Categoria: Storia

Origini, eventi e memorie del paese nel tempo

  • Il Milite Ignoto e il suo passaggio a Stimigliano

    Il Milite Ignoto e il suo passaggio a Stimigliano

    Il viaggio del Milite Ignoto unì l’Italia intera, attraversando anche le piccole comunità. Nella notte del 1° novembre 1921, tra falò e silenzi, anche Stimigliano rese omaggio al Soldato senza nome.

    Il simbolo di un intero popolo

    Il Milite Ignoto è il simbolo di tutti i soldati italiani caduti durante la Prima guerra mondiale e mai identificati. La sua storia, profondamente umana, nasce da un gesto semplice ma potentissimo: la scelta di una madre, Maria Bergamas, che davanti a undici bare senza nome, ad Aquileia nel 1921, indicò quella destinata a rappresentare tutti i figli perduti.
    Un gesto che trasformò un singolo soldato sconosciuto nel simbolo di un intero popolo.

    Il viaggio del 1921

    Alle ore 8.00 del 29 ottobre 1921, dalla stazione ferroviaria di Aquileia partì il treno a vapore che avrebbe condotto la salma del Milite Ignoto a Roma.

    La bara, scelta il giorno precedente fu collocata su un affusto di cannone e poi sistemata in uno speciale carro ferroviario progettato dall’architetto Guido Cirilli. Ad accompagnarla vi erano reduci della Grande Guerra, decorati al valore e più volte feriti, a testimoniare il dolore e il sacrificio collettivo di una nazione intera.

    Il viaggio si svolse lungo la linea Aquileia – Venezia – Bologna – Firenze – Roma, attraversando tutta l’Italia. Il convoglio procedette a velocità molto ridotta, quasi solenne, per consentire alla popolazione di rendere omaggio:le soste erano riservate alle stazioni principali, mentre nelle altre località la folla accalcata lungo i binari poteva comunque salutare il passaggio grazie alla lentezza del treno.

    Lungo i binari si raccolsero folle immense: uomini, donne, bambini, reduci, vedove. Molti si inginocchiavano, altri lanciavano fiori, altri ancora semplicemente restavano in silenzio, con il capo chino.

    Il viaggio si concluse il 4 novembre 1921, quando il feretro venne tumulato all’Altare della Patria, a Roma, in una cerimonia solenne che divenne uno dei momenti più intensi di unità nazionale della storia italiana.

    Foto dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

    Il passaggio in Sabina e a Stimigliano

    Dopo aver sostato nel nodo ferroviario di Orte, il convoglio imboccò la linea storica che costeggia la valle del Tevere, attraversando la Sabina.

    Era la sera del 1° novembre 1921.

    Il treno non effettuò una sosta ufficiale a Stimigliano, ma passò lentamente, a una velocità stimata tra i 15 e i 20 km/h. Questo dettaglio è fondamentale per comprendere il valore del momento: anche senza fermarsi, il passaggio del Milite Ignoto trasformò la stazione e tutto il territorio circostante in un luogo di raccoglimento e partecipazione.

    La popolazione locale — contadini, famiglie, abitanti dei paesi vicini — si radunò lungo i binari e presso la stazione.
    Nella sera ormai calata, si accesero falò, lanterne e torce, illuminando il passaggio del convoglio come in una processione silenziosa e solenne.

    Non ci risultano testimonianze fotografiche di quel momento. La spiegazione è da ricercare nel fatto che non vi fu una sosta ufficiale con operatori e giornalisti, il passaggio avvenne in orario serale/notturno, la tecnologia fotografica del tempo non era così diffusa e soprattutto non permetteva scatti efficaci in condizioni di scarsa luminosità e in movimento.

    Ma proprio questa assenza di immagini rende il ricordo ancora più suggestivo: rimane affidato alla memoria orale e alla storia del territorio.

    Stimigliano, pur non essendo una fermata “importante” nel senso ufficiale, fu comunque parte integrante di quel viaggio, come tutte le piccole comunità italiane attraversate dal convoglio.

    Il Generale Settimio Piacentini

    Il passaggio del Milite Ignoto in Sabina è legato però a un episodio drammatico e forse poco conosciuto, che riguarda il Tenente Generale Settimio Piacentini, nativo di Tarano e senatore del Regno.

    Piacentini fece una scelta significativa: invece di partecipare alle grandi cerimonie ufficiali di Roma, decise di rendere omaggio al Milite Ignoto insieme al suo territorio, tra la sua gente.

    Tenente Generale Settimio Piacentini

    La mattina del 2 novembre 1921, poche ore dopo il passaggio del treno a Stimigliano, organizzò una solenne manifestazione presso la Cattedrale di Vescovio, riunendo sindaci, associazioni combattentistiche e cittadini della Bassa Sabina.

    Al termine di un intenso discorso patriottico, mentre si preparava a guidare un corteo verso la stazione di Stimigliano per rendere un ultimo omaggio formale al luogo del passaggio fu colto da un improvviso malore cardiaco.

    Morì poco dopo, a San Polo Sabino.

    La sua scomparsa colpì profondamente la comunità e rimase impressa anche nelle cronache ufficiali dell’epoca. Il suo gesto — scegliere la dimensione locale, popolare, rispetto a quella istituzionale — rappresenta ancora oggi un segno di forte legame tra il territorio sabino e la memoria del Milite Ignoto.

    Stimigliano nella storia del viaggio

    L’elenco delle stazioni attraversate dal convoglio nel 1921 è lungo: circa 120 località, tra grandi città e piccoli centri.

    Tra queste compare anche Stimigliano, insieme alle vicine stazioni di Collevecchio-Poggio Sommavilla, Gavignano Sabino e Poggio Mirteto.

    Questo dato ci ricorda che il viaggio del Milite Ignoto non fu solo un evento nazionale, ma un momento diffuso, vissuto in ogni angolo d’Italia, anche nei luoghi più piccoli.

    Il ricordo a cento anni: il ritorno del treno

    Nel 2021, a cento anni esatti dal viaggio del Milite Ignoto, il suo percorso è stato realmente ripercorso da un treno commemorativo partito da Aquileia e diretto a Roma, lungo la stessa linea ferroviaria del 1921.

    Il convoglio ha attraversato nuovamente l’Italia seguendo la storica direttrice Aquileia – Venezia – Bologna – Firenze – Roma, fermandosi nelle principali stazioni e transitando anche nei centri minori che già un secolo prima avevano assistito al passaggio della salma.

    Anche lungo la tratta sabina — quella che comprende Orte, Collevecchio, Stimigliano e le altre stazioni della valle del Tevere — il viaggio ha riattivato la memoria storica del territorio, riportando l’attenzione su un evento che, pur senza grandi cerimonie ufficiali nel 1921, fu vissuto intensamente dalla popolazione locale.

    Come cento anni fa, il viaggio del Milite Ignoto non è stato solo un percorso ferroviario, ma un momento di memoria condivisa, capace di collegare tra loro comunità grandi e piccole nel segno della storia e della pace.

    Un storia dal valore che va tramandato

    Il passaggio del Milite Ignoto a Stimigliano non fu una sosta ufficiale, ma fu comunque un momento vissuto e sentito dalla comunità locale.

    In quella sera del 1° novembre 1921, tra luci di falò e silenzi rispettosi, anche la Sabina rese omaggio a un soldato senza nome che rappresentava tutti.

    Il Milite Ignoto non appartiene a un luogo soltanto, ma a tutti quelli che lo hanno salutato, anche solo per un istante. Ma il senso più profondo di questa storia è mantenere e tramandare la memoria affinché sia di insegnamento per le generazioni future.

    E secondo voi, lo stiamo davvero facendo?

    Fonti

  • Memorie fotografiche – Corpus Domini

    Memorie fotografiche – Corpus Domini

    a cura di Federico Brugnoletti

    La festa del Corpus Domini celebra la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, portata in processione per le vie del paese sotto un baldacchino, segno di rispetto e solennità verso il Santissimo ma che richiama anche l’onore riservato alle figure più importanti e crea uno spazio sacro che accompagna la processione tra le case.

    Un tempo, essendo più leggero delle pesanti macchine dei santi, veniva spesso sorretto dai notabili, i cosiddetti “signorotti”, a sottolinearne anche il valore sociale.

    Le vie si preparano con addobbi e segni di devozione. Tra questi, le infiorate erano un elemento centrale: in passato, nei giorni precedenti la festa, erano soprattutto le donne a raccogliere fiori per realizzare disegni lungo il percorso. Oggi i petali sono sempre più rari e spesso sostituiti da materiali più semplici come gessetti, farina, caffè o segatura.

    A Stimigliano la processione attraversava molte più vie, mentre oggi si concentra tra via Garibaldi, via Cavour e il centro storico dentro le mura.

    Le fotografie raccontano questa continuità: tre immagini degli anni ’60 e ’70 e due scatti del 6 giugno 2010, tra memoria e presente della stessa tradizione.

  • San Bernardino e il miracolo di Stimigliano

    Da oltre sei secoli, il nome di San Bernardino da Siena è profondamente legato alla storia e alla devozione di Stimigliano. Tra predicazione, memoria popolare e un miracolo tramandato nel tempo, questo racconto unisce fede, tradizione e identità del nostro territorio.

    San Bernardino, il predicatore

    Nato a Massa Marittima nel 1380 dalla nobile famiglia senese degli Albizzeschi, San Bernardino rimase orfano di entrambi i genitori all’età di sei anni. Cresciuto dai parenti a Siena, compì in città gli studi di retorica e giurisprudenza. A ventidue anni entrò nell’Ordine dei Frati Minori Francescani e nel 1405 ottenne l’abilitazione alla predicazione, che continuò senza interruzioni fino alla morte.

    San Bernardino si distinse per l’intensa opera di divulgazione del culto di Gesù Cristo e per aver promosso importanti riforme all’interno dell’Ordine francescano. La tradizione lo ricorda come un predicatore straordinario, capace di parlare per ore senza mai stancare la folla, che accorreva numerosa per ascoltarlo. Ebbe una particolare venerazione per l’Eucaristia.

    Il passaggio a Stimigliano

    Attraversando numerose località dell’Italia centrale, San Bernardino predicò instancabilmente la dottrina cristiana contenuta nei Vangeli. Si presume, con quasi assoluta certezza, che egli sia passato più volte per Stimigliano, fermandosi a predicare: lo dimostra il culto ancora oggi particolarmente vivo, anche a oltre 600 anni dalla sua scomparsa.

    È certo che attraversò Stimigliano lungo il cammino verso Terni e Montefalco, città che per sua volontà ospita un convento a lui dedicato.

    Secondo le testimonianze, durante uno degli ultimi passaggi da questi luoghi San Bernardino aveva ormai sessantatré anni. Il tempo aveva segnato profondamente il suo corpo: non era più la figura agile e vigorosa che aveva incantato le folle anche per l’aspetto fisico. Camminava piegato in avanti, appoggiando gli avambracci ai fianchi, con il volto magro e il mento aguzzo.

    Un giorno, durante una predica, si descrisse senza nominarsi, raccontando con lucidità i segni della vecchiaia:

    passa e’quarante e’gogno a sessant’anni, e egli comincia a diventare piccolino e ripiegato; egli comincia ad avere gli occhi piccicosi, cogli occhi scervellati; egli va chinato col capo verso terra; egli diventa sordo non vede bene lume, e li diventa sdentato.

    Gli amici, vedendo che non era più in grado di cavalcare il mulo, gli prepararono una rudimentale barella. Bernardino comprese che la fine era vicina, ma era certo che non sarebbe sopraggiunta prima di giungere a L’Aquila, città che lo attendeva da anni. Improvvisamente, trovando nuove forze, riprese a camminare per raggiungerla.

    (estratto dalla raccolta di poesie PREMIO SAN BERNARDINO – XVIII EDIZIONE, a cura dell’Associazione Culturale Casa Sabina della Poesia)


    Un segno tangibile: il miracolo di San Bernardino a Stimigliano

    San Bernardino ha voluto lasciare a Stimigliano un segno concreto della sua benevolenza e protezione. Un episodio tramandato nella memoria popolare racconta una grazia avvenuta il 20 maggio, ai primi del Novecento, durante la processione in onore del Santo.

    San Bernardino di Mario Bagordo

    La prof.ssa Rita Cantarini, pronipote di un testimone diretto, ha riportato personalmente il racconto del miracolo.

    La testimonianza di Rita Cantarini

    “Domenico Cantarini, mio bisnonno, in età avanzata, per camminare si serviva delle grucce. Come in ogni ricorrenza, anche quel giorno seguiva a fatica la statua del Santo in processione; ma giunto in piazza, vicino ai giardinetti, di colpo iniziò a camminare e, prese le grucce, le infilò in un ramo sporgente di un albero.

    La processione si fermò e tutti gridarono al miracolo. Domenico, piangendo e ringraziando, s’inginocchiò davanti a San Bernardino. La popolazione riprese festante la processione, tra ferventi preghiere e canti.

    Da quel giorno Domenico tornò a camminare normalmente per molti anni, fino alla sua morte terrena. Le sue grucce furono esposte nella cappella di San Bernardino della nostra chiesa, accanto alla statua del Santo.”

    (estratto dalla raccolta di poesie PREMIO SAN BERNARDINO – XVIII EDIZIONE, a cura dell’Associazione Culturale Casa Sabina della Poesia)


    Miracolo di San Bernardino a Stimigliano

    di Mario Grizi

    In un giorno lontano,
    di un maggio tutto festante…
    successe un fatto strano
    in mezzo a persone tante.

    Domenico Cantarini
    andava in processione…
    camminava con le grucce
    e faceva compassione

    La processione andò,
    giù verso il comune…
    poi risalì fino in piazza,
    passando in mezzo a qualche lume.

    Mentre la processione passò,
    davanti al giardinetto…
    Domenico, di colpo, iniziò,
    a camminare poveretto.

    Poi prendendo le grucce
    le infilò in un ramo rotto…
    che dà un albero sporgeva,
    e iniziò un pianto dirotto.

    La macchina di S. Bernardino,
    di colpo si fermò…
    e lui, ringraziando il Santo,
    davanti a Lui si inginocchiò.

    Guardava il povero Domenico,
    la gente tutta stupita…
    il miracolo l’aveva guarito,
    lui che zoppicava da una vita.

    Per molti, molti anni,
    le grucce fecero bella mostra…
    nella Cappella del Santo,
    vicino alla statua, messe lì apposta.

    Il giorno dopo a Stimigliano,
    non si parlava d’altro…
    e si pregò S. Bernardino,
    intervallato dal suo canto.

    Questo miracolo successo qui,
    s’era certo scordato…
    e ringrazio tanto Rituccia,
    che me l’ha raccontato.

  • San Bernardino a Stimigliano: fede e giovani nel 1980

    San Bernardino a Stimigliano: fede e giovani nel 1980

    Luci, canti ma anche silenzio raccolto: così Stimigliano ha accolto San Bernardino nel settembre del 1980. Il racconto tratto dal periodico “La Vetta” di una esperienza di fede e partecipazione che il paese non ha dimenticato.

    La “Peregrinatio” del corpo di San Bernardino da Siena

    Nel 1980, tra il 31 agosto e il 4 ottobre, in occasione del VI centenario della nascita di san Bernardino da Siena (1380–1980), è stato organizzato un grande pellegrinaggio con il corpo incorrotto del Santo, custodito a L’Aquila, che ha attraversato numerose regioni italiane (Toscana – Umbria – Lazio – Lucania – Abruzzo)

    La mappa degli spostamenti

    Il pellegrinaggio, di carattere religioso–apostolico. è stato curato dall’Ordine dei Frati Minori, custodi della Basilica di San Bernardino a L’Aquila.

    Dettaglio dell’itinerario (parte 1)
    Dettaglio dell’itinerario (parte 2)

    26 settembre, Stimigliano accoglie il Santo

    È stata una vera esplosione di fede popolare.
    Stimigliano, paese di circa 1.700 abitanti, ha vissuto una serata che è rimasta impressa nella memoria di tutti.

    Queste le parole di Padre Antonio D’Antonio nel suo racconto del viaggio delle spoglie di San Bernardino da Siena.

    È la sera del 26 settembre del 1980 e l’accoglienza degli Stimiglianesi è mozzafiato.

    Un paese interamente illuminato e pavesato in modo straordinario. Migliaia di bandierine colorate, frutto di mesi di lavoro di donne, giovani, ragazze e bambini, attraversano le strade appese ai balconi formando una vera e propria galleria.

    Uno spettacolo meraviglioso.

    Drappi rossi con la croce o con il monogramma bernardiniano alle finestre, file di lampadine accese, vasi di fiori di ogni tipo lungo la strada, festoni e bengala che, a tratti, illuminano a giorno la bella e spaziosa via d’accesso al paese.

    Anche piazza Vittorio Emanuele è un tripudio di colori. Il lampione centrale è il fulcro dal quale si dipanano sette file di bandierine pluricolori, scendendo fino a legarsi agli alberi della piazza.

    Un richiamo evidente ai sette Sacramenti e ai doni dello Spirito Santo.

    Ad accogliere l’Urna con le Spoglie mortali di San Bernardino ci sono le autorità religiose, quelle civili e la Confraternita di San Bernardino. Con loro anche la banda che intona una marcetta melodica, sommessa, perfettamente in sintonia con i sentimenti di profonda commozione del popolo: un silenzio intenso, partecipe, quasi stupefatto.

    Fin dai primi momenti è apparso chiaro che il vero fulcro dell’organizzazione sono stati i giovani, animati da un entusiasmo raro e da una fede quasi “fanatica”. Ovunque si vedevano giovani, solo giovani: erano loro a dirigere e coordinare ogni fase della degna accoglienza riservata a San Bernardino.
    Che bellezza! Che serata dolce, incantevole, indimenticabile.

    Proprio nella piazza si è radunata una folla di circa 5000 persone. Insieme agli stimiglianesi ci sono moltissimi fedeli provenienti dai paesi vicini giunti anche loro per onorare San Bernardino.

    L’Urna è alla base del sagrato mentre i gradini superiori vedono allestito un altare. Ben diciannove sacerdoti si riuniscono attorno al vescovo di Sabina e Poggio Mirteto, monsignor Marco Caliaro, scalabriniano, per concelebrare la messa. Non prima però di aver ascoltato le parole del parroco don Attilio Attili, di padre Tommaso Maggi e del sindaco dott. Costante Menichelli.

    Il sagrato con il Santo e l’altare

    Terminata la Santa Messa, ha inizio la processione per le vie del paese, i fedeli seguono con fede il Santo, portato in spalla dai membri della confraternita fino a tornare di nuovo in chiesa. È già tempo del Santo Rito di mezzanotte celebrato da Don Attilio.

    Il Santo portato a spalla dalla confraternita

    Anche in questa occasione i protagonisti sono stati i giovani

    nota ancora don Antonio D’Antonio

    hanno cantato, proclamato le letture e si sono accostati numerosi ai Sacramenti. Durante la preghiera dei fedeli, un giovane ha preso la parola ed ha invitato l’assemblea a invocare San Bernardino affinché concedesse forza e rassegnazione a una famiglia aquilana colpita da una tragedia immane: il padre ucciso dal figlio, ora in carcere.
    Lo stesso giovane ha invitato i suoi coetanei a stringersi per mano attorno all’Urna e a recitare insieme il Padre Nostro per quella famiglia provata.

    Un momento di commozione profonda e sincera.

    La Messa di mezzanotte si è conclusa molto tardi, ma nonostante l’ora, un centinaio di giovani — ragazzi e ragazze — insieme ad altri fedeli, sono rimasti in chiesa per la veglia notturna, fino al mattino, leggendo, pregando e cantando.

    La festa dei fedeli continua

    Durante la mattinata del 27 settembre sono state celebrate da Padre Giustino D’Orsogna e Padre Antonio D’Antonio altre Sante Messe che hanno dato loro modo di parlare di San Bernardino e delle sue opere.

    Fedeli in processione

    È invece il vescovo monsignor Caliaro a concelebrare con altri quattro sacerdoti, tra cui padre Maggi, prima di scoprire la lapide commemorativa nella cappella di San Bernardino, lapide che riporta la seguente iscrizione:

    A ricordo
    della benefica permanenza
    in questa chiesa
    26–27 settembre 1980
    delle Spoglie mortali
    di SAN BERNARDINO DA SIENA
    durante la “Peregrinatio”
    nel VI Centenario
    di sua nascita

    Il popolo di Stimigliano
    Q.M.P.

    Alle ore 12.00 una breve processione si conclude con uno spettacolo pirtoecnico arricchito da una “pioggia” di volantini variopinti con la scritta “W S. Bernardino”, ricaduti festosamente sulla folla.

    Rimane solo il tempo per gli ultimi lunghi applausi, le ultime lacrime di commozione perché il Santo non può fermarsi, altri fedeli lo aspettano, deve ripartire alla volta di Trevignano.

    Un ricordo che non si cancella

    La tappa di San Bernardino a Stimigliano è stata resa possibile da una partecipazione corale e sincera. L’intero paese si è prodigato per abbellire strade, piazze e case, lavorando per mesi con dedizione e spirito comunitario, affinché l’accoglienza fosse degna del Santo e del significato profondo della sua visita.

    Giovani e famiglie, tutti hanno contribuito, ciascuno a modo proprio, trasformando Stimigliano in un luogo di festa, di preghiera e di testimonianza viva di fede.

    A distanza di tanti anni, quell’impegno condiviso e quelle emozioni restano impressi nella memoria collettiva. Il passaggio di San Bernardino non è stato solo un evento religioso, ma un momento capace di unire il paese intero. Un ricordo davvero indelebile, che ancora oggi parla al cuore di chi lo ha vissuto e di chi lo ascolta raccontare.


    Preghiera di Papa Giovanni Paolo II a San Bernardino

    O Dio, che in San Bernardino
    ci hai dato un modello di predicatore della tua Parola,
    concedi che in tutte le contrade
    dove egli ritorna con la sua presenza
    rinasca la vita cristiana,
    siano placate le violenze
    e venga accolto il “Vangelo della pace”.

    Te lo chiediamo nel nome santissimo di Gesù,
    Redentore dell’uomo.
    Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

    L’Aquila – Basilica di San Bernardino, 30 agosto 1980 (La Vetta)

    Fonti

    • LA VETTA: Periodico trimestrale del T.O.F. – L’Aquila – aprile/giugno 1981 – N.2/unico
    • www.bernalda.net
  • Memorie fotografiche – Il Vescovo e la grande partecipazione del paese

    Memorie fotografiche – Il Vescovo e la grande partecipazione del paese

    a cura di Federico Brugnoletti

    Il vescovo circondato da tante persone, bambini e bambine in abito da comunione.

    La foto testimonia un evento religioso con grande partecipazione del paese, segno di una celebrazione molto sentita dalla comunità in quegli anni.

    Data e occasione precise non sono note. Chi si riconosce o riconosce qualcuno nella foto?

    È festa in piazza alla presenza del Vescovo
  • La leggenda di Moscante: storia e mistero del brigante che veniva da Stimigliano

    La leggenda di Moscante: storia e mistero del brigante che veniva da Stimigliano

    Tra verità documentate e racconti popolari, la figura di Francesco Ceccani, detto “Moscante”, entra di diritto nella storia di Stimigliano.

    Quando storia e leggenda si incontrano

    Leggenda e storia si mescolano quando il tempo inizia a farsi sentire, soprattutto quando non vi sono molti (e attendibili) documenti su cui fare riferimento. In questi casi, ci si affida spesso alla tradizione popolare, che a suo modo conserva frammenti di verità.

    Le informazioni sulla vicenda di Francesco Ceccani, detto Moscante, si basano principalmente su testimonianze epigrafiche e documentali conservate a Collevecchio.

    La prova più significativa è rappresentata da una lapide commemorativa del 1753, un manufatto in marmo rettangolare con iscrizione in bassorilievo.

    Il contesto storico: Collevecchio, centro di potere

    Nel 1605, Papa Paolo V consolidò a Collevecchio, in provincia di Rieti, il Governatorato apostolico della Sabina, istituendo anche le carceri e il tribunale dell’Inquisizione.

    Si trattava di un periodo segnato da repressioni feroci e violente in un territorio dove si nascondevano numerosi banditi tra boschi e campagne. Il potere concesso a nobili e baroni permetteva loro di gestire autonomamente processi e condanne, soprattutto nei confronti di chi minacciava la loro autorità o interferiva con le loro relazioni.

    Fino al 1816, Collevecchio mantenne un ruolo dominante nell’area, arrivando a essere considerato una vera e propria capitale giudiziaria della Sabina.

    Nel Palazzo Apostolico trovavano sede il tribunale criminale, le carceri dove venivano rinchiusi i condannati in attesa di giudizio o di esecuzione e l’archivio delle sentenze, oggi in parte consultabile presso l’Archivio di Stato di Rieti.

    Dopo l’invasione napoleonica e la successiva riorganizzazione del potere clericale, si decise di mantenere a Collevecchio una delegazione, mentre il centro amministrativo venne trasferito a Poggio Mirteto, da cui ancora oggi si celebra il noto e raro “Carnevale Liberato”.

    Moscante, il brigante di Stimigliano

    Francesco Ceccani, conosciuto con il soprannome di Moscante e originario di Stimigliano (probabilmente però nato a Montebuono), è una figura legata a un noto episodio di cronaca nera avvenuto nel 1753 a Collevecchio, nel cuore della Sabina.

    Ceccani fu condannato per l’omicidio del vicepodestà e per aver ferito il balivo, ovvero il capo dei birri della terra di Collevecchio. Non si conoscono le esatte motivazioni come non si ricorda la dinamica ma l’episodio venne considerato un atto di ribellione violenta contro le autorità pontificie locali, definito nei documenti con l’espressione “in odio di giustizia”.

    Tra leggenda e realtà: la fuga dalle carceri

    Moscante fu una delle tante persone rinchiuse nelle carceri di Collevecchio, ma la tradizione popolare racconta una vicenda che va oltre la semplice cronaca. Secondo la leggenda, egli riuscì ad evadere grazie a un aiuto esterno, in particolare quello delle donne.

    Si narra infatti che le fornaie del paese, incaricate di portare il pane ai detenuti, inserissero di nascosto delle lime all’interno dell’impasto fatto di uova, acqua e farina. Questo ingegnoso stratagemma sarebbe stato utilizzato anche dallo stesso Moscante, che sarebbe riuscito a fuggire proprio grazie a una lima trovata in una pagnotta.

    La tradizione attribuisce infatti a Moscante la composizione di una ballata popolare di cui si è persa la melodia, ma che continua a vivere attraverso il testo tramandato:

    Povero me che so’ de Montebòno…..
    So’ stato carcerato a Collevecchiu….
    Sò ‘e carceri più brutte de ‘a Sabina….
    Che manco er diavolo avesse pensato…..
    Derentro a ‘na pagnotta ce trovai ‘na lima…..
    Povera lima mia, quanto hai limato!
    Lima che te rilima der duro ferro ne feci farina!

    Sempre secondo la leggenda, dopo l’evasione, Moscante fu inseguito dalle guardie supportate dai cani. Per sottrarsi alla cattura, mise in atto un’altra astuzia, gettandosi in un porcile per confondere l’olfatto degli animali. L’inseguimento terminò quando il brigante riuscì a far perdere le proprie tracce nel bosco, che divenne il suo ultimo alleato e rifugio.

    La verità incisa nella pietra

    Accanto al racconto popolare, resta però una testimonianza concreta e ufficiale della vicenda, rappresentata dalla lapide commemorativa del 1753. Questo manufatto, censito nel portale del Ministero della Cultura e donato al Comune di Collevecchio dai fratelli Gaetano e Armando Pistolini, riporta l’iscrizione incisa su sei righe:

    FRANCESCO CECCANI DETTO MOSCANTE
    DA STIMIGLIANO
    PERE
    OMICIDIO IN PERSONAM DEL VICEPODESTÀ
    E FERITA AL BALIVO DI DA TERRA,
    IN ODIO DI GIUSTIZIA ANNO 1753

    La lapide commemorativa esposta a Collevecchio

    L’esecuzione avvenne proprio durante il periodo in cui Collevecchio era sede del governatorato apostolico della Sabina, confermando il ruolo del paese come importante centro giudiziario dotato di tribunale e carceri.

    Il significato della lapide

    La lapide era originariamente collocata in via Menichini con una funzione ben precisa: quella di fungere da monito pubblico. Nelle Terre del Papa, infatti, era pratica comune perpetuare la memoria dei crimini incidendoli nella pietra, esponendo così i colpevoli alla pubblica infamia.

    Nel caso del Moscante, il marmo fissava non solo il delitto, ossia l’omicidio del vicepodestà, ma anche il movente, indicato chiaramente con l’espressione “in odio di giustizia”.

    Le conseguenze: il prezzo del delitto

    Le conseguenze dell’azione del Moscante non furono soltanto personali, ma coinvolsero anche il territorio. Il prezzo del debito lasciato dal brigante si tradusse nella cessione di un’area boschiva conosciuta come “macchia di Poggetto”, situata tra Stimigliano e Poggio Sommavilla (detto appunto Poggetto), frazione del comune di Collevecchio.


    Conclusione: una storia sospesa tra mito e realtà

    La figura di Moscante resta ancora oggi sospesa tra storia documentata e racconto popolare. Da una parte vi è la durezza della condanna testimoniata dalla lapide, dall’altra sopravvive l’immagine di un uomo astuto e ribelle, capace di sfuggire alle carceri e di trovare rifugio nei boschi.

    Proprio in questo intreccio tra verità e leggenda si cela il fascino di una vicenda che continua ad appartenere profondamente alla memoria e all’identità del nostro Paese.

    Fonti

  • Il vecchio Dazio di Stimigliano: merci e bestiame alla pesa

    Il vecchio Dazio di Stimigliano: merci e bestiame alla pesa

    a cura di Federico Brugnoletti

    Prima che arrivassero l’IGE (1940) e poi l’IVA (1973), i tributi si pagavano al Dazio. Quello di Stimigliano, affiancato dalla pesa, si trovava all’inizio di via Garibaldi dove, prima il distributore poi il “giardinetto”, ne hanno preso il posto. Il titolare era Masci di Civita Castellana. Alle sue dipendenze Ivano Nesta e Natale De Santis.

    Merci e animali venivano controllati, pesati o stimati. Grano, vino, olio e bestiame contribuivano alle casse erariali.
    Era una pratica normale, parte della vita quotidiana del paese.

    Il Dazio quasi nascosto tra gli alberi in via Garibaldi
  • Stimigliano nella storia dell’aviazione: la sosta della prima aero‑gita romana del 1930

    Stimigliano nella storia dell’aviazione: la sosta della prima aero‑gita romana del 1930

    La foto di copertina mostra un aereo che atterra nei pressi di Stimigliano

    La storia del volo in Italia passa ancora per Stimigliano.
    Alle rilevazioni aeree condotte nel 1908 da Maurizio Moris, già ricordate su queste pagine (leggi l’articolo), si aggiunge un altro importante episodio: la sosta della prima aero‑gita dell’Aero Club di Roma il 27 aprile del 1930. Grazie alle riprese Stimigliano comparve nei cinegiornali proiettati nei cinema italiani, diventando – anche se per un giorno – parte della narrazione della modernità italiana.

    L’atterraggio, il picnic e i balli: è la primavera del 1930

    Non tutti sanno che Stimigliano, dopo le pionieristiche rilevazioni eseguite da Moris nel 1908, entrò di nuovo nella storia dell’aviazione italiana nel 1930 come tappa di un evento allo stesso modo eccezionale: la prima aero‑gita dell’Aero Club di Roma, una vera “gita di piacere in aeroplano”, documentata da fotografie e filmati ufficiali dell’epoca.

    Estratto del video dell’istituto L.U.C.E.

    Clicca qui per il video integrale del cinegiornale
    Clicca qui per il video integrale del volo


    Il volo come divertimento

    All’inizio degli anni Trenta il volo non era più solo impresa militare o sperimentale: si iniziava a immaginare l’aeroplano anche come mezzo di svago, socialità e modernità.

    La prima aero‑gita dell’Aero Club di Roma fu proprio questo:
    un volo collettivo, seguito da una sosta conviviale all’aperto, con picnic sull’erba, momenti di svago e socializzazione, il tutto ampiamente documentato dall’istituto L.U.C.E.


    Stimigliano, tappa della sosta

    Le fonti ufficiali indicano chiaramente che durante la gita fu effettuata una sosta “nei pressi di Stimigliano, dove i partecipanti si fermarono per una colazione sull’erba.

    Le immagini dell’Istituto LUCE restituiscono una scena sorprendente: aeroplani schierati in un grande prato, gruppi di partecipanti seduti direttamente sull’erba, tavolini improvvisati con ombrelloni e vivande, e uomini e donne in abiti eleganti, tipici della fine degli anni Venti, intenti a condividere un momento di convivialità accanto ai velivoli.

    Colazione sull’erba nei pressi di Stimigliano: fra i partecipanti Alessandro Sardi presidente del L.U.C.E.

    Per Stimigliano, allora come oggi piccolo centro di passaggio ferroviario e viario, vedere atterrare decine di aeroplani doveva essere uno spettacolo davvero fuori dal comune.

    Il 29 aprile sulle pagine de “Il Piccolo” di Trieste si legge:

    […] I quindici apparecchi, […] trovato un prato idoneo all’atterraggio […] in località di Stimigliano, atterravano felicemente. Posti gli apparecchi in semicerchio, fra le liete e festose meraviglie dei contadini accorsi, i partecipanti alla gita hanno preso il tè, togliendo fornelli, provviste, un grammofono e persino diversi ombrelloni dai portabagli degli aeroplani […]


    I protagonisti

    Tra i partecipanti documentati figurano:

    • Italo Balbo, Ministro dell’Aeronautica generale, figura centrale dell’evento e promotore dell’iniziativa
    • Alessandro Sardi, presidente dell’Istituto L.U.C.E., identificato nelle didascalie ufficiali delle fotografie
    • aviatori, aviatrici e ospiti civili, comprese numerose signore, come mostrano chiaramente le immagini

    Gli aeroplani

    Dalle schede fotografiche è possibile identificare monoplani Fiat A.S.1, allineati durante la sosta nel prato.
    Velivoli piccoli, leggeri, simbolo di un’epoca in cui il volo stava passando dall’eroismo all’accessibilità.

    L’atterraggio nei pressi di Stimigliano
    Aerei schierati in un vasto campo nei pressi di Stimigliano

    Un evento filmato per l’Italia intera

    La rilevanza dell’aero‑gita è confermata dal fatto che l’Istituto L.U.C.E. le dedicò:

    • un cinegiornale ufficiale, oggi conservato negli archivi storici,
    • numerosi servizi fotografici, con oltre una dozzina di immagini catalogate.

    Questo significa che Stimigliano comparve nei cinegiornali proiettati nei cinema italiani, diventando – anche se per un giorno – parte della narrazione della modernità italiana.


    Un motivo d’orgoglio per il paese

    Non si trattò di una gara, né di un evento politico, ma di una festa del volo, e Stimigliano ne fu scenario reale.
    Un luogo scelto per la sua campagna, i suoi spazi aperti e la sua posizione, che permisero una sosta sicura e conviviale.

    Oggi questo episodio rappresenta un frammento poco conosciuto ma autentico della storia locale e un legame diretto tra il territorio e una fase decisiva della storia dell’aviazione civile italiana.

    Il passaggio sul Tevere

    Stimigliano e la memoria

    Raccontare questa storia significa ricordare che anche un piccolo paese può incrociare la grande Storia, a volte in modo silenzioso, altre volte – come nel 1930 – con il rombo degli aeroplani sopra i campi.

    L’Italia stava entrando nel futuro, era il segno di una trasformazione epocale, e Stimigliano era lì, dentro quel cambiamento.

    Galleria completa


    Fonti

  • 25 aprile: la Liberazione, la memoria, la responsabilità

    25 aprile: la Liberazione, la memoria, la responsabilità

    La Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista rappresenta la fine di una delle stagioni più buie della nostra storia. È il giorno in cui la scelta della Resistenza restituì al Paese la libertà e pose le basi della democrazia.
    In questo articolo, quel passaggio storico viene raccontato attraverso una testimonianza concreta e drammatica della Resistenza in Sabina, i partigiani stimiglianesi, le brigate e la battaglia partigiana del Monte Tancia, combattuta nell’aprile del 1944.

    Memoria e Liberazione

    Il 25 aprile è una data centrale della storia repubblicana italiana. Celebra la Liberazione dal nazifascismo, il ritorno alla libertà dopo anni di guerra, occupazione e dittatura. È il giorno in cui si ricorda il sacrificio di migliaia di donne e uomini che, scegliendo la Resistenza, contribuirono in modo decisivo alla sconfitta dell’oppressione e alla nascita di un’Italia democratica.

    Ricordare il 25 aprile non significa solo commemorare il passato, ma riaffermare valori che restano essenziali: libertà, giustizia, dignità umana.

    La Resistenza in Sabina e a Stimigliano

    Nel quadro più ampio della Resistenza italiana, la Sabina fu uno dei territori in cui la lotta partigiana assunse un rilievo particolare, per la sua posizione strategica tra Roma, l’Umbria e l’Abruzzo.
    In questo contesto si inserisce anche la storia di Stimigliano, che fu punto di riferimento logistico e organizzativo per le formazioni partigiane attive nella Bassa Sabina.

    È qui che si intrecciano vicende di combattimento, sacrificio e solidarietà civile, culminate in uno degli episodi più drammatici della Resistenza laziale: la battaglia del Monte Tancia.


    Il contesto

    Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la Bassa Sabina divenne un’area strategica della lotta resistenziale.
    Nel gennaio 1944 le formazioni partigiane operanti a nord di Roma erano riunite in tre grandi raggruppamenti: Monte Soratte, Gran Sasso e Monte Amiata.

    Questi gruppi operavano nel Lazio settentrionale, in parte dell’Abruzzo, dell’Umbria meridionale e fino alla zona maremmana, in attesa dell’attacco finale il cui ordine avrebbe dovuto giungere via radio con la celebre frase “biondo Tevere”.

    Nel frattempo, i partigiani misero sotto controllo le vie di comunicazione e attuarono attacchi contro i presidi tedeschi e repubblichini. Prima di confluire nella brigata D’Ercole‑Stalin, due erano i principali raggruppamenti della zona: la Brigata Stalin, di prevalente ispirazione comunista, e la formazione di impronta militare denominata banda d’Ercole, guidata da Fernando Ciani.

    Le formazioni erano dislocate nella Bassa Sabina, tra Stimigliano, Cantalupo, Casperia, Monte Pizzuto, Monte Cosce, Monte San Pancrazio, Calvi dell’Umbria, Magliano Sabino e lungo la riva del Tevere. In un primo periodo la banda d’Ercole, inquadrata nel raggruppamento Monte Soratte, era articolata in tre distaccamenti con un comando collegiale.

    Punto di riferimento per i responsabili della zona era proprio Stimigliano, dove il comando della piazza era affidato al tenente Carlo Turrio Baldassarri, in collegamento diretto con il Centro militare di Roma.

    Questa organizzazione rimase attiva fino ai primi giorni di marzo 1944, quando venne costituito un Comando unico sul Monte Cosce, coordinato dal maggiore Aimone Manni.


    Dopo Anzio: verso lo scontro del Tancia

    Dopo lo sbarco alleato di Anzio, il nuovo Comando partigiano decise di intensificare le azioni. I capi delle formazioni locali – tra cui Turrio, Bonifazi, D’Ubaldo, Parrabbi, Cosaro, Ciani, Anasetti, Brugnoletti e un rappresentante della brigata Stalin – decisero di mobilitare tutte le forze disponibili per colpire le colonne tedesche impegnate a difendere la linea Gustav.

    Per tutto il mese di febbraio 1944 si susseguirono azioni di sabotaggio, appostamenti e scontri a fuoco. Nei primi giorni di marzo l’attività partigiana sfociò in duri combattimenti. Il 9 marzo, nei pressi di Poggio Bustone, il battaglione Morbidoni delle Brigate Garibaldi attaccò una colonna nazifascista guidata dal questore di Rieti: dopo cinque ore di combattimenti, la colonna fu sbaragliata, lasciando sul campo 31 morti.

    Scontri ancora più violenti si registrarono nella zona di Narni, dove si contarono circa 300 morti tra le file tedesche, a fronte di 50 partigiani caduti tra combattimenti e fucilazioni. L’intensa attività delle bande D’Ercole, Strale e della brigata Stalin sui monti Tancia, Cosce e San Pancrazio spinse il comando tedesco ad avviare un enorme rastrellamento nei primi giorni di aprile, impiegando reparti delle SS. Questo portò allo scontro decisivo sul Monte Tancia, dove furono scritte pagine di autentico eroismo.


    Lo svolgimento della battaglia

    Nella notte tra il 6 e il 7 aprile 1944, il venerdì Santo, reparti delle divisioni tedesche Hermann Göring e Sardinia, con l’appoggio di milizie fasciste repubblichine, circondarono il massiccio del Tancia per sorprendere i partigiani.

    L’attacco scattò all’alba. Nonostante la schiacciante inferiorità numerica e di armamenti, i partigiani resistettero per ore dalle postazioni in quota. I combattimenti più duri si svolsero nelle zone di Crocetta, Poggio Catino e sul Monte Arcucciola, dove un piccolo gruppo coprì la ritirata dei compagni.

    A fine giornata, quasi accerchiati e con le munizioni esaurite, molti partigiani riuscirono a rompere l’accerchiamento e a salvarsi. I soldati tedeschi caduti furono circa 400; 12 partigiani morirono combattendo e 8 furono catturati e fucilati.

    Per questo motivo la battaglia del Monte Tancia è ricordata come un atto di resistenza armata di altissimo valore simbolico, per la capacità di opporsi a forze immensamente superiori alle porte di Roma. Al tempo stesso rappresenta uno degli esempi più drammatici del legame tra lotta partigiana e repressione nazifascista contro la popolazione civile.


    La repressione e l’eccidio

    Dai Monti Sabini a tutta la provincia di Rieti, dal Leonessano all’Umbria meridionale, la repressione tedesca fu spietata. I partigiani, duramente provati, si divisero in piccoli nuclei mobili, capaci di colpire e disperdersi rapidamente.

    Alla battaglia del Tancia seguì una vasta azione di rappresaglia. Decine di civili furono fucilati a Poggio Mirteto, Castel San Pietro, Rivodutri, Rieti, Configni, Cantalice, Poggio Bustone, Vacone, Calvi dell’Umbria, Monteleone e in altre località. Particolarmente tragico fu l’eccidio di Leonessa, dove tra il 2 e l’8 aprile furono uccise 51 persone, tra cui il giovane sacerdote don Crescenzio Chiaretti.

    Nella stessa giornata del 7 aprile, la rappresaglia colpì anche le frazioni di Sant’Angelo del Tancia e Gallo, nel comune di Monte San Giovanni in Sabina: civili, donne e bambini furono uccisi, le case incendiate, dando luogo al terribile eccidio del Monte Tancia, direttamente collegato alla battaglia.


    Significato storico e memoria della Liberazione

    La Liberazione fu il trionfo degli Alleati, ma a renderlo possibile contribuirono in modo decisivo migliaia di partigiani e decine di migliaia di donne e uomini che li sostennero, li nascosero e li protessero, spesso pagando con la vita.

    Anche Stimigliano partecipò a quella scelta collettiva, offrendo uomini, appoggio e organizzazione alla Resistenza e affermando in modo chiaro e definitivo una volontà antifascista.

    Ricordare queste storie nel giorno del 25 aprile significa assumersi una responsabilità: difendere la pace, la libertà e la memoria, affinché la tragedia della guerra, dell’odio e della violenza non si ripeta mai più.


    Partigiani stimiglianesi equiparati a combattenti

    Di seguito la lista dei partigiani stimiglianesi individuati dalle commissioni per il riconoscimento degli uomini e delle donne della Resistenza:

    • Ambrogi, Bernardino Pedro (Stimigliano, Rieti, 1905 set. 23)
    • Anasetti, Mario (Stimigliano, Rieti, 1913 mar. 3)
    • Brugnoletti, Edoardo (Stimigliano, Rieti, 1916 feb. 22)
    • Brugnoletti, Oreste (Stimigliano, Rieti, 1921 nov. 15)
    • Brugnoletti, Orlando (Stimigliano, Rieti, 1891 feb. 17)
    • Fabi, Francesco (Stimigliano, Rieti, 1920 feb. 20)
    • Franceschini, Remo (Stimigliano, Rieti, 1916 ott. 21)
    • Gattella, Vittorio (Stimigliano, Rieti, 1916 feb. 17)
    • Grillia, Gino (Stimigliano, Rieti, 1898 set. 22)
    • Pileri, Valerio (Stimigliano, Rieti, 1916 gen. 5)
    • Polelli, Sabatino (Stimigliano, Rieti, 1901 feb. 25)
    • Renzetti, Augusto (Stimigliano, Rieti, 1919 ago. 21)
    • Sciommari, Eugenio (Stimigliano, Rieti, 1913 mar. 5)
    • Sorana, Lorenzo (Stimigliano, Rieti, 1910 ago. 18)
    • Sorana, Valentino (Stimigliano, Rieti, 1893 mag. 3)
    • Turrio Baldassarri, Carlo (Stimigliano, Rieti, 1912 dic. 22)

    Partigiani (cronaca della memoria) – Roberto Ditta

    OSTEREI. Monte Tancia 1944 – Teatro delle Condizioni Avverse

    Fonti

  • Stimigliano tra i banchi di scuola

    Stimigliano tra i banchi di scuola

    La foto di coperina ritraele 4 classi della scuola elementare, a quei tempi comunale, nel 1912 (grazie a Carlo Nesta per la preziosa informazione)

    Questa rubrica nasce per ricostruire un grande album di fotografie di classe, raccolte negli anni della scuola.

    Ricordi, volti e classi in una raccolta di fotografie

    Ricordi. A volte belli, a volte difficili, ma sempre capaci di emozionare. Immagini per rivederci com’eravamo, scoprire come siamo cambiati e ritrovare volti, amici, amori e professori che hanno fatto parte della nostra storia.

    Inaugurazione

    Scuola dell’Infanzia

    Scuola Primaria

    Scuola Media

    Altre