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  • L’acquedotto di Fonte Cantaro: una pagina di storia che rischia di essere dimenticata

    L’acquedotto di Fonte Cantaro: una pagina di storia che rischia di essere dimenticata

    *Le foto relative all’acquedotto sono di proprietà del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio recuperate dalla pubblicazione “Lazio e Sabina” n.9

    Sotto le campagne di Stimigliano si nasconde una straordinaria opera idraulica antica: l’acquedotto sotterraneo di Fonte Cantaro. Per secoli nascosto nel sottosuolo e conosciuto solo da pochi, questo manufatto è stato esplorato, rilevato e documentato da un gruppo di speleologi guidato dall’archeologo e speleologo Cristiano Ranieri, contribuendo a riportare alla luce una delle testimonianze più affascinanti della storia del territorio.

    Cristiano Ranieri e il Gruppo Vespertilio

    Una figura centrale nello studio di Fonte Cantaro è quella di Cristiano Ranieri, archeologo e speleologo specializzato nello studio di acquedotti e cavità artificiali antiche.

    E’ laureato in ecologia preistorica, archeologo specializzato nello studio di cunicoli e acquedotti antichi. Consulente scientifico per il National Geographic, speleosub e autore di numerose pubblicazioni a carattere scientifico riguardanti l’archeologia e la speleologia del territorio sabino.

    Nel 1993 ha cofondato il Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio di Salisano, realtà che da oltre trent’anni conduce esplorazioni e ricerche nel sottosuolo della Sabina e del Lazio.

    Cristiano Ranieri

    È stato proprio Ranieri, insieme ai membri del gruppo, a mappare e documentare fotograficamente l’acquedotto di Fonte Cantaro, contribuendo a recuperare una parte importante della memoria storica di Stimigliano.

    Nel corso della sua attività ha studiato numerosi altri complessi sotterranei della Sabina, tra cui l’acquedotto dei Bagni di Lucilla a Poggio Mirteto, l’acquedotto di Fonte Casale a Selci e il monumentale sepolcro della Grotta dei Massacci a Frasso Sabino, collaborando inoltre con la Soprintendenza Archeologia del Lazio e con progetti di ricerca di rilievo nazionale e internazionale.

    Un pezzo di storia della Sabina

    L’acquedotto di Fonte Cantaro è stato manutenuto in passato, almeno nella parte iniziale facilmente accessibile, grazie al lavoro di Marcello Bernabei e di Pietro Cavallari.

    La vera e propria riscoperta però, con il conseguente studio, sono avvenuti però nell’ambito delle ricerche condotte dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio e documentato da Alessia Festuccia e Cristiano Ranieri nello studio “Acquedotti e sistemi di drenaggio arcaici nell’Ager curense”, pubblicato nella collana specialistica Lazio e Sabina.

    Foto di proprietà del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio recuperate da Lazio e Sabina n.9

    Negli ultimi decenni, le indagini archeologiche nella Sabina centro-meridionale hanno portato all’individuazione di numerosi cunicoli e sistemi di drenaggio sotterranei riconducibili all’epoca arcaica, in particolare nell’area di Trebula Mutuesca e lungo il tracciato della Via Salaria. Si tratta di opere scavate in terreni costituiti da brecce, calcareniti e argille, progettate per captare e convogliare le acque sorgive.

    Tra questi complessi sistemi idraulici, quello di Stimigliano rappresenta uno degli esempi meglio conservati e più interessanti.

    Oltre 300 metri di galleria sotterranea

    L’acquedotto di Fonte Cantaro si sviluppa per oltre 300 metri all’interno di una formazione geologica composta da calcareniti, sabbioni e puddinghe pleistoceniche. Alimentava il fontanile che conserva il nome storico di Fonte Cantaro.

    Il cunicolo presenta una caratteristica sezione ogivale ed è largo circa 60 centimetri e alto mediamente 1,60 metri. In alcuni punti, tuttavia, la galleria raggiunge altezze superiori ai tre metri, testimoniando l’abilità tecnica dei costruttori antichi.

    L’accesso avviene attraverso una piccola botola che conduce a un pozzetto profondo circa tre metri. Una volta entrati nel condotto, sono ancora perfettamente visibili i segni lasciati dagli strumenti utilizzati durante lo scavo.

    Foto di proprietà di Cristiano Ranieri

    Gli interventi di epoca romana

    Uno degli aspetti più interessanti emersi durante l’esplorazione riguarda la presenza di importanti rifacimenti databili all’epoca romana.

    A intervalli regolari di circa trenta metri si incontrano tratti di muratura lunghi all’incirca due metri e mezzo che rivestono completamente pareti e volta del cunicolo. Queste opere sono realizzate con blocchetti di calcare irregolari legati da abbondante malta.

    Sulle volte sono ancora leggibili le impronte delle centine lignee utilizzate durante la costruzione, un dettaglio di grande valore archeologico che consente di comprendere le tecniche costruttive adottate dagli antichi ingegneri.

    Secondo gli studiosi, questi interventi potrebbero corrispondere ai punti in cui erano presenti i pozzi verticali di aerazione necessari durante lo scavo della galleria. Sebbene oggi tali strutture non siano più visibili, la regolarità delle distanze tra i rifacimenti richiama quanto descritto da Vitruvio nel De Architectura, il celebre trattato di architettura e ingegneria del I secolo a.C.

    Nel libro dedicato alle opere idrauliche, l’architetto romano raccomandava infatti la realizzazione di pozzi di accesso e aerazione a intervalli regolari lungo le gallerie sotterranee destinate al trasporto dell’acqua.

    Le indicazioni vitruviane rappresentano ancora oggi una fonte fondamentale per interpretare acquedotti e sistemi di drenaggio antichi e offrono un interessante termine di confronto per comprendere la struttura di Fonte Cantaro.

    La corrispondenza tra le prescrizioni tramandate dalle fonti classiche e gli elementi osservati nel cunicolo di Stimigliano testimonia l’elevato livello tecnico raggiunto dai costruttori antichi e rafforza l’ipotesi che l’opera appartenga a una consolidata tradizione di ingegneria idraulica sviluppatasi nel territorio sabino ben prima dell’età imperiale.

    Un’opera forse precedente alla romanizzazione

    Stabilire con precisione la data di costruzione dell’acquedotto non è semplice. Tuttavia, le caratteristiche tecniche dell’opera e il confronto con altri sistemi idraulici presenti nel territorio sabino suggeriscono un’origine molto antica.

    Gli studiosi ritengono che il cunicolo possa essere nato in epoca arcaica, probabilmente in ambito etrusco-sabino, e che sia stato successivamente restaurato e riutilizzato dai Romani. Si tratterebbe quindi di una struttura già esistente prima della completa romanizzazione della Sabina.

    Lo studio scientifico sull’Ager Curense

    L’acquedotto di Fonte Cantaro trova un importante inquadramento all’interno dello studio scientifico “Acquedotti e sistemi di drenaggio arcaici nell’Ager curense”, pubblicato nel volume Lazio e Sabina.

    La ricerca evidenzia come l’intero territorio dell’antico Ager Curense, gravitante attorno a Cures Sabini, fosse attraversato da una fitta rete di cunicoli filtranti e opere idrauliche sotterranee. Questi sistemi svolgevano un ruolo fondamentale nel drenaggio dei terreni, nella captazione delle sorgenti e nella bonifica agricola.

    Particolarmente interessante è l’analisi delle tecniche di scavo: i cunicoli venivano spesso realizzati da squadre di operai che avanzavano contemporaneamente da più punti, incontrandosi poi nel sottosuolo con notevole precisione.

    Lo studio dimostra inoltre come queste infrastrutture abbiano avuto una lunghissima continuità d’uso. Nate probabilmente in epoca preromana, furono successivamente integrate e perfezionate dai Romani per alimentare fontane, impianti termali e ville rustiche disseminate nella valle del Tevere.

    Le testimonianze romane nel territorio di Stimigliano

    L’importanza dell’acqua e delle grandi proprietà agricole della zona è confermata anche da diverse iscrizioni romane rinvenute nel territorio.

    Particolarmente significativa è l’epigrafe in pietra catalogata come CIL IX, 4806, databile tra la fine del I secolo a.C. e gli inizi del I secolo d.C.

    La lastra è ancora oggi conservata, reimpiegata nella struttura degli antichi lavatoi pubblici di Stimigliano (fontana di Cantaro) e strettamente connessa alle evidenze archeologiche e agli studi topografici eseguiti sulle aree monumentali e funerarie del comparto reatino (come l’area di Campo Reatino e le pertinenze infrastrutturali idriche vicine, tra cui appuntol’acquedotto di Fonte Cantaro).

    Nel libro “Stimigliano nella storia” (Alberto Comaschi, 2000) si legge:

    Si precisa che la consonante P unita a PATER non è visibile pur essendo l’epigrafe in buono stato di conservazione.

    N BROCCHI
    N PATERP

    La Fontana di Cantaro con l’epigrafe purtroppo oggi riversa in stato di abbandono.

    Il riutilizzo di materiali romani all’interno di edifici medievali e moderni era una pratica diffusa in tutta la Sabina.

    Questa iscrizione costituisce una preziosa testimonianza della vitalità economica e sociale della valle tiberina durante la prima età imperiale e richiama il ruolo fondamentale svolto dalle risorse idriche nel funzionamento delle grandi villae rustiche presenti nel territorio.

    Dalla riscoperta all’abbandono: un patrimonio da non dimenticare

    L’interesse verso l’acquedotto di Fonte Cantaro non è rimasto confinato agli studi archeologici. Nel 2013, grazie alla collaborazione tra il Comune di Stimigliano e il Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio, il sito fu protagonista di una significativa iniziativa di valorizzazione che consentì ai cittadini di visitare per la prima volta l’antico condotto sotterraneo.

    In occasione dell’evento, l’allora assessore al Turismo Ilario Di Loreto dichiarò:

    «Dopo aver restituito a Stimigliano questo manufatto idraulico che fa parte della nostra più antica tradizione siamo orgogliosi di essere riusciti ad organizzare, per la prima volta in Sabina e grazie alla collaborazione tra Comune e il Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio, la visita guidata all’interno dell’acquedotto».

    L’iniziativa rappresentò un momento importante per la comunità, permettendo di riscoprire un’opera che per secoli aveva continuato silenziosamente a svolgere la propria funzione sotto il territorio stimiglianese.

    Negli anni successivi, tuttavia, le visite guidate sono state interrotte e oggi non è facilmente reperibile una documentazione aggiornata sullo stato di conservazione dell’acquedotto o su eventuali progetti di valorizzazione futuri.

    Sembra che crolli e lavori di rifacimento della strada a monte abbiano compromesso parte dell’acquedotto. Rimane dunque aperta la domanda sul destino di questo straordinario manufatto, che costituisce una delle più significative testimonianze dell’ingegneria idraulica antica presenti nel territorio sabino.

    Un’eredità che deve guardare al futuro per non andare perduta

    L’acquedotto di Fonte Cantaro racconta una storia lunga più di duemila anni, fatta di conoscenze tecniche, adattamento al territorio e gestione delle risorse idriche. Dalle sue probabili origini preromane fino ai restauri d’età imperiale, passando per la riscoperta operata dagli speleologi del Gruppo Vespertilio, questo cunicolo sotterraneo rappresenta un legame concreto tra il passato e l’identità di Stimigliano.

    La speranza è che non vada definitivamente persa una pagina importante di storia del nostro paese e della Sabina tutta e che si possa nuovamente focalizzare l’attenzione verso un partimonio che meriterebbe di tornare ad essere visitabile e conosciuto da cittadini, studiosi e appassionati di storia della nostra terra.


    Fonti principali

    • Alessia Festuccia, Cristiano Ranieri, Acquedotti e sistemi di drenaggio arcaici nell’Ager curense, in Lazio e Sabina.
    • Cristiano Ranieri, attività di rilievo e documentazione del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio.
    • Mara Sternini, studi sulla topografia storica della Sabina.
    • Corpus Inscriptionum Latinarum, IX, 4806.
    • De architectura - Vitruvio
    • Stimigliano nella storia (Comaschi, 2000)

    Foto dell’acquedotto di proprietà del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio recuperate da “Lazio e Sabina” n.9

  • Da Ripetta e Stimigliano: l’acquerello del Tevere di Onorato Carlandi

    Da Ripetta e Stimigliano: l’acquerello del Tevere di Onorato Carlandi

    Quando il Tevere era una vera strada d’acqua, Stimigliano rappresentava uno degli approdi più importanti della valle. In quegli stessi paesaggi si muoveva il pennello di Onorato Carlandi, uno dei maggiori interpreti della natura laziale tra Ottocento e Novecento.

    Onorato Carlandi: un grande interprete del paesaggio laziale

    Tra i grandi pittori italiani tra Ottocento e Novecento, un posto di assoluto rilievo spetta a Onorato Carlandi (Roma, 1848-1939), artista che dedicò gran parte della propria vita alla rappresentazione della natura e del paesaggio del Lazio.

    Dopo una prima stagione artistica legata agli ideali del Risorgimento, durante la quale partecipò anche come volontario alle campagne garibaldine, Carlandi orientò progressivamente la sua ricerca verso la pittura di paesaggio dal vero. La campagna romana, il Tevere, gli uliveti e le colline laziali divennero i soggetti privilegiati delle sue opere.

    Fu tra i fondatori della Società degli Acquarellisti Romani nel 1875, animatore del movimento In Arte Libertas e, successivamente, uno dei protagonisti del celebre gruppo dei XXV della Campagna Romana, formato da artisti accomunati dal desiderio di esplorare e rappresentare la bellezza dei territori rurali del Lazio prima che la modernizzazione ne modificasse profondamente l’aspetto.

    Il pittore del Tevere

    L’elemento che più di ogni altro caratterizza la produzione di Carlandi è il suo profondo legame con il fiume Tevere, sua vera musa ispiratrice.

    Nel corso della sua lunga attività artistica realizzò centinaia di dipinti, disegni e acquerelli dedicati al fiume e alle campagne che lo circondavano. Per lui il Tevere non era soltanto un corso d’acqua, ma una presenza viva, una strada naturale che attraversava paesaggi, storie e tradizioni.

    Le sue opere raffigurano rive, canneti, ponti, approdi e scorci fluviali colti nelle diverse ore del giorno e nelle diverse stagioni. Attraverso il suo sguardo il Tevere diventa il protagonista di una narrazione poetica capace di raccontare l’anima più autentica del Lazio.

    Il legame con Stimigliano

    È proprio seguendo il corso del Tevere che emerge il rapporto tra Onorato Carlandi e Stimigliano.

    Alla fine dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, Stimigliano era un importante punto di riferimento lungo la navigazione fluviale. Il suo approdo sul Tevere rappresentava uno scalo strategico per merci e viaggiatori e costituiva un collegamento fondamentale tra Roma e la Sabina.

    Territori come quello stimiglianese offrivano a Carlandi tutto ciò che egli ricercava nella sua pittura: la quiete delle campagne, la presenza del fiume, le colline sabine e quella luce particolare che caratterizza la valle del Tevere.

    Le testimonianze disponibili indicano che l’artista risalì e ritrasse la valle tiberina fino alle aree della Sabina, trovando in questi luoghi un ambiente ideale per i suoi celebri paesaggi e acquerelli rurali.

    La testimonianza del celebre poeta Cesare Pascarella

    Un indizio particolarmente interessante del legame tra Carlandi e il territorio di Stimigliano ci arriva dal poeta romano Cesare Pascarella, amico dell’artista.

    Nelle sue celebri prose e lettere dedicate a Carlandi, raccolte sotto il titolo A Onorato Carlandi, Pascarella richiama infatti il tratto fluviale che arriva fino a Stimigliano. In uno dei racconti compare il viaggio di un vecchio barcarolo che risale il Tevere “da Ripetta a Stimigliano“, offrendo uno spaccato della vita lungo il fiume e confermando l’importanza che questo percorso aveva nell’immaginario della Roma dell’epoca.

    Stimigliano non appare quindi come un luogo marginale, ma come una delle tappe più significative della navigazione tiberina e della cultura popolare legata al fiume.

    Una veduta del Tevere a Stimigliano

    Il legame tra Onorato Carlandi e Stimigliano è testimoniato da un acquerello pubblicato nel volume The Roman Campagna, dove compare una veduta intitolata “The Tiber at Stimigliano”.

    L’opera raffigura il Tevere nel territorio stimiglianese, con il fiume che si allarga placidamente tra la vegetazione ripariale e le dolci colline della valle sullo sfondo. Si tratta di una testimonianza preziosa perché conferma in modo diretto l’attenzione che Carlandi riservò a questo tratto della Sabina e al paesaggio che lo caratterizzava.

    La presenza di questa veduta all’interno di un’opera dedicata alla Campagna Romana e ai territori attraversati dal Tevere dimostra come Stimigliano fosse considerato parte integrante di quel patrimonio naturale e culturale che tanto affascinava il pittore. Non un semplice luogo di passaggio, dunque, ma uno scenario degno di essere osservato, studiato e trasformato in arte.

    A distanza di oltre un secolo, quell’acquerello rappresenta anche una rara finestra sul paesaggio stimiglianese dell’epoca: un documento artistico che restituisce il volto della valle del Tevere prima delle profonde trasformazioni intervenute nel corso del Novecento.

    In questo modo il legame tra Onorato Carlandi e Stimigliano non è soltanto deducibile dal suo interesse per il Tevere, ma trova una conferma concreta in un’opera che porta esplicitamente il nome del paese, consegnando Stimigliano alla storia dell’arte del paesaggio laziale.

    Fonti

  • Stimigliano tra passioni e delitti nella grande letteratura gotica di Vernon Lee

    Stimigliano tra passioni e delitti nella grande letteratura gotica di Vernon Lee

    Tra le molte curiosità che legano Stimigliano alla storia e alla cultura italia ed europea, ce n’è una poco conosciuta ma particolarmente affascinante: il nostro borgo compare infatti in una delle più celebri opere della letteratura gotica di fine Ottocento, Amour Dure di Vernon Lee.

    Vernon Lee, l’intellettuale eclettica amante dell’Italia ( e di Stimigliano? )

    Dietro lo pseudonimo di Vernon Lee si celava Violet Paget (1856-1935), una delle figure più originali e brillanti della cultura britannica del periodo tardo-vittoriano.

    Foto del 1870 ca.

    Seguace dell’estetismo di Walter Pater, Lee ha sviluppato insieme alla compagna Kit Anstruther Thomson una nuova concezione della psicologia dell’estetica ed è stata tra le primissime a introdurre nella
    lingua inglese il concetto di “empatia” (Einfühlung) teorizzato in Germania dal filosofo e psicologo Theodor Lipps.

    Persona acuta e fuori dagli schemi del suo tempo, utilizzava il proprio pseudonimo maschile anche nella vita privata ed era solita adottare un’estetica à la garçonne. Femminista e pacifista, ha fatto parte della Union of Democratic Control, un gruppo di pressione britannico di matrice antimilitarista vicino anche ai movimento per il suffragio femminile. Ha trascorso gran parte della propria vita a Firenze, nella celebre Villa Il Palmerino ed è morta proprio a Firenze il 13 febbraio del 1935.

    Oggi è ricordata soprattutto per le sue raffinate storie fantastiche e di fantasmi, considerate tra i vertici della narrativa soprannaturale europea.

    Tra queste spicca Amour Dure, pubblicato per la prima volta nel 1887 sul Murray’s Magazine e successivamente inserito nella raccolta Hauntings: Fantastic Stories (1890), una delle opere più celebri dell’autrice.

    Vernon Lee 1881 John Singer Sargent 1856-1925 Bequeathed by Miss Vernon Lee through Miss Cooper Willis 1935 http://www.tate.org.uk/art/work/N04787

    Amore Dure: un amore mortale

    Il titolo originale dell’opera, in francese antico, riprende il motto ricorrente nel racconto legato alla figura della misteriosa e crudele duchessa rinascimentale Medea da Carpi: «Amour Dure – Dure Amour», che nel testo viene tradotto o interpretato come “L’amore dura – crudele amore” (o un amore tenace, costante e spietato)

    La vicenda è ambientata nella città immaginaria di Urbania, dietro la quale si riconoscono chiaramente elementi dell’Urbino rinascimentale e della reale Urbania marchigiana. Il racconto assume la forma del diario di Spiridion Trepka, un giovane storico polacco giunto in Italia per svolgere ricerche d’archivio.

    Durante i suoi studi, Trepka scopre la figura di Medea da Carpi, una nobildonna del XVI secolo di straordinaria bellezza e altrettanto straordinaria crudeltà. La donna è descritta come una autentica femme fatale: tutti i suoi amanti e mariti finiscono infatti vittime di morti violente e misteriose.

    Progressivamente, la curiosità dello storico si trasforma in una vera ossessione. Trepka si innamora del fantasma di Medea, fino a perdere ogni controllo sulla propria volontà. Lo spettro della donna lo spinge infine a compiere un gesto sacrilego: distruggere la statua equestre del duca responsabile della sua esecuzione. Accecato dalla passione e totalmente soggiogato dalla presenza soprannaturale, il protagonista va incontro a un tragico destino proprio nel giorno di Natale.

    Il ruolo di Stimigliano

    Nella complessa e sanguinosa biografia di Medea da Carpi, Stimigliano non compare come semplice riferimento geografico, ma rappresenta uno dei nodi fondamentali dell’intera vicenda narrativa.

    Secondo il racconto, Medea sposa in seconde nozze il duca Pierluigi Orsini, e la coppia stabilisce la propria corte proprio nel castello di Stimigliano. È qui che si consuma uno degli episodi più drammatici della sua vita.

    Appena due anni dopo il matrimonio, il duca viene infatti trovato assassinato: qualcuno lo ha pugnalato a morte all’interno del castello. I sospetti si concentrano immediatamente sulla giovane duchessa. Per eliminare le prove del proprio coinvolgimento, Medea ordina ai suoi servitori di assassinare lo stalliere ritenuto esecutore materiale del delitto. Prima di morire, però, l’uomo riesce a confessare di aver ucciso il duca sotto l’influenza dei sortilegi e delle promesse d’amore della stessa Medea.

    L’episodio segna una svolta decisiva. Travolta dai sospetti e dal clima ostile che la circonda, Medea è costretta a fuggire precipitosamente da Stimigliano per rifugiarsi a Urbania, dando avvio alla catena di eventi che porterà alla sua rovina finale e alla sua trasformazione in una figura quasi leggendaria.

    Perché proprio Stimigliano?

    La presenza di Stimigliano nell’opera non è casuale. Vernon Lee conosceva profondamente la storia italiana e costruiva le proprie ambientazioni con grande attenzione ai contesti storici e culturali.

    Non si hanno testimonianze dirette di una visita della scrittrice nel borgo quindi la scelta del Ducato di Stimigliano potrebbe rispondere a diverse ragioni.

    Il legame con gli Orsini

    Storicamente Stimigliano fu un importante feudo della potente famiglia Orsini, una delle casate più influenti e combattive dell’Italia rinascimentale. Le cronache dell’epoca sono ricche di intrighi politici, matrimoni combinati, congiure e delitti dinastici che coinvolsero spesso gli Orsini.

    Vernon Lee, attenta studiosa del Rinascimento italiano, attinge a questa atmosfera storica per costruire un mondo narrativo credibile e affascinante, in cui realtà e invenzione si fondono continuamente.

    Una posizione strategica

    L’inserimento di Stimigliano risponde anche a esigenze geografiche e narrative. La storia si svolge infatti in un contesto che richiama l’Italia centrale del Rinascimento, teatro delle rivalità tra Stato della Chiesa, signorie marchigiane e grandi famiglie baronali romane.

    In questo quadro, un feudo sabino come Stimigliano offriva una collocazione perfettamente plausibile per alleanze, matrimoni e conflitti aristocratici, contribuendo a rendere più realistica la vicenda.

    Il “Genius Loci”

    Esiste infine una ragione ancora più profonda. Vernon Lee fu una delle prime teoriche del concetto di Genius Loci, lo “spirito del luogo”. Secondo la scrittrice, paesaggi, castelli e città conservano le tracce emotive e psicologiche del proprio passato e continuano a influenzare chi li attraversa.

    Per questo motivo i luoghi nelle sue opere non sono mai semplici sfondi. Castelli, borghi e rovine diventano veri protagonisti della narrazione. Un centro storico fortificato come Stimigliano, con la sua posizione dominante sulla valle del Tevere e il suo passato legato alla nobiltà romana, offriva tutte le caratteristiche ideali per evocare quell’atmosfera di mistero, fascino e inquietudine che costituisce l’essenza stessa delle sue Hauntings.

    Un piccolo borgo nella letteratura internazionale

    A distanza di oltre un secolo dalla pubblicazione di Amour Dure, sorprende scoprire come il nome di Stimigliano sia entrato nelle pagine di uno dei racconti gotici più raffinati della letteratura anglosassone. Non come semplice citazione, ma come luogo chiave di passioni, complotti, omicidi e fughe rocambolesche.

    È un dettaglio quasi sconosciuto, ma significativo: dimostra come anche il nostro piccolo centro della Sabina abbia saputo trovare posto nell’immaginario di una delle più importanti scrittrici europee dell’Ottocento, diventando parte di una storia che ancora oggi continua ad affascinare lettori e studiosi di tutto il mondo.

    Traduzioni, edizioni e… Italo Calvino

    Il celebre racconto gotico Amour Dure (1887) di Vernon Lee, incluso nella raccolta Hauntings, è stato tradotto in italiano con diversi sottotitoli a seconda delle edizioni:

    • «Amour Dure». Brani dal diario di Spiridione Trepka (traduzione di Arnaldo Ederle, in Ombre italiane, Guanda, 1988, e in Il secondo libro dell’orrore, Mondadori; traduzione di Giuseppe Lippi in Occulta, Mondadori, 1988)
    • «Amour Dure» (traduzione di Attilio Brilli, pubblicato in Possessioni, Sellerio, 1982, e inserito da Italo Calvino nella celebre antologia Racconti fantastici dell’Ottocento, Mondadori, 1983)

    Fonti

  • Costante Menichelli presenta ‘Madonna della Strada’, viaggio nella storia del santuario del Nocchieto

    Costante Menichelli presenta ‘Madonna della Strada’, viaggio nella storia del santuario del Nocchieto

    Il nuovo libro dello storico autore stimiglianese dedicato al santuario del Nocchieto e a Don Raffaele Palombi

    Stimigliano vanta da sempre una ricca tradizione culturale e letteraria, e tra i suoi protagonisti più autorevoli spicca senza dubbio Costante Menichelli, nato a Stimigliano l’11 marzo 1934. Uomo di scuola, amministratore pubblico e instancabile autore, Costante ha legato gran parte della propria vita al paese, che ha guidato come sindaco dal 1970 al 2004, lasciando un segno profondo nella storia amministrativa e sociale della comunità.

    Costante Menichelli

    Nel corso della sua lunga carriera è stato anche presidente del Comitato di Gestione della ASL Rieti 2, capogruppo dei Democratici di Sinistra al Consiglio Provinciale di Rieti, presidente della Commissione Sanità, presidente dell’Unione dei Comuni della Valle del Tevere, presidente dell’Acquedotto Consorziale Ombrica, oltre che revisore dei conti, presidente del consiglio di scuola media e docente di lettere negli istituti superiori.

    Parallelamente all’impegno istituzionale, Menichelli ha coltivato una intensa attività letteraria. Tra le sue opere ricordiamo Storie di ieri e di oggi (1992), Intervista a Lucio Sergio Catilina (1993), Itaca. Poesie (1997), I piatti di Franz. Poesie (2001), I tempi della memoria (2004), Il libro più bello. Poesie (2011), Agorà (2012), Quarto grado di giudizio (2017), Lettere a Timoteo (2017), Lettere ad un anziano (2018), I piatti del caporale Franz (2019) e Varie ed eventuali. Racconti (2023).

    A questa lunga bibliografia si aggiunge oggi “Madonna della Strada”, pubblicato nel giugno 2026, un libro che l’autore definisce “l’unico giusto riconoscimento che si deve a Don Raffaele Palombi”, auspicando che alla figura dello storico parroco possa essere dedicata una via o una piazza del paese.

    La storia di un santuario e dei suoi protagonisti

    Il volume ripercorre la vicenda della chiesa della Madonna della Strada, piccolo santuario rurale del Nocchieto risalente al 1588 che rappresenta una parte importante della storia religiosa e civile di Stimigliano.

    Menichelli racconta il ruolo fondamentale di Don Raffaele Palombi, che scelse e recuperò la chiesetta quando era occupata da pastori e animali, promuovendo la bonifica dell’area circostante e componendo la preghiera dedicata alla Madonna della Strada, che l’autore considera una vera e propria poesia.

    Il racconto arriva poi ai tempi più recenti, ricordando gli interventi dei parroci Don Attilio Attili e soprattutto Don Mirek, profondamente devoto alla Madonna della Strada. A lui si deve una vasta opera di recupero e ristrutturazione dell’edificio: dalla liberazione dell’area da alberi e vegetazione fino ai lavori che hanno restituito decoro e funzionalità al santuario. Sempre Don Mirek ha avuto il merito di riportare la processione dedicata alla Madonna proprio presso la chiesetta del Nocchieto.

    Don Raffaele Palombi, una figura da riscoprire

    La seconda parte del libro si concentra sulla figura di Don Raffaele Palombi, parroco giunto a Stimigliano nel 1891. Vengono ripercorsi alcuni episodi significativi della sua attività pastorale e pubblica, tra cui la nota controversia con il Comune di Forano e con la nascente comunità valdese.

    Emergono inoltre le qualità di polemista, studioso e scrittore che caratterizzarono il sacerdote. Non a caso, quasi metà del volume è dedicata alla riproduzione delle sue scritture autografe e della sua produzione letteraria, storica e poetica, permettendo al lettore di avvicinarsi direttamente al pensiero e alla sensibilità di una figura che ha lasciato un’impronta profonda nella storia locale.

    Un libro da non perdere

    Madonna della Strada è molto più di una semplice pubblicazione storica. È un viaggio nella memoria collettiva di Stimigliano, nella storia di un santuario documentato fin dal 1588 e nelle vicende di uomini che, in epoche diverse, hanno contribuito a conservarlo e valorizzarlo.

    Attraverso le pagine di Menichelli si riscoprono non solo le origini e l’evoluzione della chiesetta della Madonna della Strada, ma anche l’opera di Don Raffaele Palombi, una figura centrale per la vita religiosa e culturale del paese, alla quale l’autore intende rendere il meritato omaggio.

    Il libro è autoprodotto e chi desidera riceverne una copia può rivolgersi direttamente a Costante Menichelli.

    Un’opera preziosa per chi ama Stimigliano, la sua storia e le persone che hanno contribuito a costruirne l’identità.

  • Il Milite Ignoto e il suo passaggio a Stimigliano

    Il Milite Ignoto e il suo passaggio a Stimigliano

    Il viaggio del Milite Ignoto unì l’Italia intera, attraversando anche le piccole comunità. Nella notte del 1° novembre 1921, tra falò e silenzi, anche Stimigliano rese omaggio al Soldato senza nome.

    Il simbolo di un intero popolo

    Il Milite Ignoto è il simbolo di tutti i soldati italiani caduti durante la Prima guerra mondiale e mai identificati. La sua storia, profondamente umana, nasce da un gesto semplice ma potentissimo: la scelta di una madre, Maria Bergamas, che davanti a undici bare senza nome, ad Aquileia nel 1921, indicò quella destinata a rappresentare tutti i figli perduti.
    Un gesto che trasformò un singolo soldato sconosciuto nel simbolo di un intero popolo.

    Il viaggio del 1921

    Alle ore 8.00 del 29 ottobre 1921, dalla stazione ferroviaria di Aquileia partì il treno a vapore che avrebbe condotto la salma del Milite Ignoto a Roma.

    La bara, scelta il giorno precedente fu collocata su un affusto di cannone e poi sistemata in uno speciale carro ferroviario progettato dall’architetto Guido Cirilli. Ad accompagnarla vi erano reduci della Grande Guerra, decorati al valore e più volte feriti, a testimoniare il dolore e il sacrificio collettivo di una nazione intera.

    Il viaggio si svolse lungo la linea Aquileia – Venezia – Bologna – Firenze – Roma, attraversando tutta l’Italia. Il convoglio procedette a velocità molto ridotta, quasi solenne, per consentire alla popolazione di rendere omaggio:le soste erano riservate alle stazioni principali, mentre nelle altre località la folla accalcata lungo i binari poteva comunque salutare il passaggio grazie alla lentezza del treno.

    Lungo i binari si raccolsero folle immense: uomini, donne, bambini, reduci, vedove. Molti si inginocchiavano, altri lanciavano fiori, altri ancora semplicemente restavano in silenzio, con il capo chino.

    Il viaggio si concluse il 4 novembre 1921, quando il feretro venne tumulato all’Altare della Patria, a Roma, in una cerimonia solenne che divenne uno dei momenti più intensi di unità nazionale della storia italiana.

    Foto dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

    Il passaggio in Sabina e a Stimigliano

    Dopo aver sostato nel nodo ferroviario di Orte, il convoglio imboccò la linea storica che costeggia la valle del Tevere, attraversando la Sabina.

    Era la sera del 1° novembre 1921.

    Il treno non effettuò una sosta ufficiale a Stimigliano, ma passò lentamente, a una velocità stimata tra i 15 e i 20 km/h. Questo dettaglio è fondamentale per comprendere il valore del momento: anche senza fermarsi, il passaggio del Milite Ignoto trasformò la stazione e tutto il territorio circostante in un luogo di raccoglimento e partecipazione.

    La popolazione locale — contadini, famiglie, abitanti dei paesi vicini — si radunò lungo i binari e presso la stazione.
    Nella sera ormai calata, si accesero falò, lanterne e torce, illuminando il passaggio del convoglio come in una processione silenziosa e solenne.

    Non ci risultano testimonianze fotografiche di quel momento. La spiegazione è da ricercare nel fatto che non vi fu una sosta ufficiale con operatori e giornalisti, il passaggio avvenne in orario serale/notturno, la tecnologia fotografica del tempo non era così diffusa e soprattutto non permetteva scatti efficaci in condizioni di scarsa luminosità e in movimento.

    Ma proprio questa assenza di immagini rende il ricordo ancora più suggestivo: rimane affidato alla memoria orale e alla storia del territorio.

    Stimigliano, pur non essendo una fermata “importante” nel senso ufficiale, fu comunque parte integrante di quel viaggio, come tutte le piccole comunità italiane attraversate dal convoglio.

    Il Generale Settimio Piacentini

    Il passaggio del Milite Ignoto in Sabina è legato però a un episodio drammatico e forse poco conosciuto, che riguarda il Tenente Generale Settimio Piacentini, nativo di Tarano e senatore del Regno.

    Piacentini fece una scelta significativa: invece di partecipare alle grandi cerimonie ufficiali di Roma, decise di rendere omaggio al Milite Ignoto insieme al suo territorio, tra la sua gente.

    Tenente Generale Settimio Piacentini

    La mattina del 2 novembre 1921, poche ore dopo il passaggio del treno a Stimigliano, organizzò una solenne manifestazione presso la Cattedrale di Vescovio, riunendo sindaci, associazioni combattentistiche e cittadini della Bassa Sabina.

    Al termine di un intenso discorso patriottico, mentre si preparava a guidare un corteo verso la stazione di Stimigliano per rendere un ultimo omaggio formale al luogo del passaggio fu colto da un improvviso malore cardiaco.

    Morì poco dopo, a San Polo Sabino.

    La sua scomparsa colpì profondamente la comunità e rimase impressa anche nelle cronache ufficiali dell’epoca. Il suo gesto — scegliere la dimensione locale, popolare, rispetto a quella istituzionale — rappresenta ancora oggi un segno di forte legame tra il territorio sabino e la memoria del Milite Ignoto.

    Stimigliano nella storia del viaggio

    L’elenco delle stazioni attraversate dal convoglio nel 1921 è lungo: circa 120 località, tra grandi città e piccoli centri.

    Tra queste compare anche Stimigliano, insieme alle vicine stazioni di Collevecchio-Poggio Sommavilla, Gavignano Sabino e Poggio Mirteto.

    Questo dato ci ricorda che il viaggio del Milite Ignoto non fu solo un evento nazionale, ma un momento diffuso, vissuto in ogni angolo d’Italia, anche nei luoghi più piccoli.

    Il ricordo a cento anni: il ritorno del treno

    Nel 2021, a cento anni esatti dal viaggio del Milite Ignoto, il suo percorso è stato realmente ripercorso da un treno commemorativo partito da Aquileia e diretto a Roma, lungo la stessa linea ferroviaria del 1921.

    Il convoglio ha attraversato nuovamente l’Italia seguendo la storica direttrice Aquileia – Venezia – Bologna – Firenze – Roma, fermandosi nelle principali stazioni e transitando anche nei centri minori che già un secolo prima avevano assistito al passaggio della salma.

    Anche lungo la tratta sabina — quella che comprende Orte, Collevecchio, Stimigliano e le altre stazioni della valle del Tevere — il viaggio ha riattivato la memoria storica del territorio, riportando l’attenzione su un evento che, pur senza grandi cerimonie ufficiali nel 1921, fu vissuto intensamente dalla popolazione locale.

    Come cento anni fa, il viaggio del Milite Ignoto non è stato solo un percorso ferroviario, ma un momento di memoria condivisa, capace di collegare tra loro comunità grandi e piccole nel segno della storia e della pace.

    Un storia dal valore che va tramandato

    Il passaggio del Milite Ignoto a Stimigliano non fu una sosta ufficiale, ma fu comunque un momento vissuto e sentito dalla comunità locale.

    In quella sera del 1° novembre 1921, tra luci di falò e silenzi rispettosi, anche la Sabina rese omaggio a un soldato senza nome che rappresentava tutti.

    Il Milite Ignoto non appartiene a un luogo soltanto, ma a tutti quelli che lo hanno salutato, anche solo per un istante. Ma il senso più profondo di questa storia è mantenere e tramandare la memoria affinché sia di insegnamento per le generazioni future.

    E secondo voi, lo stiamo davvero facendo?

    Fonti

  • Parole, memoria e comunità: il Premio San Bernardino compie 25 anni

    Parole, memoria e comunità: il Premio San Bernardino compie 25 anni

    Da venticinque anni il Premio San Bernardino custodisce e rinnova una tradizione fatta di parole, incontri e comunità, continuando a unire generazioni nel segno della poesia.

    XXV Premio di Poesia “San Bernardino”: un’edizione speciale nel ricordo di Cosimo Renzetti

    Domenica 24 maggio si è svolta con grande partecipazione e sentita emozione la venticinquesima edizione del Premio di Poesia “San Bernardino”, appuntamento ormai storico per la comunità e per tutti gli amanti della poesia della Sabina.

    Un traguardo importante, quello dei venticinque anni, celebrato nel segno della memoria e dell’amicizia: l’edizione 2026 è stata infatti dedicata al poeta stimiglianese Cosimo Renzetti, figura cara e punto di riferimento culturale del territorio. (clicca qui e scopri di più su Cosimo)

    Il Premio “San Bernardino” nasce dalla volontà e dalla passione di Mario Grizi, poeta, musicista e scrittore stimiglianese, da sempre anima e motore dell’iniziativa. (clicca qui e scopri di più su Mario)

    Mario Grizi

    Mario, autore di numerosi libri e musicista attivo anche nella banda del paese, ama ricordare come tutto ebbe origine dai suoi primi incontri giovanili con la poesia:

    Da giovane lasciavo perde il pallone per andare a sentire i poeti che si riunivano a San Valentino.

    Un ricordo che racconta bene l’intensità di un percorso artistico cresciuto all’ombra di personalità dalle quali trae ispirazione e raccoglie suggerimenti: il poeta Zefferino Colletti, il pittore Mario Bagordo e lo stesso Cosimo Renzetti, poeta-contadino capace di raccontare con autenticità la vita e l’anima della terra sabina.

    Il presidente Simone Latella e la prof.ssa Silvia Egidi

    Da quelle influenze nasce in Mario il desiderio di dare continuità a quell’esperienza, a quella vivace tradizione culturale.

    Nonostante le difficoltà, anche di natura economica e culturale, negli anni il Premio San Bernardino è diventato realtà stabile e riconosciuta grazie anche al supporto dell’associazione “Casa Sabina della Poesia” che si pone come obiettivo la valorizzazione della cultura e la creazione di un luogo di incontro e aggregazione nella Bassa Sabina.

    La giuria e i riconoscimenti

    A valutare i numerosi componimenti pervenuti è stata una giuria qualificata composta da Maria Augusta Ambrogi, Biagio Cipolletta, Felice Paniconi, Silvia Egidi, Giovanni Tesone e Simone Latella.

    Durante la manifestazione sono stati conferiti importanti riconoscimenti a figure che hanno contribuito in modo determinante alla crescita del premio:

    • Mario Grizi, per l’instancabile impegno e la dedizione profusi nel corso degli anni;
    • Prof.ssa Maria Augusta Ambrogi, per la passione e il contributo costante in questi venticinque anni;
    • Prof. Felice Paniconi, cofondatore e anima del premio, per aver diffuso e valorizzato la poesia nella terra sabina.
    La prof.ssa Maria Augusta Ambrogi e Mario Grizi

    I vincitori delle varie sezioni

    Come ogni anno, il concorso ha premiato autori in diverse categorie:

    Sezione poesia in lingua italiana

    • 1° Angela Cavallari – Mi parve di udire
    • 2° Mario Russo – Cane bagnato
    • 3° Armando Menicacci – Tenendoci per mano

    Sezione poesia in dialetto sabino

    • 1° Filippo De Angelis – Le cerque di Pozzajola
    • 2° Vincenzo Ciancarelli – Lu poeta
    • 3° Mariano Pasquali – La befana

    Sezione poesia religiosa

    • 1° Angela Faraglia – Madonna di Lourdes
    • 2° Maria Antonietta Morganti – Dio arriverà
    • 3° In terra Santa

    Sezione “Poesia del Treno” (introdotta negli ultimi anni con il patrocinio dell’Association Européenne des Cheminots – Italia/Lazio)

    • 1° Mario Pietrangeli – Mio padre ferroviere e pittore
    • 2° Alessandro Calanca – La valigia con lo spago
    • 3° Beatrice Manzara – L’ultimo chiarore di maggio
    Angela Cavallari, primo premio poesia in lingua italiana

    Da sottolineare anche la significativa partecipazione dei ragazzi delle scuole, che hanno presentato numerosi elaborati, alcuni letti dagli stessi autori durante la cerimonia, contribuendo a rendere ancora più viva e partecipata la giornata.

    Una giornata di cultura e comunità

    La manifestazione ha registrato una buona affluenza di pubblico e si è svolta in un clima di grande attenzione e partecipazione, nonostante la contemporaneità con l’esibizione degli sbandieratori di Narni.

    Particolarmente toccante è stato l’omaggio a Cosimo Renzetti da parte della prof.ssa Rita Cantarini, che ha ricordato il poeta con parole sentite e ha interpretato una sua poesia dedicata alla primavera.

    La prof.ssa Rita Cantarini

    La lettura delle opere vincitrici e delle poesie segnalate è stata intervallata da momenti musicali di grande qualità, contribuendo a creare un’atmosfera suggestiva e coinvolgente.

    Roberto Mazzoli interpreta una sua toccante poesia dedicata al papà scomparso

    A conclusione della giornata, partecipanti e organizzatori si sono ritrovati presso il ristorante “Da Lina”, proseguendo il confronto culturale in un clima conviviale, davanti a ottimo cibo, nel segno della condivisione e dell’amicizia.

    Un’eredità che guarda al futuro

    La venticinquesima edizione del Premio San Bernardino non è stata solo un importante anniversario, ma anche una conferma della vitalità culturale del territorio e della forza di una tradizione che continua a rinnovarsi.

    Domenico Bianchi interpreta “Il lupo”
    La poesia di Mario Pietrangeli interpretata dai colleghi della Association Europeenne des Cheminots

    Nel segno dell’impegno di Mario Grizi e di tutti coloro che negli anni hanno contribuito alla crescita del premio, oggi più che mai emerge la necessità di raccoglierne l’eredità: proseguire nel cammino tracciato, coltivare la passione per la poesia e per l’arte e farsi ponte tra le generazioni, affinché questo patrimonio culturale continui a vivere e a parlare al futuro della comunità.

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  • L’idrometro di Stimigliano: silenzioso guardiano del Tevere

    L’idrometro di Stimigliano: silenzioso guardiano del Tevere

    Cos’è un idrometro e a cosa serve

    L’idrometro è lo strumento utilizzato per misurare le quote idrometriche, cioè il livello dell’acqua di fiumi e laghi. In termini semplici, permette di capire quanto un corso d’acqua si stia alzando o abbassando in un determinato punto.

    Il modello più semplice è l’idrometro ad asta, costituito da una barra – solitamente in pietra o più recentemente in lega metallica resistente alla corrosione – dotata di tacche numerate in metri e centimetri. Viene installato verticalmente a contatto con l’acqua, spesso fissato a una spalla di un ponte, a una banchina fluviale o a una pila.

    Oggi, accanto a questi sistemi tradizionali, vengono utilizzati anche strumenti più avanzati come idrometrografi e teleidrometri, capaci di rilevare i livelli dell’acqua tramite tecnologie moderne (laser, ultrasuoni, sensori digitali) e trasmettere i dati in tempo reale ai centri di monitoraggio.

    Che cos’è il livello idrometrico

    Per livello idrometrico si intende il dislivello tra la superficie dell’acqua e un punto di riferimento altimetrico. Questo riferimento può essere:

    • il livello medio del mare (l.m.m.)
    • lo zero idrometrico, cioè il valore convenzionale stabilito per ciascun idrometro

    È importante sottolineare che lo zero dell’idrometro non coincide con il fondo del fiume, perché l’alveo è soggetto a continue modifiche naturali. Si tratta invece di una quota altimetrica fissa, definita in fase di installazione dello strumento.

    Perché gli idrometri sono fondamentali per la sicurezza

    Gli idrometri giocano un ruolo chiave nella salvaguardia del territorio. Il monitoraggio continuo dei livelli idrometrici consente di:

    • prevedere l’andamento delle piene fluviali
    • attivare con anticipo i sistemi di allerta della Protezione Civile
    • prevenire danni a persone, abitazioni e infrastrutture
    • valutare l’evoluzione dei fenomeni di piena nel tempo

    In un Paese come l’Italia, attraversato da numerosi corsi d’acqua e spesso soggetto a eventi meteorologici intensi, questi strumenti sono essenziali.

    L’idrometro di Stimigliano: una posizione strategica

    L’idrometro di Stimigliano riveste un’importanza storica e tecnica di grande rilievo. La sua installazione avvenne il 24 gennaio 1880, pochi giorni dopo quella dell’idrometro di Corese (10 gennaio 1880).

    La sua collocazione strategica, tra la foce del Nera e quella dell’Aniene, ne ha subito evidenziato il valore per la prevenzione delle inondazioni di Roma. Prima di queste installazioni, l’unico idrometro presente lungo il corso del Tevere era quello di Orte, situato però a monte della foce del Nera. Questo rendeva le informazioni disponibili parziali e spesso imprecise, poiché non tenevano conto dell’apporto di importanti affluenti.

    Grazie all’idrometro di Stimigliano, diventava finalmente possibile monitorare in modo più accurato l’evoluzione delle piene dirette verso la Capitale.

    Le prime osservazioni ufficiali

    Un documento del 1883, gli Atti della Giunta per l’Inchiesta Agraria sulle condizioni della classe agricola, testimonia l’avvio delle misurazioni:

    “… è soltanto al 10 gennaio 1880 che rimontano le osservazioni del nuovo idrometro impiantato a Corese, ed al 24 dello stesso mese per quello di Stimigliano. Al primo si eseguiscono le osservazioni alle 6 antimerdiane, a mezzogiorno ed alle 6 pomeridiane; ed a quello di Stimigliano una sola volta a mezzogiorno.“

    Il testo riporta anche dati precisi sulle distanze dalla foce del Tevere (125.670 metri)e sulle quote degli zeri idrometrici rispetto all’idrometro di Ripetta, punto di riferimento storico per Roma. In particolare, lo zero dell’idrometro di Stimigliano risultava più elevato di 27,368 metri rispetto a quello di Ripetta (oggi spostato sulle mura della chiesa di San Rocco), a conferma della sua collocazione in un tratto cruciale del fiume.

    Un patrimonio tecnico e storico da valorizzare

    L’idrometro di Stimigliano non è soltanto uno strumento tecnico, ma rappresenta anche un importante elemento di memoria storica del territorio. Racconta di un’epoca in cui la prevenzione delle piene si basava su osservazioni dirette, misurazioni regolari, calcoli manuali e su una conoscenza profonda e quotidiana del fiume.

    Nel corso del tempo, il Tevere ha modificato il proprio alveo e il suo andamento, spostandosi rispetto alla posizione storica in cui l’idrometro era originariamente immerso nel flusso principale. Nonostante questi cambiamenti naturali, l’idrometro rimane un riferimento tecnico fondamentale, testimonianza concreta di come veniva monitorato il fiume e di come si costruiva la sicurezza idraulica prima dell’avvento delle moderne tecnologie digitali.

    Ancora oggi, ricordare il ruolo di questi strumenti significa comprendere meglio il rapporto tra le comunità locali e il Tevere: un fiume che ha portato risorse e sviluppo, ma anche rischi e pericoli, modellando nel tempo il paesaggio, l’economia e la storia dei paesi che si affacciano sulle sue rive. L’idrometro di Stimigliano resta così un simbolo di attenzione al territorio, di prevenzione e di dialogo costante tra l’uomo e il fiume.

    Fonti

    • Atti della Giunta per l’Inchiesta Agraria sulle condizioni della classe agricola (1883)
    • Wikipedia

  • Protetto: Il calcio stimiglianese: storia, passione e protagonisti dell’A.S.D. Stimigliano 1969

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  • Mario Bagordo, l’artista che ha portato Stimigliano nel mondo

    Mario Bagordo, l’artista che ha portato Stimigliano nel mondo

    Una vita tra arte, paese e ispirazione

    Corre l’anno 1940 e le parole “sangue, fatica, lacrime e sudore” consacrano il celebre discorso di insediamento di Winston Churchill come Primo Ministro britannico. Fausto Coppi, alla sua prima partecipazione e a soli vent’anni, conquista la ventottesima edizione della “corsa rosa”. Pochi giorni dopo, dal balcone di Piazza Venezia, Benito Mussolini annuncia l’ingresso dell’Italia in guerra al fianco della Germania.

    Ma il 1940 è anche l’anno in cui Stimigliano dona i natali all’artista che più di ogni altro ne avrebbe raccontato l’anima, dentro e oltre i confini nazionali. È il 13 maggio quando nasce Mario Bagordo.

    Abitazione a Stimigliano
    Abitazione studio a Stimigliano

    Il suo percorso artistico prende forma nella cantina della casa nel centro storico, luogo intimo e silenzioso dove germoglia la sua sensibilità creativa. Alcuni pennelli, un album da disegno e una scatola di acquerelli appartenuti al fratello Gaetano — custoditi in una valigia — aprono al bambino orizzonti nuovi, spalancando la porta dell’immaginazione.

    A dodici anni realizza il suo primo autoritratto: un gesto che segna l’inizio di un legame profondo con l’acquerello, tecnica che lo accompagnerà per tutta la vita e che lo consacrerà come artista di fama internazionale.

    Il Maestro dell’acquerello

    Dopo un periodo dedicato alla pittura a olio — dapprima astratta, poi figurativa — Mario torna definitivamente all’acquerello, al quale si consacra da oltre quattro decenni, contribuendo anche con importanti riflessioni teoriche.

    Di indole riservata e contemplativa, amava rifugiarsi nella poesia del paesaggio, lontano dal clamore del mondo. Con la sua inseparabile borsa colma di strumenti, trasformava l’introspezione in colore. Gli erano particolarmente cari il viale e la chiesetta di San Valentino, il Borgo Antico e, sopra ogni cosa, la maestosa veduta del Monte Soratte, fonte inesauribile di ispirazione.

    Nel 1961 si trasferisce a Roma, dove consegue il diploma al Liceo Artistico e successivamente quello all’Accademia di Belle Arti. È qui che la sua ricerca si arricchisce di nuove suggestioni, traducendosi in una pittura di rara leggerezza, intima e raffinata.

    Tempietto del Bramante
    Santa Maria di Loreto

    L’Arte che supera i confini

    Il critico Duccio Trombadori individua due temi cardine della sua opera — la donna e il paesaggio — che si intrecciano in una visione poetica, resa incantata dal sapiente uso dell’acquerello, una delle tecniche più complesse e delicate.

    “La sintesi dei valori puri della Pittura, sospesa tra allegoria e realtà quotidiana, è il cuore dello stile di Mario Bagordo, in dialogo con la grande memoria dell’Arte italiana e romana, tra astrazione e figurazione.”
    (Prof. Duccio Trombadori)

    Anche il critico Natale Antonio Rossi sottolinea l’unicità del suo ruolo nel panorama artistico italiano:

    “Mario Bagordo ha conquistato uno spazio assolutamente unico: è tra i pochi artisti che hanno fatto dell’acquerello il proprio linguaggio principale, contribuendo a salvare in Europa una tradizione secolare che rischiava di scomparire.”

    In ambito internazionale è celebre per l’opera “Santa Maria in Trastevere e fontana”, definita da autorevoli critici come l’acquerello del secolo.

    Non ha mai smesso di dimostrare il suo amore per Stimigliano, per la sua gente e per l’intera Sabina, collaborando a progetti culturali, mostre e laboratori dedicati ai giovani, con l’obiettivo di diffondere il valore dell’Arte.

    Per questo, nel 2017, i Comuni di Stimigliano e Montopoli in Sabina lo hanno insignito di un riconoscimento per i 60 anni di carriera artistica.

    Viveva a Roma, ma ha sempre conservato un legame profondo con il paese natale: la sua abitazione-studio affaccia sulla Valle del Tevere, in via Dante a Stimigliano, mentre la sua galleria personale in Corso Umberto I, riconosciuta come bene culturale pubblico, custodisce e racconta il suo percorso.

    Nel luglio del 2025 Mario ci ha lasciati, ma la sua presenza continua a vivere nelle sue opere. I colori, i paesaggi e le emozioni che ha saputo fissare sulla tela restano come traccia indelebile del suo sguardo artistico, custodendo e tramandando nel tempo il suo ricordo.

    Santa Maria in Trastevere e fontana
    Invito al consolato

    Nel vasto panorama della sua produzione si ricordano alcune tappe fondamentali:

    • Le numerose esposizioni in Italia e all’estero, tra Berlino e Parigi, al Grand Palais per il Salon d’Automne (1970–2021).
    • La partecipazione alla Quadriennale di Roma (1975).
    • La realizzazione del Monumento alla Resistenza in Piazza Vittorio Emanuele II (1996).
    • Gli affreschi della cappella Giacomo Turrio Baldassarri a Stimigliano, tra cui la potente “Crocifissione” (2000).
    • Le illustrazioni ad acquerello per il volume “La Basilica di Santa Cecilia in Trastevere” (2000).
    • Il trattato “L’acquerello di Mario Bagordo” (di prossima pubblicazione).
    • L’incarico di Curatore e Direttore Artistico della Pinacoteca Comunale di Montopoli in Sabina (2013).
    • Le prestigiose mostre personali in Italia e all’estero, tra cui quella organizzata dal Consolato Italiano di Friburgo per i 70 anni della Repubblica (2016).

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  • L’acquedotto consorziale Torri-Stimigliano-Collevecchio

    L’acquedotto consorziale Torri-Stimigliano-Collevecchio

    Le origini del Consorzio per l’acquedotto di Torri, Collevecchio e Stimigliano

    “Domenica 11 ottobre (1925 n.d.r.)la popolazione tutta era in festa per celebrare con il più fervido entusiamo, il fausto avvenimento della inaugurazione del nuovo acquedotto consorziale Stimigliano – Torri – Collevecchio. Era l’avveramento di un sogno trentennale!” (Terra Sabina – n.10, 1925)

    Corteo dei festeggiamenti (11 ottobre 1925)

    Le origini del Consorzio

    Il primo progetto per la costruzione di un acquedotto per servire Stimigliano era stato elaborato dall’Ing. Petti di Roma e prevedeva di convogliare verso Stimigliano le acque della sorgente Acquara (Torri).

    Dopo essere stato costretto ad abbandonare la soluzione per difetto di altimetria, nell’aprile del 1900 l’allora sindaco di Stimigliano, il Cav. Aurelio Bartoli, decise di seguire la soluzione prospettata dal Segretario Comunale, il Cav. Giacomo Manni, che ipotizzava di attingere alle sorgenti di Assora (site in Aspra).

    Cav. Giacomo Manni

    Rimaneva da affrontare l’ostacolo delle ingenti spese necessarie per coprire la maggiore distanza della fonte e fu in quel momento che nacque l’idea di promuovere un Consorzio.

    All’iniziativa si unirono da subito il comune di Torri (Aspra-Torri) e quello di Collevecchio dando vita insieme a Stimigliano, il giorno 8 dicembre 1901, al primo Consorzio affidandone la presidenza ad Aspra (Casperia).

    Il progetto dell’acquedotto, affidato all’Ing. Iacobini, fu presentato il 19 marzo del 1904 e trovò subito l’approvazione da parte del Genio Civile. Più difficoltosa si rivelò la costituzione legale del Consorzio, contrastata forse per l’appartenenza, allora, alla Provincia di Perugia.

    La Presidenza affidata a Stimigliano

    Mappa acquedotto consorziale Torri-Stimigliano-Collevecchio

    Diverse peripezie portatono al distacco dal Consorzio del comune di Aspra e alla conseguente presidenza affidata a quello di Stimigliano, nella persona del Cav. Manni, nel maggio del 1912.

    Grazie all’intercessione del Cav. Cesare Piacentini, membro della Giunta Provinciale Amministrativa dell’Umbria, venne trovata una soluzione per procedere senza la costituzione formale del Consorzio bensì attraverso un semplice contratto di Società.

    Nel Giugno dello stesso anno i Comuni interessati procedettero con la delibera dell’unione e già in Agosto avevano acquistato le sorgenti.

    La gara d’appalto fu pubblicata nel Gennaio del 1915 e aggiudicata alla Cooperativa Selciaroli di Roma.
    L’inizio dei lavori è datato Gennaio 1916, lavori però abbandonati poco dopo per l’aumento dei costi relativi sia alla manodopera che ai materiali di costruzione.

    Nonostante la decisione di aggiornare il bugdet del progetto la Cooperativa non riuscì a proseguire per le dissestate condizioni nella quale era ridotta tanto da portare alla risoluzione del contratto.

    Ing. Filippi

    Nel 1922, dopo un ulteriore adeguamento dei costi definito dall’Ing. Filippi, fu l’Impresa Del Fante ad aggiudicarsi il nuovo appalto. Nonostante questo la pratica per la costruzione subì un nuovo arresto per motivi burocratici a causa del cambiamento di provincia avvenuto nel frattempo.

    Massimo Del Fante
    Davide Del Fante
    Giovanni Del Fante

    La svolta (grazie al Sindaco di Stimigliano, Cav. Arturo Bartoli)


    Fu l’elezione a Stimigliano dell’Ing. Cav. Arturo Bartoli, nel 1923, a dare un nuovo forte impulso al progetto.
    Prima riuscì ad ottenere “il Reale Decreto che assumeva allo Stato, l’onere degl’interessi, per l’ammontare del nuovo mutuo dei tre Comuni del Consorzio di L. 726.000” e poi si impegnò nello scrivere il nuovo Capitolato “includendo condizioni, da togliere sottointesi, da escludere dalla gara mistificatori, incapaci ed imbroglioni, come malauguratamente era avvenuto, per disgrazia nostra, valevoli ad eliminare contrasti con l’impresa appaltatrice”.

    Ing. Cav. Arturo Bartoli

    Alla gara del Febbraio 1924 parteciparono ben 17 ditte ma fu ancora la Del Fante ad aggiudicarsela stipulando il contratto già nel vicino Marzo.

    L’inizio dei lavori è datato Luglio 1925 e l’opera fu completata nel Settembre dello stesso anno grazie al “vigoroso impulso dell’impresa, non meno che l’abilità e la tenacia della persona destinata alla esecuzione di un’opera che presentava gravissime difficoltà tecniche e pericoli nei lavori in galleria”

    L’inaugurazione

    L’inaugurazione avvenne a Stimigliano il giorno 11 Ottobre 1925 con cerimonia solenne alla quale parteciparono personalità della politica, della tecnica, della scienza e dell’arte.
    Finalmente lo scopo che i Comuni si erano prefissi era stato felicemente raggiunto nonostante l’attesa quasi trentennale.

    Tribuna delle autorità

    “La realtà dell’avvenimento, faceva a tutti dimenticare le aspre lotte sostenute, i sacrifizi e le ansie patite. E la gioia era ancora maggiore ripensando alle acque impure ed inquinate che per il passato la popolazione era costretta a bere e che spesso furono causa di lutti dolorosi.
    Ed è per questo che l’inaugurazione dell’acquedotto, costituitiva per la popolazione di Stimigliano la festa di redenzione, di civitlà e di vero progresso.”

    L’aquedotto al tempo, con le diverse diramazioni per i detti Comuni, aveva una lunghezza complessiva di 18,5 Km.

    Le sorgenti di acqua purissima (290 s.l.m.) erano a monte del paese di Aspra Sabina (oggi Casperia) a valle della strada provinciale di Finocchieto quasi all’origine del Fosso Ombrica.

    Il quantitativo di acqua captata era di circa 5 litri al secondo, in grado di soddisfare a pieno i tre Comuni Consorziati. La tubolatura era in acciaio Mannesmann omologata per una pressione di 25 atmosfere prodotta dagli Stabilimenti di Dalmine (Bergamo).

    “Stimigliano piena di festoni, era inghirlandata di verde. Bandiere nazionali addobbavano numerosi edifici. All’ingresso del paese un’iscrizione esaltava l’importantissimo avvenimento”.

    Il corteo dopo aver sfilato davanti alla sede comunale si recò all’inizio della passeggiata S.Valentino (oggi via Garibaldi) dove sorgeva la nuova fontana, addobbata per l’occasione con un grande fascio littorio, contornato da bandiere nazionali.

    Inaugurazione della fontana (1925)
    La fontana all’inizio di via Garibaldi

    Dopo la benedizione e la rituale bottiglia di champagne infranta proprio sulla fontana dalla consorte del sindaco, la signora Emilia Bartoli, furono petardi e bombe, nonchè il suono delle campane e gli inni patriottici a designare l’inizio della nuova era.

    Nel 1936 la stessa impresa Del Fante completò l’impianto idrico del borgo medievale che era approvvigionato anche dai pozzi ivi esistenti.

    Tombino (1936)

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