C’è un luogo a Stimigliano che racconta una storia sorprendente. È il Ponte delle Colonne, l’antico approdo sul Tevere da cui passarono i giganteschi blocchi di marmo estratti a Cottanello e destinati ad abbellire la Basilica di San Pietro. Un viaggio lungo la Sabina e il Tevere che, nel XVII secolo, trasformò il paese in un fondamentale snodo logistico al servizio del Vaticano.
Il prezioso marmo rosso di Cottanello
Conosciuto come Marmo di Cottanello, Mischio di Cottanello o Persichino, questo materiale era particolarmente apprezzato per il suo elegante colore rosso-rosato attraversato da venature bianche e giallastre. Dal punto di vista geologico non si tratta di un vero marmo, bensì di un compatto calcare marnoso appartenente alla formazione della Scaglia Rossa.

La sua bellezza era già nota in epoca romana. Utilizzato sin dal I secolo a.C., decorava la Villa degli Aurelii Cottae a Cottanello ed era stato trasportato persino a Roma e a Pompei, dove ne sono state rinvenute tracce nella celebre Casa del Fauno. Con il Medioevo l’attività estrattiva cessò e la pietra cadde nell’oblio per diversi secoli.
La riscoperta per il Giubileo del 1650
La rinascita del Marmo di Cottanello avvenne in occasione dei grandi lavori di rinnovamento della Basilica di San Pietro voluti da Papa Innocenzo X in vista del Giubileo del 1650.
Le antiche cave romane da cui si recuperavano materiali di spoglio non erano più sufficienti a soddisfare le esigenze del cantiere vaticano. Fu allora che lo scalpellino carrarese Sante Ghetti, talvolta indicato nei documenti come Ghezzi, mostrò a Gian Lorenzo Bernini un campione della pietra sabina.
L’artista, architetto della Reverenda Fabbrica di San Pietro, rimase colpito dalla forza cromatica del materiale, perfetta per gli effetti scenografici ricercati dall’arte barocca, e commissionò nel 1648 l’estrazione di 44 monumentali colonne, successivamente diventate 46. La Fabbrica di San Pietro ne approvò immediatamente l’utilizzo e avviò una delle più importanti operazioni estrattive dell’epoca.

L’eredità del Marmo di Cottanello
Il successo ottenuto nella Basilica di San Pietro rese il Marmo di Cottanello uno dei materiali più ricercati dell’architettura barocca.

Bernini lo impiegò nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale e nel monumentale Sepolcro di Alessandro VII, mentre Francesco Borromini lo utilizzò per la decorazione di Sant’Agnese in Agone a Piazza Navona.
Le cave di Cottanello continuarono a essere sfruttate, seppur a fasi alterne, fino agli anni Settanta del Novecento.
Oggi l’area estrattiva è tutelata come Monumento Naturale di San Cataldo, un’area di circa 20 ettari istituita dalla Regione Lazio, e conserva ancora testimonianze dell’antica attività, tra cui un grande fusto di colonna rimasto incompiuto e ancora saldamente unito alla roccia.


Dalle cave al Tevere: una sfida logistica senza precedenti
Estrarre giganteschi blocchi di pietra dalle pendici del Monte Lacerone e portarli fino a Roma rappresentava una sfida enorme per il Seicento.
I fusti delle colonne venivano inizialmente sbozzati direttamente in cava per ridurne il peso. Successivamente iniziava il lungo viaggio verso la valle del Tevere.
Per permettere il trasporto furono aperte nuove strade attraverso i boschi della Sabina. I blocchi avanzavano lentamente su pesanti carri trainati da buoi e bufale, attraversando il territorio tra Cottanello e la valle del fiume. Il percorso passava nei pressi di Vacone e lambiva le località di Rocchette e San Polo, fino a raggiungere Stimigliano.
Ed è proprio qui che entrava in gioco il Ponte delle Colonne.
Il ruolo cruciale di Stimigliano
Stimigliano rappresentava il punto di collegamento tra il trasporto terrestre e quello fluviale.
L’area conosciuta come Ponte delle Colonne identificava infatti l’antico approdo sul Tevere dove terminava il viaggio dei carri provenienti dalle cave e iniziava quello delle imbarcazioni dirette a Roma.
Contrariamente a quanto il nome potrebbe suggerire, non si trattava necessariamente di un ponte nel senso moderno del termine. Nella documentazione del XVII secolo il termine “ponte” o “pontile” indicava spesso una struttura artificiale in legno costruita lungo la riva per facilitare le operazioni di carico e scarico.
Questa robusta piattaforma sporgeva verso il fiume e consentiva di movimentare carichi pesantissimi. Attraverso sistemi di argani, leve e slitte lignee, le colonne venivano fatte scivolare direttamente dalle rampe alle grandi chiatte tiberine, chiamate anche scafe, barconi o scafoni.
Il viaggio sul Tevere verso Roma
Una volta completato l’imbarco, i preziosi carichi prendevano la via del Tevere.
Le chiatte sfruttavano principalmente la corrente del fiume per raggiungere Roma. Il compito dei navicellari, gli esperti barconieri che operavano lungo il Tevere, era quello di controllare la navigazione evitando secche, mulinelli e ostacoli naturali.
La partenza avveniva soltanto quando il livello dell’acqua era favorevole. Un fiume troppo basso avrebbe causato l’incaglio delle imbarcazioni; una piena eccessiva avrebbe reso impossibile governarle.
Dopo un viaggio che richiedeva grande esperienza e attenzione, le chiatte raggiungevano il porto romano di Ripa Grande, oppure approdavano nei pressi dell’Ospedale di Santo Spirito. Da lì le colonne venivano trasportate fino al cantiere della Basilica di San Pietro.

Un porto fondamentale per l’economia della Sabina
Il Ponte delle Colonne non serviva solo ai marmi destinati al Vaticano.
Per secoli il Tevere fu la principale arteria commerciale dell’Italia centrale e Stimigliano rappresentò uno snodo strategico per gli scambi tra la Sabina e Roma.
Dallo scalo partivano regolarmente:
- legname proveniente dai boschi dell’entroterra;
- olio d’oliva e vino prodotti nelle campagne sabine;
- grano, formaggi e altri prodotti agricoli destinati ai mercati romani.
Il traffico era gestito da corporazioni specializzate di navicellari che conoscevano perfettamente ogni tratto del fiume e garantivano collegamenti costanti con la capitale.
Le imbarcazioni discendevano il Tevere sfruttando la corrente, ma il viaggio di ritorno era molto più faticoso. Per risalire il corso del fiume si utilizzava il sistema dell’alaggio: le barche venivano trainate controcorrente da buoi o bufali lungo appositi sentieri che correvano sulle rive. Proprio presso Stimigliano esistevano punti di sosta fondamentali per il ristoro degli animali e degli equipaggi.
Dove si trovava l’antico approdo?
Le indicazioni storiche collocano l’antico approdo del Ponte delle Colonne sulla sponda sinistra del Tevere, nell’area pianeggiante che oggi corrisponde alla zona di Stimigliano Scalo.
Il punto coincide con il tratto di fiume situato nelle vicinanze dell’attuale ponte stradale che collega il territorio di Stimigliano con la provincia di Roma in direzione di Ponzano Romano e del casello autostradale A1.

Partendo dalla stazione ferroviaria di Stimigliano Scalo e percorrendo l’attuale Via dello Scalo verso il fiume, si raggiunge la zona che per secoli ospitò l’infrastruttura portuale.
Sebbene non siano più visibili banchine o strutture originarie, le caratteristiche morfologiche della riva e l’ampia area pianeggiante mostrano ancora oggi perché quel luogo fosse ideale per l’incontro tra i carri provenienti dalla Sabina e le chiatte dirette a Roma.
Un nome che racconta la storia
Oggi il Ponte delle Colonne è soprattutto un toponimo. Eppure quel nome continua a ricordare una straordinaria epopea fatta di cavatori, scalpellini, buoi, navicellari e ingegneri del Seicento.

Da questo lembo di Sabina passarono alcune delle colonne che ancora oggi impreziosiscono la Basilica di San Pietro. Un dettaglio spesso dimenticato, ma che testimonia come anche Stimigliano abbia avuto un ruolo, silenzioso ma fondamentale, nella realizzazione di uno dei più grandi capolavori della cristianità.
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