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  • Roberto Tiburzi, pittore dell’Arte Sacra

    Roberto Tiburzi, pittore dell’Arte Sacra

    La storia di Roberto Tiburzi è un viaggio autentico tra vita e arte, nato in un’epoca complessa e cresciuto attraverso esperienze di lavoro, sacrificio e passione. Questo racconto ripercorre il cammino di un artista che, riscoprendo la propria vocazione, ha dato forma a un’espressione profonda e radicata nel territorio e nella fede.

    Una vocazione artistica nata tra storia e passione

    Roberto Tiburzi nasce a Gallese (VT) il 22 settembre 1938, in un periodo storico carico di avvenimenti drammatici e simbolici: sono i giorni in cui Radio Londra inizia le sue trasmissioni, Benito Mussolini proclama a Trieste le Leggi Razziali, mentre dall’altra parte dell’oceano un artista visionario come Orson Welles sconvolge l’opinione pubblica americana con una celebre trasmissione radiofonica.

    È in questo contesto che prende avvio la storia umana e artistica di Tiburzi, un percorso fatto di lavoro, sacrificio e riscoperta della propria vocazione.

    Dai primi disegni alla vita in officina

    Le sue prime esperienze artistiche risalgono al periodo scolastico, durante gli anni della Scuola di Avviamento Professionale di Ronciglione, e sono legate al disegno a china. Tuttavia, l’Italia del dopoguerra non offre molte possibilità: allo studio subentra presto il lavoro in officina.

    Nel gennaio del 1962 Tiburzi lascia l’Italia per un’importante esperienza all’estero. In Svizzera lavora prima a Pratteln (Basilea) come rettificatore, poi a La Chaux-de-Fonds come operaio specializzato. Un periodo che, seppur lontano dall’arte, gli permetterà di sviluppare quella precisione tecnica che in seguito diventerà una delle sue cifre stilistiche.

    L’intervista a Roberto Tiburzi

    Il ritorno all’arte e la scoperta della pittura a olio

    Rientrato in Italia, si stabilisce a Stimigliano, ma la passione artistica sembra rimanere sopita fino a quando una malattia lo costringe a frequentare la cittadina di Fiuggi, ricca di arte e soprattutto di opere pittoriche.

    È qui che l’amore per la pittura si riaccende. Quasi quarantenne, Tiburzi riprende pennelli e colori e comincia una carriera da autodidatta, dedicandosi principalmente alla pittura a olio. Da questo momento l’arte non lo abbandonerà più.

    Dal realismo all’Arte Sacra

    Negli anni Roberto Tiburzi si dedica con costanza al realismo, spaziando dai paesaggi alla natura morta, fino al ritratto, ma è nell’Arte Sacra che trova la sua massima espressione.

    Realizza manifesti per il Congresso Eucaristico, illustrazioni per libretti di preghiere e si occupa anche del restauro di cappelle sul territorio, mettendo la sua arte al servizio della comunità e della fede.

    Come scrive il critico Giorgio Mancini:

    “Ormai sicuro nella propria tecnica e felice nel momento creativo, Roberto Tiburzi certamente merita di essere seguito e portato a conoscenza del collezionismo più attento, tanto più che le sue ricerche artistiche, attualmente, si sono spinte al di là dell’olio su tela per entrare nel fascinoso mondo della grafica.”

    Stimigliano nelle sue tele

    Profondamente legato alla terra che lo ha accolto, Tiburzi immortala sulle sue tele gli scorci più suggestivi di Stimigliano:
    il Castello Orsini, Piazza Vittorio Emanuele II, il borgo antico, i suoi vicoli e Corso Umberto I, la via maestra del paese.

    Ma è soprattutto nell’Arte Sacra che l’artista dimostra la sua devozione alla comunità locale. Contribuisce infatti al rifacimento della facciata della Chiesa dei Santi Cosma e Damiano, dipingendo l’arcata in mattonelle sopra l’antico portone.

    Realizza inoltre la maestosa Pala d’Altare della Chiesa di San Valentino, raffigurando il Santo in una ieratica glorificazione paradisiaca, a protezione del paese.

    Un artista che ha lasciato il segno

    Roberto Tiburzi ha continuato a coltivare la sua arte con passione e dedizione per oltre quarant’anni, mantenendo nel tempo uno studio-laboratorio privato nella propria abitazione.

    Scomparso il 10 ottobre 2025, lascia un’eredità artistica profonda, fatta di opere che continuano a testimoniare il suo legame con il territorio, la fede e la bellezza.


    Le opere e i riconoscimenti più importanti

    Tra le opere più significative dell’artista ricordiamo:

    • Partecipazione a numerose esposizioni personali e collettive
    • Sant’Antonio Abate, realizzato su commissione dell’omonima confraternita ed esposto nella Chiesa dei SS. Cosma e Damiano (Stimigliano)
    • Pala d’Altare (3,5 × 2,20 m) della Chiesa di San Valentino (Stimigliano), inaugurata e benedetta da S.E. Mons. Marco Caliaro, grande estimatore dell’artista
    • Riproduzione della “Madonna della Lode” del Santuario di Vescovio (Torri), dono per il 25° anniversario di episcopato di Mons. Marco Caliaro, esposta a Poggio Mirteto e oggetto di pellegrinaggio
    • Gesù Sindonico realizzato per S.E. Mons. Marco Caliaro
    • Tavola dell’apparizione dei SS. Pietro e Paolo a San Famiano, posta nella Basilica omonima e inaugurata nel 1990 dal Vescovo Divo Zadi per il novecentenario del Santo
    • Lampada votiva progettata per la Basilica di San Famiano, donata da S.E. Luigi Harduin, Duca di Gallese
    • Restauro della Madonna in Vicolo Margherita nel centro storico di Stimigliano, con attestato di riconoscimento artistico del Comune (2005)
    • Ritratto di San Giovanni Paolo II, esposto nella Chiesa Abbaziale di Farfa (2016)
    • Esposizione personale al Museo e Centro Culturale “Matteo Scacchi” di Gallese (2018)
  • I colori di un apprendista pittore di Stimigliano: Enrico Marinelli e la sua arte

    I colori di un apprendista pittore di Stimigliano: Enrico Marinelli e la sua arte

    Apprendista pittore. Così ama definirsi Enrico Marinelli. Sono parole che raccontano tutta la sua umiltà, quella di artista capace di trasformare emozioni in colori intensi.

    La scoperta di una passione

    Enrico Marinelli nasce il 24 marzo 1955 a Stimigliano, in un’Italia nel pieno della ricostruzione e del fermento del dopoguerra. Sono anni di cambiamento anche a livello mondiale, tra tensioni internazionali e grandi trasformazioni sociali, ma anche anni di speranza e crescita.

    La passione per il disegno e la pittura accompagna Enrico fin da giovanissimo. È durante l’esame di terza media, nella prova di disegno, che emerge chiaramente il suo talento: il professore resta stupito e lo giudica con un 10 pieno. Da quel momento iniziano i primi disegni, i primi quadri, le prime vere espressioni di una sensibilità che cerca spazio.

    Intervista a Enrico Marinelli

    A volte ci si ferma. Ma solo per prendere la rincorsa per ripartire più forte

    Il trasferimento dalla casa dei genitori segna una svolta: più autonomia, più spazio, e soprattutto una produzione artistica intensa. Enrico dipinge, sperimenta, osserva il mondo e lo traduce nei suoi colori.

    Poi, come spesso accade nella vita, arriva una pausa. Il matrimonio, l’università, gli impegni quotidiani lo allontanano dalla pittura. Per un periodo, i pennelli restano fermi.

    Ma la passione non scompare mai davvero.

    L’incontro con Mario Bagordo, noto acquarellista stimiglianese (clicca qui conoscere Mario Bagordo), segna una nuova ripartenza. Bagordo resta affascinato da un suo quadro e lo sprona a tornare a dipingere. Enrico riflette, e decide che quello sarà un capitolo da riaprire al momento giusto: la pensione.

    E così è stato.

    I colori di Enrico tornano a vivere sulle tele, dando forma alle emozioni. La sua è una produzione costante, quasi quotidiana, fatta di immagini che raccontano sensazioni profonde.

    L’apprendista pittore e la sua eredità

    La pittura diventa una missione, ma anche una speranza: tramandare una passione, lasciare qualcosa ai propri nipoti.

    Non impone mai la sua arte, ma cerca di condividerla con delicatezza, coinvolgendo chi gli sta vicino.

    Nonostante gli anni di esperienza, Enrico ama definirsi ancora “apprendista pittore”. Un’espressione che racconta tutta la sua umiltà, ma anche la sua continua voglia di imparare e migliorarsi.

    Tra i suoi soggetti preferiti troviamo la natura e l’uomo, ma nelle sue opere si percepisce anche una sensibilità verso temi profondi, come la guerra e le catastrofi. E poi ci sono i cavalli: simbolo di libertà assoluta. Cavalli che corrono senza briglie, senza padroni, protagonisti di molte sue tele.

    La sua più grande speranza? Vedere un giorno qualcuno raccogliere il testimone, dare continuità a quello che per lui non è solo un passatempo, ma un modo di vivere e sentire il mondo.

    E forse è proprio questa la vera arte: lasciare qualcosa che vada oltre il tempo.

    Galleria fotografica

  • San Bernardino e il miracolo di Stimigliano

    Da oltre sei secoli, il nome di San Bernardino da Siena è profondamente legato alla storia e alla devozione di Stimigliano. Tra predicazione, memoria popolare e un miracolo tramandato nel tempo, questo racconto unisce fede, tradizione e identità del nostro territorio.

    San Bernardino, il predicatore

    Nato a Massa Marittima nel 1380 dalla nobile famiglia senese degli Albizzeschi, San Bernardino rimase orfano di entrambi i genitori all’età di sei anni. Cresciuto dai parenti a Siena, compì in città gli studi di retorica e giurisprudenza. A ventidue anni entrò nell’Ordine dei Frati Minori Francescani e nel 1405 ottenne l’abilitazione alla predicazione, che continuò senza interruzioni fino alla morte.

    San Bernardino si distinse per l’intensa opera di divulgazione del culto di Gesù Cristo e per aver promosso importanti riforme all’interno dell’Ordine francescano. La tradizione lo ricorda come un predicatore straordinario, capace di parlare per ore senza mai stancare la folla, che accorreva numerosa per ascoltarlo. Ebbe una particolare venerazione per l’Eucaristia.

    Il passaggio a Stimigliano

    Attraversando numerose località dell’Italia centrale, San Bernardino predicò instancabilmente la dottrina cristiana contenuta nei Vangeli. Si presume, con quasi assoluta certezza, che egli sia passato più volte per Stimigliano, fermandosi a predicare: lo dimostra il culto ancora oggi particolarmente vivo, anche a oltre 600 anni dalla sua scomparsa.

    È certo che attraversò Stimigliano lungo il cammino verso Terni e Montefalco, città che per sua volontà ospita un convento a lui dedicato.

    Secondo le testimonianze, durante uno degli ultimi passaggi da questi luoghi San Bernardino aveva ormai sessantatré anni. Il tempo aveva segnato profondamente il suo corpo: non era più la figura agile e vigorosa che aveva incantato le folle anche per l’aspetto fisico. Camminava piegato in avanti, appoggiando gli avambracci ai fianchi, con il volto magro e il mento aguzzo.

    Un giorno, durante una predica, si descrisse senza nominarsi, raccontando con lucidità i segni della vecchiaia:

    passa e’quarante e’gogno a sessant’anni, e egli comincia a diventare piccolino e ripiegato; egli comincia ad avere gli occhi piccicosi, cogli occhi scervellati; egli va chinato col capo verso terra; egli diventa sordo non vede bene lume, e li diventa sdentato.

    Gli amici, vedendo che non era più in grado di cavalcare il mulo, gli prepararono una rudimentale barella. Bernardino comprese che la fine era vicina, ma era certo che non sarebbe sopraggiunta prima di giungere a L’Aquila, città che lo attendeva da anni. Improvvisamente, trovando nuove forze, riprese a camminare per raggiungerla.

    (estratto dalla raccolta di poesie PREMIO SAN BERNARDINO – XVIII EDIZIONE, a cura dell’Associazione Culturale Casa Sabina della Poesia)


    Un segno tangibile: il miracolo di San Bernardino a Stimigliano

    San Bernardino ha voluto lasciare a Stimigliano un segno concreto della sua benevolenza e protezione. Un episodio tramandato nella memoria popolare racconta una grazia avvenuta il 20 maggio, ai primi del Novecento, durante la processione in onore del Santo.

    San Bernardino di Mario Bagordo

    La prof.ssa Rita Cantarini, pronipote di un testimone diretto, ha riportato personalmente il racconto del miracolo.

    La testimonianza di Rita Cantarini

    “Domenico Cantarini, mio bisnonno, in età avanzata, per camminare si serviva delle grucce. Come in ogni ricorrenza, anche quel giorno seguiva a fatica la statua del Santo in processione; ma giunto in piazza, vicino ai giardinetti, di colpo iniziò a camminare e, prese le grucce, le infilò in un ramo sporgente di un albero.

    La processione si fermò e tutti gridarono al miracolo. Domenico, piangendo e ringraziando, s’inginocchiò davanti a San Bernardino. La popolazione riprese festante la processione, tra ferventi preghiere e canti.

    Da quel giorno Domenico tornò a camminare normalmente per molti anni, fino alla sua morte terrena. Le sue grucce furono esposte nella cappella di San Bernardino della nostra chiesa, accanto alla statua del Santo.”

    (estratto dalla raccolta di poesie PREMIO SAN BERNARDINO – XVIII EDIZIONE, a cura dell’Associazione Culturale Casa Sabina della Poesia)


    Miracolo di San Bernardino a Stimigliano

    di Mario Grizi

    In un giorno lontano,
    di un maggio tutto festante…
    successe un fatto strano
    in mezzo a persone tante.

    Domenico Cantarini
    andava in processione…
    camminava con le grucce
    e faceva compassione

    La processione andò,
    giù verso il comune…
    poi risalì fino in piazza,
    passando in mezzo a qualche lume.

    Mentre la processione passò,
    davanti al giardinetto…
    Domenico, di colpo, iniziò,
    a camminare poveretto.

    Poi prendendo le grucce
    le infilò in un ramo rotto…
    che dà un albero sporgeva,
    e iniziò un pianto dirotto.

    La macchina di S. Bernardino,
    di colpo si fermò…
    e lui, ringraziando il Santo,
    davanti a Lui si inginocchiò.

    Guardava il povero Domenico,
    la gente tutta stupita…
    il miracolo l’aveva guarito,
    lui che zoppicava da una vita.

    Per molti, molti anni,
    le grucce fecero bella mostra…
    nella Cappella del Santo,
    vicino alla statua, messe lì apposta.

    Il giorno dopo a Stimigliano,
    non si parlava d’altro…
    e si pregò S. Bernardino,
    intervallato dal suo canto.

    Questo miracolo successo qui,
    s’era certo scordato…
    e ringrazio tanto Rituccia,
    che me l’ha raccontato.

  • Mario Bagordo, l’artista che ha portato Stimigliano nel mondo

    Mario Bagordo, l’artista che ha portato Stimigliano nel mondo

    Una vita tra arte, paese e ispirazione

    Corre l’anno 1940 e le parole “sangue, fatica, lacrime e sudore” consacrano il celebre discorso di insediamento di Winston Churchill come Primo Ministro britannico. Fausto Coppi, alla sua prima partecipazione e a soli vent’anni, conquista la ventottesima edizione della “corsa rosa”. Pochi giorni dopo, dal balcone di Piazza Venezia, Benito Mussolini annuncia l’ingresso dell’Italia in guerra al fianco della Germania.

    Ma il 1940 è anche l’anno in cui Stimigliano dona i natali all’artista che più di ogni altro ne avrebbe raccontato l’anima, dentro e oltre i confini nazionali. È il 13 maggio quando nasce Mario Bagordo.

    Abitazione a Stimigliano
    Abitazione studio a Stimigliano

    Il suo percorso artistico prende forma nella cantina della casa nel centro storico, luogo intimo e silenzioso dove germoglia la sua sensibilità creativa. Alcuni pennelli, un album da disegno e una scatola di acquerelli appartenuti al fratello Gaetano — custoditi in una valigia — aprono al bambino orizzonti nuovi, spalancando la porta dell’immaginazione.

    A dodici anni realizza il suo primo autoritratto: un gesto che segna l’inizio di un legame profondo con l’acquerello, tecnica che lo accompagnerà per tutta la vita e che lo consacrerà come artista di fama internazionale.

    Il Maestro dell’acquerello

    Dopo un periodo dedicato alla pittura a olio — dapprima astratta, poi figurativa — Mario torna definitivamente all’acquerello, al quale si consacra da oltre quattro decenni, contribuendo anche con importanti riflessioni teoriche.

    Di indole riservata e contemplativa, amava rifugiarsi nella poesia del paesaggio, lontano dal clamore del mondo. Con la sua inseparabile borsa colma di strumenti, trasformava l’introspezione in colore. Gli erano particolarmente cari il viale e la chiesetta di San Valentino, il Borgo Antico e, sopra ogni cosa, la maestosa veduta del Monte Soratte, fonte inesauribile di ispirazione.

    Nel 1961 si trasferisce a Roma, dove consegue il diploma al Liceo Artistico e successivamente quello all’Accademia di Belle Arti. È qui che la sua ricerca si arricchisce di nuove suggestioni, traducendosi in una pittura di rara leggerezza, intima e raffinata.

    Tempietto del Bramante
    Santa Maria di Loreto

    L’Arte che supera i confini

    Il critico Duccio Trombadori individua due temi cardine della sua opera — la donna e il paesaggio — che si intrecciano in una visione poetica, resa incantata dal sapiente uso dell’acquerello, una delle tecniche più complesse e delicate.

    “La sintesi dei valori puri della Pittura, sospesa tra allegoria e realtà quotidiana, è il cuore dello stile di Mario Bagordo, in dialogo con la grande memoria dell’Arte italiana e romana, tra astrazione e figurazione.”
    (Prof. Duccio Trombadori)

    Anche il critico Natale Antonio Rossi sottolinea l’unicità del suo ruolo nel panorama artistico italiano:

    “Mario Bagordo ha conquistato uno spazio assolutamente unico: è tra i pochi artisti che hanno fatto dell’acquerello il proprio linguaggio principale, contribuendo a salvare in Europa una tradizione secolare che rischiava di scomparire.”

    In ambito internazionale è celebre per l’opera “Santa Maria in Trastevere e fontana”, definita da autorevoli critici come l’acquerello del secolo.

    Non ha mai smesso di dimostrare il suo amore per Stimigliano, per la sua gente e per l’intera Sabina, collaborando a progetti culturali, mostre e laboratori dedicati ai giovani, con l’obiettivo di diffondere il valore dell’Arte.

    Per questo, nel 2017, i Comuni di Stimigliano e Montopoli in Sabina lo hanno insignito di un riconoscimento per i 60 anni di carriera artistica.

    Viveva a Roma, ma ha sempre conservato un legame profondo con il paese natale: la sua abitazione-studio affaccia sulla Valle del Tevere, in via Dante a Stimigliano, mentre la sua galleria personale in Corso Umberto I, riconosciuta come bene culturale pubblico, custodisce e racconta il suo percorso.

    Nel luglio del 2025 Mario ci ha lasciati, ma la sua presenza continua a vivere nelle sue opere. I colori, i paesaggi e le emozioni che ha saputo fissare sulla tela restano come traccia indelebile del suo sguardo artistico, custodendo e tramandando nel tempo il suo ricordo.

    Santa Maria in Trastevere e fontana
    Invito al consolato

    Nel vasto panorama della sua produzione si ricordano alcune tappe fondamentali:

    • Le numerose esposizioni in Italia e all’estero, tra Berlino e Parigi, al Grand Palais per il Salon d’Automne (1970–2021).
    • La partecipazione alla Quadriennale di Roma (1975).
    • La realizzazione del Monumento alla Resistenza in Piazza Vittorio Emanuele II (1996).
    • Gli affreschi della cappella Giacomo Turrio Baldassarri a Stimigliano, tra cui la potente “Crocifissione” (2000).
    • Le illustrazioni ad acquerello per il volume “La Basilica di Santa Cecilia in Trastevere” (2000).
    • Il trattato “L’acquerello di Mario Bagordo” (di prossima pubblicazione).
    • L’incarico di Curatore e Direttore Artistico della Pinacoteca Comunale di Montopoli in Sabina (2013).
    • Le prestigiose mostre personali in Italia e all’estero, tra cui quella organizzata dal Consolato Italiano di Friburgo per i 70 anni della Repubblica (2016).

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  • Cosimo Renzetti, contadino e un poco anche poeta

    Cosimo Renzetti, contadino e un poco anche poeta

    Cosimo Renzetti: poeta della terra e ultimo custode della civiltà contadina

    Stimigliano ha avuto, tra i suoi figli più autentici e silenziosi, un uomo capace di trasformare il lavoro nei campi in poesia, la fatica in cultura, la semplicità in profondità.

    Cosimo Renzetti, nato a Stimigliano il 27 settembre 1931, rappresenta una delle figure più significative della memoria locale: un contadino, un poeta, un autodidatta, un custode della civiltà contadina.

    Cosimo viene al mondo in un’epoca complessa e dura: l’Italia degli anni Trenta e Quaranta, attraversata dal fascismo, dalla Seconda Guerra Mondiale e dalle difficoltà del dopoguerra. Nei piccoli centri come Stimigliano, la vita era scandita dal lavoro nei campi, dalla fatica quotidiana e da un forte senso di comunità. È in questo clima di sacrificio, resilienza e dignità che si forma il suo carattere: sobrio, tenace, profondamente radicato alla terra.

    Figlio di Tomasso Renzetti, cresciuto in una famiglia complessa e segnata anche dal dolore — la scomparsa della giovane sorella Alessandra, che probabilmente influenzò il suo carattere e la sua visione della vita — Cosimo mostrò fin da bambino una profonda inclinazione per lo studio e la lettura.

    Dopo aver frequentato la scuola di Stimigliano fino alla quinta elementare, coltivò da solo la propria formazione culturale. Si appassionò ai classici della letteratura, alternandoli a testi tecnici e di approfondimento, dimostrando una curiosità intellettuale rara e costante.

    Tra tutte le opere, la Divina Commedia lasciò un’impronta indelebile nella sua vita: Cosimo ne approfondì la lettura e la metrica, divenne in grado di recitarla interamente a memoria e ne trasse ispirazione per la stesura di un suo canto intitolato “Mussolini all’inferno”.

    Un ruolo importante nella sua crescita lo ebbe anche l’amicizia con altri artisti locali, in particolare il pittore Mario Bagordo, che contribuì ad arricchirne il bagaglio culturale e umano.

    ALL’AMICO MARI BAGORDO (ANIMA INQUIETA)

    Anima inquieta alberga nel tuo petto,
    nè l’arte del pittore, a cui ti dedichi
    con gran passione, può mutar l’aspetto
    triste del tuo viso, né può la musica,

    mirabile letizia dei mortali,
    sollevare quel tuo fugace spirito,
    né l’arte della musa può i mali
    placar, che ogn’ora il cuore ti corrodono.

    Ed in quella soffitta molto spesso
    tu ti rinchiudi, e pur in luogo libero
    vai passeggiando, chiuso sei in te stesso,
    che ogni piacer del mondo t’è fuggevole.


    [CONTINUA]

    (Cosimo Renzetti)

    Come molti uomini della sua generazione, iniziò a lavorare prestissimo nei campi, subito dopo la scuola, per contribuire al sostentamento della famiglia attraverso la vendita di vino e prodotti agricoli. Ma proprio nella campagna, tra filari, stagioni e silenzi, trovava spesso l’ispirazione per scrivere le sue poesie, molte delle quali dedicate alla natura, al lavoro e alla vita rurale.

    TRAMONTA IL SOLE

    Quando la sera a tramontar s’appresta
    il sole e rosso tinge l’orizzonte,
    guarda laggiù quel solitario monte
    che sembrerebbe un gran fuoco l’investa.

    Gode la vista mia per tanta festa,
    l’ultimo raggio mi bacia la fronte.
    “È questo fra la notte e giorno il ponte”
    mi dice la mia mente alquanto mesta.

    Poi guarda il globo scomparir pian piano
    ed anche quel bel rosso impallidisce.
    Sento nel cuore un sentimento strano,

    un sentimento che non è giocondo,
    un sentimento che un po’ m’intristisce:
    che ogni cosa tramonta in questo mondo.


    (Cosimo Renzetti)

    Cosimo visse sempre con suo fratello Filippo e la sua famiglia, mantenendo un carattere schivo e riservato, poco incline alla mondanità. Le rare e misurate uscite domenicali in piazza o al bar gli bastavano per ricaricare lo spirito e tornare alla sua settimana di lavoro e riflessione.

    Era noto in paese come grande esperto di innesti e potature, tanto da essere ricercato e stimato da tutti per la sua competenza e abilità.

    Ma dietro il contadino si nascondeva anche un poeta di grande sensibilità, capace di parlare di sentimenti, famiglia, terra e memoria con uno stile semplice e autentico.

    DICEMBRE

    Nubi nere
    S’accalcano all’orizzonte
    Accarezzando vette immacolate.
    Umide zolle deserte.
    Il vento
    Fischia sui comignoli.
    I ceppi si consumano
    Lentamente.
    Stormi di neri uccelli
    Fuggono nel cielo
    Silenziosi.
    Roseti spinosi.
    Gli alberi:
    Scheletri imploranti.
    Ora che sei scomparsa
    Ho capito d’amarti.


    (Cosimo Renzetti)

    Autodidatta nelle metriche poetiche, utilizzava il proprio talento per creare composizioni letterarie profonde, anche se, in età relativamente giovane, smette di scrivere, senza che nessuno abbia mai conosciuto il vero motivo di questa scelta.

    Nel 2002 fu insignito del premio per la poesia durante la terza edizione del Concorso di San Bernardino, festival locale organizzato dall’amico poeta e scrittore Mario Grizi.

    Le parole di chi lo ha conosciuto

    Il maestro Mario Gattella, esperto di arte, pittura e musica lo ha ricordato così:

    “Cosimo Renzetti è l’ultimo rappresentante della ‘Civiltà Contadina’. La sua vita è stata all’insegna del duro lavoro nelle nostre campagne. Egli ci tramanda una conoscenza delle varie tecniche di innesto ed altre forme lavorative. Persona autodidatta nello studio della cultura umanistica. Ma soprattutto nelle sue poesie evidenzia sentimento, amore per la propria famiglia e per la sua terra. Stimigliano deve essere riconoscente verso questa grande persona.”

    Un aneddoto che racconta il suo spirito

    Tra le storie più curiose e affascinanti su Cosimo, ce n’è una che unisce agricoltura, passione e genialità: attraverso un paziente lavoro di selezione delle sementi, riuscì a isolare una varietà di pomodoro dalla polpa carnosa e povera di semi, perfetta per essere gustata “al piatto” con un pizzico di sale, un po’ di pepe e un filo di buon olio.

    Un pasto semplice, contadino e allo stesso tempo quasi gourmet, simbolo perfetto della sua filosofia di vita: fare grandi cose con mezzi umili, trovare l’eccellenza nella terra.

    L’EROE MANCATO

    Un gallo sopra un’arta palizzata
    se ne stava a canta’: Chicchirichì!
    ‘Na vecchia volpe, che stava appostata,
    te lo sentì,
    j’annette sotto e je cominciò a di:
    “Canti come un soprano,
    me piacerebbe strignete la mano”.
    Ma je rispose il gallo,
    dice: “Mica so’ un pollo.
    Vedi? Ciò ar piede lo sperone giallo…
    e ben t’ariconosco: ‘na matina
    me t’acchiappasti la meio gallina”.
    E la volpe je dice: “Prima o poi
    te tireranno il collo.
    E soffrirai de più,
    damoce un po’ d’aiuto tra de noi,
    dà retta a me te convie’ a cala’ giù:
    se cali giù me magnerò te solo,
    ma se vado al pollaro
    fo ‘na carneficina,
    su, fa un ber volo
    e vie a morì da eroe, nun fa l’avaro”.
    Er gallo je rispose: “Te capisco,
    ma io nun so’ un eroe, e preferisco
    campa’ de più e morì de torcicollo:
    nun cerco gloria,
    né vojo le medaje alla memoria!”.


    (Cosimo Renzetti)

    Un’eredità che resta

    Cosimo Renzetti ci ha lasciati nel 2020, ma la sua memoria continua a vivere nelle sue poesie, nei racconti di chi lo ha conosciuto e nella storia di Stimigliano.

    Era solito definirsi semplicemente “un contadino”, ma oggi possiamo dire che è stato molto di più: un poeta della terra, un uomo di cultura, un testimone silenzioso di un mondo che non c’è più.

    Lascia parole destinate a durare e una memoria viva che ancora oggi abita la sua amata terra.

    SON CONTADINO

    Son contadino e un poco anche poeta,
    e tu che leggerai questo sonetto,
    scusami se non sono assai perfetto
    che d’intelletto sono quasi a dieta.

    Dalla campagna, assai placida e queta,
    di cantar qualche cosa mi permetto,
    la buona volontà tutta ci metto
    per potere arrivar fino alla meta.

    E a voi oh sante muse mi rivolgo
    perché mi date voi un po’ d’aiuto,
    benchè sono un poeta rozzo e volgo.

    Date voi forza a questa voce mia,
    che canterà del mondo buono e bruto
    e dell’uomo il buon cuore e la follia.


    (Cosimo Renzetti)

  • Gregorio Rossi e l’alluvione del 1979: un documento per la storia

    Gregorio Rossi e l’alluvione del 1979: un documento per la storia

    Un video che è memoria viva

    Ci sono immagini che non sono solo ricordi, ma pezzi di storia viva.
    Questo video racconta uno dei momenti più drammatici mai vissuti da Stimigliano Scalo: l’alluvione del 1979. Un evento che ha segnato il paese, messo in pericolo vite umane e lasciato un’impronta indelebile nella memoria collettiva.

    Girato durante e subito dopo il disastro dal fotografo Gregorio Rossi, questo filmato rappresenta un reperto storico importante, ritrovato, restaurato e montato per essere finalmente restituito alla comunità. Non è solo un documento visivo: è un atto di memoria, un ponte tra chi ha vissuto quei giorni e chi può oggi comprenderne l’impatto.

    Il Messaggero, 6 ottobre 1979
    Articolo sul nubifragio

    Il racconto di un giorno che ha cambiato il paese

    “La situazione è divenuta immediatamente drammatica.”
    Così scriveva Il Messaggero nell’edizione del 6 ottobre 1979, raccontando una delle pagine più difficili della storia di Stimigliano Scalo.

    Il giorno precedente, un violento nubifragio aveva colpito la provincia di Rieti e, in particolare, la nostra comunità, provocando un evento senza precedenti: un’alluvione che in poche ore sconvolse il paese, travolgendo strade, abitazioni, attività commerciali e mettendo in serio pericolo la vita di molti cittadini.

    Le piogge torrenziali trascinarono detriti e materiali che ostruirono un piccolo fosso coperto che attraversa il borgo. Da lì, la furia dell’acqua divenne inarrestabile: negozi, bar, cantine e case furono invasi, mentre automobili venivano trascinate e ammassate le une sulle altre con una forza impressionante, come mosse da una potenza fuori dal comune.

    Molti rischiarono la vita. Giovani rimasti intrappolati in un bar riuscirono a fuggire solo creando una via di uscita a colpi di stecche da biliardo. Altri si salvarono arrampicandosi sui lampioni dell’illuminazione pubblica o rifugiandosi sui tetti delle abitazioni.

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