Tag: Territorio

  • L’Officina degli Spiriti: Vladimiro Fioravanti, la genziana, lo cherry e altre delizie

    L’Officina degli Spiriti: Vladimiro Fioravanti, la genziana, lo cherry e altre delizie

    Storia, passione, genziana e tanto altro

    Vladimiro Fioravanti è un uomo che non passa inosservato: alto quasi due metri, capelli ormai bianchi e uno sguardo azzurro e profondo che racconta tanto. Un gigante, sì, ma di quelli buoni.

    Le rughe sul suo viso parlano di vita vissuta, mentre i suoi movimenti lenti non sono segno di stanchezza, bensì riflesso di una natura calma e gentile.

    In un mondo che corre sempre più veloce, Vladimiro sembra aver scelto un ritmo diverso, fatto di attesa e rispetto dei tempi naturali.

    La limpidezza del prodotto la ottieni con il riposo

    ama ripetere, riassumendo così la filosofia che guida il suo lavoro.

    Scendendo lungo il Corso, è facile trovarlo davanti al suo laboratorio, l’Officina degli Spiriti. È qui che, con pazienza e cura, lascia che le sue creazioni prendano forma: genziane, rataffia, l’amaro di Stimigliano e altre “pozioni” dal sapore unico.

    Basta fermarsi a fare due chiacchiere per scoprire una persona profondamente innamorata del proprio mestiere, sempre pronta a condividere un assaggio e una storia.

    E quando inizia a raccontare, il sorriso si illumina e le sue parole rivelano una passione sincera: per lui, ciò che produce è “un atto di amicizia profonda, un’espressione della terra, un’espressione magica della montagna”.

    Created with GIMP

    Una scoperta casuale che diventa legame indissolubile

    Eppure, il suo legame con la genziana nasce quasi per caso. Durante un’esperienza da ristoratore in Abruzzo entra in contatto con questo amaro tradizionale e, grazie a un cliente, ne scopre la ricetta che ancora oggi segue con rispetto:

    Cinque litri di Trebbiano abruzzese, 250 grammi di radice di genziana, un litro di alcol e zucchero

    poco zucchero, ci tiene a sottolineare.

    Negli anni il suo percorso lo porta prima a Contigliano, dove nasce il laboratorio “Fontecerro Nord” (un nome legato al territorio e ai suoi ricordi), poi a Rieti, dove prende forma l’Officina degli Spiriti, e infine a Stimigliano.

    È proprio qui che Vladimiro trova un legame ancora più profondo con la terra. Il paese lo accoglie e lui, in cambio, crea prodotti che ne raccontano l’anima, come l’amaro ottenuto dall’infusione delle foglie di ulivo.

    Tra le sue creazioni ricordiamo la Genziana “Lutea”, la “Rossa Superiore” (con Montepulciano e uva fragola), la “Inamarescit”, la “Unica” (con peperoncino e arancia), il rataffia di ciliegie, l’“AmaroDi” alle foglie di ulivo e lo Cherry.

    A queste si aggiungono anche le ultime creazioni nate da collaborazioni con altre realtà locali: il limoncello e l’arancello.

    L’intervista a Vladimiro Fioravanti

    Ascoltare Vladimiro è un’esperienza che affascina. Con la sua calma riesce a condurre chi ascolta in un viaggio che parte da lontano: racconta la storia della genziana, dalle sue origini antiche fino ai giorni nostri, passando per usi medicinali e tradizioni pastorali.

    Parla poi della nascita dell’Officina degli Spiriti, del suo incontro decisivo in Abruzzo e del valore del legame con la terra, visto non solo come luogo fisico ma come relazione profonda e autentica.

    Nelle tre parti dell’intervista scoprirete:

    • il racconto di come ha inizio la passione, la nascita dell’Officina degli spiriti e la storia della genziana, dagli usi medicinali a quelli legati alla conservazione del vino dei pastori fino ad arrivare ai nostri giorni.
    • il legame con la terra e quello con Stimigliano. La genziana e altri suoi prodotti.
    • Il procedimento che va dalla raccolta della radice fresca, per passare attraverso l’essiccazione e l’infusione fino ad arrivare nei nostri bicchieri.

    Un racconto da non perdere.

    Dove si trova

    L’Officina degli Spiriti si trova in Corso Umberto I s.n.c. a Stimigliano (RI).
    Per informazioni: Vladimiro Fioravanti, 377 242 3003
    https://www.facebook.com/officinadeglispiriti

    La genziana, dalla radice al bicchiere

    Stimigliano, la genziana e altri prodotti

    Storia della genziana e del laboratorio

  • Stimigmistica – 13

    Stimigmistica – 13

    La rubrica di enigmistica dedicata a Stimigliano.

    L’angolo nascosto

    Come si gioca: va individuato il soggetto della foto. Ogni uscita scoprirà nuovi particolari.

    Il personaggio misterioso

    Come si gioca: a ogni uscita un nuovo indizio, chi saprà sfruttarli per scoprire chi è il Personaggio Misterioso?

    Indizio 1
    Lei si trovava spesso tra nuvole bianche... ma mai sulle nuvole.
    
    Indizio 2
    Nella vita si è trovata di fronte a un grande bivio.

    Il cruciverba

    Come si gioca: il cruciverba è compilabile on-line. Cliccando su una casella si evidenzieranno in rosso le definizioni (orizzontale e verticale). Clicca una sola volta per inserire la soluzione orizzontale, due volte per quella verticale. Se vuoi puoi salvare il cruciverba compilato e inviarlo a Enea.

    Cruci-verve


    Soluzioni del numero precedente

    Il cruciverba – (vincitori: Gabriel Hrum)
    L’angolo nascosto – Serbatoio idrico di Stimigliano Scalo (vincitori: Emiliano Menichelli, Gabriel Hrum)

  • Attività storiche: il ristorante “Da Lina”

    Attività storiche: il ristorante “Da Lina”

    Da Lina” rappresenta oltre 120 anni di storia tra tradizione, famiglia e cucina sabina

    Le origini: la fraschetta

    Il ristorante “Da Lina” nasce nel 1905 grazie all’iniziativa delle sorelle Lancia, Adelaide e Rosa. (o almeno questo è quanto risulta dai documenti comunali; le origini infatti potrebbero anche essere antecedenti)

    Sorge in vocabolo Nocchieto, all’incrocio tra via Lambruschina, via Cavour, la strada che porta al paese di Stimigliano e via Colle che unisce il nostro paese con Forano.

    Il luogo, sede fino a non molti anni fa di un’importante fiera, al tempo era frequentato da pastori, allevatori e commercianti: una posizione ideale, dunque, per avviare un’attività di ristorazione.

    Inizia come “fraschetta”, un locale dedicato principalmente alla mescita del vino. Per i meno avvezzi al nettare ottenuto dalle viti, non fa però mancare acqua e bibite fresche. Non ci trovi piatti elaborati ma puoi comunque spaziare tra focacce e panini.

    Lina Zuccarini

    Dopo anni di attività, in età avanzata, le due sorelle decidono di lasciare la gestione e si trasferiscono lontane da Stimigliano, affidando però la casa dove si trovava la fraschetta a Lina, figlia di Adelaide.

    Nessuno può immaginare che in quel momento sta per essere scritta una delle pagine più importanti della storia di Stimigliano.

    Nasce la trattoria “Da Lina”

    Il marito di Lina, Costante, infatti la sprona continuamente:

    Dai Lina, apri una trattoria che ci facciamo i soldi

    Consapevole delle straordinarie capacità culinarie della moglie, tenta di incoraggiarla a trasformare la sua passione in un’attività vera e propria.

    Lina fin da bambina amava cucinare e, già da giovane, lavorava tra Forano (dove abitava) e Roma impiegata come cuoca presso una famiglia benestante.

    Alla fine, l’insistenza di Costante riesce a prevalere: Lina scioglie le riserve e insieme intraprendono questa avventura. Costante lascia il proprio lavoro per affiancarla, mentre Lina inizia a occuparsi della cucina, ma anche del rapporto con i clienti.

    Da Lina (anni ’80)

    Donna intelligente, sobria, dall’aspetto sempre curato: capelli ordinati, abiti in perfetto ordine. Ha una personalità equilibrata, un eloquio cortese e una straordinaria energia che le permettono di gestire con naturalezza sia la cucina che la sala.

    Sempre sorridente e attenta, ricorda i piatti preferiti dei suoi clienti ma ha a mente anche le loro storie, le loro intolleranze e persino i loro problemi. Cordiale con i suoi collaboratori oltre che con gli avventori, dispensa consigli e insegnamenti. Insomma, si dimostra una vera professionista.

    I clienti la scelgono proprio per l’atmosfera familiare che sa creare: Lina è, a tutti gli effetti, una maestra dell’accoglienza.
    Ed è per questo che, ancora oggi, anche dopo la sua scomparsa, rimane la figura centrale del ristorante.

    La trattoria

    Il locale è semplice ma accogliente: pavimento in mattoni rossi, soffitto a voltine e un camino acceso vicino all’ingresso. La sala, non molto grande, può comunque ospitare due file di tavoli. In un ambiente adiacente si trova il bar, teatro di partite a carte, soprattutto briscola e tressette.

    La cucina è quella di una volta, con un’anima profondamente contadina, amata da clienti ruspanti in cerca di sapori decisi.
    L’atmosfera è davvero familiare: durante i banchetti, non è raro che i clienti portino polli o abbacchi da cucinare. È un’epoca in cui il denaro ha un valore diverso, frutto di duro lavoro, e Lina viene volentieri incontro a queste esigenze.

    Ha senso deglie affari e sa valorizzare anche ciò che le viene dato: non manca di cucinare animali o pescetti ricevuti in dono, soprattutto in occasione della fiera.

    È un’Italia genuina, lontana dalle sofisticazioni alimentari dei giorni nostri. Non servono certificazioni: si portano in tavola prodotti “caserecci”, considerati sani, autentici, “di casa”.

    Mario e Lorella

    Intanto nel 1954 nasce a Forano Mario, destinato a diventare una figura chiave nella crescita dell’attività. Mandato “per errore” in collegio ad Anzio, si innamora dei ristoranti del posto e soprattutto del pesce fresco che servono. Sono forse i primi segnali di una vita che verrà.

    Mario e Lorella

    Dopo due anni lontano dalla famiglia, torna a Stimigliano e, terminata la scuola dell’obbligo, inizia così a lavorare in trattoria a soli dodici anni.

    I turni gli permettono anche di impegnarsi al bar Alemagna lungo l’autostrada, dove si arricchisce di esperienza entrando in contatto con clienti provenienti da tutta Italia.

    A Forano incontra Lorella, se ne innamora e la sposa nel 1977. Lei, già con qualche esperienza vissuta nella trattoria di Lina, entra in cucina e lavora accanto alla suocera, condividendo casa e lavoro, come spesso accadeva un tempo.

    Lina resta comunque la guida indiscussa:

    In cucina non si faceva nulla se non come diceva Lina

    Chiunque provasse a fare la pasta fresca (il suo cavallo di battaglia) in modo diverso veniva subito fermato con un secco:

    Lascia, faccio io

    Lo strumento per tagliare la pasta fresca tramandato nel tempo

    Ma Lorella impara molto dalla suocera: carisma, saggezza, capacità di gestire le risorse, eleganza nei modi.

    Perché Lina sa parlare con tutti, dall’avvocato al pastore, dal medico al camionista. Lorella assorbe questa lezione e impara a relazionarsi con chiunque, senza timore.

    Nel frattempo Mario, risolte le questioni ereditarie anche con la zia Rosa, diventa proprietario della trattoria, comprendendo che quella sarebbe stata la sua vita.

    Il menù

    Il menù rimane semplice e “casereccio”, ma spesso ricco di preparazioni lunghe e impegnative. Senza elettrodomestici, tutto il lavoro ricade sulla famiglia: i panni e le stoviglie vengono lavati a mano, la pasta fresca preparata al momento.

    Le uova raccolte da Mario e Costante diventano, tra le mani esperte di Lina, le celebri fettuccine, dal profumo e dalla consistenza oggi difficili da ritrovare.

    I ragù vengono preparati con pomodori passati e imbottigliati a settembre, nel pieno della maturazione, per garantire un sapore unico.

    I contadini locali sono i principali fornitori, così come gli allevatori per le carni: tutto è, di fatto, a km 0.
    Il vino proviene dal vigneto di famiglia e viene servito in bicchieri rustici, ben lontani dai calici moderni.

    Curioso anche il giorno di chiusura: il giovedì. Quel pomeriggio, infatti, negozi e botteghe del paese restano chiusi, rendendo il paese meno frequentato e dunque meno redditizio per la trattoria.

    Gli anni ’70 e ’80

    Negli anni ’70 e ’80 Mario, ormai alla guida del locale, avvia una serie di miglioramenti: ampliamento degli spazi, creazione dell’angolo bar per degustare distillati e perfino l’introduzione di un juke-box.

    Non mancano però le difficoltà: una grande frana di via Lambruschina, a poca distanza dal locale, crea problemi alla viabilità e riduce il flusso di clienti.

    Ma proprio da questa difficoltà nasce un’idea vincente per attirare avventori: su suggerimento di un amico, Mario introduce la pizzeria. Una scelta decisiva, che ancora oggi rappresenta un punto di forza.

    Nel 1989 Mario e Lorella compiono un passo importante: acquistano un casale vicino alla trattoria, accanto alla chiesa della Madonna della Strada. Ne intuiscono il potenziale: parcheggio, giardino per eventi, spazio per matrimoni.

    Il casale
    Le prime opere

    Non è facile gestire il lavoro e il restauro contemporaneamente, ma presto la prima sala è pronta, dominata da un grande camino, un tempo abbeveratoio per animali. La trattoria cambia casa e comincia a vestirsi da ristorante.

    Oggi, dopo i nuovi ritocchi si può considerare uno dei locali più belli di tutta la Sabina.

    Da Lina oggi

    L’età dell’oro

    Il trasferimento avviene nel 1991. La squadra in cucina resta la stessa: Lina e Lorella, affiancate da Franca e Rosalba, eredi dei segreti della pasta.

    Il nuovo spazio consente di ospitare grandi banchetti e l’attività cresce rapidamente.

    Ogni mese servivamo migliaia e migliaia di clienti, che in un anno diventavano decine di migliaia. Come riempire parecchi stadi di calcio…

    ricorda Mario.

    È l’inizio dell’età dell’oro del ristorante.

    Una difficile transizione e l’inizio della crisi

    Tutto va a gonfie vele tanto che si pensa al futuro e il compito di scriverlo sarà sicuramente di Adelaide e Andrea, i piccoli di casa Sansoni. I due intuiscono il grande impegno che li aspetta ma, superati velocemente i dubbi, accettano volentieri il loro destino.

    L’erede designato, in realtà, sembra essere Andrea: formazione alberghiera, esperienza militare come cuoco, torna a casa e dà subito sfoggio delle sue abilità non solo teniche. Spigliato, sorridente, carattere brillante amato da tutti i clienti.

    Ma un maledetto giorno del 2005, senza preavviso, l’amore per le due ruote lo porta via per sempre.
    Un colpo durissimo, un terremoto che devasta tutta la famiglia.

    E come spesso accade, le disavventure non arrivano mai da sole.
    La perdita di Andrea, la malattia di Mario, gli acciacchi di Lina e i cambiamenti nel mondo della ristorazione, che intaccano quelli che erano stati i capisaldi della cucina fino a quel momento, segnano l’inizio di un periodo difficile. Una vera crisi.

    Michele e Adelaide

    Michele e Adelaide si conoscono da una vita. Si sono incontrati, si sono completati a vicenda e in mezzo alle difficoltà hanno saputo prendere le redini del ristorante per farlo rialzare. E ci sono riusciti davvero bene.

    Lei, cresciuta con gli insegnamenti della vecchia scuola, si combina perfettamente con l’animo commerciale di lui, appreso in anni di attività in concessionaria.

    Sanno dare nuova linfa al ristorante, capendo e cavalcando i cambiamenti. Aggiornano il menù. Introducono nuove strategie e aprono ai social, senza però perdere l’identità originaria.

    Studio, dedizione, nuove linee in cucina che affiancano i piatti storici. L’attenzione per la carne, nazionale e internazionale fa del grande camino, quello restaurato da Mario, il protagonista assoluto, una vera firma d’autore.

    I sogni sono quelle cose che non devono mai mancare

    diceva nonna Lina.

    Oggi non c’è più. Ma il suo spirito vive ancora. La voglia di sognare non è mai scomparsa. È l’eredità più importante lasciata a Mario e Lorella, custodita oggi da Adelaide e Michele e destinata a proseguire con le nuove generazioni: Lucrezia, Matilde e il piccolo Andrea.

    Ecco perché il ristorante “Da Lina” è un sogno che dura da più di 120 anni.

    Per saperne di più

    • Da Lina 1905 – La nostra storia lunga 120 anni (libro)
    • Sito Web

    Contatti

    Ristorante “Da Lina”
    Voc. Nocchieto, 9, 02048 Stimigliano (RI)
    Tel. 0765-576502
    E-Mail: ristorantedalina1905@gmail.com

    Galleria

  • Stimigmistica – 12

    Stimigmistica – 12

    La rubrica di enigmistica dedicata a Stimigliano.

    L’angolo nascosto

    Come si gioca: va individuato il soggetto della foto. Ogni uscita scoprirà nuovi particolari.

    Il personaggio misterioso

    Come si gioca: a ogni uscita un nuovo indizio, chi saprà sfruttarli per scoprire chi è il Personaggio Misterioso?

    Indizio 1
    Lei si trovava spesso tra nuvole bianche... ma mai sulle nuvole.

    Il cruciverba

    Come si gioca: il cruciverba è compilabile on-line. Cliccando su una casella si evidenzieranno in rosso le definizioni (orizzontale e verticale). Clicca una sola volta per inserire la soluzione orizzontale, due volte per quella verticale. Se vuoi puoi salvare il cruciverba compilato e inviarlo a Enea.

    Cruci-verve


    Soluzioni del numero precedente

    Il cruciverba (vincitori: Ambra Salustri, Gabriel Hrum)
    Il personaggio misterioso – Giuliana “la Postina” (vincitori: Ambra Salustri, Gabriel Hrum)

  • Una fiction Rai a Stimigliano: storia e ricordi delle riprese nel centro storico

    Una fiction Rai a Stimigliano: storia e ricordi delle riprese nel centro storico

    Grazie a Elisabetta Manni per la gentile concessione della foto in copertina

    Sciuscià, storia di guerra e d’amicizia. Massimo Ranieri e il nostro paese

    Non tutti sanno che Stimigliano circa 26 anni fa è stato protagonista di una pagina importante della fiction televisiva italiana. Il nostro paese, infatti, è stato scelto come set per parte delle riprese della miniserie TV “Storia di guerra e d’amicizia”, una produzione Rai trasmessa su Rai Uno nel dicembre del 2002, con protagonisti Massimo Ranieri ed Elena Sofia Ricci.

    Un’esperienza che ha coinvolto non solo le strade e i luoghi storici di Stimigliano, ma anche molti cittadini del paese, chiamati a partecipare come comparse, rendendo l’atmosfera delle riprese ancora più autentica, partecipata e carica di emozione.


    La miniserie TV

    Storia di guerra e d’amicizia è una miniserie televisiva italiana composta da quattro episodi.

    Crediti principali

    • Sceneggiatura: Sergio Donati
    • Storia originale: Maurizio Torelli
    • Regia: Fabrizio Costa

    Cast principale Massimo Ranieri, Elena Sofia Ricci, Pietro Mannino, Alessia Bruno, Dario De Vito, Luciano De Luca, Elena Russo, Sebastiano Lo Monaco, Manuele Labate.

    La serie racconta le avventure di tre giovanissimi scugnizzi napoletani sullo sfondo dell’occupazione tedesca in Italia e della guerra di Liberazione, intrecciando i temi della guerra, dell’amicizia e dei legami familiari.


    La trama: una storia di guerra, amicizia e coraggio

    La vicenda ha inizio nell’ottobre del 1943 a Melito, un piccolo paese in provincia di Napoli, stretto tra il fronte tedesco e quello americano. In un contesto di devastazione e povertà causato dal conflitto, il piccolo Nico decide di partire alla ricerca dei suoi genitori, Marcella e Giovanni, arrestati e deportati dai tedeschi perché coinvolti nelle attività partigiane locali.

    Durante il viaggio verso Roma, Nico incontra Fiammetta, un’orfana di guerra che vive per strada, e Pantera, un trovatello vivace e astuto. I tre diventano inseparabili e iniziano a lavorare come sciuscià, lustrascarpe, lungo le strade dell’Italia martoriata dalla guerra.

    Frammento video da YouTube

    La loro storia si intreccia con eventi più grandi di loro: durante un bombardamento, Nico salva la vita al maggiore americano Wickers, che, colpito dal coraggio del ragazzo, gli affida documenti segreti da trasportare a Roma, nascosti nella sua cassetta da lustrascarpe.

    Da qui la narrazione si sviluppa su tre filoni principali:

    • il viaggio dei tre ragazzi verso Roma e il ritorno nella Napoli liberata;
    • la difficile fuga di Marcella dal comando tedesco di via Tasso;
    • la vicenda di Giovanni, che dopo l’arresto riesce a fuggire e si unisce a una banda partigiana, fino a diventarne il comandante.

    Nonostante un finale drammatico, la miniserie resta un intenso racconto di amicizia, amore familiare e sacrificio, ambientato in uno dei momenti più duri della nostra storia.


    Le riprese a Stimigliano

    Tra i luoghi scelti per le riprese figura anche Stimigliano, in particolare il centro storico.

    Il Castello Orsini fu trasformato per l’occasione nella “Casa del Fascio”, mentre vie e vicoli del paese “vecchio” vennero completamente riaddobbati per ricreare l’atmosfera degli anni della guerra. Un lavoro scenografico accurato che restituì al pubblico un’immagine intensa e realistica dell’epoca.

    Ma il vero valore aggiunto fu il coinvolgimento diretto della popolazione. Secondo il ricordo di Giulio Lattanzi, memoria storica di tanti avvenimenti locali e anch’egli scritturato dalla regia, le persone di Stimigliano ingaggiate come comparse furono “anche più di venti.”

    Sciuscià ci tiene a precisare (dal titolo originale Shoeshine), Giulio ricorda bene l’emozione delle giornate di ripresa, scandite dalle parole che davano il via alle scene: «Azione!», seguite dal classico ciak. E poi prosegue “le vecchie che strillavano, i bombardamenti simulati da cannoni ad aria”.

    Le riprese si svolsero in più punti del paese:

    • la chiesa, per le scene del funerale;
    • il corso principale, dove il corteo funebre proseguiva;
    • Stimigliano “vecchio”, ovvero tutto il centro storico fino alla piazzetta del Comune (Piazza Roma).

    Presso le scuole era stato allestito il reparto trucco e parrucco. Le donne vennero vestite con abiti “di una volta”, mentre molti uomini furono letteralmente “invecchiati” grazie al lavoro delle abili truccatrici.

    Un’esperienza ricordata con piacere anche per l’aspetto pratico:
    “100 mila lire al giorno”, racconta Giulio, una paga più che buona per l’epoca, accompagnata da un buffet sempre disponibile per ristorarsi tra una scena e l’altra. Le riprese durarono tre o quattro giorni, intensi e indimenticabili per poi spostarsi prima a Ponzano e poi a Sant’Oreste.


    Stimigliano e il cinema: una memoria da valorizzare

    L’esperienza della miniserie Rai rappresenta per Stimigliano un pezzo di memoria collettiva, un momento in cui il paese si è trasformato in un vero set cinematografico, diventando parte integrante di una storia raccontata a livello nazionale.

    Un patrimonio fatto di ricordi, immagini e testimonianze, come quelle di Giulio Lattanzi, che meritano di essere raccolte e raccontate, per non perdere il legame tra il territorio, la sua gente e i momenti importanti vissuti dal paese.

    Fonti

  • L’idrometro di Stimigliano: silenzioso guardiano del Tevere

    L’idrometro di Stimigliano: silenzioso guardiano del Tevere

    Cos’è un idrometro e a cosa serve

    L’idrometro è lo strumento utilizzato per misurare le quote idrometriche, cioè il livello dell’acqua di fiumi e laghi. In termini semplici, permette di capire quanto un corso d’acqua si stia alzando o abbassando in un determinato punto.

    Il modello più semplice è l’idrometro ad asta, costituito da una barra – solitamente in pietra o più recentemente in lega metallica resistente alla corrosione – dotata di tacche numerate in metri e centimetri. Viene installato verticalmente a contatto con l’acqua, spesso fissato a una spalla di un ponte, a una banchina fluviale o a una pila.

    Oggi, accanto a questi sistemi tradizionali, vengono utilizzati anche strumenti più avanzati come idrometrografi e teleidrometri, capaci di rilevare i livelli dell’acqua tramite tecnologie moderne (laser, ultrasuoni, sensori digitali) e trasmettere i dati in tempo reale ai centri di monitoraggio.

    Che cos’è il livello idrometrico

    Per livello idrometrico si intende il dislivello tra la superficie dell’acqua e un punto di riferimento altimetrico. Questo riferimento può essere:

    • il livello medio del mare (l.m.m.)
    • lo zero idrometrico, cioè il valore convenzionale stabilito per ciascun idrometro

    È importante sottolineare che lo zero dell’idrometro non coincide con il fondo del fiume, perché l’alveo è soggetto a continue modifiche naturali. Si tratta invece di una quota altimetrica fissa, definita in fase di installazione dello strumento.

    Perché gli idrometri sono fondamentali per la sicurezza

    Gli idrometri giocano un ruolo chiave nella salvaguardia del territorio. Il monitoraggio continuo dei livelli idrometrici consente di:

    • prevedere l’andamento delle piene fluviali
    • attivare con anticipo i sistemi di allerta della Protezione Civile
    • prevenire danni a persone, abitazioni e infrastrutture
    • valutare l’evoluzione dei fenomeni di piena nel tempo

    In un Paese come l’Italia, attraversato da numerosi corsi d’acqua e spesso soggetto a eventi meteorologici intensi, questi strumenti sono essenziali.

    L’idrometro di Stimigliano: una posizione strategica

    L’idrometro di Stimigliano riveste un’importanza storica e tecnica di grande rilievo. La sua installazione avvenne il 24 gennaio 1880, pochi giorni dopo quella dell’idrometro di Corese (10 gennaio 1880).

    La sua collocazione strategica, tra la foce del Nera e quella dell’Aniene, ne ha subito evidenziato il valore per la prevenzione delle inondazioni di Roma. Prima di queste installazioni, l’unico idrometro presente lungo il corso del Tevere era quello di Orte, situato però a monte della foce del Nera. Questo rendeva le informazioni disponibili parziali e spesso imprecise, poiché non tenevano conto dell’apporto di importanti affluenti.

    Grazie all’idrometro di Stimigliano, diventava finalmente possibile monitorare in modo più accurato l’evoluzione delle piene dirette verso la Capitale.

    Le prime osservazioni ufficiali

    Un documento del 1883, gli Atti della Giunta per l’Inchiesta Agraria sulle condizioni della classe agricola, testimonia l’avvio delle misurazioni:

    … è soltanto al 10 gennaio 1880 che rimontano le osservazioni del nuovo idrometro impiantato a Corese, ed al 24 dello stesso mese per quello di Stimigliano. Al primo si eseguiscono le osservazioni alle 6 antimerdiane, a mezzogiorno ed alle 6 pomeridiane; ed a quello di Stimigliano una sola volta a mezzogiorno.

    Il testo riporta anche dati precisi sulle distanze dalla foce del Tevere (125.670 metri)e sulle quote degli zeri idrometrici rispetto all’idrometro di Ripetta, punto di riferimento storico per Roma. In particolare, lo zero dell’idrometro di Stimigliano risultava più elevato di 27,368 metri rispetto a quello di Ripetta (oggi spostato sulle mura della chiesa di San Rocco), a conferma della sua collocazione in un tratto cruciale del fiume.

    Un patrimonio tecnico e storico da valorizzare

    L’idrometro di Stimigliano non è soltanto uno strumento tecnico, ma rappresenta anche un importante elemento di memoria storica del territorio. Racconta di un’epoca in cui la prevenzione delle piene si basava su osservazioni dirette, misurazioni regolari, calcoli manuali e su una conoscenza profonda e quotidiana del fiume.

    Nel corso del tempo, il Tevere ha modificato il proprio alveo e il suo andamento, spostandosi rispetto alla posizione storica in cui l’idrometro era originariamente immerso nel flusso principale. Nonostante questi cambiamenti naturali, l’idrometro rimane un riferimento tecnico fondamentale, testimonianza concreta di come veniva monitorato il fiume e di come si costruiva la sicurezza idraulica prima dell’avvento delle moderne tecnologie digitali.

    Ancora oggi, ricordare il ruolo di questi strumenti significa comprendere meglio il rapporto tra le comunità locali e il Tevere: un fiume che ha portato risorse e sviluppo, ma anche rischi e pericoli, modellando nel tempo il paesaggio, l’economia e la storia dei paesi che si affacciano sulle sue rive. L’idrometro di Stimigliano resta così un simbolo di attenzione al territorio, di prevenzione e di dialogo costante tra l’uomo e il fiume.

    Fonti

    • Atti della Giunta per l’Inchiesta Agraria sulle condizioni della classe agricola (1883)
    • Wikipedia

  • Stimigmistica – 11

    Stimigmistica – 11

    La rubrica di enigmistica dedicata a Stimigliano.

    L’angolo nascosto

    Come si gioca: va individuato il soggetto della foto. Ogni uscita scoprirà nuovi particolari.

    Il personaggio misterioso

    Come si gioca: a ogni uscita un nuovo indizio, chi saprà sfruttarli per scoprire chi è il Personaggio Misterioso?

    Indizio 1
    Lei veniva spesso a trovarti. Anche senza invito.
    
    Indizio 2
    Aveva quasi sempre parole per tutti.

    Il cruciverba

    Come si gioca: il cruciverba è compilabile on-line. Cliccando su una casella si evidenzieranno in rosso le definizioni (orizzontale e verticale). Clicca una sola volta per inserire la soluzione orizzontale, due volte per quella verticale. Se vuoi puoi salvare il cruciverba compilato e inviarlo a Enea.

    Cruci-verve


    Soluzioni del numero precedente

    Nessun vincitore

  • Stimigmistica – 10

    Stimigmistica – 10

    La rubrica di enigmistica dedicata a Stimigliano.

    L’angolo nascosto

    Come si gioca: va individuato il soggetto della foto. Ogni uscita scoprirà nuovi particolari.

    Il personaggio misterioso

    Come si gioca: a ogni uscita un nuovo indizio, chi saprà sfruttarli per scoprire chi è il Personaggio Misterioso?

    Indizio 1
    
    Lei veniva spesso a trovarti. Anche senza invito.

    Il cruciverba

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    Cruci-verve


    Soluzioni del numero precedente

    Il Personaggio Misterioso (vincitori: Ambra Salustri, Gabriel Hrum, Gioia Cenciarelli, Serena Caponi)
    L’Angolo Nascosto (vincitori: Emiliano Menichelli, Gabriel Hrum, Gioia Cenciarelli, Serena Caponi)

  • L’argomento proibito

    L’argomento proibito

    Perché scrivere un articolo che nessuno leggerà mai? La risposta è che parlare di politica locale, di cittadinanza attiva, di giovani e di futuro “è un duro lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare

    Tra riverenza e timore: perché criticare è diventato un tabù

    Siamo nell’era dell’iper-connessione e del parere a tutti i costi. Un giorno allenatori di pallone, quello dopo tutti vestiti da epidemiologici.

    Le bacheche dei nostri social si trasformano in tribunali permanenti dove discutiamo ferocemente di geopolitica o dei grandi leader mondiali. Eppure, non appena il dibattito si sposta su ciò che accade sotto le nostre finestre, cala un silenzio quasi reverenziale.

    La politica locale è diventata, a tutti gli effetti, l’argomento proibito dei nostri giorni.

    Non è un divieto imposto per legge, ma una censura sottile alimentata dal timore delle possibili ritorsioni sociali. In una dimensione dove il potere ha il volto del vicino di casa o del conoscente di vecchia data, la critica costruttiva viene percepita come un atto di ostilità personale.

    Il silenzio che fa rumore

    Si preferisce il silenzio al rischio di finire nella “lista nera” di chi governa il territorio, temendo che un dissenso espresso oggi possa tradursi domani in un piccolo ostacolo burocratico o in un’esclusione sociale.

    A questo si aggiunge un legame ambiguo, fatto di una riverenza opportunistica più che di vera stima. È quella tendenza a restare vicini al “cerchio magico” del sindaco o degli assessori, non per una visione politica condivisa, ma per un calcolato tornaconto personale.

    Una forma di protezione che trasforma i cittadini in cortigiani, pronti a barattare il diritto di critica con la speranza di una corsia preferenziale o, semplicemente, per non “disturbare il manovratore”.

    In questo ecosistema di piccoli interessi, chi decide di rompere il coro si ritrova spesso in un isolamento punitivo. Denunciare un’anomalia o chiedere trasparenza significa diventare la “nota stonata” della comunità, subendo un vuoto intorno che scoraggia anche gli animi più arditi e avverte gli incerti: meglio tacere e adattarsi che restare soli a lottare contro un muro di gomma fatto di silenzi complici e convenienze personali.

    Per non parlare delle iniziative indipendenti. Libere. Autonome. Percepite come un male. Qualcosa che esula dal controllo. Che spaventa. Che va addirittura contrastato perché non in linea col pensiero comune. Politicamente scorrette, come si suol dire.

    Ma il paese in questo modo pian piano si svuota. Non è un problema di mancanza di persone, ma di persone che hanno smesso di essere cittadini per diventare solo residenti o consumatori.

    Vietato rompere la pace sociale

    Si assiste al fenomeno dell’Atomizzazione Sociale: ognuno vive nel proprio “giardino”. La casa diventa un fortino e gli spazi pubblici (piazze, parchi, bar) diventano luoghi di transito, non di incontro. Si perde il senso del “bene comune“.

    In questo ecosistema prevale la logica del “non esporsi”. Vige, cioè, la regola non scritta della neutralità. Schierarsi politicamente o sollevare problemi critici (urbanistica, gestione dei servizi, degrado) viene visto come una rottura della pace sociale o un danno d’immagine, invece che come un contributo.

    Si smette di partecipare perché “tanto decidono sempre gli stessi” o perché si pensa che la politica locale sia solo una gestione di piccoli interessi privati (clientelismo), portando a un disincanto che sfocia nell’indifferenza.

    La vita sociale viene sostituita da eventi “pacchetto”: feste di piazza che non stimolano il pensiero critico ma servono solo a riempire il tempo libero. Manca il dibattito, manca la controversia sana. Prevale l’intrattenimento sulla cultura.

    È quella che alcuni sociologi chiamano “privatizzazione dello spazio pubblico“: il paese esiste sulla mappa, ma non esiste più come corpo politico sociale.

    C’era una volta

    Oggi, quello che manca sono centri di aggregazione, di confronto, quelli che una volta erano un motore, una leva di idee.
    Un tempo c’erano i luoghi fisici che obbligavano al confronto, anche aspro, ma costruttivo. Penso alle sezioni di partito, alle piazze o anche ai semplici bar “politici”. Luoghi dove il confronto diventava acceso ma ci rendeva vivi.

    Quel vuoto è stato riempito da surrogati che però non creano comunità:

    • I social network, capaci di spostare il dibattito nelle “eco-chamber”. Non si discute più in piazza guardandosi in faccia ma ci si urla addosso online o, peggio, ci si chiude nel silenzio per evitare polemiche virtuali che poi hanno ripercussioni reali in paese.
    • I centro commerciali, i supermercati, le fiere, luoghi di aggregazione passiva. Ci si sta insieme, ma come consumatori, non come cittadini. Non c’è scambio di idee, solo condivisione di spazi.
    • Oppure l’associazionismo “settoriale”: esistono tante associazioni (sportive, di volontariato, pro loco), ma spesso restano chiuse nel loro specifico compito. Fanno “fare” cose, ma raramente stimolano il “pensare” politico o la visione d’insieme del paese.

    Senza la presenza di questi “motori”, le persone perdono l’abitudine al pensiero critico collettivo. Il risultato è che la politica locale diventa un affare per pochi “addetti ai lavori” o, come detto, un tabù da evitare per non rovinarsi la giornata.

    La spirale verso il basso

    È un circolo vizioso che porta nel baratro. Non ci si incontra, non ci si confronta, aumenta il menefreghismo politico che allontana ancora di più e si forma una spirale del silenzio che svuota la democrazia dal basso.

    Quando il confronto sparisce, la politica smette di essere “progetto comune” e diventa “fastidio” o, peggio, un servizio clienti a cui lamentarsi solo quando le cose non funzionano (la buca in strada, l’illuminazione).

    Questo circolo vizioso produce tre effetti letali per un piccolo centro:

    • L’atrofia delle idee: senza scontro dialettico non nascono soluzioni nuove. Ci si trascina per inerzia, replicando modelli vecchi perché “si è sempre fatto così”.
    • L’alibi del disimpegno: il menefreghismo diventa una giustificazione accettabile. “Non me ne occupo perché tanto non cambia nulla“, ma nulla cambia proprio perché nessuno se ne occupa.
    • Il potere senza controllo: in assenza di una cittadinanza attiva che osserva e critica, chi amministra finisce per operare in un vuoto pneumatico, spesso scivolando nel clientelismo o nell’autoreferenzialità.

    Il divieto non scritto di parlare di politica locale, spesso percepito come una forma di autocensura o pressione sociale, può essere paragonato a un “tabù sociale” o al meccanismo del “politicamente corretto”, dove la paura di conflitti, l’emarginazione o la “cancel culture” inibiscono il dibattito aperto su temi divisivi.

    Si osserva la “regola del silenzio”. Criticare il potere locale (sindaco, giunta ma anche associazioni e confraternite) è percepito come pericoloso o socialmente sconveniente, evocando il rischio di ritorsioni o etichettature negative.

    Si diventa vittime della “spirale del silenzio”, le persone evitano di esprimere opinioni minoritarie o contrarie al pensiero dominante per paura di isolamento sociale.

    In questo contesto il dibattito diventa un campo minato. Si assiste così alla tendenza a uniformarsi al pensiero del gruppo per mantenere l’armonia, sacrificando la libertà di espressione locale.

    Questo fenomeno trasforma la politica in un tema “privato” o appunto “proibito”, minando il confronto democratico alla base della comunità.

    L’uscita dall’omertà come dono alla comunità

    Esiste allora un modo per invertire l’ordine prestabilito delle cose? Si può vincere il pensiero che “denunciare o parlare non serva a nulla?”

    Certamente. Si deve (ri)entrare nell’ottica del contributo attivo: rompere il silenzio deve essere percepito non come un tradimento, ma come un atto di cura verso lo spazio condiviso. Chi parla non sta “attaccando”, sta portando alla luce un problema che impedisce alla comunità di evolvere.

    Si deve uscire dall’omertà per smettere di essere spettatori passivi del degrado (morale o fisico) e diventare custodi attivi del bene comune.

    La critica è e deve essere intesa come strumento di costruzione. Per farlo però deve imparare ad essere realmente costruttiva. Deve andare oltre il conflitto personale. La critica non deve servire a colpire una persona o a nutrire rivalità, ma deve servire a migliorare un processo. Se la critica è percepita come un attacco personale, genera difesa e chiusura, alimentando nuovamente l’apatia e il rancore.

    Una critica è costruttiva quando, oltre a evidenziare l’errore (memoria del fallimento), offre una visione per il futuro. Si pone in ottica propositiva. Questo trasforma il disaccordo in un confronto democratico sano all’interno degli spazi condivisi.

    In questo quadro, la responsabilità è doppia: da un lato il coraggio di esporre ciò che non va, dall’altro l’umiltà di criticare con l’obiettivo unico del bene comune.

    Il futuro è sempre dei giovani

    Oggi sono soprattutto i giovani a soffrire dell’isolamento sociale e politco. Siamo di fronte a una generazione che preferisce la dimensione personale a quella pubblica, angosciata da crisi economica e lavorativa.

    Si dice sempre che il futuro è dei giovani. Ma fare in modo che questo si avveri dipende da chi oggi ha la possibilità e il potere di creare condizioni favorevoli. Non basta ascoltare, serve dare uno spazio ufficiale dove i giovani possano esercitare la critica costruttiva e la responsabilizzazione. Bisogna spronarli, coinvolgerli.

    Rafforzare l’educazione civica nelle scuole con iniziative ad hoc ma anche permettere ai ragazzi di lavorare su progetti concreti per l’ambiente, la scuola e la città. Una sorta di “scuola di cittadinanza” attiva.

    Dare ai ragazzi spazi di consultazione permanente dove possano presentare proposte e “agende civiche” direttamente all’amministrazione locale.

    Sfruttare i “Patti di Collaborazione” (approndisci cliccando qui). Strumenti che trasformano il concetto di spazio condiviso in azione pratica. Il patto supera la vecchia logica della “delega” (io pago le tasse, il Comune fa tutto). Si basano sul principio di sussidiarietà circolare: i cittadini non sono solo utenti, ma “alleati” delle istituzioni per migliorare la qualità della vita urbana.

    Tramite l’Amministrazione Condivisa i cittadini (inclusi gruppi informali di giovani) possono firmare Patti di collaborazione con il Comune per curare o rigenerare un bene comune, come un parco, una biblioteca o un centro di aggregazione.

    Sottrarre aree al degrado, partecipare alla gestione di spazi verdi o abbandonati permette di vedere immediatamente l’effetto del proprio impegno, rompendo il ciclo dell’impotenza.

    Sfruttare a proprio favore gli strumenti digitali e di gamification per intercettare chi si sente distante dalle istituzioni. La politica deve imparare a parlare linguaggi familiari. Utilizzare i social per avvicinare non per auto-referenzarsi e creare ulteriore distanza.

    Spazi, cultura, responsabilità

    Ricreare centri di aggregazione, a partire dalle strutture. Sfruttare gli spazi pubblici condivisi. Dai centri polifunzionali alle piazze dove sviluppare competenze attraverso attività culturali e ricreative, trasformando il tempo libero in crescita civica.

    Forse il segreto per uscire dall’apatia, per riportare la politica nella comunità risiede proprio nello smettere di “parlare dei giovani” e iniziare a “progettare con i giovani”, dando loro le chiavi (e la responsabilità) di pezzi reali della città.

    Scriviamo un articolo che nessuno leggerà mai, trattiamo l’argomento proibito perchè Il Viaggio di Enea – Stimigliano, come evidenziato nel Manifesto e nella Visione, vuole onorare il passato, abitare il presente ma anche progettare il futuro superando il pensiero classico e i modelli esistenti.

    Vuole credere in un futuro che forse oggi sembra impensabile con la convinzione che appartenga a chi osa immaginarlo. E costruirlo.

    Per farlo però ci vuole impegno, maturità, consapevolezza e la riscoperta del “bene comune”. Da parte di tutti.

    La vera domanda da farsi non è “perché scrivere un articolo che nessuno leggerà mai?” ma “cosa vogliamo per il futuro dei nostri figli?”

  • Stimigmistica – 9

    Stimigmistica – 9

    La rubrica di enigmistica dedicata a Stimigliano.

    L’angolo nascosto

    Come si gioca: va individuato il soggetto della foto. Ogni uscita scoprirà nuovi particolari.

    Il personaggio misterioso

    Come si gioca: a ogni uscita un nuovo indizio, chi saprà sfruttarli per scoprire chi è il Personaggio Misterioso?

    Indizio 1
    
    Per anni ha aiutato gli altri a “tenere insieme i pezzi”, anche quando sembravano non combaciare.
    
    Indizio 2
    
    Aveva tante chiavi anche se nessuna apriva una serratura
    
    Indizio 3
    
    Molti lo chiamavano Presidente
    
    Indizio 4
    Il suo negozio, oggi, è gestito dai figli

    Il cruciverba

    Come si gioca: il cruciverba è compilabile on-line. Cliccando su una casella si evidenzieranno in rosso le definizioni (orizzontale e verticale). Clicca una sola volta per inserire la soluzione orizzontale, due volte per quella verticale. Se vuoi puoi salvare il cruciverba compilato e inviarlo a Enea.

    Cruci-verve


    Soluzioni del numero precedente

    Il cruciverba (vincitori: Gabriel Hrum)