La Mola Piacentini, nota anche come Mola di Stimigliano, è un antico mulino ad acqua situato lungo il torrente Aja, testimonianza significativa della storia rurale della Bassa Sabina.
Un esempio di archeologia industriale nella Bassa Sabina
Le prime notizie relative alla Mola Piacentini, conosciuta anche come Mola di Stimigliano o più comunemente Moletta per le sue ridotte dimensioni, risalgono al brogliardo urbano del Catasto Gregoriano.
L’edificio era individuato alla particella 1004 e sorgeva nei pressi del torrente Aja, in passato erroneamente indicato come Imella, in posizione esterna rispetto al centro urbano.


La proprietà era intestata a Benedetto Piacentini, e la mola compare anche nella Descrizione Topografica di Roma e Comarca del 1864 con la denominazione di Mola Piacentini. Nello stesso testo si trova una dettagliata descrizione del contesto sociale ed economico di Stimigliano nel XIX secolo:
“[…] popolato da 472 individui, 9 de’ quali abitano in campagna, formano tutti famiglie 93 in case 92 sotto la Parrocchia di SS. Cosma e Damiano fabbricata a nostri tempi fuori la porta del paese, e sostituira alla vecchia che giace in fine della strada di mezzo nell’interno, ed è di forma gotica, con alcuni buoni affreschi.
V’è il palazzo baronale degli Orsini con la Cappella dedicata a S. Giuseppe.Evvi pure in Stimigliano macello, forno, osteria, pizzicheria, liquori, sali e tabacchi, calzolaj, manescalco, 5 carrettieri, mola a grano di Piacentini, ed un Medico cura le molte periodiche febbri che si sviluppano.
Nel territorio in piano e in colle della superficie di tavole 10260, si raccoglie grano, vino, molto fieno, legna da fuoco, e vi sono ubertosi pascoli.”
Nel 1891 la mola passò alla famiglia Bartoli, imparentata con i Piacentini. I Bartoli erano proprietari di vaste tenute immobiliari e fondiarie nel territorio di Stimigliano e nelle aree limitrofe e risultavano frequentemente coinvolti nelle iniziative commerciali locali.
Nel corso del tempo il mulino passò da uno a due palmenti ed era alimentato dalla forza idraulica del torrente Aja. Rimase attivo fino ai primi anni del Novecento, grazie all’opera di Igino Franceschini, ricordato come l’ultimo mugnaio.
Dal punto di vista architettonico, il fabbricato presentava una tecnica costruttiva in muratura di pietrame, con partizioni orizzontali in muratura voltata. Questa struttura è rimasta sostanzialmente invariata fino al 2008, conservando le dimensioni originarie: una pianta di circa 8 × 9 metri e un’altezza massima prossima ai 13 metri.
L’edificio era articolato internamente su due piani, collegati da una scala interna, con un unico ambiente per ciascun livello. I soffitti erano realizzati con volte in muratura e risultavano ancora visibili gli alloggi delle macine; inoltre, a causa di un cedimento del pavimento, si intravedeva un locale sottostante.

Nel 2008 la struttura fu oggetto di un intervento di ristrutturazione ad opera della signora Constantina Brenda Mary, divenuta proprietaria nel 2005. La relazione tecnica dei lavori riporta, tra le principali operazioni eseguite:
“[…] rimozione del manto di copertura residua composto da tegole e coppi alla romana; il rifacimento della struttura secondaria del tetto, compresa la gronda, con travicelli di castagno ed interposto tabolato o pianellato con caldana in calcestruzzo alleggerito e interposta guaina impermeabilizzante; nuovo manto di copertura da realizzare uguale al preesistente, installazione di una canala in rame con relativi discendenti; la ripulitura della vegetazione spontanea cresciuta nelle pareti in pietrame […]”.


Fonti
- Segni del Lavoro – I siti industriali in Bassa Sabina tra agricoltura e industria dal XVIII al XX secolo, Fondazione Nenni e Associazione Eolo, Edizioni Espera, 2019
- Descrizione topografica di Roma e Comarca, 1864




