Tra ricordi, poesie e affetto, la comunità ha celebrato l’eredità culturale di uno dei suoi figli più illustri.
Cosimo Renzetti, un angolo della poesia per custodirne il ricordo
Si è svolta domenica 5 luglio 2026 la semplice ma intensa cerimonia di scopertura della targa commemorativa dedicata a Cosimo Renzetti, poeta stimiglianese che con la sua opera e la sua sensibilità ha lasciato un segno profondo nella memoria culturale del paese.
L’iniziativa, promossa dall’Associazione Casa Sabina della Poesia e dall’Amministrazione Comunale, ha visto la partecipazione di cittadini, familiari e amici che hanno voluto rendere omaggio a una figura tanto schiva quanto apprezzata dalla comunità.
A ricordare Cosimo sono stati la professoressa Rita Cantarini, in rappresentanza della Casa Sabina della Poesia, e Mario Grizi, principale promotore dell’iniziativa. Entrambi hanno sottolineato le qualità umane e artistiche del poeta: una persona semplice e riservata che, grazie alla passione per i grandi autori della letteratura italiana come Dante Alighieri e Ludovico Ariosto, riuscì da autodidatta a dare vita a poesie, racconti e sonetti di notevole valore.
Con grande partecipazione emotiva, la professoressa Cantarini ha letto una poesia dedicata a Stimigliano, accompagnando la lettura con parole di affetto e ammirazione. Mario Grizi ha invece ricordato gli anni trascorsi accanto a Cosimo e ad altri artisti stimiglianesi, spiegando come l’incontro con le loro storie, la loro cultura e la loro umanità abbia rappresentato una fonte di ispirazione fondamentale per il suo percorso di scrittore.
Anche il sindaco Franco Gilardi ha voluto ricordare Cosimo Renzetti, evidenziando come, pur mantenendo sempre un profilo discreto e lontano dai riflettori, sia riuscito a realizzare opere e a lasciare testimonianze culturali di grande valore.
Diversi interventi hanno inoltre richiamato il ricordo di Cosimo non soltanto come poeta, ma anche come esperto contadino, particolarmente noto per la sua abilità negli innesti e per la profonda conoscenza del mondo agricolo e della natura.
Momento particolarmente significativo è stata la scopertura della targa commemorativa affissa da Bernardino Grizi, storico amico insieme al padre Omero di Cosimo, che raffigura il poeta tra gli ulivi con accanto la sua amata copia della Divina Commedia. A svelarla sono stati il sindaco insieme ai nipoti Claudio, Paola e Federico, tra la commozione dei presenti.
Quello che oggi è già stato ribattezzato da Mario come “l’angolo della poesia” (all’inizio di Corso Umberto I, subito dopo aver superato l’Arco) diventa così un luogo di memoria e di ispirazione: uno spazio dedicato al ricordo di un uomo che ha saputo raccontare la propria terra attraverso la parola e che continuerà a parlare alle future generazioni attraverso le sue opere e il suo esempio.
Un personale e sincero ringraziamento va all’associazione Casa Sabina della Poesia e all’Amministrazione Comunale che hanno contribuito a questo prezioso gesto di memoria, cultura e amore per nostro zio Cosimo.
Luci, canti ma anche silenzio raccolto: così Stimigliano ha accolto San Bernardino nel settembre del 1980. Il racconto tratto dal periodico “La Vetta” di una esperienza di fede e partecipazione che il paese non ha dimenticato.
La “Peregrinatio” del corpo di San Bernardino da Siena
Nel 1980, tra il 31 agosto e il 4 ottobre, in occasione del VI centenario della nascita di san Bernardino da Siena (1380–1980), è stato organizzato un grande pellegrinaggio con il corpo incorrotto del Santo, custodito a L’Aquila, che ha attraversato numerose regioni italiane (Toscana – Umbria – Lazio – Lucania – Abruzzo)
La mappa degli spostamenti
Il pellegrinaggio, di carattere religioso–apostolico. è stato curato dall’Ordine dei Frati Minori, custodi della Basilica di San Bernardino a L’Aquila.
È stata una vera esplosione di fede popolare. Stimigliano, paese di circa 1.700 abitanti, ha vissuto una serata che è rimasta impressa nella memoria di tutti.
Queste le parole di Padre Antonio D’Antonio nel suo racconto del viaggio delle spoglie di San Bernardino da Siena.
È la sera del 26 settembre del 1980 e l’accoglienza degli Stimiglianesi è mozzafiato.
Un paese interamente illuminato e pavesato in modo straordinario. Migliaia di bandierine colorate, frutto di mesi di lavoro di donne, giovani, ragazze e bambini, attraversano le strade appese ai balconi formando una vera e propria galleria.
Uno spettacolo meraviglioso.
Drappi rossi con la croce o con il monogramma bernardiniano alle finestre, file di lampadine accese, vasi di fiori di ogni tipo lungo la strada, festoni e bengala che, a tratti, illuminano a giorno la bella e spaziosa via d’accesso al paese.
Anche piazza Vittorio Emanuele è un tripudio di colori. Il lampione centrale è il fulcro dal quale si dipanano sette file di bandierine pluricolori, scendendo fino a legarsi agli alberi della piazza.
Un richiamo evidente ai sette Sacramenti e ai doni dello Spirito Santo.
Ad accogliere l’Urna con le Spoglie mortali di San Bernardino ci sono le autorità religiose, quelle civili e la Confraternita di San Bernardino. Con loro anche la banda che intona una marcetta melodica, sommessa, perfettamente in sintonia con i sentimenti di profonda commozione del popolo: un silenzio intenso, partecipe, quasi stupefatto.
Fin dai primi momenti è apparso chiaro che il vero fulcro dell’organizzazione sono stati i giovani, animati da un entusiasmo raro e da una fede quasi “fanatica”. Ovunque si vedevano giovani, solo giovani: erano loro a dirigere e coordinare ogni fase della degna accoglienza riservata a San Bernardino. Che bellezza! Che serata dolce, incantevole, indimenticabile.
Proprio nella piazza si è radunata una folla di circa 5000 persone. Insieme agli stimiglianesi ci sono moltissimi fedeli provenienti dai paesi vicini giunti anche loro per onorare San Bernardino.
L’Urna è alla base del sagrato mentre i gradini superiori vedono allestito un altare. Ben diciannove sacerdoti si riuniscono attorno al vescovo di Sabina e Poggio Mirteto, monsignor Marco Caliaro, scalabriniano, per concelebrare la messa. Non prima però di aver ascoltato le parole del parroco don Attilio Attili, di padre Tommaso Maggi e del sindaco dott. Costante Menichelli.
Il sagrato con il Santo e l’altare
Terminata la Santa Messa, ha inizio la processione per le vie del paese, i fedeli seguono con fede il Santo, portato in spalla dai membri della confraternita fino a tornare di nuovo in chiesa. È già tempo del Santo Rito di mezzanotte celebrato da Don Attilio.
Il Santo portato a spalla dalla confraternita
Anche in questa occasione i protagonisti sono stati i giovani
nota ancora don Antonio D’Antonio
hanno cantato, proclamato le letture e si sono accostati numerosi ai Sacramenti. Durante la preghiera dei fedeli, un giovane ha preso la parola ed ha invitato l’assemblea a invocare San Bernardino affinché concedesse forza e rassegnazione a una famiglia aquilana colpita da una tragedia immane: il padre ucciso dal figlio, ora in carcere. Lo stesso giovane ha invitato i suoi coetanei a stringersi per mano attorno all’Urna e a recitare insieme il Padre Nostro per quella famiglia provata.
Un momento di commozione profonda e sincera.
La Messa di mezzanotte si è conclusa molto tardi, ma nonostante l’ora, un centinaio di giovani — ragazzi e ragazze — insieme ad altri fedeli, sono rimasti in chiesa per la veglia notturna, fino al mattino, leggendo, pregando e cantando.
La festa dei fedeli continua
Durante la mattinata del 27 settembre sono state celebrate da Padre Giustino D’Orsogna e Padre Antonio D’Antonio altre Sante Messe che hanno dato loro modo di parlare di San Bernardino e delle sue opere.
Fedeli in processione
È invece il vescovo monsignor Caliaro a concelebrare con altri quattro sacerdoti, tra cui padre Maggi, prima di scoprire la lapide commemorativa nella cappella di San Bernardino, lapide che riporta la seguente iscrizione:
A ricordo della benefica permanenza in questa chiesa 26–27 settembre 1980 delle Spoglie mortali di SAN BERNARDINO DA SIENA durante la “Peregrinatio” nel VI Centenario di sua nascita
Il popolo di Stimigliano Q.M.P.
Alle ore 12.00 una breve processione si conclude con uno spettacolo pirtoecnico arricchito da una “pioggia” di volantini variopinti con la scritta “W S. Bernardino”, ricaduti festosamente sulla folla.
Rimane solo il tempo per gli ultimi lunghi applausi, le ultime lacrime di commozione perché il Santo non può fermarsi, altri fedeli lo aspettano, deve ripartire alla volta di Trevignano.
Un ricordo che non si cancella
La tappa di San Bernardino a Stimigliano è stata resa possibile da una partecipazione corale e sincera. L’intero paese si è prodigato per abbellire strade, piazze e case, lavorando per mesi con dedizione e spirito comunitario, affinché l’accoglienza fosse degna del Santo e del significato profondo della sua visita.
Giovani e famiglie, tutti hanno contribuito, ciascuno a modo proprio, trasformando Stimigliano in un luogo di festa, di preghiera e di testimonianza viva di fede.
A distanza di tanti anni, quell’impegno condiviso e quelle emozioni restano impressi nella memoria collettiva. Il passaggio di San Bernardino non è stato solo un evento religioso, ma un momento capace di unire il paese intero. Un ricordo davvero indelebile, che ancora oggi parla al cuore di chi lo ha vissuto e di chi lo ascolta raccontare.
Preghiera di Papa Giovanni Paolo II a San Bernardino
O Dio, che in San Bernardino ci hai dato un modello di predicatore della tua Parola, concedi che in tutte le contrade dove egli ritorna con la sua presenza rinasca la vita cristiana, siano placate le violenze e venga accolto il “Vangelo della pace”.
Te lo chiediamo nel nome santissimo di Gesù, Redentore dell’uomo. Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.
L’Aquila – Basilica di San Bernardino, 30 agosto 1980 (La Vetta)
Fonti
LA VETTA: Periodico trimestrale del T.O.F. – L’Aquila – aprile/giugno 1981 – N.2/unico
Tra verità documentate e racconti popolari, la figura di Francesco Ceccani, detto “Moscante”, entra di diritto nella storia di Stimigliano.
Quando storia e leggenda si incontrano
Leggenda e storia si mescolano quando il tempo inizia a farsi sentire, soprattutto quando non vi sono molti (e attendibili) documenti su cui fare riferimento. In questi casi, ci si affida spesso alla tradizione popolare, che a suo modo conserva frammenti di verità.
Le informazioni sulla vicenda di Francesco Ceccani, detto Moscante, si basano principalmente su testimonianze epigrafiche e documentali conservate a Collevecchio.
La prova più significativa è rappresentata da una lapide commemorativa del 1753, un manufatto in marmo rettangolare con iscrizione in bassorilievo.
Il contesto storico: Collevecchio, centro di potere
Nel 1605, Papa Paolo V consolidò a Collevecchio, in provincia di Rieti, il Governatorato apostolico della Sabina, istituendo anche le carceri e il tribunale dell’Inquisizione.
Si trattava di un periodo segnato da repressioni feroci e violente in un territorio dove si nascondevano numerosi banditi tra boschi e campagne. Il potere concesso a nobili e baroni permetteva loro di gestire autonomamente processi e condanne, soprattutto nei confronti di chi minacciava la loro autorità o interferiva con le loro relazioni.
Fino al 1816, Collevecchio mantenne un ruolo dominante nell’area, arrivando a essere considerato una vera e propria capitale giudiziaria della Sabina.
Nel Palazzo Apostolico trovavano sede il tribunale criminale, le carceri dove venivano rinchiusi i condannati in attesa di giudizio o di esecuzione e l’archivio delle sentenze, oggi in parte consultabile presso l’Archivio di Stato di Rieti.
Dopo l’invasione napoleonica e la successiva riorganizzazione del potere clericale, si decise di mantenere a Collevecchio una delegazione, mentre il centro amministrativo venne trasferito a Poggio Mirteto, da cui ancora oggi si celebra il noto e raro “Carnevale Liberato”.
Moscante, il brigante di Stimigliano
Francesco Ceccani, conosciuto con il soprannome di Moscante e originario di Stimigliano (probabilmente però nato a Montebuono), è una figura legata a un noto episodio di cronaca nera avvenuto nel 1753 a Collevecchio, nel cuore della Sabina.
Ceccani fu condannato per l’omicidio del vicepodestà e per aver ferito il balivo, ovvero il capo dei birri della terra di Collevecchio. Non si conoscono le esatte motivazioni come non si ricorda la dinamica ma l’episodio venne considerato un atto di ribellione violenta contro le autorità pontificie locali, definito nei documenti con l’espressione “in odio di giustizia”.
Tra leggenda e realtà: la fuga dalle carceri
Moscante fu una delle tante persone rinchiuse nelle carceri di Collevecchio, ma la tradizione popolare racconta una vicenda che va oltre la semplice cronaca. Secondo la leggenda, egli riuscì ad evadere grazie a un aiuto esterno, in particolare quello delle donne.
Si narra infatti che le fornaie del paese, incaricate di portare il pane ai detenuti, inserissero di nascosto delle lime all’interno dell’impasto fatto di uova, acqua e farina. Questo ingegnoso stratagemma sarebbe stato utilizzato anche dallo stesso Moscante, che sarebbe riuscito a fuggire proprio grazie a una lima trovata in una pagnotta.
La tradizione attribuisce infatti a Moscante la composizione di una ballata popolare di cui si è persa la melodia, ma che continua a vivere attraverso il testo tramandato:
Povero me che so’ de Montebòno….. So’ stato carcerato a Collevecchiu…. Sò ‘e carceri più brutte de ‘a Sabina…. Che manco er diavolo avesse pensato….. Derentro a ‘na pagnotta ce trovai ‘na lima….. Povera lima mia, quanto hai limato! Lima che te rilima der duro ferro ne feci farina!
Sempre secondo la leggenda, dopo l’evasione, Moscante fu inseguito dalle guardie supportate dai cani. Per sottrarsi alla cattura, mise in atto un’altra astuzia, gettandosi in un porcile per confondere l’olfatto degli animali. L’inseguimento terminò quando il brigante riuscì a far perdere le proprie tracce nel bosco, che divenne il suo ultimo alleato e rifugio.
La verità incisa nella pietra
Accanto al racconto popolare, resta però una testimonianza concreta e ufficiale della vicenda, rappresentata dalla lapide commemorativa del 1753. Questo manufatto, censito nel portale del Ministero della Cultura e donato al Comune di Collevecchio dai fratelli Gaetano e Armando Pistolini, riporta l’iscrizione incisa su sei righe:
FRANCESCO CECCANI DETTO MOSCANTE DA STIMIGLIANO PERE OMICIDIO IN PERSONAM DEL VICEPODESTÀ E FERITA AL BALIVO DI DA TERRA, IN ODIO DI GIUSTIZIA ANNO 1753
La lapide commemorativa esposta a Collevecchio
L’esecuzione avvenne proprio durante il periodo in cui Collevecchio era sede del governatorato apostolico della Sabina, confermando il ruolo del paese come importante centro giudiziario dotato di tribunale e carceri.
Il significato della lapide
La lapide era originariamente collocata in via Menichini con una funzione ben precisa: quella di fungere da monito pubblico. Nelle Terre del Papa, infatti, era pratica comune perpetuare la memoria dei crimini incidendoli nella pietra, esponendo così i colpevoli alla pubblica infamia.
Nel caso del Moscante, il marmo fissava non solo il delitto, ossia l’omicidio del vicepodestà, ma anche il movente, indicato chiaramente con l’espressione “in odio di giustizia”.
Le conseguenze: il prezzo del delitto
Le conseguenze dell’azione del Moscante non furono soltanto personali, ma coinvolsero anche il territorio. Il prezzo del debito lasciato dal brigante si tradusse nella cessione di un’area boschiva conosciuta come “macchia di Poggetto”, situata tra Stimigliano e Poggio Sommavilla (detto appunto Poggetto), frazione del comune di Collevecchio.
Conclusione: una storia sospesa tra mito e realtà
La figura di Moscante resta ancora oggi sospesa tra storia documentata e racconto popolare. Da una parte vi è la durezza della condanna testimoniata dalla lapide, dall’altra sopravvive l’immagine di un uomo astuto e ribelle, capace di sfuggire alle carceri e di trovare rifugio nei boschi.
Proprio in questo intreccio tra verità e leggenda si cela il fascino di una vicenda che continua ad appartenere profondamente alla memoria e all’identità del nostro Paese.
La foto di copertina mostra un aereo che atterra nei pressi di Stimigliano
La storia del volo in Italia passa ancora per Stimigliano. Alle rilevazioni aeree condotte nel 1908 da Maurizio Moris, già ricordate su queste pagine (leggi l’articolo), si aggiunge un altro importante episodio: la sosta della prima aero‑gita dell’Aero Club di Roma il 27 aprile del 1930. Grazie alle riprese Stimigliano comparve nei cinegiornali proiettati nei cinema italiani, diventando – anche se per un giorno – parte della narrazione della modernità italiana.
L’atterraggio, il picnic e i balli: è la primavera del 1930
Non tutti sanno che Stimigliano, dopo le pionieristiche rilevazioni eseguite da Moris nel 1908, entrò di nuovo nella storia dell’aviazione italiana nel 1930 come tappa di un evento allo stesso modo eccezionale: la prima aero‑gita dell’Aero Club di Roma, una vera “gita di piacere in aeroplano”, documentata da fotografie e filmati ufficiali dell’epoca.
All’inizio degli anni Trenta il volo non era più solo impresa militare o sperimentale: si iniziava a immaginare l’aeroplano anche come mezzo di svago, socialità e modernità.
La prima aero‑gita dell’Aero Club di Roma fu proprio questo: un volo collettivo, seguito da una sosta conviviale all’aperto, con picnic sull’erba, momenti di svago e socializzazione, il tutto ampiamente documentato dall’istituto L.U.C.E.
Stimigliano, tappa della sosta
Le fonti ufficiali indicano chiaramente che durante la gita fu effettuata una sosta “nei pressi di Stimigliano”, dove i partecipanti si fermarono per una colazione sull’erba.
Le immagini dell’Istituto LUCE restituiscono una scena sorprendente: aeroplani schierati in un grande prato, gruppi di partecipanti seduti direttamente sull’erba, tavolini improvvisati con ombrelloni e vivande, e uomini e donne in abiti eleganti, tipici della fine degli anni Venti, intenti a condividere un momento di convivialità accanto ai velivoli.
Colazione sull’erba nei pressi di Stimigliano: fra i partecipanti Alessandro Sardi presidente del L.U.C.E.
Per Stimigliano, allora come oggi piccolo centro di passaggio ferroviario e viario, vedere atterrare decine di aeroplani doveva essere uno spettacolo davvero fuori dal comune.
Il 29 aprile sulle pagine de “Il Piccolo” di Trieste si legge:
[…] I quindici apparecchi, […] trovato un prato idoneo all’atterraggio […] in località di Stimigliano, atterravano felicemente. Posti gli apparecchi in semicerchio, fra le liete e festose meraviglie dei contadini accorsi, i partecipanti alla gita hanno preso il tè, togliendo fornelli, provviste, un grammofono e persino diversi ombrelloni dai portabagli degli aeroplani […]
I protagonisti
Tra i partecipanti documentati figurano:
Italo Balbo, Ministro dell’Aeronautica generale, figura centrale dell’evento e promotore dell’iniziativa
Alessandro Sardi, presidente dell’Istituto L.U.C.E., identificato nelle didascalie ufficiali delle fotografie
aviatori, aviatrici e ospiti civili, comprese numerose signore, come mostrano chiaramente le immagini
Gli aeroplani
Dalle schede fotografiche è possibile identificare monoplani Fiat A.S.1, allineati durante la sosta nel prato. Velivoli piccoli, leggeri, simbolo di un’epoca in cui il volo stava passando dall’eroismo all’accessibilità.
L’atterraggio nei pressi di StimiglianoAerei schierati in un vasto campo nei pressi di Stimigliano
Un evento filmato per l’Italia intera
La rilevanza dell’aero‑gita è confermata dal fatto che l’Istituto L.U.C.E. le dedicò:
un cinegiornale ufficiale, oggi conservato negli archivi storici,
numerosi servizi fotografici, con oltre una dozzina di immagini catalogate.
Questo significa che Stimigliano comparve nei cinegiornali proiettati nei cinema italiani, diventando – anche se per un giorno – parte della narrazione della modernità italiana.
Un motivo d’orgoglio per il paese
Non si trattò di una gara, né di un evento politico, ma di una festa del volo, e Stimigliano ne fu scenario reale. Un luogo scelto per la sua campagna, i suoi spazi aperti e la sua posizione, che permisero una sosta sicura e conviviale.
Oggi questo episodio rappresenta un frammento poco conosciuto ma autentico della storia locale e un legame diretto tra il territorio e una fase decisiva della storia dell’aviazione civile italiana.
Il passaggio sul Tevere
Stimigliano e la memoria
Raccontare questa storia significa ricordare che anche un piccolo paese può incrociare la grande Storia, a volte in modo silenzioso, altre volte – come nel 1930 – con il rombo degli aeroplani sopra i campi.
L’Italia stava entrando nel futuro, era il segno di una trasformazione epocale, e Stimigliano era lì, dentro quel cambiamento.
La Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista rappresenta la fine di una delle stagioni più buie della nostra storia. È il giorno in cui la scelta della Resistenza restituì al Paese la libertà e pose le basi della democrazia. In questo articolo, quel passaggio storico viene raccontato attraverso una testimonianza concreta e drammatica della Resistenza in Sabina, i partigiani stimiglianesi, le brigate e la battaglia partigiana del Monte Tancia, combattuta nell’aprile del 1944.
Memoria e Liberazione
Il 25 aprile è una data centrale della storia repubblicana italiana. Celebra la Liberazione dal nazifascismo, il ritorno alla libertà dopo anni di guerra, occupazione e dittatura. È il giorno in cui si ricorda il sacrificio di migliaia di donne e uomini che, scegliendo la Resistenza, contribuirono in modo decisivo alla sconfitta dell’oppressione e alla nascita di un’Italia democratica.
Ricordare il 25 aprile non significa solo commemorare il passato, ma riaffermare valori che restano essenziali: libertà, giustizia, dignità umana.
La Resistenza in Sabina e a Stimigliano
Nel quadro più ampio della Resistenza italiana, la Sabina fu uno dei territori in cui la lotta partigiana assunse un rilievo particolare, per la sua posizione strategica tra Roma, l’Umbria e l’Abruzzo. In questo contesto si inserisce anche la storia di Stimigliano, che fu punto di riferimento logistico e organizzativo per le formazioni partigiane attive nella Bassa Sabina.
È qui che si intrecciano vicende di combattimento, sacrificio e solidarietà civile, culminate in uno degli episodi più drammatici della Resistenza laziale: la battaglia del Monte Tancia.
Il contesto
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la Bassa Sabina divenne un’area strategica della lotta resistenziale. Nel gennaio 1944 le formazioni partigiane operanti a nord di Roma erano riunite in tre grandi raggruppamenti: Monte Soratte, Gran Sasso e Monte Amiata.
Questi gruppi operavano nel Lazio settentrionale, in parte dell’Abruzzo, dell’Umbria meridionale e fino alla zona maremmana, in attesa dell’attacco finale il cui ordine avrebbe dovuto giungere via radio con la celebre frase “biondo Tevere”.
Nel frattempo, i partigiani misero sotto controllo le vie di comunicazione e attuarono attacchi contro i presidi tedeschi e repubblichini. Prima di confluire nella brigata D’Ercole‑Stalin, due erano i principali raggruppamenti della zona: la Brigata Stalin, di prevalente ispirazione comunista, e la formazione di impronta militare denominata banda d’Ercole, guidata da Fernando Ciani.
Le formazioni erano dislocate nella Bassa Sabina, tra Stimigliano, Cantalupo, Casperia, Monte Pizzuto, Monte Cosce, Monte San Pancrazio, Calvi dell’Umbria, Magliano Sabino e lungo la riva del Tevere. In un primo periodo la banda d’Ercole, inquadrata nel raggruppamento Monte Soratte, era articolata in tre distaccamenti con un comando collegiale.
Punto di riferimento per i responsabili della zona era proprio Stimigliano, dove il comando della piazza era affidato al tenente Carlo Turrio Baldassarri, in collegamento diretto con il Centro militare di Roma.
Questa organizzazione rimase attiva fino ai primi giorni di marzo 1944, quando venne costituito un Comando unico sul Monte Cosce, coordinato dal maggiore Aimone Manni.
Dopo Anzio: verso lo scontro del Tancia
Dopo lo sbarco alleato di Anzio, il nuovo Comando partigiano decise di intensificare le azioni. I capi delle formazioni locali – tra cui Turrio, Bonifazi, D’Ubaldo, Parrabbi, Cosaro, Ciani, Anasetti, Brugnoletti e un rappresentante della brigata Stalin – decisero di mobilitare tutte le forze disponibili per colpire le colonne tedesche impegnate a difendere la linea Gustav.
Per tutto il mese di febbraio 1944 si susseguirono azioni di sabotaggio, appostamenti e scontri a fuoco. Nei primi giorni di marzo l’attività partigiana sfociò in duri combattimenti. Il 9 marzo, nei pressi di Poggio Bustone, il battaglione Morbidoni delle Brigate Garibaldi attaccò una colonna nazifascista guidata dal questore di Rieti: dopo cinque ore di combattimenti, la colonna fu sbaragliata, lasciando sul campo 31 morti.
Scontri ancora più violenti si registrarono nella zona di Narni, dove si contarono circa 300 morti tra le file tedesche, a fronte di 50 partigiani caduti tra combattimenti e fucilazioni. L’intensa attività delle bande D’Ercole, Strale e della brigata Stalin sui monti Tancia, Cosce e San Pancrazio spinse il comando tedesco ad avviare un enorme rastrellamento nei primi giorni di aprile, impiegando reparti delle SS. Questo portò allo scontro decisivo sul Monte Tancia, dove furono scritte pagine di autentico eroismo.
Lo svolgimento della battaglia
Nella notte tra il 6 e il 7 aprile 1944, il venerdì Santo, reparti delle divisioni tedesche Hermann Göring e Sardinia, con l’appoggio di milizie fasciste repubblichine, circondarono il massiccio del Tancia per sorprendere i partigiani.
L’attacco scattò all’alba. Nonostante la schiacciante inferiorità numerica e di armamenti, i partigiani resistettero per ore dalle postazioni in quota. I combattimenti più duri si svolsero nelle zone di Crocetta, Poggio Catino e sul Monte Arcucciola, dove un piccolo gruppo coprì la ritirata dei compagni.
A fine giornata, quasi accerchiati e con le munizioni esaurite, molti partigiani riuscirono a rompere l’accerchiamento e a salvarsi. I soldati tedeschi caduti furono circa 400; 12 partigiani morirono combattendo e 8 furono catturati e fucilati.
Per questo motivo la battaglia del Monte Tancia è ricordata come un atto di resistenza armata di altissimo valore simbolico, per la capacità di opporsi a forze immensamente superiori alle porte di Roma. Al tempo stesso rappresenta uno degli esempi più drammatici del legame tra lotta partigiana e repressione nazifascista contro la popolazione civile.
La repressione e l’eccidio
Dai Monti Sabini a tutta la provincia di Rieti, dal Leonessano all’Umbria meridionale, la repressione tedesca fu spietata. I partigiani, duramente provati, si divisero in piccoli nuclei mobili, capaci di colpire e disperdersi rapidamente.
Alla battaglia del Tancia seguì una vasta azione di rappresaglia. Decine di civili furono fucilati a Poggio Mirteto, Castel San Pietro, Rivodutri, Rieti, Configni, Cantalice, Poggio Bustone, Vacone, Calvi dell’Umbria, Monteleone e in altre località. Particolarmente tragico fu l’eccidio di Leonessa, dove tra il 2 e l’8 aprile furono uccise 51 persone, tra cui il giovane sacerdote don Crescenzio Chiaretti.
Nella stessa giornata del 7 aprile, la rappresaglia colpì anche le frazioni di Sant’Angelo del Tancia e Gallo, nel comune di Monte San Giovanni in Sabina: civili, donne e bambini furono uccisi, le case incendiate, dando luogo al terribile eccidio del Monte Tancia, direttamente collegato alla battaglia.
Significato storico e memoria della Liberazione
La Liberazione fu il trionfo degli Alleati, ma a renderlo possibile contribuirono in modo decisivo migliaia di partigiani e decine di migliaia di donne e uomini che li sostennero, li nascosero e li protessero, spesso pagando con la vita.
Anche Stimigliano partecipò a quella scelta collettiva, offrendo uomini, appoggio e organizzazione alla Resistenza e affermando in modo chiaro e definitivo una volontà antifascista.
Ricordare queste storie nel giorno del 25 aprile significa assumersi una responsabilità: difendere la pace, la libertà e la memoria, affinché la tragedia della guerra, dell’odio e della violenza non si ripeta mai più.
Partigiani stimiglianesi equiparati a combattenti
Di seguito la lista dei partigiani stimiglianesi individuati dalle commissioni per il riconoscimento degli uomini e delle donne della Resistenza:
Ambrogi, Bernardino Pedro (Stimigliano, Rieti, 1905 set. 23)
La devozione per San Bernardino è parte viva dell’identità del nostro paese, tramandata nei gesti, nei racconti e nei luoghi della memoria. Tra i segni più sentiti di questa fede profonda c’è la cappella votiva a lui dedicata, piccolo ma prezioso simbolo dell’affidamento al Santo.
La cappella votiva di San Bernardino: un segno di fede e memoria
La devozione degli stimiglianesi per San Bernardino è antica e ricca di segni tangibili. Tra questi, uno dei più significativi è senza dubbio la cappella votiva a lui dedicata, piccola ma carica di storia, fede e ricordi che appartengono all’intera comunità.
La cappella si trova in un luogo ben noto a tutti: all’incrocio tra via Lambruschina e via dei Casali, quella che per gli abitanti è semplicemente “la corta”, cioè la scorciatoia che da sempre accompagna chi rientra verso il paese.
Il ricordo nelle parole di Bruno Ambrogi
La ricostruzione della storia della cappella è stata possibile grazie ai ricordi di Bruno Ambrogi, che, in occasione del settantesimo anniversario della sua costruzione, ha permesso di restituire alla memoria collettiva le origini di questo importante segno devozionale.
La cappella fu infatti costruita sul terreno della famiglia dello stesso Bruno, l’unica all’epoca disponibile a concedere una parte della propria proprietà per questo scopo. A rendere possibile questa scelta fu anche la stretta amicizia tra la famiglia Ambrogi e la famiglia Gattella, legame umano che si trasformò in un gesto di fede condivisa.
La cappella votiva venne realizzata il 21 aprile 1956per volontà di Adolfo Gattella, stimiglianese DOC trasferitosi però anni prima a Genova.
Durante il periodo della guerra, Adolfo aveva rivolto le sue preghiere a San Bernardino (il motivo è però sconoscito) e, come segno di riconoscenza per la grazia ricevuta, decise di mantenere la promessa fatta al Santo, facendo costruire la cappella in suo onore.
Un gesto semplice, ma fortissimo nel suo significato, che ancora oggi parla di speranza, protezione e affidamento.
Il furto della statua
Nel corso del tempo, purtroppo, non sono mancati episodi dolorosi. Tra questi, uno particolarmente riprovevole è stato il furto della statua che originariamente si trovava all’interno.
Si trattava di una riproduzione in formato più piccolo della statua di San Bernardino custodita nella chiesa principale di Stimigliano, quella dedicata ai Santi Cosma e Damiano. Un gesto che ha ferito profondamente la comunità, non solo per il valore dell’opera, ma soprattutto per il suo significato spirituale e affettivo.
Oggi la cappella votiva di San Bernardino rimane comunque un luogo simbolico, una testimonianza silenziosa della fede popolare e della storia del paese.
Ogni volta che si percorre “la corta”, quella piccola costruzione ricorda quanto siano importanti i gesti nati dalla fede, dai ricordi e dai legami tra le persone, e quanto sia fondamentale custodirne la memoria per le generazioni future.
foto tratte da L’Aerofototeca Nazionale racconta – GEOmedia n°4-2022 (Laura Castrianni)
Tra le anse del Tevere e le campagne della Sabina, Stimigliano è stata testimone silenziosa di una rivoluzione scientifica. Qui, tra fine Ottocento e primo Novecento, le imprese del Capitano Maurizio Mario Moris hanno legato per sempre il nome del paese alle origini dell’aeronautica e della fotografia aerea.
Stimigliano protagonista di un’impresa pionieristica
Pochi lo sanno, ma Stimigliano compare nelle prime, straordinarie pagine della storia dell’aeronautica e della fotografia aerea italiana. Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, il nostro territorio fu teatro di imprese compiute da uno dei più importanti pionieri del volo: il Capitano Maurizio Mario Moris, ufficiale del Genio Militare, studioso, sperimentatore e uomo di visione.
Tra ascensioni aerostatiche, voli sperimentali e innovazioni tecniche, Stimigliano fu raggiunta e sorvolata da Moris già nel 1895, e successivamente divenne punto chiave di una delle più avanzate operazioni di fotografia aerea mai realizzate all’epoca, lungo il corso del fiume Tevere. Un episodio oggi quasi dimenticato, ma di grande rilievo storico.
Chi era Maurizio Mario Moris, il “padre” dell’Aeronautica italiana
Maurizio Mario Moris nacque in una famiglia di origine piemontese e, dopo la morte del padre, scelse la carriera militare. Ammesso all’Accademia Militare nel 1878, venne assegnato al Genio Militare, arma nella quale avrebbe lasciato un’impronta indelebile.
Nel 1887, promosso capitano, entrò in contatto con il nascente Servizio Aeronautico del Regio Esercito, avviando studi e sperimentazioni sul volo umano. La sua passione lo portò, nel 1894, a realizzare un pallone aerostatico costruito a proprie spese, con il quale effettuò il suo primo volo il 14 novembre, atterrando nell’area di Guidonia, dove anni dopo sarebbe sorta una scuola di pilotaggio.
Nel 1896 fu incaricato di organizzare il Servizio Fotografico dell’Esercito, collocato presso Villa Mellini a Monte Mario. Grazie alla fusione tra aeronautica e fotografia, Moris si dedicò alla fotografia aerea dal pallone e alla fotogrammetria, tanto da essere riconosciuto da molti come il “Padre dell’Aeronautica Italiana”.
Dalle ascensioni al volo su Stimigliano
Mentre organizzava il servizio fotografico militare, Moris continuò a effettuare ascensioni con il pallone aerostatico “Durand de la Penne”.
Tra le imprese più rilevanti si ricordano:
«la discesa su Albano, quella di Viterbo e, il 26 agosto 1895, insieme a Dal Fabbro, quella di Stimigliano».
Questo episodio rappresenta uno dei primi collegamenti aerei documentati con il territorio stimiglianese, inserendolo a pieno titolo nelle sperimentazioni aeronautiche italiane di fine Ottocento.
Il volo del 1908 sul Tevere: da Ponte del Grillo a Stimigliano
L’impresa più straordinaria legata a Stimigliano avvenne nel 1908, quando il Servizio Aerostatico del Genio Militare realizzò il rilievo fotografico di 50 chilometri del corso del Tevere, dal Ponte del Grillo fino a monte di Stimigliano.
Il progetto nacque su incarico del Genio Civile, nell’ambito degli studi per rendere navigabile il Tevere dal mare fino a Orte. Il tratto finale, da Ponte del Grillo a Stimigliano, fu affidato alla sezione aerostatica diretta da Moris.
Si trattò di un’impresa senza precedenti: una vera e propria spedizione fluviale, con una squadra di 12 uomini che, a bordo di uno zatterone attrezzato, risalì il fiume in tre giorni, effettuando dalle sei alle dieci stazioni fotografiche al giorno, per circa un mese.
Perché quel volo fu straordinario: il “ritratto del terreno”
Il rilievo del Tevere del 1908 è considerato una pietra miliare della fotografia aerea mondiale. Le immagini furono scattate da un pallone aerostatico di 65 m³, posto a circa 525 metri di quota, utilizzando un apparecchio fotografico in legno con obiettivo Zeiss.
Il risultato finale fu un fotomosaico di 16 fotografie nel fortmato 24×24, oggi conservato presso l’Aerofototeca Nazionale, che riproduceva il territorio con un realismo inedito. Come scrisse il Capitano Cesare Tardivo:
«fare dall’alto una fotografia che dia un’immagine perfettamente simile a quella del terreno… il ritratto del terreno, anziché un insieme di freddi segni convenzionali».
Il fotomosaico del corso del fiume Tevere da Stimigliano a Ponte del Grillo, composto da 16 fotogrammi (21×21,5 cm) ottenuti dalla stampa di lastre di vetro originali a contatto (ICCDAFN, Neg. 35860).
Questo rilievo ottenne riconoscimenti internazionali ai Congressi di Fotografia di Bruxelles (1910) e Vienna (1912), dove Moris e i suoi collaboratori furono applauditi come precursori assoluti della fotogrammetria aerea.
Un episodio poco noto, ma di enorme valore storico
A distanza di oltre un secolo, il volo sul Tevere e il ruolo di Stimigliano in questa impresa restano sconosciuti ai più, ma rappresentano un capitolo fondamentale della storia scientifica e militare italiana.
Grazie a Maurizio Mario Moris, Stimigliano è entrata nella storia dell’aeronautica e della fotografia aerea, diventando parte di una delle prime applicazioni concrete del volo al servizio della conoscenza del territorio.
Riscoprire e raccontare questi eventi significa restituire al paese un posto che gli spetta nella memoria storica nazionale e locale, e ricordare che anche un piccolo borgo come il nostro può trovarsi, sorprendentemente, al centro della grande Storia.
Fonti
Maurizio Mario Moris Padre dell’Aeronautica Militare (1994)
Una storia fatta di passione, tradizione, viaggi e amore per la musica
Una lunga storia che parte da lontano
Era il 1973 quando il Maestro Raimondo Iacomacci e l’allora Amministrazione Comunale decisero di dare vita a un’associazione aperta a tutti gli amanti della musica. Nacque così la Banda Musicale Città di Stimigliano, destinata a diventare negli anni un punto di riferimento per il territorio e per tante generazioni di musicisti.
L’entusiasmo iniziale fu subito travolgente. Le adesioni furono numerose e il gruppo arrivò in breve tempo a contare circa quaranta musicisti, con un’età compresa tra i più giovani, ancora in pantaloni corti, e i più anziani, già con i capelli bianchi.
Anche la prima divisa racconta bene lo spirito semplice e autentico di quegli inizi: giacche bianche dismesse dalla Polizia Municipale di Napoli, acquistate al costo di 2.000 lire ciascuna.
Cominciò così una lunga stagione di uscite musicali, soprattutto per accompagnare processioni ed eventi religiosi, ma anche di concerti veri e propri, nei paesi del Lazio e del vicino Abruzzo.
Dalla crescita alle collaborazioni
Negli anni successivi, come accade spesso nella vita delle associazioni, parte dell’entusiasmo iniziale venne meno. La diminuzione dell’organico spinse il direttivo a cercare nuove collaborazioni con altri gruppi musicali.
Da questo percorso nacque la confluenza nel Corpo Musicale Integrato Valletiberina, insieme alle bande di Ponzano Romano, San Polo Sabino e al Gruppo Amici della Musica di Calvi, in Umbria.
Il nuovo e più ampio organico rese possibile la partecipazione a eventi di grande rilievo, come il Carnevale della Costiera Amalfitana, la Rassegna Internazionale delle Bande di Cortina d’Ampezzo e una suggestiva tournée in Baviera.
Quel viaggio toccò città come Monaco, Norimberga, Landshut e Füssen, concludendosi con la visita al castello di Neuschwanstein, il celebre castello delle fiabe.
Il momento della crisi e la rinascita
Il 2003 resta uno degli anni più delicati nella storia dell’associazione. La crisi scaturì dall’abbandono del gruppo del Maestro Gaetano Antinucci e, nello stesso periodo, anche delle bande di Ponzano Romano e Calvi.
A segnare la svolta fu però l’arrivo del Maestro Salvatore Regoli, direttore artistico di indiscusse qualità artistiche e professionali. Con lui tornarono entusiasmo, energia e una nuova visione, capaci di dare avvio a una vera rinascita.
Questa nuova fase si caratterizzò anche per una programmazione più ampia e ambiziosa. Alle tradizionali uscite per processioni e feste paesane si affiancarono concerti strutturati, inizialmente nel territorio di Stimigliano, San Polo e Vescovio, e successivamente in molte altre località italiane.
Concerti, viaggi e tappe indimenticabili
Tra le esperienze più significative di quegli anni si ricordano l’esibizione a Sonico (BS), con escursione sul Valico del Tonale nella splendida cornice dell’Adamello, e la tournée in Sicilia, nella suggestiva località dei Due Mari di Portopalo di Capo Passero (SR).
A queste si aggiunsero la passeggiata musicale in Piazza San Marco a Venezia, il concerto nella caratteristica piazzetta di Capoliveri, all’Isola d’Elba, e l’importante partecipazione alla 32ª Fèŝta de ra Bàndes di Cortina d’Ampezzo.
Uno dei traguardi più prestigiosi fu raggiunto nel 2009, quando la Banda Valletiberina arrivò a suonare a Parigi, esibendosi in luoghi di grande fascino e prestigio, da Champ-de-Mars al parco di Buttes-Chaumont, fino ai piedi della Torre Eiffel.
Tra le tappe più recenti di questa lunga e appassionante stagione musicale si ricordano anche la gita a Rovereto, la visita a Sirmione, sul Lago di Garda, e l’escursione a Innsbruck.
Il passaggio al Maestro Bartoli
Il sodalizio con il Maestro Salvatore Regoli si concluse nel 2016. A raccoglierne il testimone fu il Maestro Giacomo Bartoli, sotto la cui direzione la Banda Valletiberina partecipò all’International Music Festival di Genova, esibendosi in un concerto sul lungomare della città di Recco.
Negli anni successivi l’associazione ha continuato a essere protagonista di diverse mini-tournée musicali. Tra queste si ricordano quella del 2018 a Castel Ritaldi e quella del 2019, in occasione della prima edizione della Festa delle Tradizioni, con sfilata lungo via del Corso a Roma e premiazione in Campidoglio.
Le difficoltà degli ultimi anni e la voglia di ripartire
Come per molte realtà associative, anche per la Banda le difficoltà legate alla pandemia hanno avuto ripercussioni sull’attività artistica e sull’organizzazione degli eventi.
Negli ultimi anni l’associazione è stata costretta più volte a sospendere le proprie attività. Questo, però, non ha mai spento la voglia di ripartire, di tornare a suonare e di riportare tra la gente quella nota di allegria che da sempre accompagna le vie in festa.
L’impegno per il territorio e per i giovani
La Banda Musicale Valletiberina ha sempre dimostrato una particolare attenzione alla diffusione della musica sul territorio, non solo attraverso una costante attività concertistica, ma anche tramite l’istituzione di una scuola di musica.
Fin dal 2012, la scuola svolge un importante ruolo sul piano musicale e aggregativo, grazie anche alla sala adibita a spazio ludico-ricreativo per gli allievi.
Il corpo docenti è costantemente impegnato nell’organizzazione di iniziative di grande valore, tra cui saggi musicali, masterclass di livello internazionale, concerti di gruppi cameristici e viaggi di scambio culturale.
A rendere ancora più significativo questo percorso è, infine, la nascita della Young Band, una formazione musicale che coinvolge docenti e allievi della scuola in un’esperienza di crescita condivisa.
Negli anni Trenta del Quattrocento, la città di Bologna attraversò uno dei periodi più difficili della sua storia. Alla crisi politica ed economica si aggiunsero, nel 1433, due eventi calamitosi che misero in ginocchio la popolazione: un violento terremoto e piogge incessanti che sembravano non voler cessare.
Di fronte a quella situazione disperata, i bolognesi si affidarono alla fede. Rivolsero le loro preghiere all’immagine della Madonna con Bambino custodita presso il Santuario della Madonna di San Luca, un’icona antichissima che la tradizione attribuisce a San Luca e che, secondo la leggenda, era giunta in città nel XII secolo grazie a un eremita proveniente da Costantinopoli.
Il 5 luglio 1433 l’immagine sacra fu portata in processione verso la città. La tradizione racconta che, proprio mentre attraversava Porta Saragozza, la pioggia cessò improvvisamente e il cielo tornò sereno. Da allora, ogni anno, Bologna rinnova questo rito, testimone di una devozione rimasta viva nei secoli.
Una promessa nata durante la guerra
Molti secoli dopo, quella stessa devozione trovò un’eco anche a Stimigliano, piccolo centro della Sabina.
Durante la Seconda guerra mondiale, centinaia di famiglie vissero l’angoscia di non avere notizie dei propri cari partiti per il fronte o deportati. Tra queste vi era la famiglia Bartoli. Antonio Bartoli, stimiglianese e avvocato a Bologna, viveva con crescente preoccupazione la sorte del figlio Aldo, del quale non si avevano più notizie.
Come tanti prima di lui, Antonio si rivolse alla Madonna di San Luca, affidandole la speranza di poter rivedere il figlio. Fu una preghiera silenziosa, ma carica di fede e di attesa.
Nel 1945, contro ogni timore, Aldo tornò a casa.
Per mantenere la promessa fatta, Antonio Bartoli fece costruire una cappella votiva nel suo paese natale, dedicandola proprio alla Madonna di San Luca.
La nascita della “Madonnina”
La cappella sorge ancora oggi all’incrocio tra via Immaginetta, via Santa Lucia e via La Santa, lungo la strada che conduce verso Poggio Sommavilla. Per gli abitanti del luogo è semplicemente “La Madonnina”.
Non è solo un piccolo edificio sacro, ma un simbolo concreto di fede, gratitudine e memoria. Rappresenta la gioia di una famiglia che poté riabbracciare un figlio creduto perduto. Un ritorno vissuto come una vera rinascita.
Il ritorno di Aldo: una testimonianza familiare
La storia è stata tramandata anche attraverso il ricordo dei familiari. Sveva Bartoli racconta:
«I miei nonni non avevano più notizie del figlio Aldo da oltre due anni, da quando i nazisti lo deportarono in un campo di prigionia.
Il 23 giugno 1945 riuscì a tornare in Italia, percorrendo circa 1.500 chilometri insieme a due compagni. Arrivarono fino a Innsbruck, dove si trovava un centro di raccolta, e da lì proseguirono in treno.
Il convoglio fermò anche a Stimigliano, permettendogli di rivedere per qualche momento gli amici, prima di raggiungere definitivamente la sua famiglia a Roma, che ormai lo credeva disperso.
Per tutta la vita, mia nonna ha celebrato il 23 giugno come un giorno speciale. Il giorno della rinascita.»
Un luogo di preghiera e di comunità
Negli anni successivi, la cappella divenne anche un punto di riferimento per la vita religiosa del paese.
Come ricordano Iolanda e Maria Eusepi, per lungo tempo le donne del paese si riunivano lì ogni pomeriggio del mese di maggio per recitare il Rosario. La signora Peppa Grimani metteva a disposizione le sedie e, al termine della preghiera, offriva un piccolo rinfresco alle partecipanti.
Erano momenti semplici, ma profondamente significativi, che rafforzavano il senso di comunità e di condivisione.
Memoria viva di una storia locale
Ancora oggi, passando accanto alla Madonnina, molti forse non conoscono la storia che custodisce. Eppure quella piccola cappella rappresenta molto più di un segno religioso: è la testimonianza concreta di una promessa mantenuta, di una famiglia riunita e di una comunità che ha saputo conservare la propria memoria.
È anche grazie ai ricordi tramandati e a chi continua a raccontarli che luoghi come questo non diventano semplici costruzioni, ma restano parte viva della storia di Stimigliano.