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  • 25 aprile: la Liberazione, la memoria, la responsabilità

    25 aprile: la Liberazione, la memoria, la responsabilità

    La Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista rappresenta la fine di una delle stagioni più buie della nostra storia. È il giorno in cui la scelta della Resistenza restituì al Paese la libertà e pose le basi della democrazia.
    In questo articolo, quel passaggio storico viene raccontato attraverso una testimonianza concreta e drammatica della Resistenza in Sabina, i partigiani stimiglianesi, le brigate e la battaglia partigiana del Monte Tancia, combattuta nell’aprile del 1944.

    Memoria e Liberazione

    Il 25 aprile è una data centrale della storia repubblicana italiana. Celebra la Liberazione dal nazifascismo, il ritorno alla libertà dopo anni di guerra, occupazione e dittatura. È il giorno in cui si ricorda il sacrificio di migliaia di donne e uomini che, scegliendo la Resistenza, contribuirono in modo decisivo alla sconfitta dell’oppressione e alla nascita di un’Italia democratica.

    Ricordare il 25 aprile non significa solo commemorare il passato, ma riaffermare valori che restano essenziali: libertà, giustizia, dignità umana.

    La Resistenza in Sabina e a Stimigliano

    Nel quadro più ampio della Resistenza italiana, la Sabina fu uno dei territori in cui la lotta partigiana assunse un rilievo particolare, per la sua posizione strategica tra Roma, l’Umbria e l’Abruzzo.
    In questo contesto si inserisce anche la storia di Stimigliano, che fu punto di riferimento logistico e organizzativo per le formazioni partigiane attive nella Bassa Sabina.

    È qui che si intrecciano vicende di combattimento, sacrificio e solidarietà civile, culminate in uno degli episodi più drammatici della Resistenza laziale: la battaglia del Monte Tancia.


    Il contesto

    Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la Bassa Sabina divenne un’area strategica della lotta resistenziale.
    Nel gennaio 1944 le formazioni partigiane operanti a nord di Roma erano riunite in tre grandi raggruppamenti: Monte Soratte, Gran Sasso e Monte Amiata.

    Questi gruppi operavano nel Lazio settentrionale, in parte dell’Abruzzo, dell’Umbria meridionale e fino alla zona maremmana, in attesa dell’attacco finale il cui ordine avrebbe dovuto giungere via radio con la celebre frase “biondo Tevere”.

    Nel frattempo, i partigiani misero sotto controllo le vie di comunicazione e attuarono attacchi contro i presidi tedeschi e repubblichini. Prima di confluire nella brigata D’Ercole‑Stalin, due erano i principali raggruppamenti della zona: la Brigata Stalin, di prevalente ispirazione comunista, e la formazione di impronta militare denominata banda d’Ercole, guidata da Fernando Ciani.

    Le formazioni erano dislocate nella Bassa Sabina, tra Stimigliano, Cantalupo, Casperia, Monte Pizzuto, Monte Cosce, Monte San Pancrazio, Calvi dell’Umbria, Magliano Sabino e lungo la riva del Tevere. In un primo periodo la banda d’Ercole, inquadrata nel raggruppamento Monte Soratte, era articolata in tre distaccamenti con un comando collegiale.

    Punto di riferimento per i responsabili della zona era proprio Stimigliano, dove il comando della piazza era affidato al tenente Carlo Turrio Baldassarri, in collegamento diretto con il Centro militare di Roma.

    Questa organizzazione rimase attiva fino ai primi giorni di marzo 1944, quando venne costituito un Comando unico sul Monte Cosce, coordinato dal maggiore Aimone Manni.


    Dopo Anzio: verso lo scontro del Tancia

    Dopo lo sbarco alleato di Anzio, il nuovo Comando partigiano decise di intensificare le azioni. I capi delle formazioni locali – tra cui Turrio, Bonifazi, D’Ubaldo, Parrabbi, Cosaro, Ciani, Anasetti, Brugnoletti e un rappresentante della brigata Stalin – decisero di mobilitare tutte le forze disponibili per colpire le colonne tedesche impegnate a difendere la linea Gustav.

    Per tutto il mese di febbraio 1944 si susseguirono azioni di sabotaggio, appostamenti e scontri a fuoco. Nei primi giorni di marzo l’attività partigiana sfociò in duri combattimenti. Il 9 marzo, nei pressi di Poggio Bustone, il battaglione Morbidoni delle Brigate Garibaldi attaccò una colonna nazifascista guidata dal questore di Rieti: dopo cinque ore di combattimenti, la colonna fu sbaragliata, lasciando sul campo 31 morti.

    Scontri ancora più violenti si registrarono nella zona di Narni, dove si contarono circa 300 morti tra le file tedesche, a fronte di 50 partigiani caduti tra combattimenti e fucilazioni. L’intensa attività delle bande D’Ercole, Strale e della brigata Stalin sui monti Tancia, Cosce e San Pancrazio spinse il comando tedesco ad avviare un enorme rastrellamento nei primi giorni di aprile, impiegando reparti delle SS. Questo portò allo scontro decisivo sul Monte Tancia, dove furono scritte pagine di autentico eroismo.


    Lo svolgimento della battaglia

    Nella notte tra il 6 e il 7 aprile 1944, il venerdì Santo, reparti delle divisioni tedesche Hermann Göring e Sardinia, con l’appoggio di milizie fasciste repubblichine, circondarono il massiccio del Tancia per sorprendere i partigiani.

    L’attacco scattò all’alba. Nonostante la schiacciante inferiorità numerica e di armamenti, i partigiani resistettero per ore dalle postazioni in quota. I combattimenti più duri si svolsero nelle zone di Crocetta, Poggio Catino e sul Monte Arcucciola, dove un piccolo gruppo coprì la ritirata dei compagni.

    A fine giornata, quasi accerchiati e con le munizioni esaurite, molti partigiani riuscirono a rompere l’accerchiamento e a salvarsi. I soldati tedeschi caduti furono circa 400; 12 partigiani morirono combattendo e 8 furono catturati e fucilati.

    Per questo motivo la battaglia del Monte Tancia è ricordata come un atto di resistenza armata di altissimo valore simbolico, per la capacità di opporsi a forze immensamente superiori alle porte di Roma. Al tempo stesso rappresenta uno degli esempi più drammatici del legame tra lotta partigiana e repressione nazifascista contro la popolazione civile.


    La repressione e l’eccidio

    Dai Monti Sabini a tutta la provincia di Rieti, dal Leonessano all’Umbria meridionale, la repressione tedesca fu spietata. I partigiani, duramente provati, si divisero in piccoli nuclei mobili, capaci di colpire e disperdersi rapidamente.

    Alla battaglia del Tancia seguì una vasta azione di rappresaglia. Decine di civili furono fucilati a Poggio Mirteto, Castel San Pietro, Rivodutri, Rieti, Configni, Cantalice, Poggio Bustone, Vacone, Calvi dell’Umbria, Monteleone e in altre località. Particolarmente tragico fu l’eccidio di Leonessa, dove tra il 2 e l’8 aprile furono uccise 51 persone, tra cui il giovane sacerdote don Crescenzio Chiaretti.

    Nella stessa giornata del 7 aprile, la rappresaglia colpì anche le frazioni di Sant’Angelo del Tancia e Gallo, nel comune di Monte San Giovanni in Sabina: civili, donne e bambini furono uccisi, le case incendiate, dando luogo al terribile eccidio del Monte Tancia, direttamente collegato alla battaglia.


    Significato storico e memoria della Liberazione

    La Liberazione fu il trionfo degli Alleati, ma a renderlo possibile contribuirono in modo decisivo migliaia di partigiani e decine di migliaia di donne e uomini che li sostennero, li nascosero e li protessero, spesso pagando con la vita.

    Anche Stimigliano partecipò a quella scelta collettiva, offrendo uomini, appoggio e organizzazione alla Resistenza e affermando in modo chiaro e definitivo una volontà antifascista.

    Ricordare queste storie nel giorno del 25 aprile significa assumersi una responsabilità: difendere la pace, la libertà e la memoria, affinché la tragedia della guerra, dell’odio e della violenza non si ripeta mai più.


    Partigiani stimiglianesi equiparati a combattenti

    Di seguito la lista dei partigiani stimiglianesi individuati dalle commissioni per il riconoscimento degli uomini e delle donne della Resistenza:

    • Ambrogi, Bernardino Pedro (Stimigliano, Rieti, 1905 set. 23)
    • Anasetti, Mario (Stimigliano, Rieti, 1913 mar. 3)
    • Brugnoletti, Edoardo (Stimigliano, Rieti, 1916 feb. 22)
    • Brugnoletti, Oreste (Stimigliano, Rieti, 1921 nov. 15)
    • Brugnoletti, Orlando (Stimigliano, Rieti, 1891 feb. 17)
    • Fabi, Francesco (Stimigliano, Rieti, 1920 feb. 20)
    • Franceschini, Remo (Stimigliano, Rieti, 1916 ott. 21)
    • Gattella, Vittorio (Stimigliano, Rieti, 1916 feb. 17)
    • Grillia, Gino (Stimigliano, Rieti, 1898 set. 22)
    • Pileri, Valerio (Stimigliano, Rieti, 1916 gen. 5)
    • Polelli, Sabatino (Stimigliano, Rieti, 1901 feb. 25)
    • Renzetti, Augusto (Stimigliano, Rieti, 1919 ago. 21)
    • Sciommari, Eugenio (Stimigliano, Rieti, 1913 mar. 5)
    • Sorana, Lorenzo (Stimigliano, Rieti, 1910 ago. 18)
    • Sorana, Valentino (Stimigliano, Rieti, 1893 mag. 3)
    • Turrio Baldassarri, Carlo (Stimigliano, Rieti, 1912 dic. 22)

    Partigiani (cronaca della memoria) – Roberto Ditta

    OSTEREI. Monte Tancia 1944 – Teatro delle Condizioni Avverse

    Fonti

  • Vicolo degli Archi

    Vicolo degli Archi

    Perché la guerra è capace di uccidere anche dopo la sua conclusione

    Alla memoria di:
    Antonio Toni
    Giuseppe Renzetti
    Luciano Costanzi
    Renzo Renzi

    Generale, la guerra è finita, il nemico è scappato, è vinto, è battuto, dietro la collina non c’è più nessuno, solo aghi di pino e silenzio e funghi.”

    Così cantava Francesco De Gregori, evocando l’illusione di un conflitto che, una volta deposte le armi, svanisce nel nulla.

    Eppure, la guerra possiede una macabra capacità di uccidere anche dopo l’ultimo colpo di cannone. Per la comunità di Stimigliano, questa lezione ebbe il volto amaro della tragedia, e Vicolo degli Archi ne divenne l’inconsapevole scenario.

    Un dopoguerra di stenti e ingegno

    Siamo nel 1945. La Seconda Guerra Mondiale è ufficialmente conclusa, ma il ritorno alla normalità è un percorso in salita. È il tempo della ricostruzione lenta, della fame che morde e della legalità che fatica a ristabilirsi tra le macerie.

    In questo scenario, sopravvivere è un’arte quotidiana che aguzza l’ingegno, portando spesso a soluzioni pericolose.

    Foto di Federico Brugnoletti

    Una pratica diffusa all’epoca era la pesca con la polvere da sparo: piccole “saponette” esplosive venivano lanciate nel fiume per far affiorare i pesci, raccolti poi velocemente con ceste di vimini. Procurarsi la materia prima era difficile, ma non a Stimigliano: il paese era disseminato di residuati bellici inesplosi, eredità dei pesanti bombardamenti subiti dalla linea ferroviaria.

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