Categoria: Storia

Origini, eventi e memorie del paese nel tempo

  • Un Papa a Stimigliano? La sorprendente storia di Leone X e del castello degli Orsini

    Un Papa a Stimigliano? La sorprendente storia di Leone X e del castello degli Orsini

    Tra le pagine più affascinanti della storia di Stimigliano vi è certamente quella che lega il nostro borgo a Papa Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici. Sebbene la documentazione disponibile non consenta di stabilire con assoluta certezza tutte le date e le circostanze dei suoi soggiorni, numerosi indizi storici, politici e familiari rendono estremamente plausibile una sua presenza frequente nel castello degli Orsini di Stimigliano durante gli anni del pontificato.

    Un Medici con sangue Orsini

    Per comprendere il rapporto tra Leone X e Stimigliano occorre partire dalla genealogia. Il pontefice era figlio di Lorenzo il Magnifico e di Clarice Orsini, appartenente a uno dei più illustri rami della potente casata romana.

    Il rapporto tra Leone X e Stimigliano quindi non fu solo quello di un semplice pontefice ospite di una famiglia nobiliare. Si trattò piuttosto di un legame profondo, alimentato da vincoli di sangue, interessi politici e passioni personali che resero il feudo sabino degli Orsini una sorta di residenza privilegiata lontano dalla complessità della Roma rinascimentale.

    Giovanni de’ Medici era, a tutti gli effetti, legato agli Orsini anche per linea materna. Ad accoglierlo a Stimigliano era suo cugino di primo grado, il cardinale Franciotto Orsini, signore del feudo e figura di primo piano della nobiltà romana.

    Franciotto Orsini

    Stimigliano non rappresentava dunque una semplice tappa durante gli spostamenti papali, ma una dimora familiare, un luogo sicuro nel quale il pontefice poteva circondarsi di persone fidate e allontanarsi dalle tensioni della capitale.

    Le grandi “parate” di Leone X nella Sabina

    Le cronache del tempo e i diari dei maestri delle cerimonie pontificie descrivono gli spostamenti di Leone X come autentici cortei regali.

    Quando il Papa lasciava Roma per dirigersi verso la Magliana o verso i territori sabini degli Orsini, si muoveva accompagnato da una corte spettacolare composta da cardinali, dignitari, letterati, musicisti, artisti e giullari. Al seguito viaggiavano intere mute di cani da caccia accuratamente selezionati e, in alcuni casi, persino animali esotici destinati a stupire ospiti e nobili locali.

    Le fonti ricordano la presenza di leopardi, pantere e soprattutto del celebre elefante bianco Annone, dono diplomatico del re del Portogallo, al quale Leone X era particolarmente affezionato. Gli spostamenti del pontefice assumevano così il carattere di vere e proprie manifestazioni itineranti della magnificenza medicea.

    La grande passione per la caccia

    Se vi è un elemento che accomuna tutte le testimonianze relative ai soggiorni sabini di Leone X, questo è senza dubbio la sua incontenibile passione per la caccia.

    Sembra proprio per questo che Papa Leone X è stato sicuramente a Stimigliano per una stagione di caccia (ci passava in quest’attività almeno tre mesi l’anno) come ci è anche ricordato dalla sala dove campeggia, in atto di omaggio, lo stemma mediceo (Sala dei Festoni conosciuta anche come Sala dei Ricevimenti)

    Stemma Leone X

    Le ampie boscaglie della Valle del Tevere e dei territori circostanti Stimigliano offrivano un ambiente ideale per battute che potevano protrarsi per giorni. Il pontefice amava cavalcare, inseguire la selvaggina e trascorrere molte ore all’aria aperta.

    Non si trattava soltanto di un passatempo. Il suo medico personale, il celebre Galeazzo di Santa Sofia, gli consigliava regolarmente attività fisica, vita all’aperto e lunghe cavalcate come rimedio per alleviare i problemi di salute che lo affliggevano, tra cui una dolorosa fistola e altre patologie aggravate dalla crescente obesità.

    In questo contesto Stimigliano, con i suoi boschi e la sua posizione strategica, rappresentava una vera e propria medicina naturale per il pontefice.

    Papa Leone X

    Un rifugio dopo la congiura del cardinale Petrucci

    Accanto alle motivazioni personali e familiari, vi erano anche importanti ragioni politiche.

    Nel 1517 Leone X dovette affrontare una delle più gravi crisi del suo pontificato: la congiura guidata dal cardinale Alfonso Petrucci, accusato di aver partecipato a un complotto che prevedeva persino l’avvelenamento del Papa tramite un medico compiacente.

    La scoperta della congiura provocò arresti, processi ed esecuzioni che alimentarono un clima di forte tensione all’interno della Curia romana.

    In quegli anni i feudi degli Orsini nella Sabina costituivano un ambiente assai più tranquillo e protetto rispetto a Roma. Difesi da uomini d’arme fedeli e immersi in un territorio ricco di boschi e vallate, offrivano al pontefice il luogo ideale dove ritirarsi temporaneamente, continuando nel contempo a esercitare il governo della Chiesa.

    Gli ultimi anni e il “regno” della Magliana

    Con il passare degli anni le condizioni fisiche di Leone X peggiorarono sensibilmente. Le fonti raccontano di una progressiva perdita della vista e di problemi motori dovuti al sovrappeso, tanto che il pontefice arrivò a rinunciare quasi completamente alle cavalcate che tanto aveva amato.

    La rinuncia più dolorosa fu proprio quella della caccia.

    Per continuare a coltivare questa passione introdusse allora nella sua residenza della Magliana la pratica della falconeria. Dalle logge della villa seguiva le evoluzioni dei rapaci utilizzando un monocolo da vista e investendo somme ingenti nel mantenimento di falchi e falconieri.

    A questo progetto partecipò direttamente appunto il cugino Franciotto Orsini. Studi recenti condotti dalla storica dell’arte Anna Cavallaro hanno individuato documenti di pagamento che attestano spese considerevoli sostenute per la realizzazione di una “gàbara”, una grande voliera destinata ad ospitare palombi, gazze e aironi impiegati nell’addestramento dei rapaci.

    In quegli anni Leone X mostrò una crescente riluttanza a tornare stabilmente a Roma, al punto da trasferire spesso uffici e funzionari presso la Magliana. Non è raro trovare nei documenti pontifici la formula latina Datum in villa nostra Manliana, ossia “emanato nella nostra villa della Magliana”, a testimonianza dell’importanza che questa residenza assunse nell’ultima fase del suo pontificato.

    Franciotto Orsini, il signore di Stimigliano

    Figura centrale di questa vicenda è senza dubbio il cardinale Franciotto Orsini (1473-1534), signore di Stimigliano, Monterotondo e San Polo.

    La sua biografia sembra quella di un personaggio uscito da un romanzo rinascimentale.

    Nato nel ramo orsino di Monterotondo, trascorse la giovinezza a Firenze grazie ai rapporti che univano gli Orsini ai Medici dopo il matrimonio tra Clarice Orsini e Lorenzo il Magnifico. Qui studiò insieme al cugino Giovanni de’ Medici sotto la guida di maestri d’eccezione, tra cui Angelo Poliziano.

    Prima di intraprendere la carriera ecclesiastica fu un valoroso condottiero. Partecipò alle guerre che insanguinarono l’Italia centrale e combatté duramente contro le forze di Cesare Borgia, venendo addirittura catturato due volte e riuscendo ogni volta a salvarsi.

    A differenza di molti cardinali del tempo, Franciotto ebbe una regolare vita familiare. Sposò Violante Orsini di Mugnano e generò cinque figli legittimi. Solo dopo la morte della moglie intraprese la carriera ecclesiastica.

    Nel 1517 il cugino Leone X lo elevò alla dignità cardinalizia, consolidando ulteriormente il peso politico della famiglia Orsini all’interno della corte pontificia.

    Il rinnovamento del castello di Stimigliano

    Proprio negli anni dell’ascesa di Leone X e di Franciotto Orsini, l’antica rocca medievale di Stimigliano iniziò la sua trasformazione in una prestigiosa residenza rinascimentale.

    La presenza frequente del pontefice e il favore della corte medicea contribuirono ad accrescere il prestigio del feudo, favorendo interventi architettonici e decorativi di grande rilievo.

    Ancora oggi nelle sale del palazzo è possibile osservare gli stemmi dei Medici e degli Orsini affiancati. Le celebri sei palle medicee compaiono accanto alla rosa e alle sbarre della casata orsina, una testimonianza araldica ancora visibile del rapporto privilegiato tra le due famiglie.

    Anche il ciclo decorativo interno, attribuito alla scuola degli Zuccari e realizzato nei decenni successivi, rappresenta in qualche misura l’eredità di quella stagione di prosperità e prestigio inaugurata durante il pontificato di Leone X.

    L’ipotesi Baldassarre Peruzzi

    Un ulteriore elemento di interesse riguarda la possibile partecipazione di Baldassarre Peruzzi al progetto di trasformazione del castello.

    Non esistono documenti che consentano di attribuire con certezza all’architetto senese il progetto del palazzo di Stimigliano. Tuttavia numerosi studiosi ritengono plausibile il suo coinvolgimento sulla base dei rapporti che legavano Peruzzi agli Orsini negli stessi anni.

    Tra il 1517 e il 1519 l’architetto lavorò infatti per diversi membri della famiglia, intervenendo in importanti residenze come quelle di Roma, Bomarzo e Pitigliano. Sarebbe quindi perfettamente coerente pensare che anche Franciotto Orsini si sia rivolto a lui per modernizzare la propria dimora sabina.

    A sostegno dell’ipotesi vengono citate le eleganti proporzioni geometriche del cortile, la raffinata organizzazione degli spazi interni e la capacità di integrare armoniosamente una struttura medievale preesistente con il linguaggio architettonico del Rinascimento.

    Come in altre opere di Peruzzi, la severità esterna della fortezza convive con una sorprendente ricerca di equilibrio, simmetria e prospettiva negli ambienti interni.

    Un capitolo prestigioso della storia di Stimigliano

    Che Leone X abbia soggiornato nel castello degli Orsini con continuità o soltanto in occasioni particolari, una cosa appare certa: il legame tra il pontefice mediceo, la famiglia Orsini e Stimigliano fu profondo e duraturo.

    Le testimonianze araldiche, i rapporti di parentela, il ruolo di Franciotto Orsini nella corte pontificia e il prestigio raggiunto dal palazzo tra XVI e XVII secolo costituiscono indizi convergenti di una relazione che contribuì a segnare la storia del paese.

    Passeggiando oggi tra le sale del Palazzo Orsini, è ancora possibile immaginare l’arrivo della corte papale, il rumore degli zoccoli dei cavalli nel cortile, i falchi addestrati per la caccia e l’eco di quel Rinascimento che, per qualche stagione, fece di Stimigliano un piccolo ma significativo centro del mondo mediceo.

    Fonti

  • Stimigliano e la sua Fiera. Tra mandrie, sensali e strette di mano

    Stimigliano e la sua Fiera. Tra mandrie, sensali e strette di mano

    C’era un tempo in cui il 26 settembre, giorno che precedeva la festa di San Cosma e Damiano, le strade di Stimigliano si riempivano di bestiame, carri, trattative e strette di mano. Era il tempo della grande Fiera, un evento atteso per mesi che trasformava il paese nel cuore commerciale della Sabina e che ancora oggi vive nei ricordi della comunità

    Per generazioni, a Stimigliano la festa dei Santi Patroni Cosma e Damiano non è stata soltanto un importante appuntamento religioso. Per tutta la Bassa Sabina rappresentava anche uno degli eventi economici più attesi dell’anno: la grande Fiera delle Merci e del Bestiame, un appuntamento capace di richiamare allevatori, commercianti e contadini da un’ampia parte dell’Italia centrale.

    Oggi restano i ricordi e le testimonianze di chi l’ha vissuta, ma per molti decenni la fiera fu un punto di riferimento imprescindibile per il commercio agricolo e zootecnico del territorio.

    La festa dei Santi Patroni

    La Chiesa cattolica celebra oggi i Santi Cosma e Damiano il 26 settembre. In passato, però, la ricorrenza cadeva il 27 settembre.

    Lo spostamento al 26 settembre venne stabilito nel 1969 da papa Paolo VI con la riforma del Calendario Romano Generale, entrata in vigore il 1° gennaio 1970.

    Le ragioni furono principalmente due.

    La prima riguardava San Vincenzo de’ Paoli, che la Chiesa desiderava commemorare proprio il 27 settembre, giorno della sua morte avvenuta nel 1660. Fino a quel momento, la sua memoria liturgica era stata fissata al 19 luglio poiché il 27 settembre era già occupato dalla festa dei Santi Cosma e Damiano.

    La seconda era legata a una data simbolicamente molto importante per il culto dei due santi: il 26 settembre è infatti il giorno della dedicazione della Basilica dei Santi Cosma e Damiano nel Foro Romano, consacrata nel VI secolo da papa Felice IV.

    Nonostante la modifica del calendario liturgico, molte località italiane legate da antiche tradizioni ai due santi continuano ancora oggi a celebrare le feste popolari e le processioni a cavallo tra il 26 e il 27 settembre, mantenendo vivo il legame con la data storica.

    Una fiera tra le più importanti del Centro Italia

    In un’epoca in cui il mondo rurale costituiva la struttura portante dell’economia locale, le feste patronali coincidevano spesso con i principali momenti di scambio commerciale. La fiera di Stimigliano, collocata alla fine di settembre e all’inizio della stagione autunnale, svolgeva un ruolo strategico.

    Per gli allevatori era il momento ideale per vendere i capi in esubero prima dell’arrivo dell’inverno o acquistare animali da lavoro e da allevamento in vista dell’anno successivo. Per contadini e artigiani rappresentava invece l’occasione per procurarsi sementi, attrezzi agricoli, finimenti per cavalli e buoi e molti altri beni indispensabili alla vita quotidiana.

    La fama della manifestazione andava ben oltre i confini comunali. Grazie alla sua posizione strategica, favorita dalla vicinanza del Tevere e dalle storiche vie di comunicazione della valle, Stimigliano attirava operatori provenienti da tutta la Sabina, dai vicini comuni di Tarano, Forano e Poggio Mirteto, ma anche dalle province di Roma, Viterbo, Frosinone e persino dall’Umbria.

    La Fiera di San Cosma e Damiano veniva ricordata come una delle più grandi del Centro Italia. Nella sua fase di massimo splendore si estendeva dal paese fino allo Scalo, trasformando l’intero territorio in un immenso mercato all’aperto.

    La vicinanza al Tevere favoriva notevolmente il trasporto del bestiame, grazie anche alla presenza della piattaforma che consentiva l’attraversamento del fiume neinpressi del vecchio porto. Nei giorni della fiera le strade si riempivano di mandrie e greggi in arrivo da ogni direzione.

    Si arrivava a piedi, sui carri e, negli anni più recenti, anche con i trattori. Mucche, cavalli, asini, pecore, capre, maiali e scrofe seguite dai loro piccoli occupavano ogni spazio disponibile. Un colpo d’occhio che oggi appare quasi incredibile, ma che allora rappresentava la normalità.

    Nata allo Scalo, nell’area che oggi possiamo collocare dietro International Car Service, negli ultimi decenni della sua esistenza la fiera aveva però già perso le dimensioni imponenti del passato.

    L’area mercatale era stata trasferita e concentrata in località Nocchieto, lungo il tratto che dall’incrocio scende costeggiando l’allora officina Pileri, oggi Centro Auto Pileri, fino alla zona sopra il campo sportivo.

    Le grandi trattative, il denaro che passava di mano e il fontanile

    La fiera era anche il luogo delle grandi contrattazioni economiche.
    Non era raro vedere commercianti girare con portafogli rigonfi di banconote e assistere a trattative che si concludevano con passaggi di mano di cifre considerevoli, sempre rigorosamente in contanti.

    Lo scrittore stimiglianese Costante Menichelli ricorda:

    «Le ingenti somme di denaro contante che per esigenze commerciali venivano portate e che servivano per comprare o erano frutto del ricavato delle vendite, apparivano in qualche modo ancora più ingenti perché amplificate dal taglio delle banconote, specie le rossastre da diecimila e quelle verdi da cinquantamila lire. Venivano spesso racchiuse in enormi portafogli a più scompartimenti, a fisarmonica, perché durante la trattativa il denaro doveva come apparire e scomparire per impressionare i contraenti dell’affare».

    (Agorà – Quello che pensa e racconta la gente, Editrice Punto Uno S.r.l.)

    Alla memoria di Franco Cerquetani dobbiamo invece un’altra testimonianza, quella di veri e propri accordi di non concorrenza:

    Ricordo che il giorno della fiera era anche l’occasione giusta per stabilire quello che sarebbe stato il prezzo dei capretti da vendere nel periodo natalizio. Un momento di accordo tra gli allevatori per evitare il disagio di una spietata concorrenza sui prezzi di lì a un paio di mesi.

    Federico Brugnoletti invece fissa nella memoria della nostra comunità un altro particolare:

    La maggior parte degli animali era stipato all’inizio dello spazio dedicato alla fiera perché proprio lì si trovava il fontanile, preziosa risorsa d’acqua per le bestie da vendere

    I sensali: i maestri della mediazione

    Una delle figure più caratteristiche della fiera era quella del sensale, chiamato in alcune aree anche “sensuale” o “sanzaro”.

    Il sensale non era né il venditore né l’acquirente. Era il mediatore. Conosceva gli animali, i prezzi di mercato, le persone e le dinamiche delle trattative. Senza il suo intervento, molte compravendite non sarebbero mai andate a buon fine.

    Il suo compito consisteva nel mettere d’accordo le parti, trovare il giusto equilibrio economico e garantire la correttezza dello scambio. Gli allevatori si affidavano alla sua esperienza perché conosceva il valore di ogni capo di bestiame e sapeva riconoscere pregi e difetti osservando dentatura, zoccoli, corporatura e portamento dell’animale.

    La sua reputazione era fondamentale. In un’epoca in cui le certificazioni veterinarie erano rare, il sensale rappresentava una sorta di garanzia morale. Se dopo la vendita emergevano difetti nascosti o problemi non dichiarati, il suo giudizio poteva essere chiamato in causa per chiarire la controversia.

    Il rito della stretta di mano

    La compravendita del bestiame seguiva rituali antichi e quasi teatrali.

    Quando venditore e compratore si avvicinavano all’accordo, il sensale prendeva le loro mani e le univa con decisione. La stretta suggellava il contratto ben prima di qualsiasi documento scritto. Una volta battuta la mano, tornare indietro significava perdere la faccia davanti all’intera comunità.

    Spesso il sensale gestiva anche la consegna della caparra, detta in alcune zone “pommamento”, che costituiva la garanzia dell’accordo raggiunto.

    Per il proprio lavoro riceveva una percentuale sulla vendita, la cosiddetta senseria, secondo regole tramandate dalle consuetudini locali.

    I sensali erano spesso uomini carismatici, dotati di grande intuito psicologico e di una straordinaria capacità oratoria. Sapevano interpretare le intenzioni dei contraenti e capire il valore di una bestia quasi a colpo d’occhio.

    Tra i più conosciuti vengono ricordati Antonio Sassi, Schiavi da Roma e Loreto Polidori, che da Stimigliano si trasferì a Soriano nel Cimino, dove riuscì a costruire la propria fortuna proprio grazie a questa attività.

    Giramondo, il sensale “di corsa”

    Tra tutti i sensali entrati nella memoria popolare di Stimigliano, uno occupa però un posto speciale: l’abruzzese Guerino Di Sabatino detto Giramondo.

    Chi l’ha conosciuto lo ricorda come un personaggio eccentrico, simpatico e sempre in movimento. Fazzoletto rosso al collo, la sua caratteristica più curiosa era il modo di camminare: invece di procedere normalmente, si spostava quasi sempre con una sorta di corsetta particolare, dinoccolata e inconfondibile. Al grido di “Giramondo, Giramondo”, uno stuolo di bambini lo seguiva divertito.

    Una figura talmente caratteristica da essere entrata anche nella letteratura locale. Il poeta Mario Grizi gli dedica infatti una poesia nella raccolta L’attrezzi, la traja, l’omini crudi di Stimigliano (Poliart Editori, Roma, 1998), contribuendo a consegnarne il ricordo alle generazioni future.

    Cosa rimane oggi della Fiera di San Cosma e Damiano?

    Come è accaduto per gran parte delle storiche fiere del bestiame del Lazio e dell’Italia centrale, anche a Stimigliano la compravendita di animali è progressivamente scomparsa con la modernizzazione dell’agricoltura, il cambiamento delle forme di allevamento e la chiusura dei grandi mercati zootecnici all’aperto.

    Solo poche realtà sono riuscite a mantenere, almeno in parte, questa tradizione, come la vicina Fiera di Osteria Nuova a Frasso Sabino.

    Della grande Fiera di San Cosma e Damiano restano soprattutto i racconti e i ricordi di chi ne ha vissuto l’atmosfera. Eppure, passeggiando con un po’ di immaginazione nei luoghi dove si svolgeva, non è difficile percepire ancora l’eco di quel mondo: il muggito delle mandrie, il belato delle pecore, il vociare incessante delle trattative, l’odore della terra e degli animali, il fruscio delle banconote che passavano di mano.

    È il ricordo di una Stimigliano diversa, quando per qualche giorno all’anno il paese diventava uno dei più importanti centri commerciali della Sabina e dell’Italia centrale.

    Fonti

    • Agorà – Quello che pensa e racconta la gente di Costante Menichelli (Editrice Punto Uno S.r.l., 2019)
    • L’attrezzi, la traja, l’omini crudi di Stimigliano di Mario Grizi (Poliart Editori Roma, 1998)

    Foto gentilmente concessa da Federico Brugnoletti

  • Il cinema parrocchiale di Stimigliano: la storia di un luogo che ha unito generazioni

    Il cinema parrocchiale di Stimigliano: la storia di un luogo che ha unito generazioni

    Ci sono luoghi che continuano a vivere nella memoria collettiva di una comunità. A Stimigliano, uno di questi è senza dubbio il cinema parrocchiale, quello che ancora oggi tutti chiamano semplicemente “il Cinema”.
    Una struttura nata per regalare sogni e momenti di svago agli stimiglianesi, soprattutto ai più giovani, e che ancora oggi continua a svolgere un ruolo nella vita del paese, seppure molto lontano dalla sua destinazione originale.

    I cantinoni, la terrazza e il grande schermo: il cinema prima del cinema

    Prima della costruzione del cinema parrocchiale, i film venivano proiettati in luoghi che oggi appartengono alla memoria storica del paese.

    Durante l’inverno, le proiezioni si tenevano nei cosiddetti “cantinoni”, le grandi stanze situate negli scantinati del Castello Orsini. Nella bella stagione, invece, il cinema si trasferiva all’aperto, nel cortile sulla terrazza del castello, nei pressi della cappella dedicata a San Giuseppe.

    Erano anni in cui il cinema rappresentava una finestra sul mondo e ogni proiezione diventava un evento capace di richiamare famiglie, ragazzi e anziani.

    Don Mario Patrignani e l’attenzione per i giovani e la società

    Dietro la nascita del cinema di Stimigliano c’è una figura che molti ancora ricordano con affetto: Don Mario Patrignani.

    Don Mario Patrignani

    Parroco profondamente coinvolto nella vita sociale del paese, Don Mario dedicò una parte importante del proprio ministero stimiglianese (1938-1964) alla crescita umana e culturale dei ragazzi. Erano gli anni segnati dalla guerra e dalle difficoltà che essa portava con sé. In quel contesto Don Mario si impegnò affinché i ragazzi avessero punti di riferimento e luoghi di aggregazione.

    Convinto dell’importanza di offrire ai giovani luoghi sicuri in cui incontrarsi e trascorrere il tempo libero, aveva già allestito un locale parrocchiale dotato di biliardino e altri giochi.

    Questa iniziativa permetteva ai genitori di lavorare nei campi con maggiore serenità, sapendo che i figli si trovavano in un ambiente protetto e controllato. Anche le ragazze partecipavano attivamente alla vita della comunità attraverso incontri e attività, le cosiddette adunanze, che portarono, sotto il suo ministero, alla nascita delle Figlie di Maria, devote alla Madonna della Strada.

    Fu proprio da questa attenzione verso i giovani che nacque l’idea di realizzare una vera sala cinematografica, dotata di schermo, proiettori e posti a sedere.

    Il ricordo di Don Mario nelle parole del poeta Mario Grizi

    L’affetto della comunità nei confronti di Don Mario è rimasto vivo negli anni. A testimoniarlo questa poesia che Mario Grizi gli ha dedicato, ricordando il suo impegno e, in particolare, la realizzazione del cinema parrocchiale (che mario chiama “Regina”).

    Mario sottolinea come la comunità ancora oggi sia in dovere di ringraziare il parroco e se ne fa portavoce:

    Io vojo ringrazia’
    chi cià fatto un po’ sogna’
    e dalle brutture della guerra
    cià fatto ripija’

    Don Mario Patrignani
    cià fatto sperare nel domani.
    Tante cose qui ha fatto,
    ma, per ricompensa, l’han
    buttato via com’uno straccio.

    Ma il ricordo non si cancella,
    con lui la vita era bella:
    faceva giocare i bambini
    con tanti giochi
    con i giornalini.

    Fece er cinema “Regina”
    per la comunità,
    facendo tanti bei film
    da pote’ guarda’.

    Certo allora era ‘na cosa grande
    per Stimigliano…
    che ancora non l’ha ringraziato.
    Io, amici, qui ciò provato.

    Parole semplici ma sincere, che restituiscono il forte legame tra il parroco e la popolazione.

    L’affaccio su via Cavour

    Il voto alla Madonna della Strada

    Anche Costante Menichelli, nei suoi libri dedicati alla storia locale, ricorda Don Mario soprattutto per un episodio legato proprio alla Seconda Guerra Mondiale.

    Secondo il racconto, il parroco fece un voto alla Madonna della Strada, chiedendole di proteggere la comunità di Stimigliano durante gli anni difficili del conflitto. In cambio promise anni di particolari festeggiamenti e devozione.

    Un impegno che andò ben oltre le aspettative iniziali e che, attraverso generazioni di fedeli, è arrivato fino ai nostri giorni, diventando parte integrante della tradizione religiosa del paese.

    La costruzione del Cinema

    La realizzazione del cinema risale agli anni Cinquanta per volontà dello stesso Don Mario. Come ci ricorda Giulio Lattanzi, tra le memorie storiche di Stimigliano:

    I lavori terminarono orientativamente tra il 1957 e il 1958.

    L’entrata in Largo Cencio

    Il terreno su cui sorse l’edificio apparteneva alla Chiesa e venne messo a disposizione per la costruzione. La struttura occupava una posizione centrale: da un lato affacciava su Largo Cencio, dall’altro su Via Cavour.

    I lavori furono eseguiti da una ditta di Magliano Sabina, la “Gioia Tripoli” e grazie al prezioso contributo di Amedeo Patrignani, padre di Don Mario, che seguì da vicino la realizzazione dell’opera partecipando anche attivamente nella realizzazione di tutti gli intonaci.

    Per una comunità come quella di Stimigliano, il nuovo cinema rappresentò un importante segnale di crescita sociale e culturale.

    I lavori all’interno

    Il cinema e i suoi protagonisti

    Come racconta Mario Ceccarelli, dietro ogni proiezione c’era il lavoro di persone che contribuirono a rendere vivo quel luogo.

    Le pellicole venivano proiettate da un uomo conosciuto da tutti come “Mario Freddacaffè”, originario di Collevecchio e in possesso del prezioso patentino che abilitava alla professione .

    Nonostante non sia stato possibile risalire al suo cognome, la testimonianza racconta di una persona molto esperta nel settore delle proiezioni cinematografiche e probabilmente non amante del caffè bollente (o avvezza forse a qualche additivo segreto in grado di raffreddarlo – n.d.r.).

    Il piccolo Mario Ceccarelli sulla scala

    Continua Mario:

    Nel giro delle persone che orbitavano intorno al cinema c’erano anche Pio Valentini e Natalino De Santis e soprattuto, con il compito di staccare i biglietti e occuparsi della contabilità, Luigi Marcellini, detto Gigi

    Imparata l’arte fu lo stesso Mario a districarsi tra i proiettori così come Osvaldo Mammoli si occupò per un periodo della biglietteria.

    Tra le pellicole proiettate, quasi tutte degli anni ’50, quella che ricordo con più piacere è “Roma città aperta” con Anna Magnani e Aldo Fabrizi.

    L’attività del cinema proseguì fino alla metà degli anni Sessanta, arrivando ad ospitare, oltre le proiezioni anche un campo di bocce sulla terrazza su via Cavour.

    Una nuova vita: dalla banda musicale all’associazione culturale

    Terminata la stagione delle proiezioni coincisa praticamente con l’addio di Don Mario al paese di Stimigliano, l’edificio iniziò una seconda fase della propria esistenza.

    La struttura cambiò definitivamente funzione.

    Mario Andreozzi, per tutti Mario “Locci“, lo utilizzò come sede per le prove della banda musicale da lui fondata. Egli stesso aveva trasferito le proiezioni cinematografiche all’aperto, nell’arena che oggi potremmo collocare nell’area accanto alle case popolari.

    La sala venne utilizzata dalla nascente Associazione Culturale del paese per riunioni, incontri e numerose attività sociali. Tra queste ad esempio, la costruzione dei carri allegorici del Carnevale e altre attività che per anni hanno rappresentato un importante momento di partecipazione collettiva.

    Il mio ricordo personale è legato alla proiezione delle partite di calcio del Mondiale italiano del ’90 durante le serate piovose o alle le prove di canto per il festival canoro e soprattutto alle innumerevoli partite di pallone (chiamarlo calcetto sarebbe blasfemo) disputate nel campetto di pallavolo proprio davanti alla struttura, in largo Cencio.

    Qualche tiro eseguito con troppa foga, e probabilmente la poca dimestichezza con la sfera, spesso la scaraventavano sul tetto della struttura se non addirittura lo scavalcavano per farla finire sulla terrazza affacciata su via Cavour, ormai invasa da piante e alberi di ogni genere.

    Traslascio ogni commento del momento e i tentativi, spesso vani, di recuperare il preziosissimo oggetto che il più delle volte veniva acquistato con faticose “collette”.

    Il Cinema oggi

    Anche se il grande schermo non illumina più le sue pareti, il vecchio cinema continua ancora oggi a essere parte della vita della comunità.

    La sala principale viene utilizzata in occasione delle processioni religiose per ospitare i santi durante lo scambio tra i vari gruppi, in quello che rappresenta un vero e proprio passaggio di consegne.

    Il cinema oggi

    La stanza adiacente, quella che un tempo ospitava i proiettori, è stata destinata a locale per il catechismo. Fino a non molto tempo fa erano ancora visibili le caratteristiche aperture, le “buche” attraverso le quali i proiettori lanciavano le immagini sul grande schermo.

    Il cinema oggi

    Un patrimonio della memoria collettiva e un pizzico di rammarico

    Il cinema parrocchiale non è stato soltanto un luogo di spettacolo. È stato un punto di incontro, un presidio educativo, uno spazio di aggregazione e un simbolo della volontà di una comunità di crescere insieme.

    Grazie all’impegno di Don Mario Patrignani e di quanti contribuirono alla sua attività, generazioni di stimiglianesi hanno potuto condividere emozioni, amicizie e momenti di vita comune.

    Oggi, mentre la sua funzione è cambiata, il “Cinema” continua a raccontare una storia fatta di persone, volontà e partecipazione. Una storia che merita di essere ricordata perché parla non soltanto di un edificio, ma di un’intera comunità e della sua capacità di costruire luoghi destinati a lasciare un segno nel tempo.

    E soprattutto oggi diventa denuncia della mancanza di luoghi di aggregazione che tanto servirebbero a paesi come Stimigliano.

    Fonti

    Foto gentilmente concesse da Federico Brugnoletti

  • Cose d’altri tempi – lo sciopero degli operai della Sbordoni

    Cose d’altri tempi – lo sciopero degli operai della Sbordoni

    DOCUMENTO UFFICIALE DELLA PROCURA DI POGGIO MIRTETO

    “[…] Il giorno 31 marzo 1964 la ricorrente Società, comunicava, mediante un ordine di servizio (alleg. n.1), il nuovo orario di lavoro da attuarsi con decorrenza dall’indomani 1 aprile 1964.
    […] Senonchè il 1 Aprile 1964, dopo che il lavoro aveva avuto regolare inizio, alle ore 8.40 nasceva una agirazione che in breve, per l’opera sobillatrice di pochi elementi, assumeva aspetti violenti […]
    Veniva quindi proclamato uno sciopero parziale delle maestranze”

    Iniziava così il travagliato sciopero e la successiva occupazione della Fabbrica Sbordoni terminata dopo 12 giorni e il licenziamento di 6 operai.

    Fonti

  • Il Milite Ignoto e il suo passaggio a Stimigliano

    Il Milite Ignoto e il suo passaggio a Stimigliano

    Il viaggio del Milite Ignoto unì l’Italia intera, attraversando anche le piccole comunità. Nella notte del 1° novembre 1921, tra falò e silenzi, anche Stimigliano rese omaggio al Soldato senza nome.

    Il simbolo di un intero popolo

    Il Milite Ignoto è il simbolo di tutti i soldati italiani caduti durante la Prima guerra mondiale e mai identificati. La sua storia, profondamente umana, nasce da un gesto semplice ma potentissimo: la scelta di una madre, Maria Bergamas, che davanti a undici bare senza nome, ad Aquileia nel 1921, indicò quella destinata a rappresentare tutti i figli perduti.
    Un gesto che trasformò un singolo soldato sconosciuto nel simbolo di un intero popolo.

    Il viaggio del 1921

    Alle ore 8.00 del 29 ottobre 1921, dalla stazione ferroviaria di Aquileia partì il treno a vapore che avrebbe condotto la salma del Milite Ignoto a Roma.

    La bara, scelta il giorno precedente fu collocata su un affusto di cannone e poi sistemata in uno speciale carro ferroviario progettato dall’architetto Guido Cirilli. Ad accompagnarla vi erano reduci della Grande Guerra, decorati al valore e più volte feriti, a testimoniare il dolore e il sacrificio collettivo di una nazione intera.

    Il viaggio si svolse lungo la linea Aquileia – Venezia – Bologna – Firenze – Roma, attraversando tutta l’Italia. Il convoglio procedette a velocità molto ridotta, quasi solenne, per consentire alla popolazione di rendere omaggio:le soste erano riservate alle stazioni principali, mentre nelle altre località la folla accalcata lungo i binari poteva comunque salutare il passaggio grazie alla lentezza del treno.

    Lungo i binari si raccolsero folle immense: uomini, donne, bambini, reduci, vedove. Molti si inginocchiavano, altri lanciavano fiori, altri ancora semplicemente restavano in silenzio, con il capo chino.

    Il viaggio si concluse il 4 novembre 1921, quando il feretro venne tumulato all’Altare della Patria, a Roma, in una cerimonia solenne che divenne uno dei momenti più intensi di unità nazionale della storia italiana.

    Foto dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

    Il passaggio in Sabina e a Stimigliano

    Dopo aver sostato nel nodo ferroviario di Orte, il convoglio imboccò la linea storica che costeggia la valle del Tevere, attraversando la Sabina.

    Era la sera del 1° novembre 1921.

    Il treno non effettuò una sosta ufficiale a Stimigliano, ma passò lentamente, a una velocità stimata tra i 15 e i 20 km/h. Questo dettaglio è fondamentale per comprendere il valore del momento: anche senza fermarsi, il passaggio del Milite Ignoto trasformò la stazione e tutto il territorio circostante in un luogo di raccoglimento e partecipazione.

    La popolazione locale — contadini, famiglie, abitanti dei paesi vicini — si radunò lungo i binari e presso la stazione.
    Nella sera ormai calata, si accesero falò, lanterne e torce, illuminando il passaggio del convoglio come in una processione silenziosa e solenne.

    Non ci risultano testimonianze fotografiche di quel momento. La spiegazione è da ricercare nel fatto che non vi fu una sosta ufficiale con operatori e giornalisti, il passaggio avvenne in orario serale/notturno, la tecnologia fotografica del tempo non era così diffusa e soprattutto non permetteva scatti efficaci in condizioni di scarsa luminosità e in movimento.

    Ma proprio questa assenza di immagini rende il ricordo ancora più suggestivo: rimane affidato alla memoria orale e alla storia del territorio.

    Stimigliano, pur non essendo una fermata “importante” nel senso ufficiale, fu comunque parte integrante di quel viaggio, come tutte le piccole comunità italiane attraversate dal convoglio.

    Il Generale Settimio Piacentini

    Il passaggio del Milite Ignoto in Sabina è legato però a un episodio drammatico e forse poco conosciuto, che riguarda il Tenente Generale Settimio Piacentini, nativo di Tarano e senatore del Regno.

    Piacentini fece una scelta significativa: invece di partecipare alle grandi cerimonie ufficiali di Roma, decise di rendere omaggio al Milite Ignoto insieme al suo territorio, tra la sua gente.

    Tenente Generale Settimio Piacentini

    La mattina del 2 novembre 1921, poche ore dopo il passaggio del treno a Stimigliano, organizzò una solenne manifestazione presso la Cattedrale di Vescovio, riunendo sindaci, associazioni combattentistiche e cittadini della Bassa Sabina.

    Al termine di un intenso discorso patriottico, mentre si preparava a guidare un corteo verso la stazione di Stimigliano per rendere un ultimo omaggio formale al luogo del passaggio fu colto da un improvviso malore cardiaco.

    Morì poco dopo, a San Polo Sabino.

    La sua scomparsa colpì profondamente la comunità e rimase impressa anche nelle cronache ufficiali dell’epoca. Il suo gesto — scegliere la dimensione locale, popolare, rispetto a quella istituzionale — rappresenta ancora oggi un segno di forte legame tra il territorio sabino e la memoria del Milite Ignoto.

    Stimigliano nella storia del viaggio

    L’elenco delle stazioni attraversate dal convoglio nel 1921 è lungo: circa 120 località, tra grandi città e piccoli centri.

    Tra queste compare anche Stimigliano, insieme alle vicine stazioni di Collevecchio-Poggio Sommavilla, Gavignano Sabino e Poggio Mirteto.

    Questo dato ci ricorda che il viaggio del Milite Ignoto non fu solo un evento nazionale, ma un momento diffuso, vissuto in ogni angolo d’Italia, anche nei luoghi più piccoli.

    Il ricordo a cento anni: il ritorno del treno

    Nel 2021, a cento anni esatti dal viaggio del Milite Ignoto, il suo percorso è stato realmente ripercorso da un treno commemorativo partito da Aquileia e diretto a Roma, lungo la stessa linea ferroviaria del 1921.

    Il convoglio ha attraversato nuovamente l’Italia seguendo la storica direttrice Aquileia – Venezia – Bologna – Firenze – Roma, fermandosi nelle principali stazioni e transitando anche nei centri minori che già un secolo prima avevano assistito al passaggio della salma.

    Anche lungo la tratta sabina — quella che comprende Orte, Collevecchio, Stimigliano e le altre stazioni della valle del Tevere — il viaggio ha riattivato la memoria storica del territorio, riportando l’attenzione su un evento che, pur senza grandi cerimonie ufficiali nel 1921, fu vissuto intensamente dalla popolazione locale.

    Come cento anni fa, il viaggio del Milite Ignoto non è stato solo un percorso ferroviario, ma un momento di memoria condivisa, capace di collegare tra loro comunità grandi e piccole nel segno della storia e della pace.

    Un storia dal valore che va tramandato

    Il passaggio del Milite Ignoto a Stimigliano non fu una sosta ufficiale, ma fu comunque un momento vissuto e sentito dalla comunità locale.

    In quella sera del 1° novembre 1921, tra luci di falò e silenzi rispettosi, anche la Sabina rese omaggio a un soldato senza nome che rappresentava tutti.

    Il Milite Ignoto non appartiene a un luogo soltanto, ma a tutti quelli che lo hanno salutato, anche solo per un istante. Ma il senso più profondo di questa storia è mantenere e tramandare la memoria affinché sia di insegnamento per le generazioni future.

    E secondo voi, lo stiamo davvero facendo?

    Fonti

  • Memorie fotografiche – Corpus Domini

    Memorie fotografiche – Corpus Domini

    a cura di Federico Brugnoletti

    La festa del Corpus Domini celebra la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, portata in processione per le vie del paese sotto un baldacchino, segno di rispetto e solennità verso il Santissimo ma che richiama anche l’onore riservato alle figure più importanti e crea uno spazio sacro che accompagna la processione tra le case.

    Un tempo, essendo più leggero delle pesanti macchine dei santi, veniva spesso sorretto dai notabili, i cosiddetti “signorotti”, a sottolinearne anche il valore sociale.

    Le vie si preparano con addobbi e segni di devozione. Tra questi, le infiorate erano un elemento centrale: in passato, nei giorni precedenti la festa, erano soprattutto le donne a raccogliere fiori per realizzare disegni lungo il percorso. Oggi i petali sono sempre più rari e spesso sostituiti da materiali più semplici come gessetti, farina, caffè o segatura.

    A Stimigliano la processione attraversava molte più vie, mentre oggi si concentra tra via Garibaldi, via Cavour e il centro storico dentro le mura.

    Le fotografie raccontano questa continuità: tre immagini degli anni ’60 e ’70 e due scatti del 6 giugno 2010, tra memoria e presente della stessa tradizione.

  • San Bernardino e il miracolo di Stimigliano

    Da oltre sei secoli, il nome di San Bernardino da Siena è profondamente legato alla storia e alla devozione di Stimigliano. Tra predicazione, memoria popolare e un miracolo tramandato nel tempo, questo racconto unisce fede, tradizione e identità del nostro territorio.

    San Bernardino, il predicatore

    Nato a Massa Marittima nel 1380 dalla nobile famiglia senese degli Albizzeschi, San Bernardino rimase orfano di entrambi i genitori all’età di sei anni. Cresciuto dai parenti a Siena, compì in città gli studi di retorica e giurisprudenza. A ventidue anni entrò nell’Ordine dei Frati Minori Francescani e nel 1405 ottenne l’abilitazione alla predicazione, che continuò senza interruzioni fino alla morte.

    San Bernardino si distinse per l’intensa opera di divulgazione del culto di Gesù Cristo e per aver promosso importanti riforme all’interno dell’Ordine francescano. La tradizione lo ricorda come un predicatore straordinario, capace di parlare per ore senza mai stancare la folla, che accorreva numerosa per ascoltarlo. Ebbe una particolare venerazione per l’Eucaristia.

    Il passaggio a Stimigliano

    Attraversando numerose località dell’Italia centrale, San Bernardino predicò instancabilmente la dottrina cristiana contenuta nei Vangeli. Si presume, con quasi assoluta certezza, che egli sia passato più volte per Stimigliano, fermandosi a predicare: lo dimostra il culto ancora oggi particolarmente vivo, anche a oltre 600 anni dalla sua scomparsa.

    È certo che attraversò Stimigliano lungo il cammino verso Terni e Montefalco, città che per sua volontà ospita un convento a lui dedicato.

    Secondo le testimonianze, durante uno degli ultimi passaggi da questi luoghi San Bernardino aveva ormai sessantatré anni. Il tempo aveva segnato profondamente il suo corpo: non era più la figura agile e vigorosa che aveva incantato le folle anche per l’aspetto fisico. Camminava piegato in avanti, appoggiando gli avambracci ai fianchi, con il volto magro e il mento aguzzo.

    Un giorno, durante una predica, si descrisse senza nominarsi, raccontando con lucidità i segni della vecchiaia:

    “passa e’quarante e’gogno a sessant’anni, e egli comincia a diventare piccolino e ripiegato; egli comincia ad avere gli occhi piccicosi, cogli occhi scervellati; egli va chinato col capo verso terra; egli diventa sordo non vede bene lume, e li diventa sdentato.”

    Gli amici, vedendo che non era più in grado di cavalcare il mulo, gli prepararono una rudimentale barella. Bernardino comprese che la fine era vicina, ma era certo che non sarebbe sopraggiunta prima di giungere a L’Aquila, città che lo attendeva da anni. Improvvisamente, trovando nuove forze, riprese a camminare per raggiungerla.

    (estratto dalla raccolta di poesie PREMIO SAN BERNARDINO – XVIII EDIZIONE, a cura dell’Associazione Culturale Casa Sabina della Poesia)


    Un segno tangibile: il miracolo di San Bernardino a Stimigliano

    San Bernardino ha voluto lasciare a Stimigliano un segno concreto della sua benevolenza e protezione. Un episodio tramandato nella memoria popolare racconta una grazia avvenuta il 20 maggio, ai primi del Novecento, durante la processione in onore del Santo.

    San Bernardino di Mario Bagordo

    La prof.ssa Rita Cantarini, pronipote di un testimone diretto, ha riportato personalmente il racconto del miracolo.

    La testimonianza di Rita Cantarini

    “Domenico Cantarini, mio bisnonno, in età avanzata, per camminare si serviva delle grucce. Come in ogni ricorrenza, anche quel giorno seguiva a fatica la statua del Santo in processione; ma giunto in piazza, vicino ai giardinetti, di colpo iniziò a camminare e, prese le grucce, le infilò in un ramo sporgente di un albero.

    La processione si fermò e tutti gridarono al miracolo. Domenico, piangendo e ringraziando, s’inginocchiò davanti a San Bernardino. La popolazione riprese festante la processione, tra ferventi preghiere e canti.

    Da quel giorno Domenico tornò a camminare normalmente per molti anni, fino alla sua morte terrena. Le sue grucce furono esposte nella cappella di San Bernardino della nostra chiesa, accanto alla statua del Santo.”

    (estratto dalla raccolta di poesie PREMIO SAN BERNARDINO – XVIII EDIZIONE, a cura dell’Associazione Culturale Casa Sabina della Poesia)


    Miracolo di San Bernardino a Stimigliano

    di Mario Grizi

    In un giorno lontano,
    di un maggio tutto festante…
    successe un fatto strano
    in mezzo a persone tante.

    Domenico Cantarini
    andava in processione…
    camminava con le grucce
    e faceva compassione

    La processione andò,
    giù verso il comune…
    poi risalì fino in piazza,
    passando in mezzo a qualche lume.

    Mentre la processione passò,
    davanti al giardinetto…
    Domenico, di colpo, iniziò,
    a camminare poveretto.

    Poi prendendo le grucce
    le infilò in un ramo rotto…
    che dà un albero sporgeva,
    e iniziò un pianto dirotto.

    La macchina di S. Bernardino,
    di colpo si fermò…
    e lui, ringraziando il Santo,
    davanti a Lui si inginocchiò.

    Guardava il povero Domenico,
    la gente tutta stupita…
    il miracolo l’aveva guarito,
    lui che zoppicava da una vita.

    Per molti, molti anni,
    le grucce fecero bella mostra…
    nella Cappella del Santo,
    vicino alla statua, messe lì apposta.

    Il giorno dopo a Stimigliano,
    non si parlava d’altro…
    e si pregò S. Bernardino,
    intervallato dal suo canto.

    Questo miracolo successo qui,
    s’era certo scordato…
    e ringrazio tanto Rituccia,
    che me l’ha raccontato.

  • San Bernardino a Stimigliano: fede e giovani nel 1980

    San Bernardino a Stimigliano: fede e giovani nel 1980

    Luci, canti ma anche silenzio raccolto: così Stimigliano ha accolto San Bernardino nel settembre del 1980. Il racconto tratto dal periodico “La Vetta” di una esperienza di fede e partecipazione che il paese non ha dimenticato.

    La “Peregrinatio” del corpo di San Bernardino da Siena

    Nel 1980, tra il 31 agosto e il 4 ottobre, in occasione del VI centenario della nascita di san Bernardino da Siena (1380–1980), è stato organizzato un grande pellegrinaggio con il corpo incorrotto del Santo, custodito a L’Aquila, che ha attraversato numerose regioni italiane (Toscana – Umbria – Lazio – Lucania – Abruzzo)

    La mappa degli spostamenti

    Il pellegrinaggio, di carattere religioso–apostolico. è stato curato dall’Ordine dei Frati Minori, custodi della Basilica di San Bernardino a L’Aquila.

    Dettaglio dell’itinerario (parte 1)
    Dettaglio dell’itinerario (parte 2)

    26 settembre, Stimigliano accoglie il Santo

    È stata una vera esplosione di fede popolare.
    Stimigliano, paese di circa 1.700 abitanti, ha vissuto una serata che è rimasta impressa nella memoria di tutti.

    Queste le parole di Padre Antonio D’Antonio nel suo racconto del viaggio delle spoglie di San Bernardino da Siena.

    È la sera del 26 settembre del 1980 e l’accoglienza degli Stimiglianesi è mozzafiato.

    Un paese interamente illuminato e pavesato in modo straordinario. Migliaia di bandierine colorate, frutto di mesi di lavoro di donne, giovani, ragazze e bambini, attraversano le strade appese ai balconi formando una vera e propria galleria.

    Uno spettacolo meraviglioso.

    Drappi rossi con la croce o con il monogramma bernardiniano alle finestre, file di lampadine accese, vasi di fiori di ogni tipo lungo la strada, festoni e bengala che, a tratti, illuminano a giorno la bella e spaziosa via d’accesso al paese.

    Anche piazza Vittorio Emanuele è un tripudio di colori. Il lampione centrale è il fulcro dal quale si dipanano sette file di bandierine pluricolori, scendendo fino a legarsi agli alberi della piazza.

    Un richiamo evidente ai sette Sacramenti e ai doni dello Spirito Santo.

    Ad accogliere l’Urna con le Spoglie mortali di San Bernardino ci sono le autorità religiose, quelle civili e la Confraternita di San Bernardino. Con loro anche la banda che intona una marcetta melodica, sommessa, perfettamente in sintonia con i sentimenti di profonda commozione del popolo: un silenzio intenso, partecipe, quasi stupefatto.

    Fin dai primi momenti è apparso chiaro che il vero fulcro dell’organizzazione sono stati i giovani, animati da un entusiasmo raro e da una fede quasi “fanatica”. Ovunque si vedevano giovani, solo giovani: erano loro a dirigere e coordinare ogni fase della degna accoglienza riservata a San Bernardino.
    Che bellezza! Che serata dolce, incantevole, indimenticabile.

    Proprio nella piazza si è radunata una folla di circa 5000 persone. Insieme agli stimiglianesi ci sono moltissimi fedeli provenienti dai paesi vicini giunti anche loro per onorare San Bernardino.

    L’Urna è alla base del sagrato mentre i gradini superiori vedono allestito un altare. Ben diciannove sacerdoti si riuniscono attorno al vescovo di Sabina e Poggio Mirteto, monsignor Marco Caliaro, scalabriniano, per concelebrare la messa. Non prima però di aver ascoltato le parole del parroco don Attilio Attili, di padre Tommaso Maggi e del sindaco dott. Costante Menichelli.

    Il sagrato con il Santo e l’altare

    Terminata la Santa Messa, ha inizio la processione per le vie del paese, i fedeli seguono con fede il Santo, portato in spalla dai membri della confraternita fino a tornare di nuovo in chiesa. È già tempo del Santo Rito di mezzanotte celebrato da Don Attilio.

    Il Santo portato a spalla dalla confraternita

    Anche in questa occasione i protagonisti sono stati i giovani

    nota ancora don Antonio D’Antonio

    hanno cantato, proclamato le letture e si sono accostati numerosi ai Sacramenti. Durante la preghiera dei fedeli, un giovane ha preso la parola ed ha invitato l’assemblea a invocare San Bernardino affinché concedesse forza e rassegnazione a una famiglia aquilana colpita da una tragedia immane: il padre ucciso dal figlio, ora in carcere.
    Lo stesso giovane ha invitato i suoi coetanei a stringersi per mano attorno all’Urna e a recitare insieme il Padre Nostro per quella famiglia provata.

    Un momento di commozione profonda e sincera.

    La Messa di mezzanotte si è conclusa molto tardi, ma nonostante l’ora, un centinaio di giovani — ragazzi e ragazze — insieme ad altri fedeli, sono rimasti in chiesa per la veglia notturna, fino al mattino, leggendo, pregando e cantando.

    La festa dei fedeli continua

    Durante la mattinata del 27 settembre sono state celebrate da Padre Giustino D’Orsogna e Padre Antonio D’Antonio altre Sante Messe che hanno dato loro modo di parlare di San Bernardino e delle sue opere.

    Fedeli in processione

    È invece il vescovo monsignor Caliaro a concelebrare con altri quattro sacerdoti, tra cui padre Maggi, prima di scoprire la lapide commemorativa nella cappella di San Bernardino, lapide che riporta la seguente iscrizione:

    A ricordo
    della benefica permanenza
    in questa chiesa
    26–27 settembre 1980
    delle Spoglie mortali
    di SAN BERNARDINO DA SIENA
    durante la “Peregrinatio”
    nel VI Centenario
    di sua nascita

    Il popolo di Stimigliano
    Q.M.P.

    Alle ore 12.00 una breve processione si conclude con uno spettacolo pirtoecnico arricchito da una “pioggia” di volantini variopinti con la scritta “W S. Bernardino”, ricaduti festosamente sulla folla.

    Rimane solo il tempo per gli ultimi lunghi applausi, le ultime lacrime di commozione perché il Santo non può fermarsi, altri fedeli lo aspettano, deve ripartire alla volta di Trevignano.

    Un ricordo che non si cancella

    La tappa di San Bernardino a Stimigliano è stata resa possibile da una partecipazione corale e sincera. L’intero paese si è prodigato per abbellire strade, piazze e case, lavorando per mesi con dedizione e spirito comunitario, affinché l’accoglienza fosse degna del Santo e del significato profondo della sua visita.

    Giovani e famiglie, tutti hanno contribuito, ciascuno a modo proprio, trasformando Stimigliano in un luogo di festa, di preghiera e di testimonianza viva di fede.

    A distanza di tanti anni, quell’impegno condiviso e quelle emozioni restano impressi nella memoria collettiva. Il passaggio di San Bernardino non è stato solo un evento religioso, ma un momento capace di unire il paese intero. Un ricordo davvero indelebile, che ancora oggi parla al cuore di chi lo ha vissuto e di chi lo ascolta raccontare.


    Preghiera di Papa Giovanni Paolo II a San Bernardino

    O Dio, che in San Bernardino
    ci hai dato un modello di predicatore della tua Parola,
    concedi che in tutte le contrade
    dove egli ritorna con la sua presenza
    rinasca la vita cristiana,
    siano placate le violenze
    e venga accolto il “Vangelo della pace”.

    Te lo chiediamo nel nome santissimo di Gesù,
    Redentore dell’uomo.
    Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

    L’Aquila – Basilica di San Bernardino, 30 agosto 1980 (La Vetta)

    Fonti

    • LA VETTA: Periodico trimestrale del T.O.F. – L’Aquila – aprile/giugno 1981 – N.2/unico
    • www.bernalda.net
  • Memorie fotografiche – Il Vescovo e la grande partecipazione del paese

    Memorie fotografiche – Il Vescovo e la grande partecipazione del paese

    a cura di Federico Brugnoletti

    Il vescovo circondato da tante persone, bambini e bambine in abito da comunione.

    La foto testimonia un evento religioso con grande partecipazione del paese, segno di una celebrazione molto sentita dalla comunità in quegli anni.

    Data e occasione precise non sono note. Chi si riconosce o riconosce qualcuno nella foto?

    È festa in piazza alla presenza del Vescovo
  • La leggenda di Moscante: storia e mistero del brigante che veniva da Stimigliano

    La leggenda di Moscante: storia e mistero del brigante che veniva da Stimigliano

    Tra verità documentate e racconti popolari, la figura di Francesco Ceccani, detto “Moscante”, entra di diritto nella storia di Stimigliano.

    Quando storia e leggenda si incontrano

    Leggenda e storia si mescolano quando il tempo inizia a farsi sentire, soprattutto quando non vi sono molti (e attendibili) documenti su cui fare riferimento. In questi casi, ci si affida spesso alla tradizione popolare, che a suo modo conserva frammenti di verità.

    Le informazioni sulla vicenda di Francesco Ceccani, detto Moscante, si basano principalmente su testimonianze epigrafiche e documentali conservate a Collevecchio.

    La prova più significativa è rappresentata da una lapide commemorativa del 1753, un manufatto in marmo rettangolare con iscrizione in bassorilievo.

    Il contesto storico: Collevecchio, centro di potere

    Nel 1605, Papa Paolo V consolidò a Collevecchio, in provincia di Rieti, il Governatorato apostolico della Sabina, istituendo anche le carceri e il tribunale dell’Inquisizione.

    Si trattava di un periodo segnato da repressioni feroci e violente in un territorio dove si nascondevano numerosi banditi tra boschi e campagne. Il potere concesso a nobili e baroni permetteva loro di gestire autonomamente processi e condanne, soprattutto nei confronti di chi minacciava la loro autorità o interferiva con le loro relazioni.

    Fino al 1816, Collevecchio mantenne un ruolo dominante nell’area, arrivando a essere considerato una vera e propria capitale giudiziaria della Sabina.

    Nel Palazzo Apostolico trovavano sede il tribunale criminale, le carceri dove venivano rinchiusi i condannati in attesa di giudizio o di esecuzione e l’archivio delle sentenze, oggi in parte consultabile presso l’Archivio di Stato di Rieti.

    Dopo l’invasione napoleonica e la successiva riorganizzazione del potere clericale, si decise di mantenere a Collevecchio una delegazione, mentre il centro amministrativo venne trasferito a Poggio Mirteto, da cui ancora oggi si celebra il noto e raro “Carnevale Liberato”.

    Moscante, il brigante di Stimigliano

    Francesco Ceccani, conosciuto con il soprannome di Moscante e originario di Stimigliano (probabilmente però nato a Montebuono), è una figura legata a un noto episodio di cronaca nera avvenuto nel 1753 a Collevecchio, nel cuore della Sabina.

    Ceccani fu condannato per l’omicidio del vicepodestà e per aver ferito il balivo, ovvero il capo dei birri della terra di Collevecchio. Non si conoscono le esatte motivazioni come non si ricorda la dinamica ma l’episodio venne considerato un atto di ribellione violenta contro le autorità pontificie locali, definito nei documenti con l’espressione “in odio di giustizia”.

    Tra leggenda e realtà: la fuga dalle carceri

    Moscante fu una delle tante persone rinchiuse nelle carceri di Collevecchio, ma la tradizione popolare racconta una vicenda che va oltre la semplice cronaca. Secondo la leggenda, egli riuscì ad evadere grazie a un aiuto esterno, in particolare quello delle donne.

    Si narra infatti che le fornaie del paese, incaricate di portare il pane ai detenuti, inserissero di nascosto delle lime all’interno dell’impasto fatto di uova, acqua e farina. Questo ingegnoso stratagemma sarebbe stato utilizzato anche dallo stesso Moscante, che sarebbe riuscito a fuggire proprio grazie a una lima trovata in una pagnotta.

    La tradizione attribuisce infatti a Moscante la composizione di una ballata popolare di cui si è persa la melodia, ma che continua a vivere attraverso il testo tramandato:

    Povero me che so’ de Montebòno…..
    So’ stato carcerato a Collevecchiu….
    Sò ‘e carceri più brutte de ‘a Sabina….
    Che manco er diavolo avesse pensato…..
    Derentro a ‘na pagnotta ce trovai ‘na lima…..
    Povera lima mia, quanto hai limato!
    Lima che te rilima der duro ferro ne feci farina!

    Sempre secondo la leggenda, dopo l’evasione, Moscante fu inseguito dalle guardie supportate dai cani. Per sottrarsi alla cattura, mise in atto un’altra astuzia, gettandosi in un porcile per confondere l’olfatto degli animali. L’inseguimento terminò quando il brigante riuscì a far perdere le proprie tracce nel bosco, che divenne il suo ultimo alleato e rifugio.

    La verità incisa nella pietra

    Accanto al racconto popolare, resta però una testimonianza concreta e ufficiale della vicenda, rappresentata dalla lapide commemorativa del 1753. Questo manufatto, censito nel portale del Ministero della Cultura e donato al Comune di Collevecchio dai fratelli Gaetano e Armando Pistolini, riporta l’iscrizione incisa su sei righe:

    FRANCESCO CECCANI DETTO MOSCANTE
    DA STIMIGLIANO
    PERE
    OMICIDIO IN PERSONAM DEL VICEPODESTÀ
    E FERITA AL BALIVO DI DA TERRA,
    IN ODIO DI GIUSTIZIA ANNO 1753

    La lapide commemorativa esposta a Collevecchio

    L’esecuzione avvenne proprio durante il periodo in cui Collevecchio era sede del governatorato apostolico della Sabina, confermando il ruolo del paese come importante centro giudiziario dotato di tribunale e carceri.

    Il significato della lapide

    La lapide era originariamente collocata in via Menichini con una funzione ben precisa: quella di fungere da monito pubblico. Nelle Terre del Papa, infatti, era pratica comune perpetuare la memoria dei crimini incidendoli nella pietra, esponendo così i colpevoli alla pubblica infamia.

    Nel caso del Moscante, il marmo fissava non solo il delitto, ossia l’omicidio del vicepodestà, ma anche il movente, indicato chiaramente con l’espressione “in odio di giustizia”.

    Le conseguenze: il prezzo del delitto

    Le conseguenze dell’azione del Moscante non furono soltanto personali, ma coinvolsero anche il territorio. Il prezzo del debito lasciato dal brigante si tradusse nella cessione di un’area boschiva conosciuta come “macchia di Poggetto”, situata tra Stimigliano e Poggio Sommavilla (detto appunto Poggetto), frazione del comune di Collevecchio.


    Conclusione: una storia sospesa tra mito e realtà

    La figura di Moscante resta ancora oggi sospesa tra storia documentata e racconto popolare. Da una parte vi è la durezza della condanna testimoniata dalla lapide, dall’altra sopravvive l’immagine di un uomo astuto e ribelle, capace di sfuggire alle carceri e di trovare rifugio nei boschi.

    Proprio in questo intreccio tra verità e leggenda si cela il fascino di una vicenda che continua ad appartenere profondamente alla memoria e all’identità del nostro Paese.

    Fonti