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  • Stimigliano e la sua Fiera. Tra mandrie, sensali e strette di mano

    Stimigliano e la sua Fiera. Tra mandrie, sensali e strette di mano

    C’era un tempo in cui il 26 settembre, giorno che precedeva la festa di San Cosma e Damiano, le strade di Stimigliano si riempivano di bestiame, carri, trattative e strette di mano. Era il tempo della grande Fiera, un evento atteso per mesi che trasformava il paese nel cuore commerciale della Sabina e che ancora oggi vive nei ricordi della comunità

    Per generazioni, a Stimigliano la festa dei Santi Patroni Cosma e Damiano non è stata soltanto un importante appuntamento religioso. Per tutta la Bassa Sabina rappresentava anche uno degli eventi economici più attesi dell’anno: la grande Fiera delle Merci e del Bestiame, un appuntamento capace di richiamare allevatori, commercianti e contadini da un’ampia parte dell’Italia centrale.

    Oggi restano i ricordi e le testimonianze di chi l’ha vissuta, ma per molti decenni la fiera fu un punto di riferimento imprescindibile per il commercio agricolo e zootecnico del territorio.

    La festa dei Santi Patroni

    La Chiesa cattolica celebra oggi i Santi Cosma e Damiano il 26 settembre. In passato, però, la ricorrenza cadeva il 27 settembre.

    Lo spostamento al 26 settembre venne stabilito nel 1969 da papa Paolo VI con la riforma del Calendario Romano Generale, entrata in vigore il 1° gennaio 1970.

    Le ragioni furono principalmente due.

    La prima riguardava San Vincenzo de’ Paoli, che la Chiesa desiderava commemorare proprio il 27 settembre, giorno della sua morte avvenuta nel 1660. Fino a quel momento, la sua memoria liturgica era stata fissata al 19 luglio poiché il 27 settembre era già occupato dalla festa dei Santi Cosma e Damiano.

    La seconda era legata a una data simbolicamente molto importante per il culto dei due santi: il 26 settembre è infatti il giorno della dedicazione della Basilica dei Santi Cosma e Damiano nel Foro Romano, consacrata nel VI secolo da papa Felice IV.

    Nonostante la modifica del calendario liturgico, molte località italiane legate da antiche tradizioni ai due santi continuano ancora oggi a celebrare le feste popolari e le processioni a cavallo tra il 26 e il 27 settembre, mantenendo vivo il legame con la data storica.

    Una fiera tra le più importanti del Centro Italia

    In un’epoca in cui il mondo rurale costituiva la struttura portante dell’economia locale, le feste patronali coincidevano spesso con i principali momenti di scambio commerciale. La fiera di Stimigliano, collocata alla fine di settembre e all’inizio della stagione autunnale, svolgeva un ruolo strategico.

    Per gli allevatori era il momento ideale per vendere i capi in esubero prima dell’arrivo dell’inverno o acquistare animali da lavoro e da allevamento in vista dell’anno successivo. Per contadini e artigiani rappresentava invece l’occasione per procurarsi sementi, attrezzi agricoli, finimenti per cavalli e buoi e molti altri beni indispensabili alla vita quotidiana.

    La fama della manifestazione andava ben oltre i confini comunali. Grazie alla sua posizione strategica, favorita dalla vicinanza del Tevere e dalle storiche vie di comunicazione della valle, Stimigliano attirava operatori provenienti da tutta la Sabina, dai vicini comuni di Tarano, Forano e Poggio Mirteto, ma anche dalle province di Roma, Viterbo, Frosinone e persino dall’Umbria.

    La Fiera di San Cosma e Damiano veniva ricordata come una delle più grandi del Centro Italia. Nella sua fase di massimo splendore si estendeva dal paese fino allo Scalo, trasformando l’intero territorio in un immenso mercato all’aperto.

    La vicinanza al Tevere favoriva notevolmente il trasporto del bestiame, grazie anche alla presenza della piattaforma che consentiva l’attraversamento del fiume neinpressi del vecchio porto. Nei giorni della fiera le strade si riempivano di mandrie e greggi in arrivo da ogni direzione.

    Si arrivava a piedi, sui carri e, negli anni più recenti, anche con i trattori. Mucche, cavalli, asini, pecore, capre, maiali e scrofe seguite dai loro piccoli occupavano ogni spazio disponibile. Un colpo d’occhio che oggi appare quasi incredibile, ma che allora rappresentava la normalità.

    Nata allo Scalo, nell’area che oggi possiamo collocare dietro International Car Service, negli ultimi decenni della sua esistenza la fiera aveva però già perso le dimensioni imponenti del passato.

    L’area mercatale era stata trasferita e concentrata in località Nocchieto, lungo il tratto che dall’incrocio scende costeggiando l’allora officina Pileri, oggi Centro Auto Pileri, fino alla zona sopra il campo sportivo.

    Le grandi trattative, il denaro che passava di mano e il fontanile

    La fiera era anche il luogo delle grandi contrattazioni economiche.
    Non era raro vedere commercianti girare con portafogli rigonfi di banconote e assistere a trattative che si concludevano con passaggi di mano di cifre considerevoli, sempre rigorosamente in contanti.

    Lo scrittore stimiglianese Costante Menichelli ricorda:

    «Le ingenti somme di denaro contante che per esigenze commerciali venivano portate e che servivano per comprare o erano frutto del ricavato delle vendite, apparivano in qualche modo ancora più ingenti perché amplificate dal taglio delle banconote, specie le rossastre da diecimila e quelle verdi da cinquantamila lire. Venivano spesso racchiuse in enormi portafogli a più scompartimenti, a fisarmonica, perché durante la trattativa il denaro doveva come apparire e scomparire per impressionare i contraenti dell’affare».

    (Agorà – Quello che pensa e racconta la gente, Editrice Punto Uno S.r.l.)

    Alla memoria di Franco Cerquetani dobbiamo invece un’altra testimonianza, quella di veri e propri accordi di non concorrenza:

    Ricordo che il giorno della fiera era anche l’occasione giusta per stabilire quello che sarebbe stato il prezzo dei capretti da vendere nel periodo natalizio. Un momento di accordo tra gli allevatori per evitare il disagio di una spietata concorrenza sui prezzi di lì a un paio di mesi.

    Federico Brugnoletti invece fissa nella memoria della nostra comunità un altro particolare:

    La maggior parte degli animali era stipato all’inizio dello spazio dedicato alla fiera perché proprio lì si trovava il fontanile, preziosa risorsa d’acqua per le bestie da vendere

    I sensali: i maestri della mediazione

    Una delle figure più caratteristiche della fiera era quella del sensale, chiamato in alcune aree anche “sensuale” o “sanzaro”.

    Il sensale non era né il venditore né l’acquirente. Era il mediatore. Conosceva gli animali, i prezzi di mercato, le persone e le dinamiche delle trattative. Senza il suo intervento, molte compravendite non sarebbero mai andate a buon fine.

    Il suo compito consisteva nel mettere d’accordo le parti, trovare il giusto equilibrio economico e garantire la correttezza dello scambio. Gli allevatori si affidavano alla sua esperienza perché conosceva il valore di ogni capo di bestiame e sapeva riconoscere pregi e difetti osservando dentatura, zoccoli, corporatura e portamento dell’animale.

    La sua reputazione era fondamentale. In un’epoca in cui le certificazioni veterinarie erano rare, il sensale rappresentava una sorta di garanzia morale. Se dopo la vendita emergevano difetti nascosti o problemi non dichiarati, il suo giudizio poteva essere chiamato in causa per chiarire la controversia.

    Il rito della stretta di mano

    La compravendita del bestiame seguiva rituali antichi e quasi teatrali.

    Quando venditore e compratore si avvicinavano all’accordo, il sensale prendeva le loro mani e le univa con decisione. La stretta suggellava il contratto ben prima di qualsiasi documento scritto. Una volta battuta la mano, tornare indietro significava perdere la faccia davanti all’intera comunità.

    Spesso il sensale gestiva anche la consegna della caparra, detta in alcune zone “pommamento”, che costituiva la garanzia dell’accordo raggiunto.

    Per il proprio lavoro riceveva una percentuale sulla vendita, la cosiddetta senseria, secondo regole tramandate dalle consuetudini locali.

    I sensali erano spesso uomini carismatici, dotati di grande intuito psicologico e di una straordinaria capacità oratoria. Sapevano interpretare le intenzioni dei contraenti e capire il valore di una bestia quasi a colpo d’occhio.

    Tra i più conosciuti vengono ricordati Antonio Sassi, Schiavi da Roma e Loreto Polidori, che da Stimigliano si trasferì a Soriano nel Cimino, dove riuscì a costruire la propria fortuna proprio grazie a questa attività.

    Giramondo, il sensale “di corsa”

    Tra tutti i sensali entrati nella memoria popolare di Stimigliano, uno occupa però un posto speciale: l’abruzzese Guerino Di Sabatino detto Giramondo.

    Chi l’ha conosciuto lo ricorda come un personaggio eccentrico, simpatico e sempre in movimento. Fazzoletto rosso al collo, la sua caratteristica più curiosa era il modo di camminare: invece di procedere normalmente, si spostava quasi sempre con una sorta di corsetta particolare, dinoccolata e inconfondibile. Al grido di “Giramondo, Giramondo”, uno stuolo di bambini lo seguiva divertito.

    Una figura talmente caratteristica da essere entrata anche nella letteratura locale. Il poeta Mario Grizi gli dedica infatti una poesia nella raccolta L’attrezzi, la traja, l’omini crudi di Stimigliano (Poliart Editori, Roma, 1998), contribuendo a consegnarne il ricordo alle generazioni future.

    Cosa rimane oggi della Fiera di San Cosma e Damiano?

    Come è accaduto per gran parte delle storiche fiere del bestiame del Lazio e dell’Italia centrale, anche a Stimigliano la compravendita di animali è progressivamente scomparsa con la modernizzazione dell’agricoltura, il cambiamento delle forme di allevamento e la chiusura dei grandi mercati zootecnici all’aperto.

    Solo poche realtà sono riuscite a mantenere, almeno in parte, questa tradizione, come la vicina Fiera di Osteria Nuova a Frasso Sabino.

    Della grande Fiera di San Cosma e Damiano restano soprattutto i racconti e i ricordi di chi ne ha vissuto l’atmosfera. Eppure, passeggiando con un po’ di immaginazione nei luoghi dove si svolgeva, non è difficile percepire ancora l’eco di quel mondo: il muggito delle mandrie, il belato delle pecore, il vociare incessante delle trattative, l’odore della terra e degli animali, il fruscio delle banconote che passavano di mano.

    È il ricordo di una Stimigliano diversa, quando per qualche giorno all’anno il paese diventava uno dei più importanti centri commerciali della Sabina e dell’Italia centrale.

    Fonti

    • Agorà – Quello che pensa e racconta la gente di Costante Menichelli (Editrice Punto Uno S.r.l., 2019)
    • L’attrezzi, la traja, l’omini crudi di Stimigliano di Mario Grizi (Poliart Editori Roma, 1998)

    Foto gentilmente concessa da Federico Brugnoletti

  • Il cinema parrocchiale di Stimigliano: la storia di un luogo che ha unito generazioni

    Il cinema parrocchiale di Stimigliano: la storia di un luogo che ha unito generazioni

    Ci sono luoghi che continuano a vivere nella memoria collettiva di una comunità. A Stimigliano, uno di questi è senza dubbio il cinema parrocchiale, quello che ancora oggi tutti chiamano semplicemente “il Cinema”.
    Una struttura nata per regalare sogni e momenti di svago agli stimiglianesi, soprattutto ai più giovani, e che ancora oggi continua a svolgere un ruolo nella vita del paese, seppure molto lontano dalla sua destinazione originale.

    I cantinoni, la terrazza e il grande schermo: il cinema prima del cinema

    Prima della costruzione del cinema parrocchiale, i film venivano proiettati in luoghi che oggi appartengono alla memoria storica del paese.

    Durante l’inverno, le proiezioni si tenevano nei cosiddetti “cantinoni”, le grandi stanze situate negli scantinati del Castello Orsini. Nella bella stagione, invece, il cinema si trasferiva all’aperto, nel cortile sulla terrazza del castello, nei pressi della cappella dedicata a San Giuseppe.

    Erano anni in cui il cinema rappresentava una finestra sul mondo e ogni proiezione diventava un evento capace di richiamare famiglie, ragazzi e anziani.

    Don Mario Patrignani e l’attenzione per i giovani e la società

    Dietro la nascita del cinema di Stimigliano c’è una figura che molti ancora ricordano con affetto: Don Mario Patrignani.

    Don Mario Patrignani

    Parroco profondamente coinvolto nella vita sociale del paese, Don Mario dedicò una parte importante del proprio ministero stimiglianese (1938-1964) alla crescita umana e culturale dei ragazzi. Erano gli anni segnati dalla guerra e dalle difficoltà che essa portava con sé. In quel contesto Don Mario si impegnò affinché i ragazzi avessero punti di riferimento e luoghi di aggregazione.

    Convinto dell’importanza di offrire ai giovani luoghi sicuri in cui incontrarsi e trascorrere il tempo libero, aveva già allestito un locale parrocchiale dotato di biliardino e altri giochi.

    Questa iniziativa permetteva ai genitori di lavorare nei campi con maggiore serenità, sapendo che i figli si trovavano in un ambiente protetto e controllato. Anche le ragazze partecipavano attivamente alla vita della comunità attraverso incontri e attività, le cosiddette adunanze, che portarono, sotto il suo ministero, alla nascita delle Figlie di Maria, devote alla Madonna della Strada.

    Fu proprio da questa attenzione verso i giovani che nacque l’idea di realizzare una vera sala cinematografica, dotata di schermo, proiettori e posti a sedere.

    Il ricordo di Don Mario nelle parole del poeta Mario Grizi

    L’affetto della comunità nei confronti di Don Mario è rimasto vivo negli anni. A testimoniarlo questa poesia che Mario Grizi gli ha dedicato, ricordando il suo impegno e, in particolare, la realizzazione del cinema parrocchiale (che mario chiama “Regina”).

    Mario sottolinea come la comunità ancora oggi sia in dovere di ringraziare il parroco e se ne fa portavoce:

    Io vojo ringrazia’
    chi cià fatto un po’ sogna’
    e dalle brutture della guerra
    cià fatto ripija’

    Don Mario Patrignani
    cià fatto sperare nel domani.
    Tante cose qui ha fatto,
    ma, per ricompensa, l’han
    buttato via com’uno straccio.

    Ma il ricordo non si cancella,
    con lui la vita era bella:
    faceva giocare i bambini
    con tanti giochi
    con i giornalini.

    Fece er cinema “Regina”
    per la comunità,
    facendo tanti bei film
    da pote’ guarda’.

    Certo allora era ‘na cosa grande
    per Stimigliano…
    che ancora non l’ha ringraziato.
    Io, amici, qui ciò provato.

    Parole semplici ma sincere, che restituiscono il forte legame tra il parroco e la popolazione.

    L’affaccio su via Cavour

    Il voto alla Madonna della Strada

    Anche Costante Menichelli, nei suoi libri dedicati alla storia locale, ricorda Don Mario soprattutto per un episodio legato proprio alla Seconda Guerra Mondiale.

    Secondo il racconto, il parroco fece un voto alla Madonna della Strada, chiedendole di proteggere la comunità di Stimigliano durante gli anni difficili del conflitto. In cambio promise anni di particolari festeggiamenti e devozione.

    Un impegno che andò ben oltre le aspettative iniziali e che, attraverso generazioni di fedeli, è arrivato fino ai nostri giorni, diventando parte integrante della tradizione religiosa del paese.

    La costruzione del Cinema

    La realizzazione del cinema risale agli anni Cinquanta per volontà dello stesso Don Mario. Come ci ricorda Giulio Lattanzi, tra le memorie storiche di Stimigliano:

    I lavori terminarono orientativamente tra il 1957 e il 1958.

    L’entrata in Largo Cencio

    Il terreno su cui sorse l’edificio apparteneva alla Chiesa e venne messo a disposizione per la costruzione. La struttura occupava una posizione centrale: da un lato affacciava su Largo Cencio, dall’altro su Via Cavour.

    I lavori furono eseguiti da una ditta di Magliano Sabina, la “Gioia Tripoli” e grazie al prezioso contributo di Amedeo Patrignani, padre di Don Mario, che seguì da vicino la realizzazione dell’opera partecipando anche attivamente nella realizzazione di tutti gli intonaci.

    Per una comunità come quella di Stimigliano, il nuovo cinema rappresentò un importante segnale di crescita sociale e culturale.

    I lavori all’interno

    Il cinema e i suoi protagonisti

    Come racconta Mario Ceccarelli, dietro ogni proiezione c’era il lavoro di persone che contribuirono a rendere vivo quel luogo.

    Le pellicole venivano proiettate da un uomo conosciuto da tutti come “Mario Freddacaffè”, originario di Collevecchio e in possesso del prezioso patentino che abilitava alla professione .

    Nonostante non sia stato possibile risalire al suo cognome, la testimonianza racconta di una persona molto esperta nel settore delle proiezioni cinematografiche e probabilmente non amante del caffè bollente (o avvezza forse a qualche additivo segreto in grado di raffreddarlo – n.d.r.).

    Il piccolo Mario Ceccarelli sulla scala

    Continua Mario:

    Nel giro delle persone che orbitavano intorno al cinema c’erano anche Pio Valentini e Natalino De Santis e soprattuto, con il compito di staccare i biglietti e occuparsi della contabilità, Luigi Marcellini, detto Gigi

    Imparata l’arte fu lo stesso Mario a districarsi tra i proiettori così come Osvaldo Mammoli si occupò per un periodo della biglietteria.

    Tra le pellicole proiettate, quasi tutte degli anni ’50, quella che ricordo con più piacere è “Roma città aperta” con Anna Magnani e Aldo Fabrizi.

    L’attività del cinema proseguì fino alla metà degli anni Sessanta, arrivando ad ospitare, oltre le proiezioni anche un campo di bocce sulla terrazza su via Cavour.

    Una nuova vita: dalla banda musicale all’associazione culturale

    Terminata la stagione delle proiezioni coincisa praticamente con l’addio di Don Mario al paese di Stimigliano, l’edificio iniziò una seconda fase della propria esistenza.

    La struttura cambiò definitivamente funzione.

    Mario Andreozzi, per tutti Mario “Locci“, lo utilizzò come sede per le prove della banda musicale da lui fondata. Egli stesso aveva trasferito le proiezioni cinematografiche all’aperto, nell’arena che oggi potremmo collocare nell’area accanto alle case popolari.

    La sala venne utilizzata dalla nascente Associazione Culturale del paese per riunioni, incontri e numerose attività sociali. Tra queste ad esempio, la costruzione dei carri allegorici del Carnevale e altre attività che per anni hanno rappresentato un importante momento di partecipazione collettiva.

    Il mio ricordo personale è legato alla proiezione delle partite di calcio del Mondiale italiano del ’90 durante le serate piovose o alle le prove di canto per il festival canoro e soprattutto alle innumerevoli partite di pallone (chiamarlo calcetto sarebbe blasfemo) disputate nel campetto di pallavolo proprio davanti alla struttura, in largo Cencio.

    Qualche tiro eseguito con troppa foga, e probabilmente la poca dimestichezza con la sfera, spesso la scaraventavano sul tetto della struttura se non addirittura lo scavalcavano per farla finire sulla terrazza affacciata su via Cavour, ormai invasa da piante e alberi di ogni genere.

    Traslascio ogni commento del momento e i tentativi, spesso vani, di recuperare il preziosissimo oggetto che il più delle volte veniva acquistato con faticose “collette”.

    Il Cinema oggi

    Anche se il grande schermo non illumina più le sue pareti, il vecchio cinema continua ancora oggi a essere parte della vita della comunità.

    La sala principale viene utilizzata in occasione delle processioni religiose per ospitare i santi durante lo scambio tra i vari gruppi, in quello che rappresenta un vero e proprio passaggio di consegne.

    Il cinema oggi

    La stanza adiacente, quella che un tempo ospitava i proiettori, è stata destinata a locale per il catechismo. Fino a non molto tempo fa erano ancora visibili le caratteristiche aperture, le “buche” attraverso le quali i proiettori lanciavano le immagini sul grande schermo.

    Il cinema oggi

    Un patrimonio della memoria collettiva e un pizzico di rammarico

    Il cinema parrocchiale non è stato soltanto un luogo di spettacolo. È stato un punto di incontro, un presidio educativo, uno spazio di aggregazione e un simbolo della volontà di una comunità di crescere insieme.

    Grazie all’impegno di Don Mario Patrignani e di quanti contribuirono alla sua attività, generazioni di stimiglianesi hanno potuto condividere emozioni, amicizie e momenti di vita comune.

    Oggi, mentre la sua funzione è cambiata, il “Cinema” continua a raccontare una storia fatta di persone, volontà e partecipazione. Una storia che merita di essere ricordata perché parla non soltanto di un edificio, ma di un’intera comunità e della sua capacità di costruire luoghi destinati a lasciare un segno nel tempo.

    E soprattutto oggi diventa denuncia della mancanza di luoghi di aggregazione che tanto servirebbero a paesi come Stimigliano.

    Fonti

    Foto gentilmente concesse da Federico Brugnoletti

  • Tra cucito, rosario e cioccolato: le adunanze delle suore a Stimigliano

    Tra cucito, rosario e cioccolato: le adunanze delle suore a Stimigliano

    Tra cucito, preghiera e momenti di condivisione, le adunanze delle suore hanno accompagnato intere generazioni di ragazze di Stimigliano, offrendo formazione, socialità e concrete opportunità di lavoro nel difficile dopoguerra.

    Le adunanze delle suore: quando cucito e maglieria diventavano una scuola di vita

    Per molte ragazze di Stimigliano, tra il dopoguerra e la fine degli anni Cinquanta, le adunanze organizzate dalle suore non erano semplici incontri domenicali. Erano momenti di formazione, di aggregazione e, soprattutto, un’opportunità concreta per imparare un mestiere in un periodo storico segnato dalla povertà e dalla necessità di ricostruire il proprio futuro.

    Dalle riunioni delle comunità ai laboratori di formazione

    Le adunanze, ossia le riunioni periodiche delle superiore e delle comunità religiose, favorirono la nascita di laboratori di ricamo, cucito e maglieria. Se nell’Ottocento queste attività erano finalizzate principalmente alla preparazione del corredo nuziale, nel secondo dopoguerra assunsero una funzione molto diversa: diventare veri e propri percorsi di avviamento professionale.

    In quegli anni il settore tessile rivestiva un’importanza fondamentale. La richiesta di capi confezionati, riparazioni e lavori di sartoria era elevata e rappresentava una delle poche possibilità di reddito per molte famiglie.

    Nei laboratori gestiti dalle suore le giovani donne non imparavano soltanto le tecniche di cucito e ricamo, ma anche la rapidità e la precisione richieste dal lavoro su commissione e dalle prime forme di produzione organizzata.

    L’obiettivo era chiaro: offrire alle ragazze gli strumenti per raggiungere una propria indipendenza economica in un’epoca in cui il lavoro manuale specializzato rappresentava spesso l’unica alternativa alla miseria lasciata dalla guerra.

    Attraverso la rete costruita dalle adunanze, le religiose riuscivano inoltre a garantire opportunità concrete: qualifiche riconosciute, collaborazioni con enti e committenti esterni e la possibilità di lavorare sia in proprio sia come dipendenti presso aziende del settore.

    Le adunanze a Stimigliano

    Anche a Stimigliano, tra il 1944-45 e il 1968, anno in cui le suore lasciarono il paese, l’asilo gestito dalle religiose ospitava regolarmente queste attività.

    Gli incontri si svolgevano la domenica pomeriggio, intorno alle ore 15. Le partecipanti venivano suddivise per fasce d’età: Piccole, Beniamine, Aspiranti e Madri Cristiane. Alle 18 era prevista l’adorazione eucaristica, alla quale la partecipazione era obbligatoria, anche se, come ricordano oggi alcune delle protagoniste con un sorriso, “c’era sempre qualcuna che riusciva a sfuggire”.

    A guidare i laboratori erano Suor Antonietta e Suor Faustina, la superiora, mentre Suor Flaminia si occupava della cucina. Suor Antonietta era ricordata per il suo carattere severo: pretendeva attenzione e impegno e non tollerava distrazioni, utilizzando metodi che le ex allieve definiscono oggi, con ironia, “molto convincenti”.

    Le ragazze più grandi partecipavano anche alla preparazione degli abiti e degli addobbi utilizzati durante la festa del Corpus Domini, contribuendo attivamente alla vita religiosa del paese.

    Tra lavoro e preghiera

    Durante le attività manuali non mancava mai il momento della preghiera. Si recitava il rosario mentre si lavorava, ma con le mani occupate da ago e filo era impossibile utilizzare la corona. Così le preghiere venivano contate a voce: “prima Ave Maria, seconda Ave Maria” e così via, fino alla conclusione del rosario.

    Per molte bambine, soprattutto le più piccole, partecipare alle adunanze non era sempre un piacere. Eppure, a distanza di anni, molte di loro ricordano quelle lezioni con gratitudine, riconoscendo il valore degli insegnamenti ricevuti e l’utilità pratica che hanno avuto nella vita quotidiana.

    Un punto di riferimento per l’intera comunità

    Le adunanze non rappresentavano soltanto una forma di formazione professionale. Erano anche un importante servizio sociale per il paese. Mentre le bambine e le ragazze trascorrevano il pomeriggio con le suore, i ragazzi si riunivano presso Don Mario, che aveva allestito un locale parrocchiale con un biliardino e altri giochi. In questo modo i genitori potevano lavorare nei campi con maggiore serenità, sapendo che i figli erano in un ambiente sicuro.

    Attorno alle suore ruotava inoltre una parte significativa della vita comunitaria: si organizzavano balli, feste di Carnevale, processioni dedicate alla Madonna con le Figlie di Maria in testa al corteo e numerose occasioni di incontro.

    Non mancavano neppure i momenti più semplici e gioiosi, come quando le religiose preparavano per i bambini e le ragazze lo “squaglio di cioccolato”, un cioccolato fuso che ancora oggi sopravvive nei ricordi di chi lo assaggiò.

    Un’eredità che va oltre il mestiere

    Nel 1958 suor Faustina lasciò Stimigliano ma altre suore si avvicendarono, anche di ordini diversi, continuando l’opera già iniziata e contribuendo anche all’insegnamento del catechismo. Ricordiamo le superiore suor Immacolata e suor Angela.

    Poi, nel 1968, fu istituita la scuola Materna statale e i cosiddetti asili religiosi furono superati anche perchè il Comune, da quel momento, smise di partecipare alle spese per il sostentamento delle case locali.

    A distanza di decenni, le adunanze delle suore restano una pagina importante della storia di Stimigliano. Non furono soltanto corsi di cucito o maglieria, ma luoghi in cui intere generazioni appresero disciplina, responsabilità, spirito di comunità e competenze che avrebbero accompagnato molte donne nel lavoro e nella vita.

    In un’Italia che cercava di rialzarsi dalle ferite della guerra, quelle domeniche trascorse tra ago, filo, preghiere e amicizie contribuirono a costruire, silenziosamente, una concreta occasione di riscatto sociale e di autonomia per tante ragazze del paese.

  • Memorie fotografiche – Corpus Domini

    Memorie fotografiche – Corpus Domini

    a cura di Federico Brugnoletti

    La festa del Corpus Domini celebra la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, portata in processione per le vie del paese sotto un baldacchino, segno di rispetto e solennità verso il Santissimo ma che richiama anche l’onore riservato alle figure più importanti e crea uno spazio sacro che accompagna la processione tra le case.

    Un tempo, essendo più leggero delle pesanti macchine dei santi, veniva spesso sorretto dai notabili, i cosiddetti “signorotti”, a sottolinearne anche il valore sociale.

    Le vie si preparano con addobbi e segni di devozione. Tra questi, le infiorate erano un elemento centrale: in passato, nei giorni precedenti la festa, erano soprattutto le donne a raccogliere fiori per realizzare disegni lungo il percorso. Oggi i petali sono sempre più rari e spesso sostituiti da materiali più semplici come gessetti, farina, caffè o segatura.

    A Stimigliano la processione attraversava molte più vie, mentre oggi si concentra tra via Garibaldi, via Cavour e il centro storico dentro le mura.

    Le fotografie raccontano questa continuità: tre immagini degli anni ’60 e ’70 e due scatti del 6 giugno 2010, tra memoria e presente della stessa tradizione.

  • San Bernardino a Stimigliano: fede e giovani nel 1980

    San Bernardino a Stimigliano: fede e giovani nel 1980

    Luci, canti ma anche silenzio raccolto: così Stimigliano ha accolto San Bernardino nel settembre del 1980. Il racconto tratto dal periodico “La Vetta” di una esperienza di fede e partecipazione che il paese non ha dimenticato.

    La “Peregrinatio” del corpo di San Bernardino da Siena

    Nel 1980, tra il 31 agosto e il 4 ottobre, in occasione del VI centenario della nascita di san Bernardino da Siena (1380–1980), è stato organizzato un grande pellegrinaggio con il corpo incorrotto del Santo, custodito a L’Aquila, che ha attraversato numerose regioni italiane (Toscana – Umbria – Lazio – Lucania – Abruzzo)

    La mappa degli spostamenti

    Il pellegrinaggio, di carattere religioso–apostolico. è stato curato dall’Ordine dei Frati Minori, custodi della Basilica di San Bernardino a L’Aquila.

    Dettaglio dell’itinerario (parte 1)
    Dettaglio dell’itinerario (parte 2)

    26 settembre, Stimigliano accoglie il Santo

    È stata una vera esplosione di fede popolare.
    Stimigliano, paese di circa 1.700 abitanti, ha vissuto una serata che è rimasta impressa nella memoria di tutti.

    Queste le parole di Padre Antonio D’Antonio nel suo racconto del viaggio delle spoglie di San Bernardino da Siena.

    È la sera del 26 settembre del 1980 e l’accoglienza degli Stimiglianesi è mozzafiato.

    Un paese interamente illuminato e pavesato in modo straordinario. Migliaia di bandierine colorate, frutto di mesi di lavoro di donne, giovani, ragazze e bambini, attraversano le strade appese ai balconi formando una vera e propria galleria.

    Uno spettacolo meraviglioso.

    Drappi rossi con la croce o con il monogramma bernardiniano alle finestre, file di lampadine accese, vasi di fiori di ogni tipo lungo la strada, festoni e bengala che, a tratti, illuminano a giorno la bella e spaziosa via d’accesso al paese.

    Anche piazza Vittorio Emanuele è un tripudio di colori. Il lampione centrale è il fulcro dal quale si dipanano sette file di bandierine pluricolori, scendendo fino a legarsi agli alberi della piazza.

    Un richiamo evidente ai sette Sacramenti e ai doni dello Spirito Santo.

    Ad accogliere l’Urna con le Spoglie mortali di San Bernardino ci sono le autorità religiose, quelle civili e la Confraternita di San Bernardino. Con loro anche la banda che intona una marcetta melodica, sommessa, perfettamente in sintonia con i sentimenti di profonda commozione del popolo: un silenzio intenso, partecipe, quasi stupefatto.

    Fin dai primi momenti è apparso chiaro che il vero fulcro dell’organizzazione sono stati i giovani, animati da un entusiasmo raro e da una fede quasi “fanatica”. Ovunque si vedevano giovani, solo giovani: erano loro a dirigere e coordinare ogni fase della degna accoglienza riservata a San Bernardino.
    Che bellezza! Che serata dolce, incantevole, indimenticabile.

    Proprio nella piazza si è radunata una folla di circa 5000 persone. Insieme agli stimiglianesi ci sono moltissimi fedeli provenienti dai paesi vicini giunti anche loro per onorare San Bernardino.

    L’Urna è alla base del sagrato mentre i gradini superiori vedono allestito un altare. Ben diciannove sacerdoti si riuniscono attorno al vescovo di Sabina e Poggio Mirteto, monsignor Marco Caliaro, scalabriniano, per concelebrare la messa. Non prima però di aver ascoltato le parole del parroco don Attilio Attili, di padre Tommaso Maggi e del sindaco dott. Costante Menichelli.

    Il sagrato con il Santo e l’altare

    Terminata la Santa Messa, ha inizio la processione per le vie del paese, i fedeli seguono con fede il Santo, portato in spalla dai membri della confraternita fino a tornare di nuovo in chiesa. È già tempo del Santo Rito di mezzanotte celebrato da Don Attilio.

    Il Santo portato a spalla dalla confraternita

    Anche in questa occasione i protagonisti sono stati i giovani

    nota ancora don Antonio D’Antonio

    hanno cantato, proclamato le letture e si sono accostati numerosi ai Sacramenti. Durante la preghiera dei fedeli, un giovane ha preso la parola ed ha invitato l’assemblea a invocare San Bernardino affinché concedesse forza e rassegnazione a una famiglia aquilana colpita da una tragedia immane: il padre ucciso dal figlio, ora in carcere.
    Lo stesso giovane ha invitato i suoi coetanei a stringersi per mano attorno all’Urna e a recitare insieme il Padre Nostro per quella famiglia provata.

    Un momento di commozione profonda e sincera.

    La Messa di mezzanotte si è conclusa molto tardi, ma nonostante l’ora, un centinaio di giovani — ragazzi e ragazze — insieme ad altri fedeli, sono rimasti in chiesa per la veglia notturna, fino al mattino, leggendo, pregando e cantando.

    La festa dei fedeli continua

    Durante la mattinata del 27 settembre sono state celebrate da Padre Giustino D’Orsogna e Padre Antonio D’Antonio altre Sante Messe che hanno dato loro modo di parlare di San Bernardino e delle sue opere.

    Fedeli in processione

    È invece il vescovo monsignor Caliaro a concelebrare con altri quattro sacerdoti, tra cui padre Maggi, prima di scoprire la lapide commemorativa nella cappella di San Bernardino, lapide che riporta la seguente iscrizione:

    A ricordo
    della benefica permanenza
    in questa chiesa
    26–27 settembre 1980
    delle Spoglie mortali
    di SAN BERNARDINO DA SIENA
    durante la “Peregrinatio”
    nel VI Centenario
    di sua nascita

    Il popolo di Stimigliano
    Q.M.P.

    Alle ore 12.00 una breve processione si conclude con uno spettacolo pirtoecnico arricchito da una “pioggia” di volantini variopinti con la scritta “W S. Bernardino”, ricaduti festosamente sulla folla.

    Rimane solo il tempo per gli ultimi lunghi applausi, le ultime lacrime di commozione perché il Santo non può fermarsi, altri fedeli lo aspettano, deve ripartire alla volta di Trevignano.

    Un ricordo che non si cancella

    La tappa di San Bernardino a Stimigliano è stata resa possibile da una partecipazione corale e sincera. L’intero paese si è prodigato per abbellire strade, piazze e case, lavorando per mesi con dedizione e spirito comunitario, affinché l’accoglienza fosse degna del Santo e del significato profondo della sua visita.

    Giovani e famiglie, tutti hanno contribuito, ciascuno a modo proprio, trasformando Stimigliano in un luogo di festa, di preghiera e di testimonianza viva di fede.

    A distanza di tanti anni, quell’impegno condiviso e quelle emozioni restano impressi nella memoria collettiva. Il passaggio di San Bernardino non è stato solo un evento religioso, ma un momento capace di unire il paese intero. Un ricordo davvero indelebile, che ancora oggi parla al cuore di chi lo ha vissuto e di chi lo ascolta raccontare.


    Preghiera di Papa Giovanni Paolo II a San Bernardino

    O Dio, che in San Bernardino
    ci hai dato un modello di predicatore della tua Parola,
    concedi che in tutte le contrade
    dove egli ritorna con la sua presenza
    rinasca la vita cristiana,
    siano placate le violenze
    e venga accolto il “Vangelo della pace”.

    Te lo chiediamo nel nome santissimo di Gesù,
    Redentore dell’uomo.
    Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

    L’Aquila – Basilica di San Bernardino, 30 agosto 1980 (La Vetta)

    Fonti

    • LA VETTA: Periodico trimestrale del T.O.F. – L’Aquila – aprile/giugno 1981 – N.2/unico
    • www.bernalda.net
  • Memorie fotografiche – Il Vescovo e la grande partecipazione del paese

    Memorie fotografiche – Il Vescovo e la grande partecipazione del paese

    a cura di Federico Brugnoletti

    Il vescovo circondato da tante persone, bambini e bambine in abito da comunione.

    La foto testimonia un evento religioso con grande partecipazione del paese, segno di una celebrazione molto sentita dalla comunità in quegli anni.

    Data e occasione precise non sono note. Chi si riconosce o riconosce qualcuno nella foto?

    È festa in piazza alla presenza del Vescovo
  • Una fiction Rai a Stimigliano: storia e ricordi delle riprese nel centro storico

    Una fiction Rai a Stimigliano: storia e ricordi delle riprese nel centro storico

    Grazie a Elisabetta Manni per la gentile concessione della foto in copertina

    Sciuscià, storia di guerra e d’amicizia. Massimo Ranieri e il nostro paese

    Non tutti sanno che Stimigliano circa 26 anni fa è stato protagonista di una pagina importante della fiction televisiva italiana. Il nostro paese, infatti, è stato scelto come set per parte delle riprese della miniserie TV “Storia di guerra e d’amicizia”, una produzione Rai trasmessa su Rai Uno nel dicembre del 2002, con protagonisti Massimo Ranieri ed Elena Sofia Ricci.

    Un’esperienza che ha coinvolto non solo le strade e i luoghi storici di Stimigliano, ma anche molti cittadini del paese, chiamati a partecipare come comparse, rendendo l’atmosfera delle riprese ancora più autentica, partecipata e carica di emozione.


    La miniserie TV

    Storia di guerra e d’amicizia è una miniserie televisiva italiana composta da quattro episodi.

    Crediti principali

    • Sceneggiatura: Sergio Donati
    • Storia originale: Maurizio Torelli
    • Regia: Fabrizio Costa

    Cast principale Massimo Ranieri, Elena Sofia Ricci, Pietro Mannino, Alessia Bruno, Dario De Vito, Luciano De Luca, Elena Russo, Sebastiano Lo Monaco, Manuele Labate.

    La serie racconta le avventure di tre giovanissimi scugnizzi napoletani sullo sfondo dell’occupazione tedesca in Italia e della guerra di Liberazione, intrecciando i temi della guerra, dell’amicizia e dei legami familiari.


    La trama: una storia di guerra, amicizia e coraggio

    La vicenda ha inizio nell’ottobre del 1943 a Melito, un piccolo paese in provincia di Napoli, stretto tra il fronte tedesco e quello americano. In un contesto di devastazione e povertà causato dal conflitto, il piccolo Nico decide di partire alla ricerca dei suoi genitori, Marcella e Giovanni, arrestati e deportati dai tedeschi perché coinvolti nelle attività partigiane locali.

    Durante il viaggio verso Roma, Nico incontra Fiammetta, un’orfana di guerra che vive per strada, e Pantera, un trovatello vivace e astuto. I tre diventano inseparabili e iniziano a lavorare come sciuscià, lustrascarpe, lungo le strade dell’Italia martoriata dalla guerra.

    Frammento video da YouTube

    La loro storia si intreccia con eventi più grandi di loro: durante un bombardamento, Nico salva la vita al maggiore americano Wickers, che, colpito dal coraggio del ragazzo, gli affida documenti segreti da trasportare a Roma, nascosti nella sua cassetta da lustrascarpe.

    Da qui la narrazione si sviluppa su tre filoni principali:

    • il viaggio dei tre ragazzi verso Roma e il ritorno nella Napoli liberata;
    • la difficile fuga di Marcella dal comando tedesco di via Tasso;
    • la vicenda di Giovanni, che dopo l’arresto riesce a fuggire e si unisce a una banda partigiana, fino a diventarne il comandante.

    Nonostante un finale drammatico, la miniserie resta un intenso racconto di amicizia, amore familiare e sacrificio, ambientato in uno dei momenti più duri della nostra storia.


    Le riprese a Stimigliano

    Tra i luoghi scelti per le riprese figura anche Stimigliano, in particolare il centro storico.

    Il Castello Orsini fu trasformato per l’occasione nella “Casa del Fascio”, mentre vie e vicoli del paese “vecchio” vennero completamente riaddobbati per ricreare l’atmosfera degli anni della guerra. Un lavoro scenografico accurato che restituì al pubblico un’immagine intensa e realistica dell’epoca.

    Ma il vero valore aggiunto fu il coinvolgimento diretto della popolazione. Secondo il ricordo di Giulio Lattanzi, memoria storica di tanti avvenimenti locali e anch’egli scritturato dalla regia, le persone di Stimigliano ingaggiate come comparse furono “anche più di venti.”

    “Sciuscià“ ci tiene a precisare (dal titolo originale Shoeshine), Giulio ricorda bene l’emozione delle giornate di ripresa, scandite dalle parole che davano il via alle scene: «Azione!», seguite dal classico ciak. E poi prosegue “le vecchie che strillavano, i bombardamenti simulati da cannoni ad aria”.

    Le riprese si svolsero in più punti del paese:

    • la chiesa, per le scene del funerale;
    • il corso principale, dove il corteo funebre proseguiva;
    • Stimigliano “vecchio”, ovvero tutto il centro storico fino alla piazzetta del Comune (Piazza Roma).

    Presso le scuole era stato allestito il reparto trucco e parrucco. Le donne vennero vestite con abiti “di una volta”, mentre molti uomini furono letteralmente “invecchiati” grazie al lavoro delle abili truccatrici.

    Un’esperienza ricordata con piacere anche per l’aspetto pratico:
    “100 mila lire al giorno”, racconta Giulio, una paga più che buona per l’epoca, accompagnata da un buffet sempre disponibile per ristorarsi tra una scena e l’altra. Le riprese durarono tre o quattro giorni, intensi e indimenticabili per poi spostarsi prima a Ponzano e poi a Sant’Oreste.


    Stimigliano e il cinema: una memoria da valorizzare

    L’esperienza della miniserie Rai rappresenta per Stimigliano un pezzo di memoria collettiva, un momento in cui il paese si è trasformato in un vero set cinematografico, diventando parte integrante di una storia raccontata a livello nazionale.

    Un patrimonio fatto di ricordi, immagini e testimonianze, come quelle di Giulio Lattanzi, che meritano di essere raccolte e raccontate, per non perdere il legame tra il territorio, la sua gente e i momenti importanti vissuti dal paese.

    Fonti

  • L’idrometro di Stimigliano: silenzioso guardiano del Tevere

    L’idrometro di Stimigliano: silenzioso guardiano del Tevere

    Cos’è un idrometro e a cosa serve

    L’idrometro è lo strumento utilizzato per misurare le quote idrometriche, cioè il livello dell’acqua di fiumi e laghi. In termini semplici, permette di capire quanto un corso d’acqua si stia alzando o abbassando in un determinato punto.

    Il modello più semplice è l’idrometro ad asta, costituito da una barra – solitamente in pietra o più recentemente in lega metallica resistente alla corrosione – dotata di tacche numerate in metri e centimetri. Viene installato verticalmente a contatto con l’acqua, spesso fissato a una spalla di un ponte, a una banchina fluviale o a una pila.

    Oggi, accanto a questi sistemi tradizionali, vengono utilizzati anche strumenti più avanzati come idrometrografi e teleidrometri, capaci di rilevare i livelli dell’acqua tramite tecnologie moderne (laser, ultrasuoni, sensori digitali) e trasmettere i dati in tempo reale ai centri di monitoraggio.

    Che cos’è il livello idrometrico

    Per livello idrometrico si intende il dislivello tra la superficie dell’acqua e un punto di riferimento altimetrico. Questo riferimento può essere:

    • il livello medio del mare (l.m.m.)
    • lo zero idrometrico, cioè il valore convenzionale stabilito per ciascun idrometro

    È importante sottolineare che lo zero dell’idrometro non coincide con il fondo del fiume, perché l’alveo è soggetto a continue modifiche naturali. Si tratta invece di una quota altimetrica fissa, definita in fase di installazione dello strumento.

    Perché gli idrometri sono fondamentali per la sicurezza

    Gli idrometri giocano un ruolo chiave nella salvaguardia del territorio. Il monitoraggio continuo dei livelli idrometrici consente di:

    • prevedere l’andamento delle piene fluviali
    • attivare con anticipo i sistemi di allerta della Protezione Civile
    • prevenire danni a persone, abitazioni e infrastrutture
    • valutare l’evoluzione dei fenomeni di piena nel tempo

    In un Paese come l’Italia, attraversato da numerosi corsi d’acqua e spesso soggetto a eventi meteorologici intensi, questi strumenti sono essenziali.

    L’idrometro di Stimigliano: una posizione strategica

    L’idrometro di Stimigliano riveste un’importanza storica e tecnica di grande rilievo. La sua installazione avvenne il 24 gennaio 1880, pochi giorni dopo quella dell’idrometro di Corese (10 gennaio 1880).

    La sua collocazione strategica, tra la foce del Nera e quella dell’Aniene, ne ha subito evidenziato il valore per la prevenzione delle inondazioni di Roma. Prima di queste installazioni, l’unico idrometro presente lungo il corso del Tevere era quello di Orte, situato però a monte della foce del Nera. Questo rendeva le informazioni disponibili parziali e spesso imprecise, poiché non tenevano conto dell’apporto di importanti affluenti.

    Grazie all’idrometro di Stimigliano, diventava finalmente possibile monitorare in modo più accurato l’evoluzione delle piene dirette verso la Capitale.

    Le prime osservazioni ufficiali

    Un documento del 1883, gli Atti della Giunta per l’Inchiesta Agraria sulle condizioni della classe agricola, testimonia l’avvio delle misurazioni:

    “… è soltanto al 10 gennaio 1880 che rimontano le osservazioni del nuovo idrometro impiantato a Corese, ed al 24 dello stesso mese per quello di Stimigliano. Al primo si eseguiscono le osservazioni alle 6 antimerdiane, a mezzogiorno ed alle 6 pomeridiane; ed a quello di Stimigliano una sola volta a mezzogiorno.“

    Il testo riporta anche dati precisi sulle distanze dalla foce del Tevere (125.670 metri)e sulle quote degli zeri idrometrici rispetto all’idrometro di Ripetta, punto di riferimento storico per Roma. In particolare, lo zero dell’idrometro di Stimigliano risultava più elevato di 27,368 metri rispetto a quello di Ripetta (oggi spostato sulle mura della chiesa di San Rocco), a conferma della sua collocazione in un tratto cruciale del fiume.

    Un patrimonio tecnico e storico da valorizzare

    L’idrometro di Stimigliano non è soltanto uno strumento tecnico, ma rappresenta anche un importante elemento di memoria storica del territorio. Racconta di un’epoca in cui la prevenzione delle piene si basava su osservazioni dirette, misurazioni regolari, calcoli manuali e su una conoscenza profonda e quotidiana del fiume.

    Nel corso del tempo, il Tevere ha modificato il proprio alveo e il suo andamento, spostandosi rispetto alla posizione storica in cui l’idrometro era originariamente immerso nel flusso principale. Nonostante questi cambiamenti naturali, l’idrometro rimane un riferimento tecnico fondamentale, testimonianza concreta di come veniva monitorato il fiume e di come si costruiva la sicurezza idraulica prima dell’avvento delle moderne tecnologie digitali.

    Ancora oggi, ricordare il ruolo di questi strumenti significa comprendere meglio il rapporto tra le comunità locali e il Tevere: un fiume che ha portato risorse e sviluppo, ma anche rischi e pericoli, modellando nel tempo il paesaggio, l’economia e la storia dei paesi che si affacciano sulle sue rive. L’idrometro di Stimigliano resta così un simbolo di attenzione al territorio, di prevenzione e di dialogo costante tra l’uomo e il fiume.

    Fonti

    • Atti della Giunta per l’Inchiesta Agraria sulle condizioni della classe agricola (1883)
    • Wikipedia

  • Il vecchio Dazio di Stimigliano: merci e bestiame alla pesa

    Il vecchio Dazio di Stimigliano: merci e bestiame alla pesa

    a cura di Federico Brugnoletti

    Prima che arrivassero l’IGE (1940) e poi l’IVA (1973), i tributi si pagavano al Dazio. Quello di Stimigliano, affiancato dalla pesa, si trovava all’inizio di via Garibaldi dove, prima il distributore poi il “giardinetto”, ne hanno preso il posto. Il titolare era Masci di Civita Castellana. Alle sue dipendenze Ivano Nesta e Natale De Santis.

    Merci e animali venivano controllati, pesati o stimati. Grano, vino, olio e bestiame contribuivano alle casse erariali.
    Era una pratica normale, parte della vita quotidiana del paese.

    Il Dazio quasi nascosto tra gli alberi in via Garibaldi
  • Stimigliano nella storia dell’aviazione: la sosta della prima aero‑gita romana del 1930

    Stimigliano nella storia dell’aviazione: la sosta della prima aero‑gita romana del 1930

    La foto di copertina mostra un aereo che atterra nei pressi di Stimigliano

    La storia del volo in Italia passa ancora per Stimigliano.
    Alle rilevazioni aeree condotte nel 1908 da Maurizio Moris, già ricordate su queste pagine (leggi l’articolo), si aggiunge un altro importante episodio: la sosta della prima aero‑gita dell’Aero Club di Roma il 27 aprile del 1930. Grazie alle riprese Stimigliano comparve nei cinegiornali proiettati nei cinema italiani, diventando – anche se per un giorno – parte della narrazione della modernità italiana.

    L’atterraggio, il picnic e i balli: è la primavera del 1930

    Non tutti sanno che Stimigliano, dopo le pionieristiche rilevazioni eseguite da Moris nel 1908, entrò di nuovo nella storia dell’aviazione italiana nel 1930 come tappa di un evento allo stesso modo eccezionale: la prima aero‑gita dell’Aero Club di Roma, una vera “gita di piacere in aeroplano”, documentata da fotografie e filmati ufficiali dell’epoca.

    Estratto del video dell’istituto L.U.C.E.

    Clicca qui per il video integrale del cinegiornale
    Clicca qui per il video integrale del volo


    Il volo come divertimento

    All’inizio degli anni Trenta il volo non era più solo impresa militare o sperimentale: si iniziava a immaginare l’aeroplano anche come mezzo di svago, socialità e modernità.

    La prima aero‑gita dell’Aero Club di Roma fu proprio questo:
    un volo collettivo, seguito da una sosta conviviale all’aperto, con picnic sull’erba, momenti di svago e socializzazione, il tutto ampiamente documentato dall’istituto L.U.C.E.


    Stimigliano, tappa della sosta

    Le fonti ufficiali indicano chiaramente che durante la gita fu effettuata una sosta “nei pressi di Stimigliano”, dove i partecipanti si fermarono per una colazione sull’erba.

    Le immagini dell’Istituto LUCE restituiscono una scena sorprendente: aeroplani schierati in un grande prato, gruppi di partecipanti seduti direttamente sull’erba, tavolini improvvisati con ombrelloni e vivande, e uomini e donne in abiti eleganti, tipici della fine degli anni Venti, intenti a condividere un momento di convivialità accanto ai velivoli.

    Colazione sull’erba nei pressi di Stimigliano: fra i partecipanti Alessandro Sardi presidente del L.U.C.E.

    Per Stimigliano, allora come oggi piccolo centro di passaggio ferroviario e viario, vedere atterrare decine di aeroplani doveva essere uno spettacolo davvero fuori dal comune.

    Il 29 aprile sulle pagine de “Il Piccolo” di Trieste si legge:

    […] I quindici apparecchi, […] trovato un prato idoneo all’atterraggio […] in località di Stimigliano, atterravano felicemente. Posti gli apparecchi in semicerchio, fra le liete e festose meraviglie dei contadini accorsi, i partecipanti alla gita hanno preso il tè, togliendo fornelli, provviste, un grammofono e persino diversi ombrelloni dai portabagli degli aeroplani […]


    I protagonisti

    Tra i partecipanti documentati figurano:

    • Italo Balbo, Ministro dell’Aeronautica generale, figura centrale dell’evento e promotore dell’iniziativa
    • Alessandro Sardi, presidente dell’Istituto L.U.C.E., identificato nelle didascalie ufficiali delle fotografie
    • aviatori, aviatrici e ospiti civili, comprese numerose signore, come mostrano chiaramente le immagini

    Gli aeroplani

    Dalle schede fotografiche è possibile identificare monoplani Fiat A.S.1, allineati durante la sosta nel prato.
    Velivoli piccoli, leggeri, simbolo di un’epoca in cui il volo stava passando dall’eroismo all’accessibilità.

    L’atterraggio nei pressi di Stimigliano
    Aerei schierati in un vasto campo nei pressi di Stimigliano

    Un evento filmato per l’Italia intera

    La rilevanza dell’aero‑gita è confermata dal fatto che l’Istituto L.U.C.E. le dedicò:

    • un cinegiornale ufficiale, oggi conservato negli archivi storici,
    • numerosi servizi fotografici, con oltre una dozzina di immagini catalogate.

    Questo significa che Stimigliano comparve nei cinegiornali proiettati nei cinema italiani, diventando – anche se per un giorno – parte della narrazione della modernità italiana.


    Un motivo d’orgoglio per il paese

    Non si trattò di una gara, né di un evento politico, ma di una festa del volo, e Stimigliano ne fu scenario reale.
    Un luogo scelto per la sua campagna, i suoi spazi aperti e la sua posizione, che permisero una sosta sicura e conviviale.

    Oggi questo episodio rappresenta un frammento poco conosciuto ma autentico della storia locale e un legame diretto tra il territorio e una fase decisiva della storia dell’aviazione civile italiana.

    Il passaggio sul Tevere

    Stimigliano e la memoria

    Raccontare questa storia significa ricordare che anche un piccolo paese può incrociare la grande Storia, a volte in modo silenzioso, altre volte – come nel 1930 – con il rombo degli aeroplani sopra i campi.

    L’Italia stava entrando nel futuro, era il segno di una trasformazione epocale, e Stimigliano era lì, dentro quel cambiamento.

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    Fonti