Tag: Memoria Storica

  • Tra cucito, rosario e cioccolato: le adunanze delle suore a Stimigliano

    Tra cucito, rosario e cioccolato: le adunanze delle suore a Stimigliano

    Tra cucito, preghiera e momenti di condivisione, le adunanze delle suore hanno accompagnato intere generazioni di ragazze di Stimigliano, offrendo formazione, socialità e concrete opportunità di lavoro nel difficile dopoguerra.

    Le adunanze delle suore: quando cucito e maglieria diventavano una scuola di vita

    Per molte ragazze di Stimigliano, tra il dopoguerra e la fine degli anni Cinquanta, le adunanze organizzate dalle suore non erano semplici incontri domenicali. Erano momenti di formazione, di aggregazione e, soprattutto, un’opportunità concreta per imparare un mestiere in un periodo storico segnato dalla povertà e dalla necessità di ricostruire il proprio futuro.

    Dalle riunioni delle comunità ai laboratori di formazione

    Le adunanze, ossia le riunioni periodiche delle superiore e delle comunità religiose, favorirono la nascita di laboratori di ricamo, cucito e maglieria. Se nell’Ottocento queste attività erano finalizzate principalmente alla preparazione del corredo nuziale, nel secondo dopoguerra assunsero una funzione molto diversa: diventare veri e propri percorsi di avviamento professionale.

    In quegli anni il settore tessile rivestiva un’importanza fondamentale. La richiesta di capi confezionati, riparazioni e lavori di sartoria era elevata e rappresentava una delle poche possibilità di reddito per molte famiglie.

    Nei laboratori gestiti dalle suore le giovani donne non imparavano soltanto le tecniche di cucito e ricamo, ma anche la rapidità e la precisione richieste dal lavoro su commissione e dalle prime forme di produzione organizzata.

    L’obiettivo era chiaro: offrire alle ragazze gli strumenti per raggiungere una propria indipendenza economica in un’epoca in cui il lavoro manuale specializzato rappresentava spesso l’unica alternativa alla miseria lasciata dalla guerra.

    Attraverso la rete costruita dalle adunanze, le religiose riuscivano inoltre a garantire opportunità concrete: qualifiche riconosciute, collaborazioni con enti e committenti esterni e la possibilità di lavorare sia in proprio sia come dipendenti presso aziende del settore.

    Le adunanze a Stimigliano

    Anche a Stimigliano, tra il 1944-45 e il 1968, anno in cui le suore lasciarono il paese, l’asilo gestito dalle religiose ospitava regolarmente queste attività.

    Gli incontri si svolgevano la domenica pomeriggio, intorno alle ore 15. Le partecipanti venivano suddivise per fasce d’età: Piccole, Beniamine, Aspiranti e Madri Cristiane. Alle 18 era prevista l’adorazione eucaristica, alla quale la partecipazione era obbligatoria, anche se, come ricordano oggi alcune delle protagoniste con un sorriso, “c’era sempre qualcuna che riusciva a sfuggire”.

    A guidare i laboratori erano Suor Antonietta e Suor Faustina, la superiora, mentre Suor Flaminia si occupava della cucina. Suor Antonietta era ricordata per il suo carattere severo: pretendeva attenzione e impegno e non tollerava distrazioni, utilizzando metodi che le ex allieve definiscono oggi, con ironia, “molto convincenti”.

    Le ragazze più grandi partecipavano anche alla preparazione degli abiti e degli addobbi utilizzati durante la festa del Corpus Domini, contribuendo attivamente alla vita religiosa del paese.

    Tra lavoro e preghiera

    Durante le attività manuali non mancava mai il momento della preghiera. Si recitava il rosario mentre si lavorava, ma con le mani occupate da ago e filo era impossibile utilizzare la corona. Così le preghiere venivano contate a voce: “prima Ave Maria, seconda Ave Maria” e così via, fino alla conclusione del rosario.

    Per molte bambine, soprattutto le più piccole, partecipare alle adunanze non era sempre un piacere. Eppure, a distanza di anni, molte di loro ricordano quelle lezioni con gratitudine, riconoscendo il valore degli insegnamenti ricevuti e l’utilità pratica che hanno avuto nella vita quotidiana.

    Un punto di riferimento per l’intera comunità

    Le adunanze non rappresentavano soltanto una forma di formazione professionale. Erano anche un importante servizio sociale per il paese. Mentre le bambine e le ragazze trascorrevano il pomeriggio con le suore, i ragazzi si riunivano presso Don Mario, che aveva allestito un locale parrocchiale con un biliardino e altri giochi. In questo modo i genitori potevano lavorare nei campi con maggiore serenità, sapendo che i figli erano in un ambiente sicuro.

    Attorno alle suore ruotava inoltre una parte significativa della vita comunitaria: si organizzavano balli, feste di Carnevale, processioni dedicate alla Madonna con le Figlie di Maria in testa al corteo e numerose occasioni di incontro.

    Non mancavano neppure i momenti più semplici e gioiosi, come quando le religiose preparavano per i bambini e le ragazze lo “squaglio di cioccolato”, un cioccolato fuso che ancora oggi sopravvive nei ricordi di chi lo assaggiò.

    Un’eredità che va oltre il mestiere

    Nel 1958 suor Faustina lasciò Stimigliano ma altre suore si avvicendarono, anche di ordini diversi, continuando l’opera già iniziata e contribuendo anche all’insegnamento del catechismo. Ricordiamo le superiore suor Immacolata e suor Angela.

    Poi, nel 1968, fu istituita la scuola Materna statale e i cosiddetti asili religiosi furono superati anche perchè il Comune, da quel momento, smise di partecipare alle spese per il sostentamento delle case locali.

    A distanza di decenni, le adunanze delle suore restano una pagina importante della storia di Stimigliano. Non furono soltanto corsi di cucito o maglieria, ma luoghi in cui intere generazioni appresero disciplina, responsabilità, spirito di comunità e competenze che avrebbero accompagnato molte donne nel lavoro e nella vita.

    In un’Italia che cercava di rialzarsi dalle ferite della guerra, quelle domeniche trascorse tra ago, filo, preghiere e amicizie contribuirono a costruire, silenziosamente, una concreta occasione di riscatto sociale e di autonomia per tante ragazze del paese.

  • Memorie fotografiche – Corpus Domini

    Memorie fotografiche – Corpus Domini

    a cura di Federico Brugnoletti

    La festa del Corpus Domini celebra la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, portata in processione per le vie del paese sotto un baldacchino, segno di rispetto e solennità verso il Santissimo ma che richiama anche l’onore riservato alle figure più importanti e crea uno spazio sacro che accompagna la processione tra le case.

    Un tempo, essendo più leggero delle pesanti macchine dei santi, veniva spesso sorretto dai notabili, i cosiddetti “signorotti”, a sottolinearne anche il valore sociale.

    Le vie si preparano con addobbi e segni di devozione. Tra questi, le infiorate erano un elemento centrale: in passato, nei giorni precedenti la festa, erano soprattutto le donne a raccogliere fiori per realizzare disegni lungo il percorso. Oggi i petali sono sempre più rari e spesso sostituiti da materiali più semplici come gessetti, farina, caffè o segatura.

    A Stimigliano la processione attraversava molte più vie, mentre oggi si concentra tra via Garibaldi, via Cavour e il centro storico dentro le mura.

    Le fotografie raccontano questa continuità: tre immagini degli anni ’60 e ’70 e due scatti del 6 giugno 2010, tra memoria e presente della stessa tradizione.

  • San Bernardino a Stimigliano: fede e giovani nel 1980

    San Bernardino a Stimigliano: fede e giovani nel 1980

    Luci, canti ma anche silenzio raccolto: così Stimigliano ha accolto San Bernardino nel settembre del 1980. Il racconto tratto dal periodico “La Vetta” di una esperienza di fede e partecipazione che il paese non ha dimenticato.

    La “Peregrinatio” del corpo di San Bernardino da Siena

    Nel 1980, tra il 31 agosto e il 4 ottobre, in occasione del VI centenario della nascita di san Bernardino da Siena (1380–1980), è stato organizzato un grande pellegrinaggio con il corpo incorrotto del Santo, custodito a L’Aquila, che ha attraversato numerose regioni italiane (Toscana – Umbria – Lazio – Lucania – Abruzzo)

    La mappa degli spostamenti

    Il pellegrinaggio, di carattere religioso–apostolico. è stato curato dall’Ordine dei Frati Minori, custodi della Basilica di San Bernardino a L’Aquila.

    Dettaglio dell’itinerario (parte 1)
    Dettaglio dell’itinerario (parte 2)

    26 settembre, Stimigliano accoglie il Santo

    È stata una vera esplosione di fede popolare.
    Stimigliano, paese di circa 1.700 abitanti, ha vissuto una serata che è rimasta impressa nella memoria di tutti.

    Queste le parole di Padre Antonio D’Antonio nel suo racconto del viaggio delle spoglie di San Bernardino da Siena.

    È la sera del 26 settembre del 1980 e l’accoglienza degli Stimiglianesi è mozzafiato.

    Un paese interamente illuminato e pavesato in modo straordinario. Migliaia di bandierine colorate, frutto di mesi di lavoro di donne, giovani, ragazze e bambini, attraversano le strade appese ai balconi formando una vera e propria galleria.

    Uno spettacolo meraviglioso.

    Drappi rossi con la croce o con il monogramma bernardiniano alle finestre, file di lampadine accese, vasi di fiori di ogni tipo lungo la strada, festoni e bengala che, a tratti, illuminano a giorno la bella e spaziosa via d’accesso al paese.

    Anche piazza Vittorio Emanuele è un tripudio di colori. Il lampione centrale è il fulcro dal quale si dipanano sette file di bandierine pluricolori, scendendo fino a legarsi agli alberi della piazza.

    Un richiamo evidente ai sette Sacramenti e ai doni dello Spirito Santo.

    Ad accogliere l’Urna con le Spoglie mortali di San Bernardino ci sono le autorità religiose, quelle civili e la Confraternita di San Bernardino. Con loro anche la banda che intona una marcetta melodica, sommessa, perfettamente in sintonia con i sentimenti di profonda commozione del popolo: un silenzio intenso, partecipe, quasi stupefatto.

    Fin dai primi momenti è apparso chiaro che il vero fulcro dell’organizzazione sono stati i giovani, animati da un entusiasmo raro e da una fede quasi “fanatica”. Ovunque si vedevano giovani, solo giovani: erano loro a dirigere e coordinare ogni fase della degna accoglienza riservata a San Bernardino.
    Che bellezza! Che serata dolce, incantevole, indimenticabile.

    Proprio nella piazza si è radunata una folla di circa 5000 persone. Insieme agli stimiglianesi ci sono moltissimi fedeli provenienti dai paesi vicini giunti anche loro per onorare San Bernardino.

    L’Urna è alla base del sagrato mentre i gradini superiori vedono allestito un altare. Ben diciannove sacerdoti si riuniscono attorno al vescovo di Sabina e Poggio Mirteto, monsignor Marco Caliaro, scalabriniano, per concelebrare la messa. Non prima però di aver ascoltato le parole del parroco don Attilio Attili, di padre Tommaso Maggi e del sindaco dott. Costante Menichelli.

    Il sagrato con il Santo e l’altare

    Terminata la Santa Messa, ha inizio la processione per le vie del paese, i fedeli seguono con fede il Santo, portato in spalla dai membri della confraternita fino a tornare di nuovo in chiesa. È già tempo del Santo Rito di mezzanotte celebrato da Don Attilio.

    Il Santo portato a spalla dalla confraternita

    Anche in questa occasione i protagonisti sono stati i giovani

    nota ancora don Antonio D’Antonio

    hanno cantato, proclamato le letture e si sono accostati numerosi ai Sacramenti. Durante la preghiera dei fedeli, un giovane ha preso la parola ed ha invitato l’assemblea a invocare San Bernardino affinché concedesse forza e rassegnazione a una famiglia aquilana colpita da una tragedia immane: il padre ucciso dal figlio, ora in carcere.
    Lo stesso giovane ha invitato i suoi coetanei a stringersi per mano attorno all’Urna e a recitare insieme il Padre Nostro per quella famiglia provata.

    Un momento di commozione profonda e sincera.

    La Messa di mezzanotte si è conclusa molto tardi, ma nonostante l’ora, un centinaio di giovani — ragazzi e ragazze — insieme ad altri fedeli, sono rimasti in chiesa per la veglia notturna, fino al mattino, leggendo, pregando e cantando.

    La festa dei fedeli continua

    Durante la mattinata del 27 settembre sono state celebrate da Padre Giustino D’Orsogna e Padre Antonio D’Antonio altre Sante Messe che hanno dato loro modo di parlare di San Bernardino e delle sue opere.

    Fedeli in processione

    È invece il vescovo monsignor Caliaro a concelebrare con altri quattro sacerdoti, tra cui padre Maggi, prima di scoprire la lapide commemorativa nella cappella di San Bernardino, lapide che riporta la seguente iscrizione:

    A ricordo
    della benefica permanenza
    in questa chiesa
    26–27 settembre 1980
    delle Spoglie mortali
    di SAN BERNARDINO DA SIENA
    durante la “Peregrinatio”
    nel VI Centenario
    di sua nascita

    Il popolo di Stimigliano
    Q.M.P.

    Alle ore 12.00 una breve processione si conclude con uno spettacolo pirtoecnico arricchito da una “pioggia” di volantini variopinti con la scritta “W S. Bernardino”, ricaduti festosamente sulla folla.

    Rimane solo il tempo per gli ultimi lunghi applausi, le ultime lacrime di commozione perché il Santo non può fermarsi, altri fedeli lo aspettano, deve ripartire alla volta di Trevignano.

    Un ricordo che non si cancella

    La tappa di San Bernardino a Stimigliano è stata resa possibile da una partecipazione corale e sincera. L’intero paese si è prodigato per abbellire strade, piazze e case, lavorando per mesi con dedizione e spirito comunitario, affinché l’accoglienza fosse degna del Santo e del significato profondo della sua visita.

    Giovani e famiglie, tutti hanno contribuito, ciascuno a modo proprio, trasformando Stimigliano in un luogo di festa, di preghiera e di testimonianza viva di fede.

    A distanza di tanti anni, quell’impegno condiviso e quelle emozioni restano impressi nella memoria collettiva. Il passaggio di San Bernardino non è stato solo un evento religioso, ma un momento capace di unire il paese intero. Un ricordo davvero indelebile, che ancora oggi parla al cuore di chi lo ha vissuto e di chi lo ascolta raccontare.


    Preghiera di Papa Giovanni Paolo II a San Bernardino

    O Dio, che in San Bernardino
    ci hai dato un modello di predicatore della tua Parola,
    concedi che in tutte le contrade
    dove egli ritorna con la sua presenza
    rinasca la vita cristiana,
    siano placate le violenze
    e venga accolto il “Vangelo della pace”.

    Te lo chiediamo nel nome santissimo di Gesù,
    Redentore dell’uomo.
    Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

    L’Aquila – Basilica di San Bernardino, 30 agosto 1980 (La Vetta)

    Fonti

    • LA VETTA: Periodico trimestrale del T.O.F. – L’Aquila – aprile/giugno 1981 – N.2/unico
    • www.bernalda.net
  • Memorie fotografiche – Il Vescovo e la grande partecipazione del paese

    Memorie fotografiche – Il Vescovo e la grande partecipazione del paese

    a cura di Federico Brugnoletti

    Il vescovo circondato da tante persone, bambini e bambine in abito da comunione.

    La foto testimonia un evento religioso con grande partecipazione del paese, segno di una celebrazione molto sentita dalla comunità in quegli anni.

    Data e occasione precise non sono note. Chi si riconosce o riconosce qualcuno nella foto?

    È festa in piazza alla presenza del Vescovo
  • Una fiction Rai a Stimigliano: storia e ricordi delle riprese nel centro storico

    Una fiction Rai a Stimigliano: storia e ricordi delle riprese nel centro storico

    Grazie a Elisabetta Manni per la gentile concessione della foto in copertina

    Sciuscià, storia di guerra e d’amicizia. Massimo Ranieri e il nostro paese

    Non tutti sanno che Stimigliano circa 26 anni fa è stato protagonista di una pagina importante della fiction televisiva italiana. Il nostro paese, infatti, è stato scelto come set per parte delle riprese della miniserie TV “Storia di guerra e d’amicizia”, una produzione Rai trasmessa su Rai Uno nel dicembre del 2002, con protagonisti Massimo Ranieri ed Elena Sofia Ricci.

    Un’esperienza che ha coinvolto non solo le strade e i luoghi storici di Stimigliano, ma anche molti cittadini del paese, chiamati a partecipare come comparse, rendendo l’atmosfera delle riprese ancora più autentica, partecipata e carica di emozione.


    La miniserie TV

    Storia di guerra e d’amicizia è una miniserie televisiva italiana composta da quattro episodi.

    Crediti principali

    • Sceneggiatura: Sergio Donati
    • Storia originale: Maurizio Torelli
    • Regia: Fabrizio Costa

    Cast principale Massimo Ranieri, Elena Sofia Ricci, Pietro Mannino, Alessia Bruno, Dario De Vito, Luciano De Luca, Elena Russo, Sebastiano Lo Monaco, Manuele Labate.

    La serie racconta le avventure di tre giovanissimi scugnizzi napoletani sullo sfondo dell’occupazione tedesca in Italia e della guerra di Liberazione, intrecciando i temi della guerra, dell’amicizia e dei legami familiari.


    La trama: una storia di guerra, amicizia e coraggio

    La vicenda ha inizio nell’ottobre del 1943 a Melito, un piccolo paese in provincia di Napoli, stretto tra il fronte tedesco e quello americano. In un contesto di devastazione e povertà causato dal conflitto, il piccolo Nico decide di partire alla ricerca dei suoi genitori, Marcella e Giovanni, arrestati e deportati dai tedeschi perché coinvolti nelle attività partigiane locali.

    Durante il viaggio verso Roma, Nico incontra Fiammetta, un’orfana di guerra che vive per strada, e Pantera, un trovatello vivace e astuto. I tre diventano inseparabili e iniziano a lavorare come sciuscià, lustrascarpe, lungo le strade dell’Italia martoriata dalla guerra.

    Frammento video da YouTube

    La loro storia si intreccia con eventi più grandi di loro: durante un bombardamento, Nico salva la vita al maggiore americano Wickers, che, colpito dal coraggio del ragazzo, gli affida documenti segreti da trasportare a Roma, nascosti nella sua cassetta da lustrascarpe.

    Da qui la narrazione si sviluppa su tre filoni principali:

    • il viaggio dei tre ragazzi verso Roma e il ritorno nella Napoli liberata;
    • la difficile fuga di Marcella dal comando tedesco di via Tasso;
    • la vicenda di Giovanni, che dopo l’arresto riesce a fuggire e si unisce a una banda partigiana, fino a diventarne il comandante.

    Nonostante un finale drammatico, la miniserie resta un intenso racconto di amicizia, amore familiare e sacrificio, ambientato in uno dei momenti più duri della nostra storia.


    Le riprese a Stimigliano

    Tra i luoghi scelti per le riprese figura anche Stimigliano, in particolare il centro storico.

    Il Castello Orsini fu trasformato per l’occasione nella “Casa del Fascio”, mentre vie e vicoli del paese “vecchio” vennero completamente riaddobbati per ricreare l’atmosfera degli anni della guerra. Un lavoro scenografico accurato che restituì al pubblico un’immagine intensa e realistica dell’epoca.

    Ma il vero valore aggiunto fu il coinvolgimento diretto della popolazione. Secondo il ricordo di Giulio Lattanzi, memoria storica di tanti avvenimenti locali e anch’egli scritturato dalla regia, le persone di Stimigliano ingaggiate come comparse furono “anche più di venti.”

    Sciuscià ci tiene a precisare (dal titolo originale Shoeshine), Giulio ricorda bene l’emozione delle giornate di ripresa, scandite dalle parole che davano il via alle scene: «Azione!», seguite dal classico ciak. E poi prosegue “le vecchie che strillavano, i bombardamenti simulati da cannoni ad aria”.

    Le riprese si svolsero in più punti del paese:

    • la chiesa, per le scene del funerale;
    • il corso principale, dove il corteo funebre proseguiva;
    • Stimigliano “vecchio”, ovvero tutto il centro storico fino alla piazzetta del Comune (Piazza Roma).

    Presso le scuole era stato allestito il reparto trucco e parrucco. Le donne vennero vestite con abiti “di una volta”, mentre molti uomini furono letteralmente “invecchiati” grazie al lavoro delle abili truccatrici.

    Un’esperienza ricordata con piacere anche per l’aspetto pratico:
    “100 mila lire al giorno”, racconta Giulio, una paga più che buona per l’epoca, accompagnata da un buffet sempre disponibile per ristorarsi tra una scena e l’altra. Le riprese durarono tre o quattro giorni, intensi e indimenticabili per poi spostarsi prima a Ponzano e poi a Sant’Oreste.


    Stimigliano e il cinema: una memoria da valorizzare

    L’esperienza della miniserie Rai rappresenta per Stimigliano un pezzo di memoria collettiva, un momento in cui il paese si è trasformato in un vero set cinematografico, diventando parte integrante di una storia raccontata a livello nazionale.

    Un patrimonio fatto di ricordi, immagini e testimonianze, come quelle di Giulio Lattanzi, che meritano di essere raccolte e raccontate, per non perdere il legame tra il territorio, la sua gente e i momenti importanti vissuti dal paese.

    Fonti

  • L’idrometro di Stimigliano: silenzioso guardiano del Tevere

    L’idrometro di Stimigliano: silenzioso guardiano del Tevere

    Cos’è un idrometro e a cosa serve

    L’idrometro è lo strumento utilizzato per misurare le quote idrometriche, cioè il livello dell’acqua di fiumi e laghi. In termini semplici, permette di capire quanto un corso d’acqua si stia alzando o abbassando in un determinato punto.

    Il modello più semplice è l’idrometro ad asta, costituito da una barra – solitamente in pietra o più recentemente in lega metallica resistente alla corrosione – dotata di tacche numerate in metri e centimetri. Viene installato verticalmente a contatto con l’acqua, spesso fissato a una spalla di un ponte, a una banchina fluviale o a una pila.

    Oggi, accanto a questi sistemi tradizionali, vengono utilizzati anche strumenti più avanzati come idrometrografi e teleidrometri, capaci di rilevare i livelli dell’acqua tramite tecnologie moderne (laser, ultrasuoni, sensori digitali) e trasmettere i dati in tempo reale ai centri di monitoraggio.

    Che cos’è il livello idrometrico

    Per livello idrometrico si intende il dislivello tra la superficie dell’acqua e un punto di riferimento altimetrico. Questo riferimento può essere:

    • il livello medio del mare (l.m.m.)
    • lo zero idrometrico, cioè il valore convenzionale stabilito per ciascun idrometro

    È importante sottolineare che lo zero dell’idrometro non coincide con il fondo del fiume, perché l’alveo è soggetto a continue modifiche naturali. Si tratta invece di una quota altimetrica fissa, definita in fase di installazione dello strumento.

    Perché gli idrometri sono fondamentali per la sicurezza

    Gli idrometri giocano un ruolo chiave nella salvaguardia del territorio. Il monitoraggio continuo dei livelli idrometrici consente di:

    • prevedere l’andamento delle piene fluviali
    • attivare con anticipo i sistemi di allerta della Protezione Civile
    • prevenire danni a persone, abitazioni e infrastrutture
    • valutare l’evoluzione dei fenomeni di piena nel tempo

    In un Paese come l’Italia, attraversato da numerosi corsi d’acqua e spesso soggetto a eventi meteorologici intensi, questi strumenti sono essenziali.

    L’idrometro di Stimigliano: una posizione strategica

    L’idrometro di Stimigliano riveste un’importanza storica e tecnica di grande rilievo. La sua installazione avvenne il 24 gennaio 1880, pochi giorni dopo quella dell’idrometro di Corese (10 gennaio 1880).

    La sua collocazione strategica, tra la foce del Nera e quella dell’Aniene, ne ha subito evidenziato il valore per la prevenzione delle inondazioni di Roma. Prima di queste installazioni, l’unico idrometro presente lungo il corso del Tevere era quello di Orte, situato però a monte della foce del Nera. Questo rendeva le informazioni disponibili parziali e spesso imprecise, poiché non tenevano conto dell’apporto di importanti affluenti.

    Grazie all’idrometro di Stimigliano, diventava finalmente possibile monitorare in modo più accurato l’evoluzione delle piene dirette verso la Capitale.

    Le prime osservazioni ufficiali

    Un documento del 1883, gli Atti della Giunta per l’Inchiesta Agraria sulle condizioni della classe agricola, testimonia l’avvio delle misurazioni:

    … è soltanto al 10 gennaio 1880 che rimontano le osservazioni del nuovo idrometro impiantato a Corese, ed al 24 dello stesso mese per quello di Stimigliano. Al primo si eseguiscono le osservazioni alle 6 antimerdiane, a mezzogiorno ed alle 6 pomeridiane; ed a quello di Stimigliano una sola volta a mezzogiorno.

    Il testo riporta anche dati precisi sulle distanze dalla foce del Tevere (125.670 metri)e sulle quote degli zeri idrometrici rispetto all’idrometro di Ripetta, punto di riferimento storico per Roma. In particolare, lo zero dell’idrometro di Stimigliano risultava più elevato di 27,368 metri rispetto a quello di Ripetta (oggi spostato sulle mura della chiesa di San Rocco), a conferma della sua collocazione in un tratto cruciale del fiume.

    Un patrimonio tecnico e storico da valorizzare

    L’idrometro di Stimigliano non è soltanto uno strumento tecnico, ma rappresenta anche un importante elemento di memoria storica del territorio. Racconta di un’epoca in cui la prevenzione delle piene si basava su osservazioni dirette, misurazioni regolari, calcoli manuali e su una conoscenza profonda e quotidiana del fiume.

    Nel corso del tempo, il Tevere ha modificato il proprio alveo e il suo andamento, spostandosi rispetto alla posizione storica in cui l’idrometro era originariamente immerso nel flusso principale. Nonostante questi cambiamenti naturali, l’idrometro rimane un riferimento tecnico fondamentale, testimonianza concreta di come veniva monitorato il fiume e di come si costruiva la sicurezza idraulica prima dell’avvento delle moderne tecnologie digitali.

    Ancora oggi, ricordare il ruolo di questi strumenti significa comprendere meglio il rapporto tra le comunità locali e il Tevere: un fiume che ha portato risorse e sviluppo, ma anche rischi e pericoli, modellando nel tempo il paesaggio, l’economia e la storia dei paesi che si affacciano sulle sue rive. L’idrometro di Stimigliano resta così un simbolo di attenzione al territorio, di prevenzione e di dialogo costante tra l’uomo e il fiume.

    Fonti

    • Atti della Giunta per l’Inchiesta Agraria sulle condizioni della classe agricola (1883)
    • Wikipedia

  • Il vecchio Dazio di Stimigliano: merci e bestiame alla pesa

    Il vecchio Dazio di Stimigliano: merci e bestiame alla pesa

    a cura di Federico Brugnoletti

    Prima che arrivassero l’IGE (1940) e poi l’IVA (1973), i tributi si pagavano al Dazio. Quello di Stimigliano, affiancato dalla pesa, si trovava all’inizio di via Garibaldi dove, prima il distributore poi il “giardinetto”, ne hanno preso il posto. Il titolare era Masci di Civita Castellana. Alle sue dipendenze Ivano Nesta e Natale De Santis.

    Merci e animali venivano controllati, pesati o stimati. Grano, vino, olio e bestiame contribuivano alle casse erariali.
    Era una pratica normale, parte della vita quotidiana del paese.

    Il Dazio quasi nascosto tra gli alberi in via Garibaldi
  • Stimigliano nella storia dell’aviazione: la sosta della prima aero‑gita romana del 1930

    Stimigliano nella storia dell’aviazione: la sosta della prima aero‑gita romana del 1930

    La foto di copertina mostra un aereo che atterra nei pressi di Stimigliano

    La storia del volo in Italia passa ancora per Stimigliano.
    Alle rilevazioni aeree condotte nel 1908 da Maurizio Moris, già ricordate su queste pagine (leggi l’articolo), si aggiunge un altro importante episodio: la sosta della prima aero‑gita dell’Aero Club di Roma il 27 aprile del 1930. Grazie alle riprese Stimigliano comparve nei cinegiornali proiettati nei cinema italiani, diventando – anche se per un giorno – parte della narrazione della modernità italiana.

    L’atterraggio, il picnic e i balli: è la primavera del 1930

    Non tutti sanno che Stimigliano, dopo le pionieristiche rilevazioni eseguite da Moris nel 1908, entrò di nuovo nella storia dell’aviazione italiana nel 1930 come tappa di un evento allo stesso modo eccezionale: la prima aero‑gita dell’Aero Club di Roma, una vera “gita di piacere in aeroplano”, documentata da fotografie e filmati ufficiali dell’epoca.

    Estratto del video dell’istituto L.U.C.E.

    Clicca qui per il video integrale del cinegiornale
    Clicca qui per il video integrale del volo


    Il volo come divertimento

    All’inizio degli anni Trenta il volo non era più solo impresa militare o sperimentale: si iniziava a immaginare l’aeroplano anche come mezzo di svago, socialità e modernità.

    La prima aero‑gita dell’Aero Club di Roma fu proprio questo:
    un volo collettivo, seguito da una sosta conviviale all’aperto, con picnic sull’erba, momenti di svago e socializzazione, il tutto ampiamente documentato dall’istituto L.U.C.E.


    Stimigliano, tappa della sosta

    Le fonti ufficiali indicano chiaramente che durante la gita fu effettuata una sosta “nei pressi di Stimigliano, dove i partecipanti si fermarono per una colazione sull’erba.

    Le immagini dell’Istituto LUCE restituiscono una scena sorprendente: aeroplani schierati in un grande prato, gruppi di partecipanti seduti direttamente sull’erba, tavolini improvvisati con ombrelloni e vivande, e uomini e donne in abiti eleganti, tipici della fine degli anni Venti, intenti a condividere un momento di convivialità accanto ai velivoli.

    Colazione sull’erba nei pressi di Stimigliano: fra i partecipanti Alessandro Sardi presidente del L.U.C.E.

    Per Stimigliano, allora come oggi piccolo centro di passaggio ferroviario e viario, vedere atterrare decine di aeroplani doveva essere uno spettacolo davvero fuori dal comune.

    Il 29 aprile sulle pagine de “Il Piccolo” di Trieste si legge:

    […] I quindici apparecchi, […] trovato un prato idoneo all’atterraggio […] in località di Stimigliano, atterravano felicemente. Posti gli apparecchi in semicerchio, fra le liete e festose meraviglie dei contadini accorsi, i partecipanti alla gita hanno preso il tè, togliendo fornelli, provviste, un grammofono e persino diversi ombrelloni dai portabagli degli aeroplani […]


    I protagonisti

    Tra i partecipanti documentati figurano:

    • Italo Balbo, Ministro dell’Aeronautica generale, figura centrale dell’evento e promotore dell’iniziativa
    • Alessandro Sardi, presidente dell’Istituto L.U.C.E., identificato nelle didascalie ufficiali delle fotografie
    • aviatori, aviatrici e ospiti civili, comprese numerose signore, come mostrano chiaramente le immagini

    Gli aeroplani

    Dalle schede fotografiche è possibile identificare monoplani Fiat A.S.1, allineati durante la sosta nel prato.
    Velivoli piccoli, leggeri, simbolo di un’epoca in cui il volo stava passando dall’eroismo all’accessibilità.

    L’atterraggio nei pressi di Stimigliano
    Aerei schierati in un vasto campo nei pressi di Stimigliano

    Un evento filmato per l’Italia intera

    La rilevanza dell’aero‑gita è confermata dal fatto che l’Istituto L.U.C.E. le dedicò:

    • un cinegiornale ufficiale, oggi conservato negli archivi storici,
    • numerosi servizi fotografici, con oltre una dozzina di immagini catalogate.

    Questo significa che Stimigliano comparve nei cinegiornali proiettati nei cinema italiani, diventando – anche se per un giorno – parte della narrazione della modernità italiana.


    Un motivo d’orgoglio per il paese

    Non si trattò di una gara, né di un evento politico, ma di una festa del volo, e Stimigliano ne fu scenario reale.
    Un luogo scelto per la sua campagna, i suoi spazi aperti e la sua posizione, che permisero una sosta sicura e conviviale.

    Oggi questo episodio rappresenta un frammento poco conosciuto ma autentico della storia locale e un legame diretto tra il territorio e una fase decisiva della storia dell’aviazione civile italiana.

    Il passaggio sul Tevere

    Stimigliano e la memoria

    Raccontare questa storia significa ricordare che anche un piccolo paese può incrociare la grande Storia, a volte in modo silenzioso, altre volte – come nel 1930 – con il rombo degli aeroplani sopra i campi.

    L’Italia stava entrando nel futuro, era il segno di una trasformazione epocale, e Stimigliano era lì, dentro quel cambiamento.

    Galleria completa


    Fonti

  • 25 aprile: la Liberazione, la memoria, la responsabilità

    25 aprile: la Liberazione, la memoria, la responsabilità

    La Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista rappresenta la fine di una delle stagioni più buie della nostra storia. È il giorno in cui la scelta della Resistenza restituì al Paese la libertà e pose le basi della democrazia.
    In questo articolo, quel passaggio storico viene raccontato attraverso una testimonianza concreta e drammatica della Resistenza in Sabina, i partigiani stimiglianesi, le brigate e la battaglia partigiana del Monte Tancia, combattuta nell’aprile del 1944.

    Memoria e Liberazione

    Il 25 aprile è una data centrale della storia repubblicana italiana. Celebra la Liberazione dal nazifascismo, il ritorno alla libertà dopo anni di guerra, occupazione e dittatura. È il giorno in cui si ricorda il sacrificio di migliaia di donne e uomini che, scegliendo la Resistenza, contribuirono in modo decisivo alla sconfitta dell’oppressione e alla nascita di un’Italia democratica.

    Ricordare il 25 aprile non significa solo commemorare il passato, ma riaffermare valori che restano essenziali: libertà, giustizia, dignità umana.

    La Resistenza in Sabina e a Stimigliano

    Nel quadro più ampio della Resistenza italiana, la Sabina fu uno dei territori in cui la lotta partigiana assunse un rilievo particolare, per la sua posizione strategica tra Roma, l’Umbria e l’Abruzzo.
    In questo contesto si inserisce anche la storia di Stimigliano, che fu punto di riferimento logistico e organizzativo per le formazioni partigiane attive nella Bassa Sabina.

    È qui che si intrecciano vicende di combattimento, sacrificio e solidarietà civile, culminate in uno degli episodi più drammatici della Resistenza laziale: la battaglia del Monte Tancia.


    Il contesto

    Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la Bassa Sabina divenne un’area strategica della lotta resistenziale.
    Nel gennaio 1944 le formazioni partigiane operanti a nord di Roma erano riunite in tre grandi raggruppamenti: Monte Soratte, Gran Sasso e Monte Amiata.

    Questi gruppi operavano nel Lazio settentrionale, in parte dell’Abruzzo, dell’Umbria meridionale e fino alla zona maremmana, in attesa dell’attacco finale il cui ordine avrebbe dovuto giungere via radio con la celebre frase “biondo Tevere”.

    Nel frattempo, i partigiani misero sotto controllo le vie di comunicazione e attuarono attacchi contro i presidi tedeschi e repubblichini. Prima di confluire nella brigata D’Ercole‑Stalin, due erano i principali raggruppamenti della zona: la Brigata Stalin, di prevalente ispirazione comunista, e la formazione di impronta militare denominata banda d’Ercole, guidata da Fernando Ciani.

    Le formazioni erano dislocate nella Bassa Sabina, tra Stimigliano, Cantalupo, Casperia, Monte Pizzuto, Monte Cosce, Monte San Pancrazio, Calvi dell’Umbria, Magliano Sabino e lungo la riva del Tevere. In un primo periodo la banda d’Ercole, inquadrata nel raggruppamento Monte Soratte, era articolata in tre distaccamenti con un comando collegiale.

    Punto di riferimento per i responsabili della zona era proprio Stimigliano, dove il comando della piazza era affidato al tenente Carlo Turrio Baldassarri, in collegamento diretto con il Centro militare di Roma.

    Questa organizzazione rimase attiva fino ai primi giorni di marzo 1944, quando venne costituito un Comando unico sul Monte Cosce, coordinato dal maggiore Aimone Manni.


    Dopo Anzio: verso lo scontro del Tancia

    Dopo lo sbarco alleato di Anzio, il nuovo Comando partigiano decise di intensificare le azioni. I capi delle formazioni locali – tra cui Turrio, Bonifazi, D’Ubaldo, Parrabbi, Cosaro, Ciani, Anasetti, Brugnoletti e un rappresentante della brigata Stalin – decisero di mobilitare tutte le forze disponibili per colpire le colonne tedesche impegnate a difendere la linea Gustav.

    Per tutto il mese di febbraio 1944 si susseguirono azioni di sabotaggio, appostamenti e scontri a fuoco. Nei primi giorni di marzo l’attività partigiana sfociò in duri combattimenti. Il 9 marzo, nei pressi di Poggio Bustone, il battaglione Morbidoni delle Brigate Garibaldi attaccò una colonna nazifascista guidata dal questore di Rieti: dopo cinque ore di combattimenti, la colonna fu sbaragliata, lasciando sul campo 31 morti.

    Scontri ancora più violenti si registrarono nella zona di Narni, dove si contarono circa 300 morti tra le file tedesche, a fronte di 50 partigiani caduti tra combattimenti e fucilazioni. L’intensa attività delle bande D’Ercole, Strale e della brigata Stalin sui monti Tancia, Cosce e San Pancrazio spinse il comando tedesco ad avviare un enorme rastrellamento nei primi giorni di aprile, impiegando reparti delle SS. Questo portò allo scontro decisivo sul Monte Tancia, dove furono scritte pagine di autentico eroismo.


    Lo svolgimento della battaglia

    Nella notte tra il 6 e il 7 aprile 1944, il venerdì Santo, reparti delle divisioni tedesche Hermann Göring e Sardinia, con l’appoggio di milizie fasciste repubblichine, circondarono il massiccio del Tancia per sorprendere i partigiani.

    L’attacco scattò all’alba. Nonostante la schiacciante inferiorità numerica e di armamenti, i partigiani resistettero per ore dalle postazioni in quota. I combattimenti più duri si svolsero nelle zone di Crocetta, Poggio Catino e sul Monte Arcucciola, dove un piccolo gruppo coprì la ritirata dei compagni.

    A fine giornata, quasi accerchiati e con le munizioni esaurite, molti partigiani riuscirono a rompere l’accerchiamento e a salvarsi. I soldati tedeschi caduti furono circa 400; 12 partigiani morirono combattendo e 8 furono catturati e fucilati.

    Per questo motivo la battaglia del Monte Tancia è ricordata come un atto di resistenza armata di altissimo valore simbolico, per la capacità di opporsi a forze immensamente superiori alle porte di Roma. Al tempo stesso rappresenta uno degli esempi più drammatici del legame tra lotta partigiana e repressione nazifascista contro la popolazione civile.


    La repressione e l’eccidio

    Dai Monti Sabini a tutta la provincia di Rieti, dal Leonessano all’Umbria meridionale, la repressione tedesca fu spietata. I partigiani, duramente provati, si divisero in piccoli nuclei mobili, capaci di colpire e disperdersi rapidamente.

    Alla battaglia del Tancia seguì una vasta azione di rappresaglia. Decine di civili furono fucilati a Poggio Mirteto, Castel San Pietro, Rivodutri, Rieti, Configni, Cantalice, Poggio Bustone, Vacone, Calvi dell’Umbria, Monteleone e in altre località. Particolarmente tragico fu l’eccidio di Leonessa, dove tra il 2 e l’8 aprile furono uccise 51 persone, tra cui il giovane sacerdote don Crescenzio Chiaretti.

    Nella stessa giornata del 7 aprile, la rappresaglia colpì anche le frazioni di Sant’Angelo del Tancia e Gallo, nel comune di Monte San Giovanni in Sabina: civili, donne e bambini furono uccisi, le case incendiate, dando luogo al terribile eccidio del Monte Tancia, direttamente collegato alla battaglia.


    Significato storico e memoria della Liberazione

    La Liberazione fu il trionfo degli Alleati, ma a renderlo possibile contribuirono in modo decisivo migliaia di partigiani e decine di migliaia di donne e uomini che li sostennero, li nascosero e li protessero, spesso pagando con la vita.

    Anche Stimigliano partecipò a quella scelta collettiva, offrendo uomini, appoggio e organizzazione alla Resistenza e affermando in modo chiaro e definitivo una volontà antifascista.

    Ricordare queste storie nel giorno del 25 aprile significa assumersi una responsabilità: difendere la pace, la libertà e la memoria, affinché la tragedia della guerra, dell’odio e della violenza non si ripeta mai più.


    Partigiani stimiglianesi equiparati a combattenti

    Di seguito la lista dei partigiani stimiglianesi individuati dalle commissioni per il riconoscimento degli uomini e delle donne della Resistenza:

    • Ambrogi, Bernardino Pedro (Stimigliano, Rieti, 1905 set. 23)
    • Anasetti, Mario (Stimigliano, Rieti, 1913 mar. 3)
    • Brugnoletti, Edoardo (Stimigliano, Rieti, 1916 feb. 22)
    • Brugnoletti, Oreste (Stimigliano, Rieti, 1921 nov. 15)
    • Brugnoletti, Orlando (Stimigliano, Rieti, 1891 feb. 17)
    • Fabi, Francesco (Stimigliano, Rieti, 1920 feb. 20)
    • Franceschini, Remo (Stimigliano, Rieti, 1916 ott. 21)
    • Gattella, Vittorio (Stimigliano, Rieti, 1916 feb. 17)
    • Grillia, Gino (Stimigliano, Rieti, 1898 set. 22)
    • Pileri, Valerio (Stimigliano, Rieti, 1916 gen. 5)
    • Polelli, Sabatino (Stimigliano, Rieti, 1901 feb. 25)
    • Renzetti, Augusto (Stimigliano, Rieti, 1919 ago. 21)
    • Sciommari, Eugenio (Stimigliano, Rieti, 1913 mar. 5)
    • Sorana, Lorenzo (Stimigliano, Rieti, 1910 ago. 18)
    • Sorana, Valentino (Stimigliano, Rieti, 1893 mag. 3)
    • Turrio Baldassarri, Carlo (Stimigliano, Rieti, 1912 dic. 22)

    Partigiani (cronaca della memoria) – Roberto Ditta

    OSTEREI. Monte Tancia 1944 – Teatro delle Condizioni Avverse

    Fonti

  • La cappella votiva di San Bernardino a Stimigliano: storia, fede e devozione popolare

    La cappella votiva di San Bernardino a Stimigliano: storia, fede e devozione popolare

    La devozione per San Bernardino è parte viva dell’identità del nostro paese, tramandata nei gesti, nei racconti e nei luoghi della memoria. Tra i segni più sentiti di questa fede profonda c’è la cappella votiva a lui dedicata, piccolo ma prezioso simbolo dell’affidamento al Santo.

    La cappella votiva di San Bernardino: un segno di fede e memoria

    La devozione degli stimiglianesi per San Bernardino è antica e ricca di segni tangibili. Tra questi, uno dei più significativi è senza dubbio la cappella votiva a lui dedicata, piccola ma carica di storia, fede e ricordi che appartengono all’intera comunità.

    La cappella si trova in un luogo ben noto a tutti: all’incrocio tra via Lambruschina e via dei Casali, quella che per gli abitanti è semplicemente “la corta”, cioè la scorciatoia che da sempre accompagna chi rientra verso il paese.

    Il ricordo nelle parole di Bruno Ambrogi

    La ricostruzione della storia della cappella è stata possibile grazie ai ricordi di Bruno Ambrogi, che, in occasione del settantesimo anniversario della sua costruzione, ha permesso di restituire alla memoria collettiva le origini di questo importante segno devozionale.

    La cappella fu infatti costruita sul terreno della famiglia dello stesso Bruno, l’unica all’epoca disponibile a concedere una parte della propria proprietà per questo scopo. A rendere possibile questa scelta fu anche la stretta amicizia tra la famiglia Ambrogi e la famiglia Gattella, legame umano che si trasformò in un gesto di fede condivisa.

    La cappella votiva venne realizzata il 21 aprile 1956 per volontà di Adolfo Gattella, stimiglianese DOC trasferitosi però anni prima a Genova.

    Durante il periodo della guerra, Adolfo aveva rivolto le sue preghiere a San Bernardino (il motivo è però sconoscito) e, come segno di riconoscenza per la grazia ricevuta, decise di mantenere la promessa fatta al Santo, facendo costruire la cappella in suo onore.

    Un gesto semplice, ma fortissimo nel suo significato, che ancora oggi parla di speranza, protezione e affidamento.

    Il furto della statua

    Nel corso del tempo, purtroppo, non sono mancati episodi dolorosi. Tra questi, uno particolarmente riprovevole è stato il furto della statua che originariamente si trovava all’interno.

    Si trattava di una riproduzione in formato più piccolo della statua di San Bernardino custodita nella chiesa principale di Stimigliano, quella dedicata ai Santi Cosma e Damiano. Un gesto che ha ferito profondamente la comunità, non solo per il valore dell’opera, ma soprattutto per il suo significato spirituale e affettivo.

    Oggi la cappella votiva di San Bernardino rimane comunque un luogo simbolico, una testimonianza silenziosa della fede popolare e della storia del paese.

    Ogni volta che si percorre “la corta”, quella piccola costruzione ricorda quanto siano importanti i gesti nati dalla fede, dai ricordi e dai legami tra le persone, e quanto sia fondamentale custodirne la memoria per le generazioni future.