo,
    davanti a Lui si inginocchiò.

    Guardava il povero Domenico,
    la gente tutta stupita…
    il miracolo l’aveva guarito,
    lui che zoppicava da una vita.

    Per molti, molti anni,
    le grucce fecero bella mostra…
    nella Cappella del Santo,
    vicino alla statua, messe lì apposta.

    Il giorno dopo a Stimigliano,
    non si parlava d’altro…
    e si pregò S. Bernardino,
    intervallato dal suo canto.

    Questo miracolo successo qui,
    s’era certo scordato…
    e ringrazio tanto Rituccia,
    che me l’ha raccontato.

  • San Bernardino a Stimigliano: fede e giovani nel 1980

    San Bernardino a Stimigliano: fede e giovani nel 1980

    Luci, canti ma anche silenzio raccolto: così Stimigliano ha accolto San Bernardino nel settembre del 1980. Il racconto tratto dal periodico “La Vetta” di una esperienza di fede e partecipazione che il paese non ha dimenticato.

    La “Peregrinatio” del corpo di San Bernardino da Siena

    Nel 1980, tra il 31 agosto e il 4 ottobre, in occasione del VI centenario della nascita di san Bernardino da Siena (1380–1980), è stato organizzato un grande pellegrinaggio con il corpo incorrotto del Santo, custodito a L’Aquila, che ha attraversato numerose regioni italiane (Toscana – Umbria – Lazio – Lucania – Abruzzo)

    La mappa degli spostamenti

    Il pellegrinaggio, di carattere religioso–apostolico. è stato curato dall’Ordine dei Frati Minori, custodi della Basilica di San Bernardino a L’Aquila.

    Dettaglio dell’itinerario (parte 1)
    Dettaglio dell’itinerario (parte 2)

    26 settembre, Stimigliano accoglie il Santo

    È stata una vera esplosione di fede popolare.
    Stimigliano, paese di circa 1.700 abitanti, ha vissuto una serata che è rimasta impressa nella memoria di tutti.

    Queste le parole di Padre Antonio D’Antonio nel suo racconto del viaggio delle spoglie di San Bernardino da Siena.

    È la sera del 26 settembre del 1980 e l’accoglienza degli Stimiglianesi è mozzafiato.

    Un paese interamente illuminato e pavesato in modo straordinario. Migliaia di bandierine colorate, frutto di mesi di lavoro di donne, giovani, ragazze e bambini, attraversano le strade appese ai balconi formando una vera e propria galleria.

    Uno spettacolo meraviglioso.

    Drappi rossi con la croce o con il monogramma bernardiniano alle finestre, file di lampadine accese, vasi di fiori di ogni tipo lungo la strada, festoni e bengala che, a tratti, illuminano a giorno la bella e spaziosa via d’accesso al paese.

    Anche piazza Vittorio Emanuele è un tripudio di colori. Il lampione centrale è il fulcro dal quale si dipanano sette file di bandierine pluricolori, scendendo fino a legarsi agli alberi della piazza.

    Un richiamo evidente ai sette Sacramenti e ai doni dello Spirito Santo.

    Ad accogliere l’Urna con le Spoglie mortali di San Bernardino ci sono le autorità religiose, quelle civili e la Confraternita di San Bernardino. Con loro anche la banda che intona una marcetta melodica, sommessa, perfettamente in sintonia con i sentimenti di profonda commozione del popolo: un silenzio intenso, partecipe, quasi stupefatto.

    Fin dai primi momenti è apparso chiaro che il vero fulcro dell’organizzazione sono stati i giovani, animati da un entusiasmo raro e da una fede quasi “fanatica”. Ovunque si vedevano giovani, solo giovani: erano loro a dirigere e coordinare ogni fase della degna accoglienza riservata a San Bernardino.
    Che bellezza! Che serata dolce, incantevole, indimenticabile.

    Proprio nella piazza si è radunata una folla di circa 5000 persone. Insieme agli stimiglianesi ci sono moltissimi fedeli provenienti dai paesi vicini giunti anche loro per onorare San Bernardino.

    L’Urna è alla base del sagrato mentre i gradini superiori vedono allestito un altare. Ben diciannove sacerdoti si riuniscono attorno al vescovo di Sabina e Poggio Mirteto, monsignor Marco Caliaro, scalabriniano, per concelebrare la messa. Non prima però di aver ascoltato le parole del parroco don Attilio Attili, di padre Tommaso Maggi e del sindaco dott. Costante Menichelli.

    Il sagrato con il Santo e l’altare

    Terminata la Santa Messa, ha inizio la processione per le vie del paese, i fedeli seguono con fede il Santo, portato in spalla dai membri della confraternita fino a tornare di nuovo in chiesa. È già tempo del Santo Rito di mezzanotte celebrato da Don Attilio.

    Il Santo portato a spalla dalla confraternita

    Anche in questa occasione i protagonisti sono stati i giovani

    nota ancora don Antonio D’Antonio

    hanno cantato, proclamato le letture e si sono accostati numerosi ai Sacramenti. Durante la preghiera dei fedeli, un giovane ha preso la parola ed ha invitato l’assemblea a invocare San Bernardino affinché concedesse forza e rassegnazione a una famiglia aquilana colpita da una tragedia immane: il padre ucciso dal figlio, ora in carcere.
    Lo stesso giovane ha invitato i suoi coetanei a stringersi per mano attorno all’Urna e a recitare insieme il Padre Nostro per quella famiglia provata.

    Un momento di commozione profonda e sincera.

    La Messa di mezzanotte si è conclusa molto tardi, ma nonostante l’ora, un centinaio di giovani — ragazzi e ragazze — insieme ad altri fedeli, sono rimasti in chiesa per la veglia notturna, fino al mattino, leggendo, pregando e cantando.

    La festa dei fedeli continua

    Durante la mattinata del 27 settembre sono state celebrate da Padre Giustino D’Orsogna e Padre Antonio D’Antonio altre Sante Messe che hanno dato loro modo di parlare di San Bernardino e delle sue opere.

    Fedeli in processione

    È invece il vescovo monsignor Caliaro a concelebrare con altri quattro sacerdoti, tra cui padre Maggi, prima di scoprire la lapide commemorativa nella cappella di San Bernardino, lapide che riporta la seguente iscrizione:

    A ricordo
    della benefica permanenza
    in questa chiesa
    26–27 settembre 1980
    delle Spoglie mortali
    di SAN BERNARDINO DA SIENA
    durante la “Peregrinatio”
    nel VI Centenario
    di sua nascita

    Il popolo di Stimigliano
    Q.M.P.

    Alle ore 12.00 una breve processione si conclude con uno spettacolo pirtoecnico arricchito da una “pioggia” di volantini variopinti con la scritta “W S. Bernardino”, ricaduti festosamente sulla folla.

    Rimane solo il tempo per gli ultimi lunghi applausi, le ultime lacrime di commozione perché il Santo non può fermarsi, altri fedeli lo aspettano, deve ripartire alla volta di Trevignano.

    Un ricordo che non si cancella

    La tappa di San Bernardino a Stimigliano è stata resa possibile da una partecipazione corale e sincera. L’intero paese si è prodigato per abbellire strade, piazze e case, lavorando per mesi con dedizione e spirito comunitario, affinché l’accoglienza fosse degna del Santo e del significato profondo della sua visita.

    Giovani e famiglie, tutti hanno contribuito, ciascuno a modo proprio, trasformando Stimigliano in un luogo di festa, di preghiera e di testimonianza viva di fede.

    A distanza di tanti anni, quell’impegno condiviso e quelle emozioni restano impressi nella memoria collettiva. Il passaggio di San Bernardino non è stato solo un evento religioso, ma un momento capace di unire il paese intero. Un ricordo davvero indelebile, che ancora oggi parla al cuore di chi lo ha vissuto e di chi lo ascolta raccontare.


    Preghiera di Papa Giovanni Paolo II a San Bernardino

    O Dio, che in San Bernardino
    ci hai dato un modello di predicatore della tua Parola,
    concedi che in tutte le contrade
    dove egli ritorna con la sua presenza
    rinasca la vita cristiana,
    siano placate le violenze
    e venga accolto il “Vangelo della pace”.

    Te lo chiediamo nel nome santissimo di Gesù,
    Redentore dell’uomo.
    Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

    L’Aquila – Basilica di San Bernardino, 30 agosto 1980 (La Vetta)

    Fonti

    • LA VETTA: Periodico trimestrale del T.O.F. – L’Aquila – aprile/giugno 1981 – N.2/unico
    • www.bernalda.net
  • Stimigmistica – 12

    Stimigmistica – 12

    La rubrica di enigmistica dedicata a Stimigliano.

    L’angolo nascosto

    Come si gioca: va individuato il soggetto della foto. Ogni uscita scoprirà nuovi particolari.

    Il personaggio misterioso

    Come si gioca: a ogni uscita un nuovo indizio, chi saprà sfruttarli per scoprire chi è il Personaggio Misterioso?

    Indizio 1
    Lei si trovava spesso tra nuvole bianche... ma mai sulle nuvole.

    Il cruciverba

    Come si gioca: il cruciverba è compilabile on-line. Cliccando su una casella si evidenzieranno in rosso le definizioni (orizzontale e verticale). Clicca una sola volta per inserire la soluzione orizzontale, due volte per quella verticale. Se vuoi puoi salvare il cruciverba compilato e inviarlo a Enea.

    Cruci-verve


    Soluzioni del numero precedente

    Il cruciverba (vincitori: Ambra Salustri, Gabriel Hrum)
    Il personaggio misterioso – Giuliana “la Postina” (vincitori: Ambra Salustri, Gabriel Hrum)

  • Memorie fotografiche – Il Vescovo e la grande partecipazione del paese

    Memorie fotografiche – Il Vescovo e la grande partecipazione del paese

    a cura di Federico Brugnoletti

    Il vescovo circondato da tante persone, bambini e bambine in abito da comunione.

    La foto testimonia un evento religioso con grande partecipazione del paese, segno di una celebrazione molto sentita dalla comunità in quegli anni.

    Data e occasione precise non sono note. Chi si riconosce o riconosce qualcuno nella foto?

    È festa in piazza alla presenza del Vescovo
  • La leggenda di Moscante: storia e mistero del brigante che veniva da Stimigliano

    La leggenda di Moscante: storia e mistero del brigante che veniva da Stimigliano

    Tra verità documentate e racconti popolari, la figura di Francesco Ceccani, detto “Moscante”, entra di diritto nella storia di Stimigliano.

    Quando storia e leggenda si incontrano

    Leggenda e storia si mescolano quando il tempo inizia a farsi sentire, soprattutto quando non vi sono molti (e attendibili) documenti su cui fare riferimento. In questi casi, ci si affida spesso alla tradizione popolare, che a suo modo conserva frammenti di verità.

    Le informazioni sulla vicenda di Francesco Ceccani, detto Moscante, si basano principalmente su testimonianze epigrafiche e documentali conservate a Collevecchio.

    La prova più significativa è rappresentata da una lapide commemorativa del 1753, un manufatto in marmo rettangolare con iscrizione in bassorilievo.

    Il contesto storico: Collevecchio, centro di potere

    Nel 1605, Papa Paolo V consolidò a Collevecchio, in provincia di Rieti, il Governatorato apostolico della Sabina, istituendo anche le carceri e il tribunale dell’Inquisizione.

    Si trattava di un periodo segnato da repressioni feroci e violente in un territorio dove si nascondevano numerosi banditi tra boschi e campagne. Il potere concesso a nobili e baroni permetteva loro di gestire autonomamente processi e condanne, soprattutto nei confronti di chi minacciava la loro autorità o interferiva con le loro relazioni.

    Fino al 1816, Collevecchio mantenne un ruolo dominante nell’area, arrivando a essere considerato una vera e propria capitale giudiziaria della Sabina.

    Nel Palazzo Apostolico trovavano sede il tribunale criminale, le carceri dove venivano rinchiusi i condannati in attesa di giudizio o di esecuzione e l’archivio delle sentenze, oggi in parte consultabile presso l’Archivio di Stato di Rieti.

    Dopo l’invasione napoleonica e la successiva riorganizzazione del potere clericale, si decise di mantenere a Collevecchio una delegazione, mentre il centro amministrativo venne trasferito a Poggio Mirteto, da cui ancora oggi si celebra il noto e raro “Carnevale Liberato”.

    Moscante, il brigante di Stimigliano

    Francesco Ceccani, conosciuto con il soprannome di Moscante e originario di Stimigliano (probabilmente però nato a Montebuono), è una figura legata a un noto episodio di cronaca nera avvenuto nel 1753 a Collevecchio, nel cuore della Sabina.

    Ceccani fu condannato per l’omicidio del vicepodestà e per aver ferito il balivo, ovvero il capo dei birri della terra di Collevecchio. Non si conoscono le esatte motivazioni come non si ricorda la dinamica ma l’episodio venne considerato un atto di ribellione violenta contro le autorità pontificie locali, definito nei documenti con l’espressione “in odio di giustizia”.

    Tra leggenda e realtà: la fuga dalle carceri

    Moscante fu una delle tante persone rinchiuse nelle carceri di Collevecchio, ma la tradizione popolare racconta una vicenda che va oltre la semplice cronaca. Secondo la leggenda, egli riuscì ad evadere grazie a un aiuto esterno, in particolare quello delle donne.

    Si narra infatti che le fornaie del paese, incaricate di portare il pane ai detenuti, inserissero di nascosto delle lime all’interno dell’impasto fatto di uova, acqua e farina. Questo ingegnoso stratagemma sarebbe stato utilizzato anche dallo stesso Moscante, che sarebbe riuscito a fuggire proprio grazie a una lima trovata in una pagnotta.

    La tradizione attribuisce infatti a Moscante la composizione di una ballata popolare di cui si è persa la melodia, ma che continua a vivere attraverso il testo tramandato:

    Povero me che so’ de Montebòno…..
    So’ stato carcerato a Collevecchiu….
    Sò ‘e carceri più brutte de ‘a Sabina….
    Che manco er diavolo avesse pensato…..
    Derentro a ‘na pagnotta ce trovai ‘na lima…..
    Povera lima mia, quanto hai limato!
    Lima che te rilima der duro ferro ne feci farina!

    Sempre secondo la leggenda, dopo l’evasione, Moscante fu inseguito dalle guardie supportate dai cani. Per sottrarsi alla cattura, mise in atto un’altra astuzia, gettandosi in un porcile per confondere l’olfatto degli animali. L’inseguimento terminò quando il brigante riuscì a far perdere le proprie tracce nel bosco, che divenne il suo ultimo alleato e rifugio.

    La verità incisa nella pietra

    Accanto al racconto popolare, resta però una testimonianza concreta e ufficiale della vicenda, rappresentata dalla lapide commemorativa del 1753. Questo manufatto, censito nel portale del Ministero della Cultura e donato al Comune di Collevecchio dai fratelli Gaetano e Armando Pistolini, riporta l’iscrizione incisa su sei righe:

    FRANCESCO CECCANI DETTO MOSCANTE
    DA STIMIGLIANO
    PERE
    OMICIDIO IN PERSONAM DEL VICEPODESTÀ
    E FERITA AL BALIVO DI DA TERRA,
    IN ODIO DI GIUSTIZIA ANNO 1753

    La lapide commemorativa esposta a Collevecchio

    L’esecuzione avvenne proprio durante il periodo in cui Collevecchio era sede del governatorato apostolico della Sabina, confermando il ruolo del paese come importante centro giudiziario dotato di tribunale e carceri.

    Il significato della lapide

    La lapide era originariamente collocata in via Menichini con una funzione ben precisa: quella di fungere da monito pubblico. Nelle Terre del Papa, infatti, era pratica comune perpetuare la memoria dei crimini incidendoli nella pietra, esponendo così i colpevoli alla pubblica infamia.

    Nel caso del Moscante, il marmo fissava non solo il delitto, ossia l’omicidio del vicepodestà, ma anche il movente, indicato chiaramente con l’espressione “in odio di giustizia”.

    Le conseguenze: il prezzo del delitto

    Le conseguenze dell’azione del Moscante non furono soltanto personali, ma coinvolsero anche il territorio. Il prezzo del debito lasciato dal brigante si tradusse nella cessione di un’area boschiva conosciuta come “macchia di Poggetto”, situata tra Stimigliano e Poggio Sommavilla (detto appunto Poggetto), frazione del comune di Collevecchio.


    Conclusione: una storia sospesa tra mito e realtà

    La figura di Moscante resta ancora oggi sospesa tra storia documentata e racconto popolare. Da una parte vi è la durezza della condanna testimoniata dalla lapide, dall’altra sopravvive l’immagine di un uomo astuto e ribelle, capace di sfuggire alle carceri e di trovare rifugio nei boschi.

    Proprio in questo intreccio tra verità e leggenda si cela il fascino di una vicenda che continua ad appartenere profondamente alla memoria e all’identità del nostro Paese.

    Fonti

  • Una fiction Rai a Stimigliano: storia e ricordi delle riprese nel centro storico

    Una fiction Rai a Stimigliano: storia e ricordi delle riprese nel centro storico

    Grazie a Elisabetta Manni per la gentile concessione della foto in copertina

    Sciuscià, storia di guerra e d’amicizia. Massimo Ranieri e il nostro paese

    Non tutti sanno che Stimigliano circa 26 anni fa è stato protagonista di una pagina importante della fiction televisiva italiana. Il nostro paese, infatti, è stato scelto come set per parte delle riprese della miniserie TV “Storia di guerra e d’amicizia”, una produzione Rai trasmessa su Rai Uno nel dicembre del 2002, con protagonisti Massimo Ranieri ed Elena Sofia Ricci.

    Un’esperienza che ha coinvolto non solo le strade e i luoghi storici di Stimigliano, ma anche molti cittadini del paese, chiamati a partecipare come comparse, rendendo l’atmosfera delle riprese ancora più autentica, partecipata e carica di emozione.


    La miniserie TV

    Storia di guerra e d’amicizia è una miniserie televisiva italiana composta da quattro episodi.

    Crediti principali

    • Sceneggiatura: Sergio Donati
    • Storia originale: Maurizio Torelli
    • Regia: Fabrizio Costa

    Cast principale Massimo Ranieri, Elena Sofia Ricci, Pietro Mannino, Alessia Bruno, Dario De Vito, Luciano De Luca, Elena Russo, Sebastiano Lo Monaco, Manuele Labate.

    La serie racconta le avventure di tre giovanissimi scugnizzi napoletani sullo sfondo dell’occupazione tedesca in Italia e della guerra di Liberazione, intrecciando i temi della guerra, dell’amicizia e dei legami familiari.


    La trama: una storia di guerra, amicizia e coraggio

    La vicenda ha inizio nell’ottobre del 1943 a Melito, un piccolo paese in provincia di Napoli, stretto tra il fronte tedesco e quello americano. In un contesto di devastazione e povertà causato dal conflitto, il piccolo Nico decide di partire alla ricerca dei suoi genitori, Marcella e Giovanni, arrestati e deportati dai tedeschi perché coinvolti nelle attività partigiane locali.

    Durante il viaggio verso Roma, Nico incontra Fiammetta, un’orfana di guerra che vive per strada, e Pantera, un trovatello vivace e astuto. I tre diventano inseparabili e iniziano a lavorare come sciuscià, lustrascarpe, lungo le strade dell’Italia martoriata dalla guerra.

    Frammento video da YouTube

    La loro storia si intreccia con eventi più grandi di loro: durante un bombardamento, Nico salva la vita al maggiore americano Wickers, che, colpito dal coraggio del ragazzo, gli affida documenti segreti da trasportare a Roma, nascosti nella sua cassetta da lustrascarpe.

    Da qui la narrazione si sviluppa su tre filoni principali:

    • il viaggio dei tre ragazzi verso Roma e il ritorno nella Napoli liberata;
    • la difficile fuga di Marcella dal comando tedesco di via Tasso;
    • la vicenda di Giovanni, che dopo l’arresto riesce a fuggire e si unisce a una banda partigiana, fino a diventarne il comandante.

    Nonostante un finale drammatico, la miniserie resta un intenso racconto di amicizia, amore familiare e sacrificio, ambientato in uno dei momenti più duri della nostra storia.


    Le riprese a Stimigliano

    Tra i luoghi scelti per le riprese figura anche Stimigliano, in particolare il centro storico.

    Il Castello Orsini fu trasformato per l’occasione nella “Casa del Fascio”, mentre vie e vicoli del paese “vecchio” vennero completamente riaddobbati per ricreare l’atmosfera degli anni della guerra. Un lavoro scenografico accurato che restituì al pubblico un’immagine intensa e realistica dell’epoca.

    Ma il vero valore aggiunto fu il coinvolgimento diretto della popolazione. Secondo il ricordo di Giulio Lattanzi, memoria storica di tanti avvenimenti locali e anch’egli scritturato dalla regia, le persone di Stimigliano ingaggiate come comparse furono “anche più di venti.”

    Sciuscià ci tiene a precisare (dal titolo originale Shoeshine), Giulio ricorda bene l’emozione delle giornate di ripresa, scandite dalle parole che davano il via alle scene: «Azione!», seguite dal classico ciak. E poi prosegue “le vecchie che strillavano, i bombardamenti simulati da cannoni ad aria”.

    Le riprese si svolsero in più punti del paese:

    • la chiesa, per le scene del funerale;
    • il corso principale, dove il corteo funebre proseguiva;
    • Stimigliano “vecchio”, ovvero tutto il centro storico fino alla piazzetta del Comune (Piazza Roma).

    Presso le scuole era stato allestito il reparto trucco e parrucco. Le donne vennero vestite con abiti “di una volta”, mentre molti uomini furono letteralmente “invecchiati” grazie al lavoro delle abili truccatrici.

    Un’esperienza ricordata con piacere anche per l’aspetto pratico:
    “100 mila lire al giorno”, racconta Giulio, una paga più che buona per l’epoca, accompagnata da un buffet sempre disponibile per ristorarsi tra una scena e l’altra. Le riprese durarono tre o quattro giorni, intensi e indimenticabili per poi spostarsi prima a Ponzano e poi a Sant’Oreste.


    Stimigliano e il cinema: una memoria da valorizzare

    L’esperienza della miniserie Rai rappresenta per Stimigliano un pezzo di memoria collettiva, un momento in cui il paese si è trasformato in un vero set cinematografico, diventando parte integrante di una storia raccontata a livello nazionale.

    Un patrimonio fatto di ricordi, immagini e testimonianze, come quelle di Giulio Lattanzi, che meritano di essere raccolte e raccontate, per non perdere il legame tra il territorio, la sua gente e i momenti importanti vissuti dal paese.

    Fonti

  • L’idrometro di Stimigliano: silenzioso guardiano del Tevere

    L’idrometro di Stimigliano: silenzioso guardiano del Tevere

    Cos’è un idrometro e a cosa serve

    L’idrometro è lo strumento utilizzato per misurare le quote idrometriche, cioè il livello dell’acqua di fiumi e laghi. In termini semplici, permette di capire quanto un corso d’acqua si stia alzando o abbassando in un determinato punto.

    Il modello più semplice è l’idrometro ad asta, costituito da una barra – solitamente in pietra o più recentemente in lega metallica resistente alla corrosione – dotata di tacche numerate in metri e centimetri. Viene installato verticalmente a contatto con l’acqua, spesso fissato a una spalla di un ponte, a una banchina fluviale o a una pila.

    Oggi, accanto a questi sistemi tradizionali, vengono utilizzati anche strumenti più avanzati come idrometrografi e teleidrometri, capaci di rilevare i livelli dell’acqua tramite tecnologie moderne (laser, ultrasuoni, sensori digitali) e trasmettere i dati in tempo reale ai centri di monitoraggio.

    Che cos’è il livello idrometrico

    Per livello idrometrico si intende il dislivello tra la superficie dell’acqua e un punto di riferimento altimetrico. Questo riferimento può essere:

    • il livello medio del mare (l.m.m.)
    • lo zero idrometrico, cioè il valore convenzionale stabilito per ciascun idrometro

    È importante sottolineare che lo zero dell’idrometro non coincide con il fondo del fiume, perché l’alveo è soggetto a continue modifiche naturali. Si tratta invece di una quota altimetrica fissa, definita in fase di installazione dello strumento.

    Perché gli idrometri sono fondamentali per la sicurezza

    Gli idrometri giocano un ruolo chiave nella salvaguardia del territorio. Il monitoraggio continuo dei livelli idrometrici consente di:

    • prevedere l’andamento delle piene fluviali
    • attivare con anticipo i sistemi di allerta della Protezione Civile
    • prevenire danni a persone, abitazioni e infrastrutture
    • valutare l’evoluzione dei fenomeni di piena nel tempo

    In un Paese come l’Italia, attraversato da numerosi corsi d’acqua e spesso soggetto a eventi meteorologici intensi, questi strumenti sono essenziali.

    L’idrometro di Stimigliano: una posizione strategica

    L’idrometro di Stimigliano riveste un’importanza storica e tecnica di grande rilievo. La sua installazione avvenne il 24 gennaio 1880, pochi giorni dopo quella dell’idrometro di Corese (10 gennaio 1880).

    La sua collocazione strategica, tra la foce del Nera e quella dell’Aniene, ne ha subito evidenziato il valore per la prevenzione delle inondazioni di Roma. Prima di queste installazioni, l’unico idrometro presente lungo il corso del Tevere era quello di Orte, situato però a monte della foce del Nera. Questo rendeva le informazioni disponibili parziali e spesso imprecise, poiché non tenevano conto dell’apporto di importanti affluenti.

    Grazie all’idrometro di Stimigliano, diventava finalmente possibile monitorare in modo più accurato l’evoluzione delle piene dirette verso la Capitale.

    Le prime osservazioni ufficiali

    Un documento del 1883, gli Atti della Giunta per l’Inchiesta Agraria sulle condizioni della classe agricola, testimonia l’avvio delle misurazioni:

    … è soltanto al 10 gennaio 1880 che rimontano le osservazioni del nuovo idrometro impiantato a Corese, ed al 24 dello stesso mese per quello di Stimigliano. Al primo si eseguiscono le osservazioni alle 6 antimerdiane, a mezzogiorno ed alle 6 pomeridiane; ed a quello di Stimigliano una sola volta a mezzogiorno.

    Il testo riporta anche dati precisi sulle distanze dalla foce del Tevere (125.670 metri)e sulle quote degli zeri idrometrici rispetto all’idrometro di Ripetta, punto di riferimento storico per Roma. In particolare, lo zero dell’idrometro di Stimigliano risultava più elevato di 27,368 metri rispetto a quello di Ripetta (oggi spostato sulle mura della chiesa di San Rocco), a conferma della sua collocazione in un tratto cruciale del fiume.

    Un patrimonio tecnico e storico da valorizzare

    L’idrometro di Stimigliano non è soltanto uno strumento tecnico, ma rappresenta anche un importante elemento di memoria storica del territorio. Racconta di un’epoca in cui la prevenzione delle piene si basava su osservazioni dirette, misurazioni regolari, calcoli manuali e su una conoscenza profonda e quotidiana del fiume.

    Nel corso del tempo, il Tevere ha modificato il proprio alveo e il suo andamento, spostandosi rispetto alla posizione storica in cui l’idrometro era originariamente immerso nel flusso principale. Nonostante questi cambiamenti naturali, l’idrometro rimane un riferimento tecnico fondamentale, testimonianza concreta di come veniva monitorato il fiume e di come si costruiva la sicurezza idraulica prima dell’avvento delle moderne tecnologie digitali.

    Ancora oggi, ricordare il ruolo di questi strumenti significa comprendere meglio il rapporto tra le comunità locali e il Tevere: un fiume che ha portato risorse e sviluppo, ma anche rischi e pericoli, modellando nel tempo il paesaggio, l’economia e la storia dei paesi che si affacciano sulle sue rive. L’idrometro di Stimigliano resta così un simbolo di attenzione al territorio, di prevenzione e di dialogo costante tra l’uomo e il fiume.

    Fonti

    • Atti della Giunta per l’Inchiesta Agraria sulle condizioni della classe agricola (1883)
    • Wikipedia