Categoria: Territorio

Paesaggio, risorse e valorizzazione del territorio

  • Il Ponte delle Colonne: da Cottanello alla basilica di San Pietro passando per Stimigliano

    Il Ponte delle Colonne: da Cottanello alla basilica di San Pietro passando per Stimigliano

    C’è un luogo a Stimigliano che racconta una storia sorprendente. È il Ponte delle Colonne, l’antico approdo sul Tevere da cui passarono i giganteschi blocchi di marmo estratti a Cottanello e destinati ad abbellire la Basilica di San Pietro. Un viaggio lungo la Sabina e il Tevere che, nel XVII secolo, trasformò il paese in un fondamentale snodo logistico al servizio del Vaticano.

    Il prezioso marmo rosso di Cottanello

    Conosciuto come Marmo di Cottanello, Mischio di Cottanello o Persichino, questo materiale era particolarmente apprezzato per il suo elegante colore rosso-rosato attraversato da venature bianche e giallastre. Dal punto di vista geologico non si tratta di un vero marmo, bensì di un compatto calcare marnoso appartenente alla formazione della Scaglia Rossa.

    Immagine di Aurea Roma – Guide Turistiche

    La sua bellezza era già nota in epoca romana. Utilizzato sin dal I secolo a.C., decorava la Villa degli Aurelii Cottae a Cottanello ed era stato trasportato persino a Roma e a Pompei, dove ne sono state rinvenute tracce nella celebre Casa del Fauno. Con il Medioevo l’attività estrattiva cessò e la pietra cadde nell’oblio per diversi secoli.

    La riscoperta per il Giubileo del 1650

    La rinascita del Marmo di Cottanello avvenne in occasione dei grandi lavori di rinnovamento della Basilica di San Pietro voluti da Papa Innocenzo X in vista del Giubileo del 1650.

    Le antiche cave romane da cui si recuperavano materiali di spoglio non erano più sufficienti a soddisfare le esigenze del cantiere vaticano. Fu allora che lo scalpellino carrarese Sante Ghetti, talvolta indicato nei documenti come Ghezzi, mostrò a Gian Lorenzo Bernini un campione della pietra sabina.

    L’artista, architetto della Reverenda Fabbrica di San Pietro, rimase colpito dalla forza cromatica del materiale, perfetta per gli effetti scenografici ricercati dall’arte barocca, e commissionò nel 1648 l’estrazione di 44 monumentali colonne, successivamente diventate 46. La Fabbrica di San Pietro ne approvò immediatamente l’utilizzo e avviò una delle più importanti operazioni estrattive dell’epoca.

    Immagine di Aurea Roma – Guide Turistiche

    L’eredità del Marmo di Cottanello

    Il successo ottenuto nella Basilica di San Pietro rese il Marmo di Cottanello uno dei materiali più ricercati dell’architettura barocca.

    Marmo di Cottanello – Immagine di Parchi Lazio

    Bernini lo impiegò nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale e nel monumentale Sepolcro di Alessandro VII, mentre Francesco Borromini lo utilizzò per la decorazione di Sant’Agnese in Agone a Piazza Navona.

    Le cave di Cottanello continuarono a essere sfruttate, seppur a fasi alterne, fino agli anni Settanta del Novecento.

    Oggi l’area estrattiva è tutelata come Monumento Naturale di San Cataldo, un’area di circa 20 ettari istituita dalla Regione Lazio, e conserva ancora testimonianze dell’antica attività, tra cui un grande fusto di colonna rimasto incompiuto e ancora saldamente unito alla roccia.

    Marmo di Cottanello ed Eremo di San Cataldo – Immagine di Parchi Lazio
    Marmo di Cottanello ed Eremo di San Cataldo – Immagine di Visit Lazio

    Dalle cave al Tevere: una sfida logistica senza precedenti

    Estrarre giganteschi blocchi di pietra dalle pendici del Monte Lacerone e portarli fino a Roma rappresentava una sfida enorme per il Seicento.

    I fusti delle colonne venivano inizialmente sbozzati direttamente in cava per ridurne il peso. Successivamente iniziava il lungo viaggio verso la valle del Tevere.

    Per permettere il trasporto furono aperte nuove strade attraverso i boschi della Sabina. I blocchi avanzavano lentamente su pesanti carri trainati da buoi e bufale, attraversando il territorio tra Cottanello e la valle del fiume. Il percorso passava nei pressi di Vacone e lambiva le località di Rocchette e San Polo, fino a raggiungere Stimigliano.

    Ed è proprio qui che entrava in gioco il Ponte delle Colonne.

    Il ruolo cruciale di Stimigliano

    Stimigliano rappresentava il punto di collegamento tra il trasporto terrestre e quello fluviale.

    L’area conosciuta come Ponte delle Colonne identificava infatti l’antico approdo sul Tevere dove terminava il viaggio dei carri provenienti dalle cave e iniziava quello delle imbarcazioni dirette a Roma.

    Contrariamente a quanto il nome potrebbe suggerire, non si trattava necessariamente di un ponte nel senso moderno del termine. Nella documentazione del XVII secolo il termine “ponte” o “pontile” indicava spesso una struttura artificiale in legno costruita lungo la riva per facilitare le operazioni di carico e scarico.

    Questa robusta piattaforma sporgeva verso il fiume e consentiva di movimentare carichi pesantissimi. Attraverso sistemi di argani, leve e slitte lignee, le colonne venivano fatte scivolare direttamente dalle rampe alle grandi chiatte tiberine, chiamate anche scafe, barconi o scafoni.

    Il viaggio sul Tevere verso Roma

    Una volta completato l’imbarco, i preziosi carichi prendevano la via del Tevere.

    Le chiatte sfruttavano principalmente la corrente del fiume per raggiungere Roma. Il compito dei navicellari, gli esperti barconieri che operavano lungo il Tevere, era quello di controllare la navigazione evitando secche, mulinelli e ostacoli naturali.

    La partenza avveniva soltanto quando il livello dell’acqua era favorevole. Un fiume troppo basso avrebbe causato l’incaglio delle imbarcazioni; una piena eccessiva avrebbe reso impossibile governarle.

    Dopo un viaggio che richiedeva grande esperienza e attenzione, le chiatte raggiungevano il porto romano di Ripa Grande, oppure approdavano nei pressi dell’Ospedale di Santo Spirito. Da lì le colonne venivano trasportate fino al cantiere della Basilica di San Pietro.

    Porto di Ripa Grande – Wikipedia

    Un porto fondamentale per l’economia della Sabina

    Il Ponte delle Colonne non serviva solo ai marmi destinati al Vaticano.

    Per secoli il Tevere fu la principale arteria commerciale dell’Italia centrale e Stimigliano rappresentò uno snodo strategico per gli scambi tra la Sabina e Roma.

    Dallo scalo partivano regolarmente:

    • legname proveniente dai boschi dell’entroterra;
    • olio d’oliva e vino prodotti nelle campagne sabine;
    • grano, formaggi e altri prodotti agricoli destinati ai mercati romani.

    Il traffico era gestito da corporazioni specializzate di navicellari che conoscevano perfettamente ogni tratto del fiume e garantivano collegamenti costanti con la capitale.

    Le imbarcazioni discendevano il Tevere sfruttando la corrente, ma il viaggio di ritorno era molto più faticoso. Per risalire il corso del fiume si utilizzava il sistema dell’alaggio: le barche venivano trainate controcorrente da buoi o bufali lungo appositi sentieri che correvano sulle rive. Proprio presso Stimigliano esistevano punti di sosta fondamentali per il ristoro degli animali e degli equipaggi.

    Dove si trovava l’antico approdo?

    Le indicazioni storiche collocano l’antico approdo del Ponte delle Colonne sulla sponda sinistra del Tevere, nell’area pianeggiante che oggi corrisponde alla zona di Stimigliano Scalo.

    Il punto coincide con il tratto di fiume situato nelle vicinanze dell’attuale ponte stradale che collega il territorio di Stimigliano con la provincia di Roma in direzione di Ponzano Romano e del casello autostradale A1.

    Il luogo indicato dalla X

    Partendo dalla stazione ferroviaria di Stimigliano Scalo e percorrendo l’attuale Via dello Scalo verso il fiume, si raggiunge la zona che per secoli ospitò l’infrastruttura portuale.

    Sebbene non siano più visibili banchine o strutture originarie, le caratteristiche morfologiche della riva e l’ampia area pianeggiante mostrano ancora oggi perché quel luogo fosse ideale per l’incontro tra i carri provenienti dalla Sabina e le chiatte dirette a Roma.

    Un nome che racconta la storia

    Oggi il Ponte delle Colonne è soprattutto un toponimo. Eppure quel nome continua a ricordare una straordinaria epopea fatta di cavatori, scalpellini, buoi, navicellari e ingegneri del Seicento.

    Il marmo di Cottanello fa da sfondo nell’incontro tra Trump e Zelensky – Foto Rieti Life

    Da questo lembo di Sabina passarono alcune delle colonne che ancora oggi impreziosiscono la Basilica di San Pietro. Un dettaglio spesso dimenticato, ma che testimonia come anche Stimigliano abbia avuto un ruolo, silenzioso ma fondamentale, nella realizzazione di uno dei più grandi capolavori della cristianità.

    Galleria Fotografica

    Fonti

  • L’acquedotto di Fonte Cantaro: una pagina di storia che rischia di essere dimenticata

    L’acquedotto di Fonte Cantaro: una pagina di storia che rischia di essere dimenticata

    *Le foto relative all’acquedotto sono di proprietà del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio recuperate dalla pubblicazione “Lazio e Sabina” n.9

    Sotto le campagne di Stimigliano si nasconde una straordinaria opera idraulica antica: l’acquedotto sotterraneo di Fonte Cantaro. Per secoli nascosto nel sottosuolo e conosciuto solo da pochi, questo manufatto è stato esplorato, rilevato e documentato da un gruppo di speleologi guidato dall’archeologo e speleologo Cristiano Ranieri, contribuendo a riportare alla luce una delle testimonianze più affascinanti della storia del territorio.

    Cristiano Ranieri e il Gruppo Vespertilio

    Una figura centrale nello studio di Fonte Cantaro è quella di Cristiano Ranieri, archeologo e speleologo specializzato nello studio di acquedotti e cavità artificiali antiche.

    E’ laureato in ecologia preistorica, archeologo specializzato nello studio di cunicoli e acquedotti antichi. Consulente scientifico per il National Geographic, speleosub e autore di numerose pubblicazioni a carattere scientifico riguardanti l’archeologia e la speleologia del territorio sabino.

    Nel 1993 ha cofondato il Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio di Salisano, realtà che da oltre trent’anni conduce esplorazioni e ricerche nel sottosuolo della Sabina e del Lazio.

    Cristiano Ranieri

    È stato proprio Ranieri, insieme ai membri del gruppo, a mappare e documentare fotograficamente l’acquedotto di Fonte Cantaro, contribuendo a recuperare una parte importante della memoria storica di Stimigliano.

    Nel corso della sua attività ha studiato numerosi altri complessi sotterranei della Sabina, tra cui l’acquedotto dei Bagni di Lucilla a Poggio Mirteto, l’acquedotto di Fonte Casale a Selci e il monumentale sepolcro della Grotta dei Massacci a Frasso Sabino, collaborando inoltre con la Soprintendenza Archeologia del Lazio e con progetti di ricerca di rilievo nazionale e internazionale.

    Un pezzo di storia della Sabina

    L’acquedotto di Fonte Cantaro è stato manutenuto in passato, almeno nella parte iniziale facilmente accessibile, grazie al lavoro di Marcello Bernabei e di Pietro Cavallari.

    La vera e propria riscoperta però, con il conseguente studio, sono avvenuti però nell’ambito delle ricerche condotte dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio e documentato da Alessia Festuccia e Cristiano Ranieri nello studio “Acquedotti e sistemi di drenaggio arcaici nell’Ager curense”, pubblicato nella collana specialistica Lazio e Sabina.

    Foto di proprietà del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio recuperate da Lazio e Sabina n.9

    Negli ultimi decenni, le indagini archeologiche nella Sabina centro-meridionale hanno portato all’individuazione di numerosi cunicoli e sistemi di drenaggio sotterranei riconducibili all’epoca arcaica, in particolare nell’area di Trebula Mutuesca e lungo il tracciato della Via Salaria. Si tratta di opere scavate in terreni costituiti da brecce, calcareniti e argille, progettate per captare e convogliare le acque sorgive.

    Tra questi complessi sistemi idraulici, quello di Stimigliano rappresenta uno degli esempi meglio conservati e più interessanti.

    Oltre 300 metri di galleria sotterranea

    L’acquedotto di Fonte Cantaro si sviluppa per oltre 300 metri all’interno di una formazione geologica composta da calcareniti, sabbioni e puddinghe pleistoceniche. Alimentava il fontanile che conserva il nome storico di Fonte Cantaro.

    Il cunicolo presenta una caratteristica sezione ogivale ed è largo circa 60 centimetri e alto mediamente 1,60 metri. In alcuni punti, tuttavia, la galleria raggiunge altezze superiori ai tre metri, testimoniando l’abilità tecnica dei costruttori antichi.

    L’accesso avviene attraverso una piccola botola che conduce a un pozzetto profondo circa tre metri. Una volta entrati nel condotto, sono ancora perfettamente visibili i segni lasciati dagli strumenti utilizzati durante lo scavo.

    Foto di proprietà di Cristiano Ranieri

    Gli interventi di epoca romana

    Uno degli aspetti più interessanti emersi durante l’esplorazione riguarda la presenza di importanti rifacimenti databili all’epoca romana.

    A intervalli regolari di circa trenta metri si incontrano tratti di muratura lunghi all’incirca due metri e mezzo che rivestono completamente pareti e volta del cunicolo. Queste opere sono realizzate con blocchetti di calcare irregolari legati da abbondante malta.

    Sulle volte sono ancora leggibili le impronte delle centine lignee utilizzate durante la costruzione, un dettaglio di grande valore archeologico che consente di comprendere le tecniche costruttive adottate dagli antichi ingegneri.

    Secondo gli studiosi, questi interventi potrebbero corrispondere ai punti in cui erano presenti i pozzi verticali di aerazione necessari durante lo scavo della galleria. Sebbene oggi tali strutture non siano più visibili, la regolarità delle distanze tra i rifacimenti richiama quanto descritto da Vitruvio nel De Architectura, il celebre trattato di architettura e ingegneria del I secolo a.C.

    Nel libro dedicato alle opere idrauliche, l’architetto romano raccomandava infatti la realizzazione di pozzi di accesso e aerazione a intervalli regolari lungo le gallerie sotterranee destinate al trasporto dell’acqua.

    Le indicazioni vitruviane rappresentano ancora oggi una fonte fondamentale per interpretare acquedotti e sistemi di drenaggio antichi e offrono un interessante termine di confronto per comprendere la struttura di Fonte Cantaro.

    La corrispondenza tra le prescrizioni tramandate dalle fonti classiche e gli elementi osservati nel cunicolo di Stimigliano testimonia l’elevato livello tecnico raggiunto dai costruttori antichi e rafforza l’ipotesi che l’opera appartenga a una consolidata tradizione di ingegneria idraulica sviluppatasi nel territorio sabino ben prima dell’età imperiale.

    Un’opera forse precedente alla romanizzazione

    Stabilire con precisione la data di costruzione dell’acquedotto non è semplice. Tuttavia, le caratteristiche tecniche dell’opera e il confronto con altri sistemi idraulici presenti nel territorio sabino suggeriscono un’origine molto antica.

    Gli studiosi ritengono che il cunicolo possa essere nato in epoca arcaica, probabilmente in ambito etrusco-sabino, e che sia stato successivamente restaurato e riutilizzato dai Romani. Si tratterebbe quindi di una struttura già esistente prima della completa romanizzazione della Sabina.

    Lo studio scientifico sull’Ager Curense

    L’acquedotto di Fonte Cantaro trova un importante inquadramento all’interno dello studio scientifico “Acquedotti e sistemi di drenaggio arcaici nell’Ager curense”, pubblicato nel volume Lazio e Sabina.

    La ricerca evidenzia come l’intero territorio dell’antico Ager Curense, gravitante attorno a Cures Sabini, fosse attraversato da una fitta rete di cunicoli filtranti e opere idrauliche sotterranee. Questi sistemi svolgevano un ruolo fondamentale nel drenaggio dei terreni, nella captazione delle sorgenti e nella bonifica agricola.

    Particolarmente interessante è l’analisi delle tecniche di scavo: i cunicoli venivano spesso realizzati da squadre di operai che avanzavano contemporaneamente da più punti, incontrandosi poi nel sottosuolo con notevole precisione.

    Lo studio dimostra inoltre come queste infrastrutture abbiano avuto una lunghissima continuità d’uso. Nate probabilmente in epoca preromana, furono successivamente integrate e perfezionate dai Romani per alimentare fontane, impianti termali e ville rustiche disseminate nella valle del Tevere.

    Le testimonianze romane nel territorio di Stimigliano

    L’importanza dell’acqua e delle grandi proprietà agricole della zona è confermata anche da diverse iscrizioni romane rinvenute nel territorio.

    Particolarmente significativa è l’epigrafe in pietra catalogata come CIL IX, 4806, databile tra la fine del I secolo a.C. e gli inizi del I secolo d.C.

    La lastra è ancora oggi conservata, reimpiegata nella struttura degli antichi lavatoi pubblici di Stimigliano (fontana di Cantaro) e strettamente connessa alle evidenze archeologiche e agli studi topografici eseguiti sulle aree monumentali e funerarie del comparto reatino (come l’area di Campo Reatino e le pertinenze infrastrutturali idriche vicine, tra cui appuntol’acquedotto di Fonte Cantaro).

    Nel libro “Stimigliano nella storia” (Alberto Comaschi, 2000) si legge:

    Si precisa che la consonante P unita a PATER non è visibile pur essendo l’epigrafe in buono stato di conservazione.

    N BROCCHI
    N PATERP

    La Fontana di Cantaro con l’epigrafe purtroppo oggi riversa in stato di abbandono.

    Il riutilizzo di materiali romani all’interno di edifici medievali e moderni era una pratica diffusa in tutta la Sabina.

    Questa iscrizione costituisce una preziosa testimonianza della vitalità economica e sociale della valle tiberina durante la prima età imperiale e richiama il ruolo fondamentale svolto dalle risorse idriche nel funzionamento delle grandi villae rustiche presenti nel territorio.

    Dalla riscoperta all’abbandono: un patrimonio da non dimenticare

    L’interesse verso l’acquedotto di Fonte Cantaro non è rimasto confinato agli studi archeologici. Nel 2013, grazie alla collaborazione tra il Comune di Stimigliano e il Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio, il sito fu protagonista di una significativa iniziativa di valorizzazione che consentì ai cittadini di visitare per la prima volta l’antico condotto sotterraneo.

    In occasione dell’evento, l’allora assessore al Turismo Ilario Di Loreto dichiarò:

    «Dopo aver restituito a Stimigliano questo manufatto idraulico che fa parte della nostra più antica tradizione siamo orgogliosi di essere riusciti ad organizzare, per la prima volta in Sabina e grazie alla collaborazione tra Comune e il Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio, la visita guidata all’interno dell’acquedotto».

    L’iniziativa rappresentò un momento importante per la comunità, permettendo di riscoprire un’opera che per secoli aveva continuato silenziosamente a svolgere la propria funzione sotto il territorio stimiglianese.

    Negli anni successivi, tuttavia, le visite guidate sono state interrotte e oggi non è facilmente reperibile una documentazione aggiornata sullo stato di conservazione dell’acquedotto o su eventuali progetti di valorizzazione futuri.

    Sembra che crolli e lavori di rifacimento della strada a monte abbiano compromesso parte dell’acquedotto. Rimane dunque aperta la domanda sul destino di questo straordinario manufatto, che costituisce una delle più significative testimonianze dell’ingegneria idraulica antica presenti nel territorio sabino.

    Un’eredità che deve guardare al futuro per non andare perduta

    L’acquedotto di Fonte Cantaro racconta una storia lunga più di duemila anni, fatta di conoscenze tecniche, adattamento al territorio e gestione delle risorse idriche. Dalle sue probabili origini preromane fino ai restauri d’età imperiale, passando per la riscoperta operata dagli speleologi del Gruppo Vespertilio, questo cunicolo sotterraneo rappresenta un legame concreto tra il passato e l’identità di Stimigliano.

    La speranza è che non vada definitivamente persa una pagina importante di storia del nostro paese e della Sabina tutta e che si possa nuovamente focalizzare l’attenzione verso un partimonio che meriterebbe di tornare ad essere visitabile e conosciuto da cittadini, studiosi e appassionati di storia della nostra terra.


    Fonti principali

    • Alessia Festuccia, Cristiano Ranieri, Acquedotti e sistemi di drenaggio arcaici nell’Ager curense, in Lazio e Sabina.
    • Cristiano Ranieri, attività di rilievo e documentazione del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio.
    • Mara Sternini, studi sulla topografia storica della Sabina.
    • Corpus Inscriptionum Latinarum, IX, 4806.
    • De architectura - Vitruvio
    • Stimigliano nella storia (Comaschi, 2000)

    Foto dell’acquedotto di proprietà del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio recuperate da “Lazio e Sabina” n.9

  • Stimigmistica – 17

    Stimigmistica – 17

    La rubrica di enigmistica dedicata a Stimigliano.

    L’angolo nascosto

    Come si gioca: va individuato il soggetto della foto. Ogni uscita scoprirà nuovi particolari.

    Il personaggio misterioso

    Come si gioca: a ogni uscita un nuovo indizio, chi saprà sfruttarli per scoprire chi è il Personaggio Misterioso?

    Indizio 1
    C'è chi lo chiamava per nome e chi... usava il pallone.
    
    Indizio 2
    Il suo mestiere, più di altri, si imparava passo dopo passo

    Il cruciverba

    Come si gioca: il cruciverba è compilabile on-line. Cliccando su una casella si evidenzieranno in rosso le definizioni (orizzontale e verticale). Clicca una sola volta per inserire la soluzione orizzontale, due volte per quella verticale. Le definizioni su sfondo grigio ricordano Stimigliano. Se vuoi puoi salvare il cruciverba compilato e inviarlo a Enea. Lo sfondo grigio indica soluzioni legate a Stimigliano.

    Cruci-verve


    Vincitori del numero precedente

    L’angolo nascosto: Gabriel Hrum

  • Il sarcofago di Stimigliano: il frammento che racconta le origini cristiane della Sabina

    Il sarcofago di Stimigliano: il frammento che racconta le origini cristiane della Sabina

    Non tutti sanno che Stimigliano custodisce una testimonianza di straordinario valore storico. Un frammento di sarcofago paleocristiano, studiato da Fabrizio Bisconti nel 1985, ha contribuito a far luce sulle origini del Cristianesimo nel nostro territorio.

    Tra le testimonianze più affascinanti del passato cristiano della Sabina, un posto di rilievo spetta a un piccolo ma prezioso frammento di sarcofago rinvenuto nel territorio di Stimigliano. Sebbene scoperto in circostanze non chiaramente documentate, questo reperto è diventato un importante riferimento per gli studi sull’arte paleocristiana grazie all’analisi condotta nel 1985 dall’archeologo Fabrizio Bisconti, uno dei massimi esperti di archeologia cristiana.

    Stimigliano, chiesa di S. Valentino. Frammento di alzata
    di coperchio di sarcofago paleocristiano (foto L. D’Alessandro) – Lazio e Sabina 7

    Il suo studio, pubblicato sulla rivista specialistica Vetera Christianorum con il titolo I tre giovani di Babilonia nella fornace su un coperchio di sarcofago da Stimigliano (Rieti), ha contribuito a valorizzare un reperto che, ancora oggi, rappresenta un punto di riferimento per archeologi e studiosi.

    Un’immagine simbolo del primo Cristianesimo

    Il frammento apparteneva all’alzata di un coperchio di sarcofago in marmo e raffigura una delle scene più diffuse nell’arte cristiana delle origini: il miracolo dei tre fanciulli ebrei nella fornace di Babilonia, narrato nel Libro di Daniele.

    I protagonisti, Anania, Azaria e Misaele, sono rappresentati secondo la tradizione iconografica orientale, con tunica stretta in vita, mantello e il caratteristico berretto frigio. Le figure sono scolpite nell’atteggiamento dell’orante, con le braccia aperte e sollevate in preghiera (expansis manibus), mentre emergono illese dalle fiamme della fornace.

    I tre giovani nella fornace ardente dipinti da Simeon Solomon

    Per le prime comunità cristiane questa scena non aveva soltanto un valore narrativo. Essa costituiva un potente simbolo di salvezza, resurrezione e fedeltà alla propria fede di fronte alle persecuzioni, un messaggio particolarmente sentito nei secoli della diffusione del Cristianesimo.

    Stimigliano e le radici cristiane della Sabina

    La presenza di un reperto così significativo a Stimigliano non sorprende se si considera la ricchezza storica del territorio. Il paese sorge infatti in un’area della Sabina caratterizzata dalla presenza di importanti insediamenti romani, tra cui grandi ville rustiche che costituivano il cuore economico e residenziale della zona.

    L’attuale centro storico e lo stesso Palazzo Orsini si svilupparono sopra strutture molto più antiche, riconducibili a complessi romani come la Massa Septimina o Septimiliana.

    Il frammento di sarcofago conferma inoltre la precoce cristianizzazione del territorio sabino tra il III e il IV secolo d.C., inserendosi in un contesto più ampio che comprende altri importanti centri paleocristiani della zona, come l’antica Forum Novum, oggi Vescovio, dove sono conservati significativi esempi di sarcofagi romani e paleocristiani.

    Un ritrovamento fortuito

    Uno degli aspetti più affascinanti della vicenda è che non si conosce il punto esatto del rinvenimento.

    Il reperto non emerse infatti durante uno scavo archeologico sistematico, ma attraverso una scoperta fortuita. Nel suo studio, Bisconti indica genericamente il territorio comunale di Stimigliano come luogo di provenienza.

    È probabile che il frammento sia stato recuperato da privati durante lavori agricoli oppure edili e solo successivamente segnalato agli studiosi e alle autorità competenti, una circostanza tutt’altro che rara per molti ritrovamenti avvenuti nel corso del Novecento.

    Le possibili aree di provenienza

    Gli studiosi hanno formulato diverse ipotesi sull’origine del frammento.

    • Le antiche ville romane della pianura
      Una delle possibilità più accreditate è che il reperto provenga dalla zona pianeggiante occupata in età romana dalle grandi ville rustiche. Nel tardo impero, tra III e IV secolo d.C., molte di queste strutture vennero progressivamente riutilizzate dalle prime comunità cristiane come luoghi di culto o aree funerarie. In tale contesto la presenza di un sarcofago di pregio appare perfettamente coerente con il quadro storico del territorio.
    • Il reimpiego nel borgo medievale
      Un’altra ipotesi riguarda il fenomeno, molto diffuso nella Sabina medievale, del reimpiego dei materiali antichi. Marmi, epigrafi e persino sarcofagi venivano spesso utilizzati come elementi da costruzione nelle nuove opere edilizie. Il frammento potrebbe quindi essere stato incorporato in mura, fondazioni o edifici religiosi del centro storico per poi riemergere in tempi successivi.
    • L’ipotesi della Chiesa di San Valentino
      Tra tutte le possibili provenienze, quella legata all’area della Chiesa di San Valentino appare particolarmente interessante. Dal punto di vista storico e archeologico si tratta infatti di uno dei contesti più plausibili per la presenza di un manufatto paleocristiano di questa importanza.

    Una storia che affonda nel VI secolo

    Secondo le fonti storiche, tra cui i Dialoghi di Gregorio Magno, la chiesa originaria sarebbe stata fondata nel VI secolo d.C. dalla nobile romana Galla, figlia di Aurelio Simmaco, celebre consigliere di Teodorico.

    La fondazione si collocherebbe proprio nel periodo in cui il Cristianesimo stava consolidando la propria presenza nella Sabina.

    Per secoli la chiesa e il terreno circostante hanno svolto una funzione sepolcrale per la comunità locale.

    Nell’area sono state rinvenute varie testimonianze funerarie, tra cui la celebre “Tomba dei Fanciulli”, nella sagrestia della chiesa a cui si contrappone la “Tomba degli Affogati” situata nello spazio esterno non consacrato, storicamente riservato a coloro che morivano per suicidio tramite annegamento nel vicino fiume Tevere e che, secondo le usanze del tempo, non potevano ricevere una sepoltura cristiana all’interno della chiesa.

    Un ulteriore elemento a sostegno dell’ipotesi è rappresentato dal rinvenimento, nelle vicinanze della chiesa, di un altro coperchio frammentario di sarcofago risalente al VI secolo d.C., noto come sarcofago di Flaminino e Giusta.

    Per molti studiosi questi ritrovamenti potrebbero indicare l’esistenza di un antico cimitero cristiano e, forse, di un luogo di culto già attivo secoli prima del 1259, anno della prima menzione documentaria della Chiesa di San Valentino.

    Altri studiosi, più prudenti, ritengono tuttavia che il solo frammento non costituisca una prova definitiva dell’esistenza di una chiesa così antica, lasciando aperto il dibattito.

    Lo studio di Bisconti e la sua importanza: la diffusione del Cristianesimo nelle campagne

    L’analisi pubblicata da Fabrizio Bisconti nel 1985 non fu una semplice catalogazione di un reperto locale.

    Lo studio contribuì infatti a modificare il modo in cui gli archeologi interpretavano i sarcofagi paleocristiani e il loro contesto storico.

    Tre giovani ebrei nella fornace di Babilonia, II-III secolo, Catacombe di Priscilla, Roma

    Per lungo tempo si è ritenuto che l’arte paleocristiana monumentale fosse appannaggio quasi esclusivo delle grandi città come Roma, Ravenna o Milano.

    Il frammento di Stimigliano dimostra invece che anche le campagne della Sabina ospitavano committenze colte e facoltose, in grado di commissionare sarcofagi di alta qualità alle officine marmorarie romane.

    Il valore artistico dei coperchi dei sarcofagi

    Gli studi tradizionali si concentravano soprattutto sulle casse dei sarcofagi.

    Il reperto di Stimigliano contribuì a mettere in evidenza l’importanza dell’alzata del coperchio come spazio narrativo autonomo, progettato per trasmettere un preciso messaggio religioso e simbolico.

    La rappresentazione dei tre fanciulli mostra una sintesi espressiva particolarmente efficace.

    Attraverso pochi elementi essenziali, come il gesto dell’orante e l’abbigliamento orientale, l’artista comunica immediatamente il significato della scena. Questo linguaggio simbolico testimonia il progressivo abbandono del realismo classico a favore di forme più semplici e facilmente comprensibili ai fedeli.

    Un punto di riferimento per gli archeologi

    L’importanza del frammento di Stimigliano non si esaurisce nel suo valore storico locale.

    Ancora oggi il reperto viene utilizzato come termine di paragone nello studio di nuovi ritrovamenti paleocristiani. In particolare, gli studiosi lo impiegano per:

    • identificare se un frammento appartenga alla cassa del sarcofago o al suo coperchio;
    • riconoscere la scena dei tre giovani nella fornace anche quando le figure sono parzialmente conservate;
    • confrontare lo stile delle sculture e proporre datazioni per reperti privi di un contesto di scavo documentato.

    Un esempio significativo è rappresentato dagli studi su alcuni frammenti paleocristiani rinvenuti ad Anagni, nei quali il reperto di Stimigliano è stato utilizzato come fondamentale termine di confronto.

    Roma. Catacombe di San Sebastiano. Museo delle Sculture. Frammento scultoreo Seb0719 con rappresentazione dei tre giovani ebrei di Babilonia nella fornace dopo il restauro (Archivio PCAS).

    Ci risulta che il frammento del coperchio del sarcofago di Stimigliano sia oggi conservato nei depositi monumentali del comprensorio callistiano a Roma (nelle immediate vicinanze delle celebri Catacombe di San Callisto), precisamente all’interno del polo museale allestito presso il Casale di San Tarsicio.

    Un piccolo frammento, una grande storia

    A distanza di oltre quarant’anni dallo studio di Fabrizio Bisconti, il frammento di sarcofago di Stimigliano continua a occupare un posto importante negli studi sull’arte paleocristiana italiana.

    Pur provenendo da un contesto periferico rispetto ai grandi centri dell’Impero, questo reperto ha contribuito a raccontare una storia più ampia: quella della diffusione del Cristianesimo nella Sabina, della vita delle comunità rurali tardoantiche e della straordinaria capacità dell’archeologia di restituire significato anche ai più piccoli frammenti del passato.

    Fonti

  • La Chiesetta del Nocchieto, il piccolo santuario della Madonna della Strada

    La Chiesetta del Nocchieto, il piccolo santuario della Madonna della Strada

    Poco fuori dal centro storico di Stimigliano, lungo l’antica strada che conduce al Santuario di Vescovio, sorge una piccola chiesa che da secoli accompagna il cammino di viandanti, pellegrini e fedeli. È la Chiesa della Beata Maria Vergine del Nocchieto, oggi conosciuta soprattutto come il Piccolo Santuario della Madonna della Strada, uno dei luoghi più cari alla tradizione religiosa e alla memoria collettiva del paese.

    Una chiesa nata lungo la via dei pellegrini

    La storia della chiesa affonda le sue radici nel XVI secolo. Un’antica epigrafe marmorea, collocata sopra l’ingresso, indicava nel 1588, durante il marchesato di Enrico Orsini, l’anno della sua costruzione, sorta in un luogo dove già esistevano antiche vestigia.

    La sua posizione strategica lungo la cosiddetta “strada romana” diretta a Vescovio la rese presto un punto di riferimento per pellegrini e viandanti che attraversavano il territorio sabino. Per secoli il piccolo edificio sacro ha rappresentato un luogo di sosta, preghiera e affidamento alla protezione della Vergine.

    Una delle più antiche testimonianze della sua importanza risale alla visita pastorale del cardinale Andrea Corsini tra il 1779 e il 1782, durante la quale la chiesa viene descritta dettagliatamente, con particolare riferimento all’affresco raffigurante la Madonna con il Bambino.

    Architettura semplice ma ricca di fascino

    La Chiesa del Nocchieto è un esempio di architettura religiosa rurale realizzata dalle maestranze sabine. Di modeste dimensioni, presenta una facciata semplice ma armoniosa, caratterizzata da un profilo a capanna, intonacato e tinteggiato.

    L’ingresso è costituito da un unico portale modanato, affiancato da due finestre rettangolari. Sopra il portone si distinguono due cornici orizzontali in rilievo che scandiscono il prospetto, mentre tra di esse trova spazio un elegante oculo con cornice in pietra. Al di sopra dell’ingresso campeggia una grande lapide incorniciata contenente una preghiera dedicata alla Vergine.

    L’accesso alla chiesa avviene tramite una piccola scalinata laterale. L’impianto planimetrico è a navata unica con terminazione rettilinea. All’interno, una porta collocata sulla parete sinistra del presbiterio conduce alla sacrestia.

    La struttura è realizzata in muratura portante e coperta da un tetto a due falde sostenuto da capriate lignee e rivestito con tegole in laterizio. Il pavimento è in cotto e il presbiterio risulta leggermente rialzato rispetto all’aula mediante un gradino.

    L’interno, interamente intonacato e dipinto di bianco, conserva una sobria eleganza. Una cornice modanata corre lungo tutte le pareti e, nelle vicinanze del presbiterio, sono ancora visibili alcuni frammenti di antichi affreschi che testimoniano la lunga storia dell’edificio. L’altare originario, rialzato di un gradino, è rimasto sostanzialmente invariato e non sono stati realizzati interventi di adeguamento liturgico.

    I restauri attraverso i secoli

    Le lapidi conservate all’interno della chiesa raccontano i numerosi interventi che ne hanno garantito la conservazione nel tempo.

    Nel 1892 l’edificio fu ampiamente restaurato e abbellito dal parroco di Stimigliano, Don Raffaele Palombi, che lo dedicò alla Madonna della Strada, affinché proteggesse quanti percorrevano quelle vie.

    Un nuovo importante restauro fu realizzato nel 1930 grazie all’interessamento del cardinale Sbarretti, come ricordato da una lapide collocata sulla parete laterale destra.

    Infine, a partire dal 1991 e grazie alla sinergia tra l’impegno in prima persona del parroco Don Mirek, l’opera delle maestranze e la Soprintendenza per le Belle Arti, la chiesa fu interessata da una complessa campagna di recupero terminata nel 1998 che riguardò sia gli spazi interni sia quelli esterni, restituendo dignità e bellezza a questo luogo di culto.

    Don Raffaele Palombi e la nascita del culto della Madonna della Strada

    La devozione alla Madonna della Strada a Stimigliano è strettamente legata alla figura di Don Raffaele Palombi.

    Al suo arrivo in paese, il sacerdote constatò che la chiesa situata sotto l’attuale sede comunale, dove tradizionalmente veniva venerata la Madonna della Strada, era ormai inagibile. Per questo motivo decise di trasferire il culto nella chiesetta rurale del Nocchieto, che da quel momento venne ribattezzata “Piccolo Santuario della Madonna della Strada“.

    L’edificio si trovava allora in condizioni di forte degrado e fu necessario intraprendere un’importante opera di bonifica e restauro. Accanto al recupero materiale della chiesa, Don Raffaele svolse una intensa attività pastorale che contribuì a far crescere tra gli stimiglianesi una profonda devozione verso la Madonna.

    Ancora oggi, entrando nella chiesa, è possibile leggere la preghiera che il sacerdote dedicò alla Vergine:

    “Bella ed intatta Vergine, che dalla strada supplice invoca in questo luogo ogni alma pia; il pellegrin per via saluta sempre sua celeste Madre: salva la terra tua da rie tempeste e da nemiche squadre.”

    La guerra e il voto degli stimiglianesi

    Negli anni Quaranta, il parroco Don Mario Petrignani diede ulteriore impulso alla devozione mariana fondando l’associazione delle Figlie di Maria e istituendo un comitato incaricato di organizzare i festeggiamenti dell’8 settembre, giorno dedicato alla Madonna della Strada.

    Lo scoppio della Seconda guerra mondiale rese questo legame ancora più profondo. Stimigliano, anche a causa della presenza della linea ferroviaria, fu ripetutamente esposto ai bombardamenti che portarono paura, distruzione e vittime.

    In quel contesto drammatico, le parole scritte da Don Raffaele all’ingresso della chiesa apparvero quasi profetiche. Fu allora che Don Mario affidò ufficialmente il paese alla protezione della Madonna pronunciando un voto destinato a segnare la storia della comunità:

    “Madonnina nostra, siamo alla guerra che ogni giorno imperversa con bombardamenti anche nel nostro territorio e mette in pericolo noi e le nostre famiglie, aiutaci, perché solo Tu puoi aiutarci e noi ci impegniamo a festeggiarti per quaranta anni successivi alla fine della guerra.”

    La promessa prevedeva quarant’anni di celebrazioni, ma la devozione degli stimiglianesi superò ampiamente quel limite e continua ancora oggi.

    Il rilancio del santuario con Don Mirek

    Un nuovo capitolo della storia della Madonna della Strada si apre nel 1991 con l’arrivo a Stimigliano di Don Mirosław Paweł Szajda (Don Mirek).

    Cresciuto nella spiritualità della Madonna Nera di Częstochowa, uno dei simboli religiosi più importanti della Polonia, Don Mirek trovò nella devozione stimiglianese una naturale continuità del proprio percorso spirituale.

    Non appena insediato, il parroco non poté far altro che constatare come la chiesetta del Nocchieto versasse nuovamente in stato di abbandono. Come lui stesso ricorda:

    “Arrivato in paese, vedendo lo stato di abbandono della chiesetta dedicata alla Madonna della Strada, con alberi che l’avevano ormai avvolta e nascosta, una delle prime cose che ho fatto è stata quella di farmi prestare una motosega e andare a tagliare le piante che erano cresciute attorno ma anche all’interno dell’edificio.”

    Grazie al suo tenace impegno personale, la chiesa è stata recuperata e restituita al culto il giorno 8 settembre 1998. I lavori hanno inoltre riportato alla luce affreschi databili intorno alla metà del ‘500 probabilmente realizzati dagli stessi autori delle pitture presenti nel Palazzo Orsini.

    Grazie a Don Mirek il culto della Madonna della Strada ha conosciuto una nuova stagione di vitalità. A lui si deve la volontà di portare la processione dal paese fino al santuario e di rinnovare l’antica tradizione dell’affidamento della comunità alla Vergine, riproposta anche durante il difficile periodo che seguiva la pandemia da Covid-19.

    Erano queste le parole pronunciate dal parroco l’8 settembre 2023

    “O Madonna nostra,
    nel 25º Anniversario della restituzione al culto del Santuario Madonna della Strada, Tutti noi ci poniamo sotto la Tua guida nel cammino terreno e sino al cospetto di Dio Padre.
    Per quisto Ti affidiamo nuovamente la nostra Comunità di Stimigliano affinché, con l’amore di Madre, Tu possa nel tempo preservarla dai pericoli di questo mondo complesso e travagliato e guidarla, unita nella gioia della preghiera, verso la costruzione di un’esistenzadi verità, di amore e di pace.”

    Un simbolo della fede e della storia di Stimigliano

    La Chiesa della Madonna del Nocchieto non è soltanto un edificio religioso. È un luogo che custodisce oltre quattro secoli di storia, devozione e memoria popolare. Dalle antiche strade percorse dai pellegrini ai giorni della guerra, dai restauri che l’hanno salvata dall’abbandono fino alle celebrazioni che ancora oggi richiamano fedeli e cittadini.

    Questo piccolo santuario rappresenta uno dei simboli più autentici dell’identità religiosa di Stimigliano capace di riunire la spiritualità dell’intera popolazione dal centro del paese fino allo scalo.

    Un luogo in cui fede, tradizione e storia continuano a incontrarsi sotto lo sguardo della Madonna della Strada, protettrice del paese e dei suoi abitanti.

    Preghiera alla Madonna della Strada

    O dolce Maria,
    nostra Madre Celeste,
    sì, tu guida i nostri passi
    nella strada spesso erta e sassosa della vita.

    E quando questa giungerà al suo termine,
    sii per noi porta del Cielo
    e mostraci il frutto benedetto del Tuo seno,
    Gesù

    Inno alla Madonna della Strada

    Bella ed intatta Vergine,
    che dalla strada supplice
    invoca in questo luogo
    ogni alma pia.

    Il pellegrin per via,
    saluta sempre sua Celeste Madre.

    Salva la terra Tua, salva la terra Tua,
    da rie tempeste, da rie tempeste
    e da nemiche squadre. (BIS)

    MAARIA, MAARIA!

    Galleria

    Fonti

    • Censimento dei beni architettonici ecclesiastici (Sito Web)
    • Don Mirosław Paweł Szajda (Don Mirek)
    • Il Piccolo Santuario Madonna della strada, tra storia, devozione, culto e spiritualità, Comitato Madonna della Strada (Opuscolo – 8 settembre 2018)
    • Madonna della Strada, Costante Menichelli (Libro – giugno 2026)

  • Don Mirek e Stimigliano, una storia lunga 35 anni

    Don Mirek e Stimigliano, una storia lunga 35 anni

    Dopo 35 anni trascorsi a Stimigliano, Don Mirek lascia una comunità che ha guidato, ascoltato e accompagnato con dedizione, umanità e fede, diventando una delle figure più significative della storia recente del paese.

    Don Mirek e la sua comunità

    Ci sono persone che, con il passare degli anni, finiscono per diventare parte integrante della storia di una comunità. Per Stimigliano, una di queste persone è sicuramente Don Mirosław Paweł Szajda, per tutti semplicemente Don Mirek.

    Per trentacinque anni è stato pastore, educatore e punto di riferimento spirituale per generazioni di stimiglianesi. Un sacerdote che ha saputo accompagnare la vita del paese nei suoi momenti più importanti, condividendone gioie e dolori, speranze e difficoltà, sempre con discrezione, disponibilità e profondo senso del proprio ministero.

    Dalla Polonia orientale alla vocazione sacerdotale

    Mirosław Paweł Szajda nasce il 3 agosto 1960 a Paszenki, piccolo centro della Polonia orientale. Sono gli anni della Repubblica Popolare Polacca, quando il Paese vive sotto il regime comunista e la Chiesa cattolica rappresenta uno dei principali punti di riferimento spirituali e identitari per la popolazione.

    Cresce in una famiglia serena e profondamente cattolica, nella quale matura i valori e la fede che lo accompagneranno per tutta la vita. Frequenta il liceo scientifico nella lontana Garwolin, cittadina situata nei pressi di Varsavia, per poi proseguire gli studi presso l’Università Cattolica di Lublino, dove consegue la laurea in Filosofia a soli ventidue anni.

    Al termine degli studi universitari segue la vocazione maturata negli anni della giovinezza e il 28 maggio 1988 viene ordinato sacerdote.

    L’arrivo in Italia e l’inizio del legame con Stimigliano

    L’8 settembre 1990 arriva in Italia con l’intenzione di conseguire un dottorato in Pedagogia. L’Europa sta vivendo una fase storica di grandi cambiamenti: da poco è caduto il Muro di Berlino e la Polonia sta muovendo i primi passi verso una nuova stagione politica e sociale.

    Quello che doveva essere un periodo di studio diventa però l’inizio di una storia destinata a legarsi profondamente al nostro territorio. Il vescovo, monsignor Nicola Rotunno, ne intuisce subito le qualità umane e sacerdotali e lo nomina vice parroco di Stimigliano Scalo, allora affidato pastoralmente a quello di Forano.

    Nel 1991 viene nominato parroco della parrocchia dei Santi Cosma e Damiano di Stimigliano e, nel 1995, assume anche la guida della parrocchia di San Giovanni Bosco a Stimigliano Scalo. Inizia così un ministero destinato a segnare profondamente la vita religiosa e sociale del paese, facendone la guida pastorale più longeva nella storia recente del territorio stimiglianese.

    Il sacerdote e l’uomo

    Nel corso degli anni la comunità ha imparato a conoscere e apprezzare non soltanto il sacerdote, ma anche l’uomo.

    Don Mirek è una persona colta, amante dello studio e della riflessione, capace di affrontare con serietà e competenza i temi della fede, della cultura e della vita quotidiana. Le doti umane, unite alla preparazione intellettuale, gli hanno permesso così di gestire i rapporti con persone di qualsiasi estrazione sociale.

    Sagace e dotato di una fine ironia, ha sempre saputo mantenere il giusto equilibrio tra la compostezza richiesta dal suo ruolo e la capacità di cogliere la battuta al momento opportuno. Non sono pochi coloro che ricordano una sua osservazione arguta, una risposta pronta o quella capacità tutta particolare di scherzare e punzecchiare con garbo, senza mai perdere il rispetto per l’interlocutore.

    La Madonna della Strada e il Santuario del Nocchieto

    Tra gli aspetti più significativi del suo ministero vi è certamente la profonda devozione mariana che lo accompagna fin dall’infanzia. Cresciuto nel culto della Madonna Nera di Częstochowa, simbolo religioso e nazionale della Polonia, Don Mirek trova nella devozione stimiglianese alla Madonna della Strada una naturale continuità del proprio cammino spirituale.

    Da questo legame nasce anche il suo impegno per il recupero della Chiesetta del Nocchieto, già definita da Don Mario Patrignani “Piccolo Santuario della Madonna della Strada”.

    Quando giunge a Stimigliano, nel 1990, la chiesetta versa in condizioni di grave degrado ed è quasi completamente sommersa dalla vegetazione. Grazie a un lungo e complesso lavoro di recupero e ristrutturazione, che vede lo stesso Don Mirek impegnarsi in prima persona, l’edificio viene restituito al culto nel 1998, tornando ad essere un luogo di preghiera e devozione particolarmente caro alla comunità.

    Lo stesso parroco ricorda ancora oggi con un sorriso i primi tempi di quell’impresa. Privo di mezzi e attrezzature adeguate, riuscì a farsi prestare una motosega e iniziò personalmente quella che può essere definita una vera e propria opera di disboscamento. Alberi, rovi e vegetazione spontanea avevano ormai invaso non soltanto l’area circostante, ma anche l’interno della chiesetta. Da quel lavoro iniziale, affrontato con determinazione e spirito di sacrificio, prese avvio un percorso che negli anni avrebbe portato al completo recupero del Piccolo Santuario della Madonna della Strada, restituito alla devozione dei fedeli appunto alla fine degli anni novanta.

    Durante il difficile periodo della pandemia da Covid-19, Don Mirek affida nuovamente la popolazione alla protezione della Madonna della Strada. Nel 2023, in occasione del venticinquesimo anniversario della riapertura del Santuario, rinnova il voto di affidamento e protezione del popolo stimiglianese alla Madonna, riprendendo idealmente quello pronunciato da Don Mario Patrignani nel 1943 durante la ritirata delle truppe tedesche.

    Trentacinque anni accanto alla comunità

    In questi tre decenni e mezzo Don Mirek ha attraversato la storia del paese insieme ai suoi abitanti.

    Ha incontrato almeno quattro generazioni di stimiglianesi, condividendone storie, dolori, avversità, speranze e aspirazioni. Ha celebrato battesimi, matrimoni e funerali, accompagnando famiglie intere nei passaggi più importanti della vita.

    La sua è stata una pastorale rispettosa delle posizioni di ciascuno, ma al tempo stesso salda nei principi fondamentali della fede cattolica. Una presenza costante, caratterizzata da disponibilità, equilibrio e attenzione alle persone.

    Il servizio alla diocesi

    Accanto all’attività parrocchiale, Don Mirek ha svolto anche importanti incarichi diocesani.

    Primo sacerdote straniero a ricoprire l’ufficio di Cancelliere della Curia, ha svolto questo delicato incarico per ben ventisette anni, collaborando nel tempo con tre vescovi: monsignor Salvatore Boccaccio, monsignor Lino Fumagalli e monsignor Ernesto Mandara.

    Un servizio che testimonia la fiducia e la stima maturate negli anni nei confronti delle sue capacità umane, organizzative e pastorali.

    Un nuovo capitolo

    Oggi, dopo trentacinque anni di ministero a Stimigliano, si apre una nuova pagina del suo cammino sacerdotale. Il suo trasferimento alla parrocchia di Santa Maria Assunta di Gavignano Sabino, previsto per l’inizio del mese di settembre, ha sorpreso molti fedeli e molti cittadini che lo hanno conosciuto e apprezzato nel corso degli anni.

    Tuttavia, più che un punto di arrivo, questo passaggio appare come una nuova tappa di un percorso vissuto sempre con spirito di servizio e affidamento alla Provvidenza.

    Stimigliano guarda a questo momento con il sentimento della gratitudine. Gratitudine per un sacerdote che per trentacinque anni ha condiviso la vita della comunità, lasciando un’impronta profonda nella memoria collettiva del paese e accompagnando con fede, umanità e sincera partecipazione intere generazioni di stimiglianesi.

  • Stimigmistica – 16

    Stimigmistica – 16

    La rubrica di enigmistica dedicata a Stimigliano.

    L’angolo nascosto

    Come si gioca: va individuato il soggetto della foto. Ogni uscita scoprirà nuovi particolari.

    Il personaggio misterioso

    Come si gioca: a ogni uscita un nuovo indizio, chi saprà sfruttarli per scoprire chi è il Personaggio Misterioso?

    Indizio 1
    C'è chi lo chiamava per nome e chi... usava il pallone.

    Il cruciverba

    Come si gioca: il cruciverba è compilabile on-line. Cliccando su una casella si evidenzieranno in rosso le definizioni (orizzontale e verticale). Clicca una sola volta per inserire la soluzione orizzontale, due volte per quella verticale. Se vuoi puoi salvare il cruciverba compilato e inviarlo a Enea. Lo sfondo grigio indica soluzioni legate a Stimigliano.

    ** la definizione 32 orizzontale riportata nello schema è sbagliata. Quella corretta è: 32. Innovazione Apprendimento Lavoro

    Cruci-verve


    Soluzioni del numero precedente

    Il personaggio misterioso – (vincitori: Serena Caponi)

  • Stimigmistica – 15

    Stimigmistica – 15

    La rubrica di enigmistica dedicata a Stimigliano.

    L’angolo nascosto

    Come si gioca: va individuato il soggetto della foto. Ogni uscita scoprirà nuovi particolari.

    Il personaggio misterioso

    Come si gioca: a ogni uscita un nuovo indizio, chi saprà sfruttarli per scoprire chi è il Personaggio Misterioso?

    Indizio 1
    Lei si trovava spesso tra nuvole bianche... ma mai sulle nuvole.
    
    Indizio 2
    Nella vita si è trovata di fronte a un grande bivio.
    
    Indizio 3
    Il suo nome era anche il suo lavoro
    
    Indizio 4
    Conosceva i gusti di tutti i suoi clienti

    Il cruciverba

    Come si gioca: il cruciverba è compilabile on-line. Cliccando su una casella si evidenzieranno in rosso le definizioni (orizzontale e verticale). Clicca una sola volta per inserire la soluzione orizzontale, due volte per quella verticale. Se vuoi puoi salvare il cruciverba compilato e inviarlo a Enea. Lo sfondo grigio indica soluzioni legate a Stimigliano.

    Cruci-verve


    Soluzioni del numero precedente

    L’angolo nascosto – (vincitori: Emiliano Menichelli)

  • L’Officina degli Spiriti: Vladimiro Fioravanti, la genziana, lo cherry e altre delizie

    L’Officina degli Spiriti: Vladimiro Fioravanti, la genziana, lo cherry e altre delizie

    Storia, passione, genziana e tanto altro

    Vladimiro Fioravanti è un uomo che non passa inosservato: alto quasi due metri, capelli ormai bianchi e uno sguardo azzurro e profondo che racconta tanto. Un gigante, sì, ma di quelli buoni.

    Le rughe sul suo viso parlano di vita vissuta, mentre i suoi movimenti lenti non sono segno di stanchezza, bensì riflesso di una natura calma e gentile.

    In un mondo che corre sempre più veloce, Vladimiro sembra aver scelto un ritmo diverso, fatto di attesa e rispetto dei tempi naturali.

    La limpidezza del prodotto la ottieni con il riposo

    ama ripetere, riassumendo così la filosofia che guida il suo lavoro.

    Scendendo lungo il Corso, è facile trovarlo davanti al suo laboratorio, l’Officina degli Spiriti. È qui che, con pazienza e cura, lascia che le sue creazioni prendano forma: genziane, rataffia, l’amaro di Stimigliano e altre “pozioni” dal sapore unico.

    Basta fermarsi a fare due chiacchiere per scoprire una persona profondamente innamorata del proprio mestiere, sempre pronta a condividere un assaggio e una storia.

    E quando inizia a raccontare, il sorriso si illumina e le sue parole rivelano una passione sincera: per lui, ciò che produce è “un atto di amicizia profonda, un’espressione della terra, un’espressione magica della montagna”.

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    Una scoperta casuale che diventa legame indissolubile

    Eppure, il suo legame con la genziana nasce quasi per caso. Durante un’esperienza da ristoratore in Abruzzo entra in contatto con questo amaro tradizionale e, grazie a un cliente, ne scopre la ricetta che ancora oggi segue con rispetto:

    Cinque litri di Trebbiano abruzzese, 250 grammi di radice di genziana, un litro di alcol e zucchero

    poco zucchero, ci tiene a sottolineare.

    Negli anni il suo percorso lo porta prima a Contigliano, dove nasce il laboratorio “Fontecerro Nord” (un nome legato al territorio e ai suoi ricordi), poi a Rieti, dove prende forma l’Officina degli Spiriti, e infine a Stimigliano.

    È proprio qui che Vladimiro trova un legame ancora più profondo con la terra. Il paese lo accoglie e lui, in cambio, crea prodotti che ne raccontano l’anima, come l’amaro ottenuto dall’infusione delle foglie di ulivo.

    Tra le sue creazioni ricordiamo la Genziana “Lutea”, la “Rossa Superiore” (con Montepulciano e uva fragola), la “Inamarescit”, la “Unica” (con peperoncino e arancia), il rataffia di ciliegie, l’“AmaroDi” alle foglie di ulivo e lo Cherry.

    A queste si aggiungono anche le ultime creazioni nate da collaborazioni con altre realtà locali: il limoncello e l’arancello.

    L’intervista a Vladimiro Fioravanti

    Ascoltare Vladimiro è un’esperienza che affascina. Con la sua calma riesce a condurre chi ascolta in un viaggio che parte da lontano: racconta la storia della genziana, dalle sue origini antiche fino ai giorni nostri, passando per usi medicinali e tradizioni pastorali.

    Parla poi della nascita dell’Officina degli Spiriti, del suo incontro decisivo in Abruzzo e del valore del legame con la terra, visto non solo come luogo fisico ma come relazione profonda e autentica.

    Nelle tre parti dell’intervista scoprirete:

    • il racconto di come ha inizio la passione, la nascita dell’Officina degli spiriti e la storia della genziana, dagli usi medicinali a quelli legati alla conservazione del vino dei pastori fino ad arrivare ai nostri giorni.
    • il legame con la terra e quello con Stimigliano. La genziana e altri suoi prodotti.
    • Il procedimento che va dalla raccolta della radice fresca, per passare attraverso l’essiccazione e l’infusione fino ad arrivare nei nostri bicchieri.

    Un racconto da non perdere.

    Dove si trova

    L’Officina degli Spiriti si trova in Corso Umberto I s.n.c. a Stimigliano (RI).
    Per informazioni: Vladimiro Fioravanti, 377 242 3003
    https://www.facebook.com/officinadeglispiriti

    La genziana, dalla radice al bicchiere

    Stimigliano, la genziana e altri prodotti

    Storia della genziana e del laboratorio

  • Il fascino di Stimigliano conquista i cortometraggi del RIFS

    Il fascino di Stimigliano conquista i cortometraggi del RIFS

    (Tutte le foto nell’articolo appartengono a Rome International FIlm School – profilo Instgram RIFS_Rome)

    Nel cuore del borgo e tra le mura del Castello Orsini, Stimigliano diventa set per i cortometraggi del RIFS. Scorci suggestivi e atmosfere uniche fanno da sfondo alle nuove produzioni dei giovani cineasti.

    Stimigliano continua a raccontarsi attraverso il cinema e la televisione, confermandosi negli anni come una location capace di affascinare produzioni italiane e internazionali.

    Foto Instgram RIFS_Rome

    Come già ricordato in passato sul nostro blog, il borgo sabino ha saputo offrire scenari autentici e atmosfere uniche, diventando un vero e proprio palcoscenico a cielo aperto.

    Già 26 anni fa, infatti, Stimigliano fu scelto come set per alcune scene della fiction RAI “Sciuscià”, una coinvolgente storia di guerra e amicizia interpretata da Massimo Ranieri. Le vie del paese e i suoi scorci più caratteristici contribuirono a ricreare l’intensità narrativa della serie, dimostrando come il territorio fosse perfetto per produzioni di alto livello. (clicca qui per leggere l’articolo)

    Più recentemente, nel 2020, il borgo ha attirato l’attenzione internazionale con le riprese di “Normal People”, acclamata serie prodotta dalla BBC. Anche in questo caso, Stimigliano ha saputo valorizzare il racconto grazie alla sua autenticità, entrando in un progetto apprezzato a livello globale. (clicca qui per leggere l’articolo)

    Foto Instgram RIFS_Rome

    Ma il legame con il mondo del cinema non si ferma qui. Tra la fine del 2024 e i primi mesi del 2025, Stimigliano è stato nuovamente protagonista grazie alle produzioni di cortometraggi realizzate dal RIFS – Rome International Film School.

    Il RIFS – Rome International FIlm School (https://www.romefilmschool.org/ )è una scuola di cinema europea che unisce metodo internazionale e formazione pratica, con l’obiettivo di preparare giovani professionisti del settore. I suoi studenti, guidati da docenti ed esperti del mondo cinematografico, realizzano progetti concreti durante il percorso.

    In questo contesto, Stimigliano si è trasformato ancora una volta in un luogo di creatività e produzione artistica. Le riprese dei cortometraggi del RIFS si sono svolte nel centro storico, nella chiesa SS. Cosma e Damiano e all’interno del suggestivo Castello Orsini, regalando agli studenti scenari ricchi di fascino e atmosfere uniche, capaci di esaltare ogni racconto visivo.

    Il ritorno del cinema a Stimigliano conferma il valore del territorio come location cinematografica di grande impatto. Tra storia, architettura e paesaggio, il borgo continua a ispirare registi e giovani cineasti, consolidando il suo ruolo in un percorso che unisce tradizione e innovazione.

    Una presenza costante sul grande e piccolo schermo che non solo valorizza il patrimonio locale, ma contribuisce anche a portare il nome di Stimigliano oltre i confini nazionali. E, guardando al futuro, non è difficile immaginare che nuove produzioni possano scegliere ancora questo angolo d’Italia come scenario per raccontare nuove storie.

    Galleria Fotografica

    Tutte le immagini appartengono al RIFS ROME (profilo instagram https://www.instagram.com/rifs_rome/)