Mese: Settembre 2026

  • Da Ripetta e Stimigliano: l’acquerello del Tevere di Onorato Carlandi

    Da Ripetta e Stimigliano: l’acquerello del Tevere di Onorato Carlandi

    Quando il Tevere era una vera strada d’acqua, Stimigliano rappresentava uno degli approdi più importanti della valle. In quegli stessi paesaggi si muoveva il pennello di Onorato Carlandi, uno dei maggiori interpreti della natura laziale tra Ottocento e Novecento.

    Onorato Carlandi: un grande interprete del paesaggio laziale

    Tra i grandi pittori italiani tra Ottocento e Novecento, un posto di assoluto rilievo spetta a Onorato Carlandi (Roma, 1848-1939), artista che dedicò gran parte della propria vita alla rappresentazione della natura e del paesaggio del Lazio.

    Dopo una prima stagione artistica legata agli ideali del Risorgimento, durante la quale partecipò anche come volontario alle campagne garibaldine, Carlandi orientò progressivamente la sua ricerca verso la pittura di paesaggio dal vero. La campagna romana, il Tevere, gli uliveti e le colline laziali divennero i soggetti privilegiati delle sue opere.

    Fu tra i fondatori della Società degli Acquarellisti Romani nel 1875, animatore del movimento In Arte Libertas e, successivamente, uno dei protagonisti del celebre gruppo dei XXV della Campagna Romana, formato da artisti accomunati dal desiderio di esplorare e rappresentare la bellezza dei territori rurali del Lazio prima che la modernizzazione ne modificasse profondamente l’aspetto.

    Il pittore del Tevere

    L’elemento che più di ogni altro caratterizza la produzione di Carlandi è il suo profondo legame con il fiume Tevere, sua vera musa ispiratrice.

    Nel corso della sua lunga attività artistica realizzò centinaia di dipinti, disegni e acquerelli dedicati al fiume e alle campagne che lo circondavano. Per lui il Tevere non era soltanto un corso d’acqua, ma una presenza viva, una strada naturale che attraversava paesaggi, storie e tradizioni.

    Le sue opere raffigurano rive, canneti, ponti, approdi e scorci fluviali colti nelle diverse ore del giorno e nelle diverse stagioni. Attraverso il suo sguardo il Tevere diventa il protagonista di una narrazione poetica capace di raccontare l’anima più autentica del Lazio.

    Il legame con Stimigliano

    È proprio seguendo il corso del Tevere che emerge il rapporto tra Onorato Carlandi e Stimigliano.

    Alla fine dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, Stimigliano era un importante punto di riferimento lungo la navigazione fluviale. Il suo approdo sul Tevere rappresentava uno scalo strategico per merci e viaggiatori e costituiva un collegamento fondamentale tra Roma e la Sabina.

    Territori come quello stimiglianese offrivano a Carlandi tutto ciò che egli ricercava nella sua pittura: la quiete delle campagne, la presenza del fiume, le colline sabine e quella luce particolare che caratterizza la valle del Tevere.

    Le testimonianze disponibili indicano che l’artista risalì e ritrasse la valle tiberina fino alle aree della Sabina, trovando in questi luoghi un ambiente ideale per i suoi celebri paesaggi e acquerelli rurali.

    La testimonianza del celebre poeta Cesare Pascarella

    Un indizio particolarmente interessante del legame tra Carlandi e il territorio di Stimigliano ci arriva dal poeta romano Cesare Pascarella, amico dell’artista.

    Nelle sue celebri prose e lettere dedicate a Carlandi, raccolte sotto il titolo A Onorato Carlandi, Pascarella richiama infatti il tratto fluviale che arriva fino a Stimigliano. In uno dei racconti compare il viaggio di un vecchio barcarolo che risale il Tevere “da Ripetta a Stimigliano“, offrendo uno spaccato della vita lungo il fiume e confermando l’importanza che questo percorso aveva nell’immaginario della Roma dell’epoca.

    Stimigliano non appare quindi come un luogo marginale, ma come una delle tappe più significative della navigazione tiberina e della cultura popolare legata al fiume.

    Una veduta del Tevere a Stimigliano

    Il legame tra Onorato Carlandi e Stimigliano è testimoniato da un acquerello pubblicato nel volume The Roman Campagna, dove compare una veduta intitolata “The Tiber at Stimigliano”.

    L’opera raffigura il Tevere nel territorio stimiglianese, con il fiume che si allarga placidamente tra la vegetazione ripariale e le dolci colline della valle sullo sfondo. Si tratta di una testimonianza preziosa perché conferma in modo diretto l’attenzione che Carlandi riservò a questo tratto della Sabina e al paesaggio che lo caratterizzava.

    La presenza di questa veduta all’interno di un’opera dedicata alla Campagna Romana e ai territori attraversati dal Tevere dimostra come Stimigliano fosse considerato parte integrante di quel patrimonio naturale e culturale che tanto affascinava il pittore. Non un semplice luogo di passaggio, dunque, ma uno scenario degno di essere osservato, studiato e trasformato in arte.

    A distanza di oltre un secolo, quell’acquerello rappresenta anche una rara finestra sul paesaggio stimiglianese dell’epoca: un documento artistico che restituisce il volto della valle del Tevere prima delle profonde trasformazioni intervenute nel corso del Novecento.

    In questo modo il legame tra Onorato Carlandi e Stimigliano non è soltanto deducibile dal suo interesse per il Tevere, ma trova una conferma concreta in un’opera che porta esplicitamente il nome del paese, consegnando Stimigliano alla storia dell’arte del paesaggio laziale.

    Fonti

  • Stimigmistica – 17

    Stimigmistica – 17

    La rubrica di enigmistica dedicata a Stimigliano.

    L’angolo nascosto

    Come si gioca: va individuato il soggetto della foto. Ogni uscita scoprirà nuovi particolari.

    Il personaggio misterioso

    Come si gioca: a ogni uscita un nuovo indizio, chi saprà sfruttarli per scoprire chi è il Personaggio Misterioso?

    Indizio 1
    C'è chi lo chiamava per nome e chi... usava il pallone.
    
    Indizio 2
    Il suo mestiere, più di altri, si imparava passo dopo passo

    Il cruciverba

    Come si gioca: il cruciverba è compilabile on-line. Cliccando su una casella si evidenzieranno in rosso le definizioni (orizzontale e verticale). Clicca una sola volta per inserire la soluzione orizzontale, due volte per quella verticale. Le definizioni su sfondo grigio ricordano Stimigliano. Se vuoi puoi salvare il cruciverba compilato e inviarlo a Enea. Lo sfondo grigio indica soluzioni legate a Stimigliano.

    Cruci-verve


    Vincitori del numero precedente

    L’angolo nascosto: Gabriel Hrum

  • Stimigliano e la sua Fiera. Tra mandrie, sensali e strette di mano

    Stimigliano e la sua Fiera. Tra mandrie, sensali e strette di mano

    C’era un tempo in cui il 26 settembre, giorno che precedeva la festa di San Cosma e Damiano, le strade di Stimigliano si riempivano di bestiame, carri, trattative e strette di mano. Era il tempo della grande Fiera, un evento atteso per mesi che trasformava il paese nel cuore commerciale della Sabina e che ancora oggi vive nei ricordi della comunità

    Per generazioni, a Stimigliano la festa dei Santi Patroni Cosma e Damiano non è stata soltanto un importante appuntamento religioso. Per tutta la Bassa Sabina rappresentava anche uno degli eventi economici più attesi dell’anno: la grande Fiera delle Merci e del Bestiame, un appuntamento capace di richiamare allevatori, commercianti e contadini da un’ampia parte dell’Italia centrale.

    Oggi restano i ricordi e le testimonianze di chi l’ha vissuta, ma per molti decenni la fiera fu un punto di riferimento imprescindibile per il commercio agricolo e zootecnico del territorio.

    La festa dei Santi Patroni

    La Chiesa cattolica celebra oggi i Santi Cosma e Damiano il 26 settembre. In passato, però, la ricorrenza cadeva il 27 settembre.

    Lo spostamento al 26 settembre venne stabilito nel 1969 da papa Paolo VI con la riforma del Calendario Romano Generale, entrata in vigore il 1° gennaio 1970.

    Le ragioni furono principalmente due.

    La prima riguardava San Vincenzo de’ Paoli, che la Chiesa desiderava commemorare proprio il 27 settembre, giorno della sua morte avvenuta nel 1660. Fino a quel momento, la sua memoria liturgica era stata fissata al 19 luglio poiché il 27 settembre era già occupato dalla festa dei Santi Cosma e Damiano.

    La seconda era legata a una data simbolicamente molto importante per il culto dei due santi: il 26 settembre è infatti il giorno della dedicazione della Basilica dei Santi Cosma e Damiano nel Foro Romano, consacrata nel VI secolo da papa Felice IV.

    Nonostante la modifica del calendario liturgico, molte località italiane legate da antiche tradizioni ai due santi continuano ancora oggi a celebrare le feste popolari e le processioni a cavallo tra il 26 e il 27 settembre, mantenendo vivo il legame con la data storica.

    Una fiera tra le più importanti del Centro Italia

    In un’epoca in cui il mondo rurale costituiva la struttura portante dell’economia locale, le feste patronali coincidevano spesso con i principali momenti di scambio commerciale. La fiera di Stimigliano, collocata alla fine di settembre e all’inizio della stagione autunnale, svolgeva un ruolo strategico.

    Per gli allevatori era il momento ideale per vendere i capi in esubero prima dell’arrivo dell’inverno o acquistare animali da lavoro e da allevamento in vista dell’anno successivo. Per contadini e artigiani rappresentava invece l’occasione per procurarsi sementi, attrezzi agricoli, finimenti per cavalli e buoi e molti altri beni indispensabili alla vita quotidiana.

    La fama della manifestazione andava ben oltre i confini comunali. Grazie alla sua posizione strategica, favorita dalla vicinanza del Tevere e dalle storiche vie di comunicazione della valle, Stimigliano attirava operatori provenienti da tutta la Sabina, dai vicini comuni di Tarano, Forano e Poggio Mirteto, ma anche dalle province di Roma, Viterbo, Frosinone e persino dall’Umbria.

    La Fiera di San Cosma e Damiano veniva ricordata come una delle più grandi del Centro Italia. Nella sua fase di massimo splendore si estendeva dal paese fino allo Scalo, trasformando l’intero territorio in un immenso mercato all’aperto.

    La vicinanza al Tevere favoriva notevolmente il trasporto del bestiame, grazie anche alla presenza della piattaforma che consentiva l’attraversamento del fiume neinpressi del vecchio porto. Nei giorni della fiera le strade si riempivano di mandrie e greggi in arrivo da ogni direzione.

    Si arrivava a piedi, sui carri e, negli anni più recenti, anche con i trattori. Mucche, cavalli, asini, pecore, capre, maiali e scrofe seguite dai loro piccoli occupavano ogni spazio disponibile. Un colpo d’occhio che oggi appare quasi incredibile, ma che allora rappresentava la normalità.

    Nata allo Scalo, nell’area che oggi possiamo collocare dietro International Car Service, negli ultimi decenni della sua esistenza la fiera aveva però già perso le dimensioni imponenti del passato.

    L’area mercatale era stata trasferita e concentrata in località Nocchieto, lungo il tratto che dall’incrocio scende costeggiando l’allora officina Pileri, oggi Centro Auto Pileri, fino alla zona sopra il campo sportivo.

    Le grandi trattative, il denaro che passava di mano e il fontanile

    La fiera era anche il luogo delle grandi contrattazioni economiche.
    Non era raro vedere commercianti girare con portafogli rigonfi di banconote e assistere a trattative che si concludevano con passaggi di mano di cifre considerevoli, sempre rigorosamente in contanti.

    Lo scrittore stimiglianese Costante Menichelli ricorda:

    «Le ingenti somme di denaro contante che per esigenze commerciali venivano portate e che servivano per comprare o erano frutto del ricavato delle vendite, apparivano in qualche modo ancora più ingenti perché amplificate dal taglio delle banconote, specie le rossastre da diecimila e quelle verdi da cinquantamila lire. Venivano spesso racchiuse in enormi portafogli a più scompartimenti, a fisarmonica, perché durante la trattativa il denaro doveva come apparire e scomparire per impressionare i contraenti dell’affare».

    (Agorà – Quello che pensa e racconta la gente, Editrice Punto Uno S.r.l.)

    Alla memoria di Franco Cerquetani dobbiamo invece un’altra testimonianza, quella di veri e propri accordi di non concorrenza:

    Ricordo che il giorno della fiera era anche l’occasione giusta per stabilire quello che sarebbe stato il prezzo dei capretti da vendere nel periodo natalizio. Un momento di accordo tra gli allevatori per evitare il disagio di una spietata concorrenza sui prezzi di lì a un paio di mesi.

    Federico Brugnoletti invece fissa nella memoria della nostra comunità un altro particolare:

    La maggior parte degli animali era stipato all’inizio dello spazio dedicato alla fiera perché proprio lì si trovava il fontanile, preziosa risorsa d’acqua per le bestie da vendere

    I sensali: i maestri della mediazione

    Una delle figure più caratteristiche della fiera era quella del sensale, chiamato in alcune aree anche “sensuale” o “sanzaro”.

    Il sensale non era né il venditore né l’acquirente. Era il mediatore. Conosceva gli animali, i prezzi di mercato, le persone e le dinamiche delle trattative. Senza il suo intervento, molte compravendite non sarebbero mai andate a buon fine.

    Il suo compito consisteva nel mettere d’accordo le parti, trovare il giusto equilibrio economico e garantire la correttezza dello scambio. Gli allevatori si affidavano alla sua esperienza perché conosceva il valore di ogni capo di bestiame e sapeva riconoscere pregi e difetti osservando dentatura, zoccoli, corporatura e portamento dell’animale.

    La sua reputazione era fondamentale. In un’epoca in cui le certificazioni veterinarie erano rare, il sensale rappresentava una sorta di garanzia morale. Se dopo la vendita emergevano difetti nascosti o problemi non dichiarati, il suo giudizio poteva essere chiamato in causa per chiarire la controversia.

    Il rito della stretta di mano

    La compravendita del bestiame seguiva rituali antichi e quasi teatrali.

    Quando venditore e compratore si avvicinavano all’accordo, il sensale prendeva le loro mani e le univa con decisione. La stretta suggellava il contratto ben prima di qualsiasi documento scritto. Una volta battuta la mano, tornare indietro significava perdere la faccia davanti all’intera comunità.

    Spesso il sensale gestiva anche la consegna della caparra, detta in alcune zone “pommamento”, che costituiva la garanzia dell’accordo raggiunto.

    Per il proprio lavoro riceveva una percentuale sulla vendita, la cosiddetta senseria, secondo regole tramandate dalle consuetudini locali.

    I sensali erano spesso uomini carismatici, dotati di grande intuito psicologico e di una straordinaria capacità oratoria. Sapevano interpretare le intenzioni dei contraenti e capire il valore di una bestia quasi a colpo d’occhio.

    Tra i più conosciuti vengono ricordati Antonio Sassi, Schiavi da Roma e Loreto Polidori, che da Stimigliano si trasferì a Soriano nel Cimino, dove riuscì a costruire la propria fortuna proprio grazie a questa attività.

    Giramondo, il sensale “di corsa”

    Tra tutti i sensali entrati nella memoria popolare di Stimigliano, uno occupa però un posto speciale: l’abruzzese Guerino Di Sabatino detto Giramondo.

    Chi l’ha conosciuto lo ricorda come un personaggio eccentrico, simpatico e sempre in movimento. Fazzoletto rosso al collo, la sua caratteristica più curiosa era il modo di camminare: invece di procedere normalmente, si spostava quasi sempre con una sorta di corsetta particolare, dinoccolata e inconfondibile. Al grido di “Giramondo, Giramondo”, uno stuolo di bambini lo seguiva divertito.

    Una figura talmente caratteristica da essere entrata anche nella letteratura locale. Il poeta Mario Grizi gli dedica infatti una poesia nella raccolta L’attrezzi, la traja, l’omini crudi di Stimigliano (Poliart Editori, Roma, 1998), contribuendo a consegnarne il ricordo alle generazioni future.

    Cosa rimane oggi della Fiera di San Cosma e Damiano?

    Come è accaduto per gran parte delle storiche fiere del bestiame del Lazio e dell’Italia centrale, anche a Stimigliano la compravendita di animali è progressivamente scomparsa con la modernizzazione dell’agricoltura, il cambiamento delle forme di allevamento e la chiusura dei grandi mercati zootecnici all’aperto.

    Solo poche realtà sono riuscite a mantenere, almeno in parte, questa tradizione, come la vicina Fiera di Osteria Nuova a Frasso Sabino.

    Della grande Fiera di San Cosma e Damiano restano soprattutto i racconti e i ricordi di chi ne ha vissuto l’atmosfera. Eppure, passeggiando con un po’ di immaginazione nei luoghi dove si svolgeva, non è difficile percepire ancora l’eco di quel mondo: il muggito delle mandrie, il belato delle pecore, il vociare incessante delle trattative, l’odore della terra e degli animali, il fruscio delle banconote che passavano di mano.

    È il ricordo di una Stimigliano diversa, quando per qualche giorno all’anno il paese diventava uno dei più importanti centri commerciali della Sabina e dell’Italia centrale.

    Fonti

    • Agorà – Quello che pensa e racconta la gente di Costante Menichelli (Editrice Punto Uno S.r.l., 2019)
    • L’attrezzi, la traja, l’omini crudi di Stimigliano di Mario Grizi (Poliart Editori Roma, 1998)

    Foto gentilmente concessa da Federico Brugnoletti

  • Intervista a Gli Ùnici. Stimigliano e la compagnia di teatro inclusivo che dimostra che“si può fare”

    Intervista a Gli Ùnici. Stimigliano e la compagnia di teatro inclusivo che dimostra che“si può fare”

    Da un grido di aiuto è nato un sogno condiviso. Oggi quel sogno si è avverato e si chiama “Gli Ùnici”, una realtà che unisce ragazzi, famiglie e volontari attraverso il teatro, trasformando l’inclusione in qualcosa di semplice e concreto: la normalità. Un progetto che a Stimigliano sta dimostrando come ognuno, con la propria unicità, possa trovare spazio per esprimersi e crescere insieme agli altri.

    Dal bisogno di aiuto a un progetto che unisce una comunità

    Come ci raccontano il presidente Tommaso Vicinelli e la direttrice artistica/didattica Francesca De Cicco, ci sono idee che nascono da una necessità, si trasformano in un sogno e poi si realizzano. L’associazione teatrale inclusiva Gli Ùnici è esattamente questo.

    Dietro la sua nascita c’è infatti, come raccontano i suoi fondatori, un grido di aiuto, una richiesta concreta di sostegno e soprattutto la volontà di dimostrare che ogni persona, indipendentemente dalle proprie fragilità, può dare un contributo prezioso alla società.

    Da quella che inizialmente sembrava un’intuizione è nato un progetto che ha trovato da subito il sostegno dell’amministrazione comunale, del sindaco e di tanti cittadini che hanno deciso di mettersi in gioco. Entusiasmo, passione e partecipazione hanno trasformato un’idea in una realtà capace di coinvolgere famiglie, volontari, professionisti e ragazzi provenienti da esperienze molto diverse tra loro.

    L’inclusione come normalità

    Uno dei concetti più forti emersi dall’intervista riguarda il significato stesso della parola inclusione.

    Per i responsabili de Gli Ùnici, l’inclusività non è qualcosa di straordinario. Al contrario, rappresenta la normalità. Nei laboratori teatrali convivono ragazzi con e senza disabilità, senza distinzioni, senza etichette e senza percorsi separati.

    «Entriamo nella sala e ognuno fa quello che gli piace liberamente, a modo proprio, e stiamo tutti insieme», spiegano.

    È proprio questa semplicità a rendere speciale il progetto. Mentre spesso le persone con disabilità vengono coinvolte in attività dedicate esclusivamente a loro, il teatro de Gli Unici vuole superare ogni forma di separazione, creando uno spazio condiviso dove ciascuno possa sentirsi parte del gruppo.

    Un teatro che educa prima ancora di andare in scena

    Per Francesca, formatrice professionale del gruppo (con specializzazione ABA – Analisi Comportamentale Applicata), il teatro non è un semplice passatempo e neppure una forma di intrattenimento.

    «Il teatro è educativo, formativo e pedagogico».

    L’obiettivo principale non è mettere in scena uno spettacolo perfetto, ma accompagnare i partecipanti in un percorso di crescita personale. Attraverso il lavoro sul corpo, sulla voce, sulle emozioni e sulla relazione con gli altri, i ragazzi sviluppano consapevolezza, autostima e fiducia nelle proprie capacità.

    Lo spettacolo finale rappresenta soltanto una tappa di questo cammino. Il vero valore del progetto si costruisce durante i laboratori, nei momenti condivisi, nelle amicizie che nascono e nelle piccole conquiste quotidiane.

    Quando il teatro aiuta a rompere il silenzio

    Tra gli aspetti più emozionanti raccontati nell’intervista c’è l’impatto che il laboratorio ha avuto sui ragazzi e sulle loro famiglie.

    Nel corso delle attività alcuni partecipanti hanno iniziato ad aprirsi maggiormente agli altri, a parlare, a esprimersi e a sentirsi parte di un gruppo.

    L’idea alla base del lavoro educativo è semplice ma profonda: valorizzare ciò che ogni persona possiede già, aiutandola a far emergere le proprie potenzialità. Un processo che spesso porta a risultati inattesi e che permette ai ragazzi di conoscersi meglio e di costruire legami autentici.

    Dopo la scuola, un nuovo gruppo in cui sentirsi a casa

    Uno dei temi più toccanti affrontati dal presidente dell’associazione riguarda il periodo successivo alla scuola.

    Per molte famiglie, infatti, il diploma rappresenta un momento delicato. Terminato il percorso scolastico, i ragazzi rischiano di perdere quel contesto di socialità e inclusione che la scuola garantisce quotidianamente.

    Gli Unici vogliono offrire una risposta concreta a questa esigenza, ricostruendo quello spirito di gruppo che caratterizza una classe scolastica: un ambiente nel quale ognuno possa sentirsi accolto, valorizzato e protagonista.

    Un luogo dove continuare a crescere insieme.

    «Si può fare»: il motto che guarda al futuro

    Francesca De Cicco e Tommaso Vicinelli

    Il messaggio che accompagna il progetto ricorda Frankestein Junior di Mel Brooks ed è sintetizzato nelle famose tre parole: Si può fare.

    Un motto che rappresenta l’essenza stessa dell’associazione e che vuole trasmettere ai ragazzi la consapevolezza di poter affrontare nuove sfide senza lasciarsi limitare dai pregiudizi.

    «Non credete a chi vi dice che non ce la farete. Ognuno può fare, a modo proprio».

    Parole semplici che racchiudono una filosofia fondata sul rispetto delle differenze e sul riconoscimento delle capacità di ogni persona.

    Una comunità che ha risposto con il cuore

    Nel successo de Gli Ùnici ruolo fondamentale è stato svolto dalla comunità di Stimigliano.

    L’associazione ha ricevuto sostegno da cittadini, associazioni, volontari e attività del territorio. Molte persone hanno messo a disposizione competenze professionali, tempo e creatività per contribuire alla crescita del progetto.

    C’è chi ha realizzato il logo, chi si è occupato di audio e luci, chi dei costumi e delle scenografie. Alcuni elementi utilizzati negli spettacoli sono stati realizzati direttamente da cittadini del paese, a dimostrazione di come l’intera comunità abbia sentito il progetto come qualcosa di proprio.

    I prossimi appuntamenti e le ambizioni dell’associazione

    Il futuro de Gli Ùnici lontano.

    Il 27 settembre tornerà in scena lo spettacolo già rappresentato a giugno, una replica richiesta dal pubblico che offrirà ai ragazzi un’importante occasione di gratificazione e crescita personale.

    Nella stessa serata saranno presentati i nuovi laboratori e aperte le iscrizioni per il prossimo anno.

    Tra gli obiettivi dell’associazione c’è quello di ampliare ulteriormente l’offerta formativa, coinvolgendo nuovi formatori, professionisti dello spettacolo, musicisti, coreografi e artisti provenienti da diverse discipline.

    L’ambizione è quella di trasformare Gli Unici in un vero centro multidisciplinare dedicato alle arti espressive e all’inclusione.

    Un esempio di come la cultura possa cambiare le persone

    Dalle parole dei protagonisti emerge una convinzione comune: il teatro può essere uno straordinario strumento di crescita umana.

    Gli Unici non è soltanto una compagnia teatrale. È un luogo dove si costruiscono relazioni, si sviluppano competenze, si superano paure e si scopre il valore della diversità.

    Un progetto nato da una necessità, cresciuto grazie all’impegno di molti e diventato oggi uno dei più significativi esempi di inclusione e partecipazione sociale nel territorio di Stimigliano.

    Nell’intervista

    • Come nascono Gli Ùnici
    • La vera inclusività è la normalità
    • Dovendo scegliere una colonna sonora per rappresentare Gli Ùnici?
    • Quale è stato il più grande imprevisto che avete affrontato?
    • Provate a convincermi a diventare uno di voi
    • Cosa vi sentite di dire a chi considera il teatro come un hobby?
    • E Stimigliano?
    • Sono passati venti anni… è Gli Unici?
    • E ora?
    • Molto più di un semplice logo
    • La professionalità al servizio degli altri
    • Una questione di responsabilità
    • L’Arte è di tutti
    • Si ricomincia il 27 settembre

    Per saperne di più

    Potete trovare tutte le informazioni (sede, orari, spettacoli, contatti) sull’Associazione di Teatro Inclusivo “Gli Ùnici” sulla loro pagina Facebook cliccando qui

  • Stimigliano tra passioni e delitti nella grande letteratura gotica di Vernon Lee

    Stimigliano tra passioni e delitti nella grande letteratura gotica di Vernon Lee

    Tra le molte curiosità che legano Stimigliano alla storia e alla cultura italia ed europea, ce n’è una poco conosciuta ma particolarmente affascinante: il nostro borgo compare infatti in una delle più celebri opere della letteratura gotica di fine Ottocento, Amour Dure di Vernon Lee.

    Vernon Lee, l’intellettuale eclettica amante dell’Italia ( e di Stimigliano? )

    Dietro lo pseudonimo di Vernon Lee si celava Violet Paget (1856-1935), una delle figure più originali e brillanti della cultura britannica del periodo tardo-vittoriano.

    Foto del 1870 ca.

    Seguace dell’estetismo di Walter Pater, Lee ha sviluppato insieme alla compagna Kit Anstruther Thomson una nuova concezione della psicologia dell’estetica ed è stata tra le primissime a introdurre nella
    lingua inglese il concetto di “empatia” (Einfühlung) teorizzato in Germania dal filosofo e psicologo Theodor Lipps.

    Persona acuta e fuori dagli schemi del suo tempo, utilizzava il proprio pseudonimo maschile anche nella vita privata ed era solita adottare un’estetica à la garçonne. Femminista e pacifista, ha fatto parte della Union of Democratic Control, un gruppo di pressione britannico di matrice antimilitarista vicino anche ai movimento per il suffragio femminile. Ha trascorso gran parte della propria vita a Firenze, nella celebre Villa Il Palmerino ed è morta proprio a Firenze il 13 febbraio del 1935.

    Oggi è ricordata soprattutto per le sue raffinate storie fantastiche e di fantasmi, considerate tra i vertici della narrativa soprannaturale europea.

    Tra queste spicca Amour Dure, pubblicato per la prima volta nel 1887 sul Murray’s Magazine e successivamente inserito nella raccolta Hauntings: Fantastic Stories (1890), una delle opere più celebri dell’autrice.

    Vernon Lee 1881 John Singer Sargent 1856-1925 Bequeathed by Miss Vernon Lee through Miss Cooper Willis 1935 http://www.tate.org.uk/art/work/N04787

    Amore Dure: un amore mortale

    Il titolo originale dell’opera, in francese antico, riprende il motto ricorrente nel racconto legato alla figura della misteriosa e crudele duchessa rinascimentale Medea da Carpi: «Amour Dure – Dure Amour», che nel testo viene tradotto o interpretato come “L’amore dura – crudele amore” (o un amore tenace, costante e spietato)

    La vicenda è ambientata nella città immaginaria di Urbania, dietro la quale si riconoscono chiaramente elementi dell’Urbino rinascimentale e della reale Urbania marchigiana. Il racconto assume la forma del diario di Spiridion Trepka, un giovane storico polacco giunto in Italia per svolgere ricerche d’archivio.

    Durante i suoi studi, Trepka scopre la figura di Medea da Carpi, una nobildonna del XVI secolo di straordinaria bellezza e altrettanto straordinaria crudeltà. La donna è descritta come una autentica femme fatale: tutti i suoi amanti e mariti finiscono infatti vittime di morti violente e misteriose.

    Progressivamente, la curiosità dello storico si trasforma in una vera ossessione. Trepka si innamora del fantasma di Medea, fino a perdere ogni controllo sulla propria volontà. Lo spettro della donna lo spinge infine a compiere un gesto sacrilego: distruggere la statua equestre del duca responsabile della sua esecuzione. Accecato dalla passione e totalmente soggiogato dalla presenza soprannaturale, il protagonista va incontro a un tragico destino proprio nel giorno di Natale.

    Il ruolo di Stimigliano

    Nella complessa e sanguinosa biografia di Medea da Carpi, Stimigliano non compare come semplice riferimento geografico, ma rappresenta uno dei nodi fondamentali dell’intera vicenda narrativa.

    Secondo il racconto, Medea sposa in seconde nozze il duca Pierluigi Orsini, e la coppia stabilisce la propria corte proprio nel castello di Stimigliano. È qui che si consuma uno degli episodi più drammatici della sua vita.

    Appena due anni dopo il matrimonio, il duca viene infatti trovato assassinato: qualcuno lo ha pugnalato a morte all’interno del castello. I sospetti si concentrano immediatamente sulla giovane duchessa. Per eliminare le prove del proprio coinvolgimento, Medea ordina ai suoi servitori di assassinare lo stalliere ritenuto esecutore materiale del delitto. Prima di morire, però, l’uomo riesce a confessare di aver ucciso il duca sotto l’influenza dei sortilegi e delle promesse d’amore della stessa Medea.

    L’episodio segna una svolta decisiva. Travolta dai sospetti e dal clima ostile che la circonda, Medea è costretta a fuggire precipitosamente da Stimigliano per rifugiarsi a Urbania, dando avvio alla catena di eventi che porterà alla sua rovina finale e alla sua trasformazione in una figura quasi leggendaria.

    Perché proprio Stimigliano?

    La presenza di Stimigliano nell’opera non è casuale. Vernon Lee conosceva profondamente la storia italiana e costruiva le proprie ambientazioni con grande attenzione ai contesti storici e culturali.

    Non si hanno testimonianze dirette di una visita della scrittrice nel borgo quindi la scelta del Ducato di Stimigliano potrebbe rispondere a diverse ragioni.

    Il legame con gli Orsini

    Storicamente Stimigliano fu un importante feudo della potente famiglia Orsini, una delle casate più influenti e combattive dell’Italia rinascimentale. Le cronache dell’epoca sono ricche di intrighi politici, matrimoni combinati, congiure e delitti dinastici che coinvolsero spesso gli Orsini.

    Vernon Lee, attenta studiosa del Rinascimento italiano, attinge a questa atmosfera storica per costruire un mondo narrativo credibile e affascinante, in cui realtà e invenzione si fondono continuamente.

    Una posizione strategica

    L’inserimento di Stimigliano risponde anche a esigenze geografiche e narrative. La storia si svolge infatti in un contesto che richiama l’Italia centrale del Rinascimento, teatro delle rivalità tra Stato della Chiesa, signorie marchigiane e grandi famiglie baronali romane.

    In questo quadro, un feudo sabino come Stimigliano offriva una collocazione perfettamente plausibile per alleanze, matrimoni e conflitti aristocratici, contribuendo a rendere più realistica la vicenda.

    Il “Genius Loci”

    Esiste infine una ragione ancora più profonda. Vernon Lee fu una delle prime teoriche del concetto di Genius Loci, lo “spirito del luogo”. Secondo la scrittrice, paesaggi, castelli e città conservano le tracce emotive e psicologiche del proprio passato e continuano a influenzare chi li attraversa.

    Per questo motivo i luoghi nelle sue opere non sono mai semplici sfondi. Castelli, borghi e rovine diventano veri protagonisti della narrazione. Un centro storico fortificato come Stimigliano, con la sua posizione dominante sulla valle del Tevere e il suo passato legato alla nobiltà romana, offriva tutte le caratteristiche ideali per evocare quell’atmosfera di mistero, fascino e inquietudine che costituisce l’essenza stessa delle sue Hauntings.

    Un piccolo borgo nella letteratura internazionale

    A distanza di oltre un secolo dalla pubblicazione di Amour Dure, sorprende scoprire come il nome di Stimigliano sia entrato nelle pagine di uno dei racconti gotici più raffinati della letteratura anglosassone. Non come semplice citazione, ma come luogo chiave di passioni, complotti, omicidi e fughe rocambolesche.

    È un dettaglio quasi sconosciuto, ma significativo: dimostra come anche il nostro piccolo centro della Sabina abbia saputo trovare posto nell’immaginario di una delle più importanti scrittrici europee dell’Ottocento, diventando parte di una storia che ancora oggi continua ad affascinare lettori e studiosi di tutto il mondo.

    Traduzioni, edizioni e… Italo Calvino

    Il celebre racconto gotico Amour Dure (1887) di Vernon Lee, incluso nella raccolta Hauntings, è stato tradotto in italiano con diversi sottotitoli a seconda delle edizioni:

    • «Amour Dure». Brani dal diario di Spiridione Trepka (traduzione di Arnaldo Ederle, in Ombre italiane, Guanda, 1988, e in Il secondo libro dell’orrore, Mondadori; traduzione di Giuseppe Lippi in Occulta, Mondadori, 1988)
    • «Amour Dure» (traduzione di Attilio Brilli, pubblicato in Possessioni, Sellerio, 1982, e inserito da Italo Calvino nella celebre antologia Racconti fantastici dell’Ottocento, Mondadori, 1983)

    Fonti

  • Il cinema parrocchiale di Stimigliano: la storia di un luogo che ha unito generazioni

    Il cinema parrocchiale di Stimigliano: la storia di un luogo che ha unito generazioni

    Ci sono luoghi che continuano a vivere nella memoria collettiva di una comunità. A Stimigliano, uno di questi è senza dubbio il cinema parrocchiale, quello che ancora oggi tutti chiamano semplicemente “il Cinema”.
    Una struttura nata per regalare sogni e momenti di svago agli stimiglianesi, soprattutto ai più giovani, e che ancora oggi continua a svolgere un ruolo nella vita del paese, seppure molto lontano dalla sua destinazione originale.

    I cantinoni, la terrazza e il grande schermo: il cinema prima del cinema

    Prima della costruzione del cinema parrocchiale, i film venivano proiettati in luoghi che oggi appartengono alla memoria storica del paese.

    Durante l’inverno, le proiezioni si tenevano nei cosiddetti “cantinoni”, le grandi stanze situate negli scantinati del Castello Orsini. Nella bella stagione, invece, il cinema si trasferiva all’aperto, nel cortile sulla terrazza del castello, nei pressi della cappella dedicata a San Giuseppe.

    Erano anni in cui il cinema rappresentava una finestra sul mondo e ogni proiezione diventava un evento capace di richiamare famiglie, ragazzi e anziani.

    Don Mario Patrignani e l’attenzione per i giovani e la società

    Dietro la nascita del cinema di Stimigliano c’è una figura che molti ancora ricordano con affetto: Don Mario Patrignani.

    Don Mario Patrignani

    Parroco profondamente coinvolto nella vita sociale del paese, Don Mario dedicò una parte importante del proprio ministero stimiglianese (1938-1964) alla crescita umana e culturale dei ragazzi. Erano gli anni segnati dalla guerra e dalle difficoltà che essa portava con sé. In quel contesto Don Mario si impegnò affinché i ragazzi avessero punti di riferimento e luoghi di aggregazione.

    Convinto dell’importanza di offrire ai giovani luoghi sicuri in cui incontrarsi e trascorrere il tempo libero, aveva già allestito un locale parrocchiale dotato di biliardino e altri giochi.

    Questa iniziativa permetteva ai genitori di lavorare nei campi con maggiore serenità, sapendo che i figli si trovavano in un ambiente protetto e controllato. Anche le ragazze partecipavano attivamente alla vita della comunità attraverso incontri e attività, le cosiddette adunanze, che portarono, sotto il suo ministero, alla nascita delle Figlie di Maria, devote alla Madonna della Strada.

    Fu proprio da questa attenzione verso i giovani che nacque l’idea di realizzare una vera sala cinematografica, dotata di schermo, proiettori e posti a sedere.

    Il ricordo di Don Mario nelle parole del poeta Mario Grizi

    L’affetto della comunità nei confronti di Don Mario è rimasto vivo negli anni. A testimoniarlo questa poesia che Mario Grizi gli ha dedicato, ricordando il suo impegno e, in particolare, la realizzazione del cinema parrocchiale (che mario chiama “Regina”).

    Mario sottolinea come la comunità ancora oggi sia in dovere di ringraziare il parroco e se ne fa portavoce:

    Io vojo ringrazia’
    chi cià fatto un po’ sogna’
    e dalle brutture della guerra
    cià fatto ripija’

    Don Mario Patrignani
    cià fatto sperare nel domani.
    Tante cose qui ha fatto,
    ma, per ricompensa, l’han
    buttato via com’uno straccio.

    Ma il ricordo non si cancella,
    con lui la vita era bella:
    faceva giocare i bambini
    con tanti giochi
    con i giornalini.

    Fece er cinema “Regina”
    per la comunità,
    facendo tanti bei film
    da pote’ guarda’.

    Certo allora era ‘na cosa grande
    per Stimigliano…
    che ancora non l’ha ringraziato.
    Io, amici, qui ciò provato.

    Parole semplici ma sincere, che restituiscono il forte legame tra il parroco e la popolazione.

    L’affaccio su via Cavour

    Il voto alla Madonna della Strada

    Anche Costante Menichelli, nei suoi libri dedicati alla storia locale, ricorda Don Mario soprattutto per un episodio legato proprio alla Seconda Guerra Mondiale.

    Secondo il racconto, il parroco fece un voto alla Madonna della Strada, chiedendole di proteggere la comunità di Stimigliano durante gli anni difficili del conflitto. In cambio promise anni di particolari festeggiamenti e devozione.

    Un impegno che andò ben oltre le aspettative iniziali e che, attraverso generazioni di fedeli, è arrivato fino ai nostri giorni, diventando parte integrante della tradizione religiosa del paese.

    La costruzione del Cinema

    La realizzazione del cinema risale agli anni Cinquanta per volontà dello stesso Don Mario. Come ci ricorda Giulio Lattanzi, tra le memorie storiche di Stimigliano:

    I lavori terminarono orientativamente tra il 1957 e il 1958.

    L’entrata in Largo Cencio

    Il terreno su cui sorse l’edificio apparteneva alla Chiesa e venne messo a disposizione per la costruzione. La struttura occupava una posizione centrale: da un lato affacciava su Largo Cencio, dall’altro su Via Cavour.

    I lavori furono eseguiti da una ditta di Magliano Sabina, la “Gioia Tripoli” e grazie al prezioso contributo di Amedeo Patrignani, padre di Don Mario, che seguì da vicino la realizzazione dell’opera partecipando anche attivamente nella realizzazione di tutti gli intonaci.

    Per una comunità come quella di Stimigliano, il nuovo cinema rappresentò un importante segnale di crescita sociale e culturale.

    I lavori all’interno

    Il cinema e i suoi protagonisti

    Come racconta Mario Ceccarelli, dietro ogni proiezione c’era il lavoro di persone che contribuirono a rendere vivo quel luogo.

    Le pellicole venivano proiettate da un uomo conosciuto da tutti come “Mario Freddacaffè”, originario di Collevecchio e in possesso del prezioso patentino che abilitava alla professione .

    Nonostante non sia stato possibile risalire al suo cognome, la testimonianza racconta di una persona molto esperta nel settore delle proiezioni cinematografiche e probabilmente non amante del caffè bollente (o avvezza forse a qualche additivo segreto in grado di raffreddarlo – n.d.r.).

    Il piccolo Mario Ceccarelli sulla scala

    Continua Mario:

    Nel giro delle persone che orbitavano intorno al cinema c’erano anche Pio Valentini e Natalino De Santis e soprattuto, con il compito di staccare i biglietti e occuparsi della contabilità, Luigi Marcellini, detto Gigi

    Imparata l’arte fu lo stesso Mario a districarsi tra i proiettori così come Osvaldo Mammoli si occupò per un periodo della biglietteria.

    Tra le pellicole proiettate, quasi tutte degli anni ’50, quella che ricordo con più piacere è “Roma città aperta” con Anna Magnani e Aldo Fabrizi.

    L’attività del cinema proseguì fino alla metà degli anni Sessanta, arrivando ad ospitare, oltre le proiezioni anche un campo di bocce sulla terrazza su via Cavour.

    Una nuova vita: dalla banda musicale all’associazione culturale

    Terminata la stagione delle proiezioni coincisa praticamente con l’addio di Don Mario al paese di Stimigliano, l’edificio iniziò una seconda fase della propria esistenza.

    La struttura cambiò definitivamente funzione.

    Mario Andreozzi, per tutti Mario “Locci“, lo utilizzò come sede per le prove della banda musicale da lui fondata. Egli stesso aveva trasferito le proiezioni cinematografiche all’aperto, nell’arena che oggi potremmo collocare nell’area accanto alle case popolari.

    La sala venne utilizzata dalla nascente Associazione Culturale del paese per riunioni, incontri e numerose attività sociali. Tra queste ad esempio, la costruzione dei carri allegorici del Carnevale e altre attività che per anni hanno rappresentato un importante momento di partecipazione collettiva.

    Il mio ricordo personale è legato alla proiezione delle partite di calcio del Mondiale italiano del ’90 durante le serate piovose o alle le prove di canto per il festival canoro e soprattutto alle innumerevoli partite di pallone (chiamarlo calcetto sarebbe blasfemo) disputate nel campetto di pallavolo proprio davanti alla struttura, in largo Cencio.

    Qualche tiro eseguito con troppa foga, e probabilmente la poca dimestichezza con la sfera, spesso la scaraventavano sul tetto della struttura se non addirittura lo scavalcavano per farla finire sulla terrazza affacciata su via Cavour, ormai invasa da piante e alberi di ogni genere.

    Traslascio ogni commento del momento e i tentativi, spesso vani, di recuperare il preziosissimo oggetto che il più delle volte veniva acquistato con faticose “collette”.

    Il Cinema oggi

    Anche se il grande schermo non illumina più le sue pareti, il vecchio cinema continua ancora oggi a essere parte della vita della comunità.

    La sala principale viene utilizzata in occasione delle processioni religiose per ospitare i santi durante lo scambio tra i vari gruppi, in quello che rappresenta un vero e proprio passaggio di consegne.

    Il cinema oggi

    La stanza adiacente, quella che un tempo ospitava i proiettori, è stata destinata a locale per il catechismo. Fino a non molto tempo fa erano ancora visibili le caratteristiche aperture, le “buche” attraverso le quali i proiettori lanciavano le immagini sul grande schermo.

    Il cinema oggi

    Un patrimonio della memoria collettiva e un pizzico di rammarico

    Il cinema parrocchiale non è stato soltanto un luogo di spettacolo. È stato un punto di incontro, un presidio educativo, uno spazio di aggregazione e un simbolo della volontà di una comunità di crescere insieme.

    Grazie all’impegno di Don Mario Patrignani e di quanti contribuirono alla sua attività, generazioni di stimiglianesi hanno potuto condividere emozioni, amicizie e momenti di vita comune.

    Oggi, mentre la sua funzione è cambiata, il “Cinema” continua a raccontare una storia fatta di persone, volontà e partecipazione. Una storia che merita di essere ricordata perché parla non soltanto di un edificio, ma di un’intera comunità e della sua capacità di costruire luoghi destinati a lasciare un segno nel tempo.

    E soprattutto oggi diventa denuncia della mancanza di luoghi di aggregazione che tanto servirebbero a paesi come Stimigliano.

    Fonti

    Foto gentilmente concesse da Federico Brugnoletti

  • Cose d’altri tempi – lo sciopero degli operai della Sbordoni

    Cose d’altri tempi – lo sciopero degli operai della Sbordoni

    DOCUMENTO UFFICIALE DELLA PROCURA DI POGGIO MIRTETO

    “[…] Il giorno 31 marzo 1964 la ricorrente Società, comunicava, mediante un ordine di servizio (alleg. n.1), il nuovo orario di lavoro da attuarsi con decorrenza dall’indomani 1 aprile 1964.
    […] Senonchè il 1 Aprile 1964, dopo che il lavoro aveva avuto regolare inizio, alle ore 8.40 nasceva una agirazione che in breve, per l’opera sobillatrice di pochi elementi, assumeva aspetti violenti […]
    Veniva quindi proclamato uno sciopero parziale delle maestranze”

    Iniziava così il travagliato sciopero e la successiva occupazione della Fabbrica Sbordoni terminata dopo 12 giorni e il licenziamento di 6 operai.

    Fonti

  • Il sarcofago di Stimigliano: il frammento che racconta le origini cristiane della Sabina

    Il sarcofago di Stimigliano: il frammento che racconta le origini cristiane della Sabina

    Non tutti sanno che Stimigliano custodisce una testimonianza di straordinario valore storico. Un frammento di sarcofago paleocristiano, studiato da Fabrizio Bisconti nel 1985, ha contribuito a far luce sulle origini del Cristianesimo nel nostro territorio.

    Tra le testimonianze più affascinanti del passato cristiano della Sabina, un posto di rilievo spetta a un piccolo ma prezioso frammento di sarcofago rinvenuto nel territorio di Stimigliano. Sebbene scoperto in circostanze non chiaramente documentate, questo reperto è diventato un importante riferimento per gli studi sull’arte paleocristiana grazie all’analisi condotta nel 1985 dall’archeologo Fabrizio Bisconti, uno dei massimi esperti di archeologia cristiana.

    Stimigliano, chiesa di S. Valentino. Frammento di alzata
    di coperchio di sarcofago paleocristiano (foto L. D’Alessandro) – Lazio e Sabina 7

    Il suo studio, pubblicato sulla rivista specialistica Vetera Christianorum con il titolo I tre giovani di Babilonia nella fornace su un coperchio di sarcofago da Stimigliano (Rieti), ha contribuito a valorizzare un reperto che, ancora oggi, rappresenta un punto di riferimento per archeologi e studiosi.

    Un’immagine simbolo del primo Cristianesimo

    Il frammento apparteneva all’alzata di un coperchio di sarcofago in marmo e raffigura una delle scene più diffuse nell’arte cristiana delle origini: il miracolo dei tre fanciulli ebrei nella fornace di Babilonia, narrato nel Libro di Daniele.

    I protagonisti, Anania, Azaria e Misaele, sono rappresentati secondo la tradizione iconografica orientale, con tunica stretta in vita, mantello e il caratteristico berretto frigio. Le figure sono scolpite nell’atteggiamento dell’orante, con le braccia aperte e sollevate in preghiera (expansis manibus), mentre emergono illese dalle fiamme della fornace.

    I tre giovani nella fornace ardente dipinti da Simeon Solomon

    Per le prime comunità cristiane questa scena non aveva soltanto un valore narrativo. Essa costituiva un potente simbolo di salvezza, resurrezione e fedeltà alla propria fede di fronte alle persecuzioni, un messaggio particolarmente sentito nei secoli della diffusione del Cristianesimo.

    Stimigliano e le radici cristiane della Sabina

    La presenza di un reperto così significativo a Stimigliano non sorprende se si considera la ricchezza storica del territorio. Il paese sorge infatti in un’area della Sabina caratterizzata dalla presenza di importanti insediamenti romani, tra cui grandi ville rustiche che costituivano il cuore economico e residenziale della zona.

    L’attuale centro storico e lo stesso Palazzo Orsini si svilupparono sopra strutture molto più antiche, riconducibili a complessi romani come la Massa Septimina o Septimiliana.

    Il frammento di sarcofago conferma inoltre la precoce cristianizzazione del territorio sabino tra il III e il IV secolo d.C., inserendosi in un contesto più ampio che comprende altri importanti centri paleocristiani della zona, come l’antica Forum Novum, oggi Vescovio, dove sono conservati significativi esempi di sarcofagi romani e paleocristiani.

    Un ritrovamento fortuito

    Uno degli aspetti più affascinanti della vicenda è che non si conosce il punto esatto del rinvenimento.

    Il reperto non emerse infatti durante uno scavo archeologico sistematico, ma attraverso una scoperta fortuita. Nel suo studio, Bisconti indica genericamente il territorio comunale di Stimigliano come luogo di provenienza.

    È probabile che il frammento sia stato recuperato da privati durante lavori agricoli oppure edili e solo successivamente segnalato agli studiosi e alle autorità competenti, una circostanza tutt’altro che rara per molti ritrovamenti avvenuti nel corso del Novecento.

    Le possibili aree di provenienza

    Gli studiosi hanno formulato diverse ipotesi sull’origine del frammento.

    • Le antiche ville romane della pianura
      Una delle possibilità più accreditate è che il reperto provenga dalla zona pianeggiante occupata in età romana dalle grandi ville rustiche. Nel tardo impero, tra III e IV secolo d.C., molte di queste strutture vennero progressivamente riutilizzate dalle prime comunità cristiane come luoghi di culto o aree funerarie. In tale contesto la presenza di un sarcofago di pregio appare perfettamente coerente con il quadro storico del territorio.
    • Il reimpiego nel borgo medievale
      Un’altra ipotesi riguarda il fenomeno, molto diffuso nella Sabina medievale, del reimpiego dei materiali antichi. Marmi, epigrafi e persino sarcofagi venivano spesso utilizzati come elementi da costruzione nelle nuove opere edilizie. Il frammento potrebbe quindi essere stato incorporato in mura, fondazioni o edifici religiosi del centro storico per poi riemergere in tempi successivi.
    • L’ipotesi della Chiesa di San Valentino
      Tra tutte le possibili provenienze, quella legata all’area della Chiesa di San Valentino appare particolarmente interessante. Dal punto di vista storico e archeologico si tratta infatti di uno dei contesti più plausibili per la presenza di un manufatto paleocristiano di questa importanza.

    Una storia che affonda nel VI secolo

    Secondo le fonti storiche, tra cui i Dialoghi di Gregorio Magno, la chiesa originaria sarebbe stata fondata nel VI secolo d.C. dalla nobile romana Galla, figlia di Aurelio Simmaco, celebre consigliere di Teodorico.

    La fondazione si collocherebbe proprio nel periodo in cui il Cristianesimo stava consolidando la propria presenza nella Sabina.

    Per secoli la chiesa e il terreno circostante hanno svolto una funzione sepolcrale per la comunità locale.

    Nell’area sono state rinvenute varie testimonianze funerarie, tra cui la celebre “Tomba dei Fanciulli”, nella sagrestia della chiesa a cui si contrappone la “Tomba degli Affogati” situata nello spazio esterno non consacrato, storicamente riservato a coloro che morivano per suicidio tramite annegamento nel vicino fiume Tevere e che, secondo le usanze del tempo, non potevano ricevere una sepoltura cristiana all’interno della chiesa.

    Un ulteriore elemento a sostegno dell’ipotesi è rappresentato dal rinvenimento, nelle vicinanze della chiesa, di un altro coperchio frammentario di sarcofago risalente al VI secolo d.C., noto come sarcofago di Flaminino e Giusta.

    Per molti studiosi questi ritrovamenti potrebbero indicare l’esistenza di un antico cimitero cristiano e, forse, di un luogo di culto già attivo secoli prima del 1259, anno della prima menzione documentaria della Chiesa di San Valentino.

    Altri studiosi, più prudenti, ritengono tuttavia che il solo frammento non costituisca una prova definitiva dell’esistenza di una chiesa così antica, lasciando aperto il dibattito.

    Lo studio di Bisconti e la sua importanza: la diffusione del Cristianesimo nelle campagne

    L’analisi pubblicata da Fabrizio Bisconti nel 1985 non fu una semplice catalogazione di un reperto locale.

    Lo studio contribuì infatti a modificare il modo in cui gli archeologi interpretavano i sarcofagi paleocristiani e il loro contesto storico.

    Tre giovani ebrei nella fornace di Babilonia, II-III secolo, Catacombe di Priscilla, Roma

    Per lungo tempo si è ritenuto che l’arte paleocristiana monumentale fosse appannaggio quasi esclusivo delle grandi città come Roma, Ravenna o Milano.

    Il frammento di Stimigliano dimostra invece che anche le campagne della Sabina ospitavano committenze colte e facoltose, in grado di commissionare sarcofagi di alta qualità alle officine marmorarie romane.

    Il valore artistico dei coperchi dei sarcofagi

    Gli studi tradizionali si concentravano soprattutto sulle casse dei sarcofagi.

    Il reperto di Stimigliano contribuì a mettere in evidenza l’importanza dell’alzata del coperchio come spazio narrativo autonomo, progettato per trasmettere un preciso messaggio religioso e simbolico.

    La rappresentazione dei tre fanciulli mostra una sintesi espressiva particolarmente efficace.

    Attraverso pochi elementi essenziali, come il gesto dell’orante e l’abbigliamento orientale, l’artista comunica immediatamente il significato della scena. Questo linguaggio simbolico testimonia il progressivo abbandono del realismo classico a favore di forme più semplici e facilmente comprensibili ai fedeli.

    Un punto di riferimento per gli archeologi

    L’importanza del frammento di Stimigliano non si esaurisce nel suo valore storico locale.

    Ancora oggi il reperto viene utilizzato come termine di paragone nello studio di nuovi ritrovamenti paleocristiani. In particolare, gli studiosi lo impiegano per:

    • identificare se un frammento appartenga alla cassa del sarcofago o al suo coperchio;
    • riconoscere la scena dei tre giovani nella fornace anche quando le figure sono parzialmente conservate;
    • confrontare lo stile delle sculture e proporre datazioni per reperti privi di un contesto di scavo documentato.

    Un esempio significativo è rappresentato dagli studi su alcuni frammenti paleocristiani rinvenuti ad Anagni, nei quali il reperto di Stimigliano è stato utilizzato come fondamentale termine di confronto.

    Roma. Catacombe di San Sebastiano. Museo delle Sculture. Frammento scultoreo Seb0719 con rappresentazione dei tre giovani ebrei di Babilonia nella fornace dopo il restauro (Archivio PCAS).

    Ci risulta che il frammento del coperchio del sarcofago di Stimigliano sia oggi conservato nei depositi monumentali del comprensorio callistiano a Roma (nelle immediate vicinanze delle celebri Catacombe di San Callisto), precisamente all’interno del polo museale allestito presso il Casale di San Tarsicio.

    Un piccolo frammento, una grande storia

    A distanza di oltre quarant’anni dallo studio di Fabrizio Bisconti, il frammento di sarcofago di Stimigliano continua a occupare un posto importante negli studi sull’arte paleocristiana italiana.

    Pur provenendo da un contesto periferico rispetto ai grandi centri dell’Impero, questo reperto ha contribuito a raccontare una storia più ampia: quella della diffusione del Cristianesimo nella Sabina, della vita delle comunità rurali tardoantiche e della straordinaria capacità dell’archeologia di restituire significato anche ai più piccoli frammenti del passato.

    Fonti

  • La Chiesetta del Nocchieto, il piccolo santuario della Madonna della Strada

    La Chiesetta del Nocchieto, il piccolo santuario della Madonna della Strada

    Poco fuori dal centro storico di Stimigliano, lungo l’antica strada che conduce al Santuario di Vescovio, sorge una piccola chiesa che da secoli accompagna il cammino di viandanti, pellegrini e fedeli. È la Chiesa della Beata Maria Vergine del Nocchieto, oggi conosciuta soprattutto come il Piccolo Santuario della Madonna della Strada, uno dei luoghi più cari alla tradizione religiosa e alla memoria collettiva del paese.

    Una chiesa nata lungo la via dei pellegrini

    La storia della chiesa affonda le sue radici nel XVI secolo. Un’antica epigrafe marmorea, collocata sopra l’ingresso, indicava nel 1588, durante il marchesato di Enrico Orsini, l’anno della sua costruzione, sorta in un luogo dove già esistevano antiche vestigia.

    La sua posizione strategica lungo la cosiddetta “strada romana” diretta a Vescovio la rese presto un punto di riferimento per pellegrini e viandanti che attraversavano il territorio sabino. Per secoli il piccolo edificio sacro ha rappresentato un luogo di sosta, preghiera e affidamento alla protezione della Vergine.

    Una delle più antiche testimonianze della sua importanza risale alla visita pastorale del cardinale Andrea Corsini tra il 1779 e il 1782, durante la quale la chiesa viene descritta dettagliatamente, con particolare riferimento all’affresco raffigurante la Madonna con il Bambino.

    Architettura semplice ma ricca di fascino

    La Chiesa del Nocchieto è un esempio di architettura religiosa rurale realizzata dalle maestranze sabine. Di modeste dimensioni, presenta una facciata semplice ma armoniosa, caratterizzata da un profilo a capanna, intonacato e tinteggiato.

    L’ingresso è costituito da un unico portale modanato, affiancato da due finestre rettangolari. Sopra il portone si distinguono due cornici orizzontali in rilievo che scandiscono il prospetto, mentre tra di esse trova spazio un elegante oculo con cornice in pietra. Al di sopra dell’ingresso campeggia una grande lapide incorniciata contenente una preghiera dedicata alla Vergine.

    L’accesso alla chiesa avviene tramite una piccola scalinata laterale. L’impianto planimetrico è a navata unica con terminazione rettilinea. All’interno, una porta collocata sulla parete sinistra del presbiterio conduce alla sacrestia.

    La struttura è realizzata in muratura portante e coperta da un tetto a due falde sostenuto da capriate lignee e rivestito con tegole in laterizio. Il pavimento è in cotto e il presbiterio risulta leggermente rialzato rispetto all’aula mediante un gradino.

    L’interno, interamente intonacato e dipinto di bianco, conserva una sobria eleganza. Una cornice modanata corre lungo tutte le pareti e, nelle vicinanze del presbiterio, sono ancora visibili alcuni frammenti di antichi affreschi che testimoniano la lunga storia dell’edificio. L’altare originario, rialzato di un gradino, è rimasto sostanzialmente invariato e non sono stati realizzati interventi di adeguamento liturgico.

    I restauri attraverso i secoli

    Le lapidi conservate all’interno della chiesa raccontano i numerosi interventi che ne hanno garantito la conservazione nel tempo.

    Nel 1892 l’edificio fu ampiamente restaurato e abbellito dal parroco di Stimigliano, Don Raffaele Palombi, che lo dedicò alla Madonna della Strada, affinché proteggesse quanti percorrevano quelle vie.

    Un nuovo importante restauro fu realizzato nel 1930 grazie all’interessamento del cardinale Sbarretti, come ricordato da una lapide collocata sulla parete laterale destra.

    Infine, a partire dal 1991 e grazie alla sinergia tra l’impegno in prima persona del parroco Don Mirek, l’opera delle maestranze e la Soprintendenza per le Belle Arti, la chiesa fu interessata da una complessa campagna di recupero terminata nel 1998 che riguardò sia gli spazi interni sia quelli esterni, restituendo dignità e bellezza a questo luogo di culto.

    Don Raffaele Palombi e la nascita del culto della Madonna della Strada

    La devozione alla Madonna della Strada a Stimigliano è strettamente legata alla figura di Don Raffaele Palombi.

    Al suo arrivo in paese, il sacerdote constatò che la chiesa situata sotto l’attuale sede comunale, dove tradizionalmente veniva venerata la Madonna della Strada, era ormai inagibile. Per questo motivo decise di trasferire il culto nella chiesetta rurale del Nocchieto, che da quel momento venne ribattezzata “Piccolo Santuario della Madonna della Strada“.

    L’edificio si trovava allora in condizioni di forte degrado e fu necessario intraprendere un’importante opera di bonifica e restauro. Accanto al recupero materiale della chiesa, Don Raffaele svolse una intensa attività pastorale che contribuì a far crescere tra gli stimiglianesi una profonda devozione verso la Madonna.

    Ancora oggi, entrando nella chiesa, è possibile leggere la preghiera che il sacerdote dedicò alla Vergine:

    “Bella ed intatta Vergine, che dalla strada supplice invoca in questo luogo ogni alma pia; il pellegrin per via saluta sempre sua celeste Madre: salva la terra tua da rie tempeste e da nemiche squadre.”

    La guerra e il voto degli stimiglianesi

    Negli anni Quaranta, il parroco Don Mario Petrignani diede ulteriore impulso alla devozione mariana fondando l’associazione delle Figlie di Maria e istituendo un comitato incaricato di organizzare i festeggiamenti dell’8 settembre, giorno dedicato alla Madonna della Strada.

    Lo scoppio della Seconda guerra mondiale rese questo legame ancora più profondo. Stimigliano, anche a causa della presenza della linea ferroviaria, fu ripetutamente esposto ai bombardamenti che portarono paura, distruzione e vittime.

    In quel contesto drammatico, le parole scritte da Don Raffaele all’ingresso della chiesa apparvero quasi profetiche. Fu allora che Don Mario affidò ufficialmente il paese alla protezione della Madonna pronunciando un voto destinato a segnare la storia della comunità:

    “Madonnina nostra, siamo alla guerra che ogni giorno imperversa con bombardamenti anche nel nostro territorio e mette in pericolo noi e le nostre famiglie, aiutaci, perché solo Tu puoi aiutarci e noi ci impegniamo a festeggiarti per quaranta anni successivi alla fine della guerra.”

    La promessa prevedeva quarant’anni di celebrazioni, ma la devozione degli stimiglianesi superò ampiamente quel limite e continua ancora oggi.

    Il rilancio del santuario con Don Mirek

    Un nuovo capitolo della storia della Madonna della Strada si apre nel 1991 con l’arrivo a Stimigliano di Don Mirosław Paweł Szajda (Don Mirek).

    Cresciuto nella spiritualità della Madonna Nera di Częstochowa, uno dei simboli religiosi più importanti della Polonia, Don Mirek trovò nella devozione stimiglianese una naturale continuità del proprio percorso spirituale.

    Non appena insediato, il parroco non poté far altro che constatare come la chiesetta del Nocchieto versasse nuovamente in stato di abbandono. Come lui stesso ricorda:

    “Arrivato in paese, vedendo lo stato di abbandono della chiesetta dedicata alla Madonna della Strada, con alberi che l’avevano ormai avvolta e nascosta, una delle prime cose che ho fatto è stata quella di farmi prestare una motosega e andare a tagliare le piante che erano cresciute attorno ma anche all’interno dell’edificio.”

    Grazie al suo tenace impegno personale, la chiesa è stata recuperata e restituita al culto il giorno 8 settembre 1998. I lavori hanno inoltre riportato alla luce affreschi databili intorno alla metà del ‘500 probabilmente realizzati dagli stessi autori delle pitture presenti nel Palazzo Orsini.

    Grazie a Don Mirek il culto della Madonna della Strada ha conosciuto una nuova stagione di vitalità. A lui si deve la volontà di portare la processione dal paese fino al santuario e di rinnovare l’antica tradizione dell’affidamento della comunità alla Vergine, riproposta anche durante il difficile periodo che seguiva la pandemia da Covid-19.

    Erano queste le parole pronunciate dal parroco l’8 settembre 2023

    “O Madonna nostra,
    nel 25º Anniversario della restituzione al culto del Santuario Madonna della Strada, Tutti noi ci poniamo sotto la Tua guida nel cammino terreno e sino al cospetto di Dio Padre.
    Per quisto Ti affidiamo nuovamente la nostra Comunità di Stimigliano affinché, con l’amore di Madre, Tu possa nel tempo preservarla dai pericoli di questo mondo complesso e travagliato e guidarla, unita nella gioia della preghiera, verso la costruzione di un’esistenzadi verità, di amore e di pace.”

    Un simbolo della fede e della storia di Stimigliano

    La Chiesa della Madonna del Nocchieto non è soltanto un edificio religioso. È un luogo che custodisce oltre quattro secoli di storia, devozione e memoria popolare. Dalle antiche strade percorse dai pellegrini ai giorni della guerra, dai restauri che l’hanno salvata dall’abbandono fino alle celebrazioni che ancora oggi richiamano fedeli e cittadini.

    Questo piccolo santuario rappresenta uno dei simboli più autentici dell’identità religiosa di Stimigliano capace di riunire la spiritualità dell’intera popolazione dal centro del paese fino allo scalo.

    Un luogo in cui fede, tradizione e storia continuano a incontrarsi sotto lo sguardo della Madonna della Strada, protettrice del paese e dei suoi abitanti.

    Preghiera alla Madonna della Strada

    O dolce Maria,
    nostra Madre Celeste,
    sì, tu guida i nostri passi
    nella strada spesso erta e sassosa della vita.

    E quando questa giungerà al suo termine,
    sii per noi porta del Cielo
    e mostraci il frutto benedetto del Tuo seno,
    Gesù

    Inno alla Madonna della Strada

    Bella ed intatta Vergine,
    che dalla strada supplice
    invoca in questo luogo
    ogni alma pia.

    Il pellegrin per via,
    saluta sempre sua Celeste Madre.

    Salva la terra Tua, salva la terra Tua,
    da rie tempeste, da rie tempeste
    e da nemiche squadre. (BIS)

    MAARIA, MAARIA!

    Galleria

    Fonti

    • Censimento dei beni architettonici ecclesiastici (Sito Web)
    • Don Mirosław Paweł Szajda (Don Mirek)
    • Il Piccolo Santuario Madonna della strada, tra storia, devozione, culto e spiritualità, Comitato Madonna della Strada (Opuscolo – 8 settembre 2018)
    • Madonna della Strada, Costante Menichelli (Libro – giugno 2026)

  • Don Mirek e Stimigliano, una storia lunga 35 anni

    Don Mirek e Stimigliano, una storia lunga 35 anni

    Dopo 35 anni trascorsi a Stimigliano, Don Mirek lascia una comunità che ha guidato, ascoltato e accompagnato con dedizione, umanità e fede, diventando una delle figure più significative della storia recente del paese.

    Don Mirek e la sua comunità

    Ci sono persone che, con il passare degli anni, finiscono per diventare parte integrante della storia di una comunità. Per Stimigliano, una di queste persone è sicuramente Don Mirosław Paweł Szajda, per tutti semplicemente Don Mirek.

    Per trentacinque anni è stato pastore, educatore e punto di riferimento spirituale per generazioni di stimiglianesi. Un sacerdote che ha saputo accompagnare la vita del paese nei suoi momenti più importanti, condividendone gioie e dolori, speranze e difficoltà, sempre con discrezione, disponibilità e profondo senso del proprio ministero.

    Dalla Polonia orientale alla vocazione sacerdotale

    Mirosław Paweł Szajda nasce il 3 agosto 1960 a Paszenki, piccolo centro della Polonia orientale. Sono gli anni della Repubblica Popolare Polacca, quando il Paese vive sotto il regime comunista e la Chiesa cattolica rappresenta uno dei principali punti di riferimento spirituali e identitari per la popolazione.

    Cresce in una famiglia serena e profondamente cattolica, nella quale matura i valori e la fede che lo accompagneranno per tutta la vita. Frequenta il liceo scientifico nella lontana Garwolin, cittadina situata nei pressi di Varsavia, per poi proseguire gli studi presso l’Università Cattolica di Lublino, dove consegue la laurea in Filosofia a soli ventidue anni.

    Al termine degli studi universitari segue la vocazione maturata negli anni della giovinezza e il 28 maggio 1988 viene ordinato sacerdote.

    L’arrivo in Italia e l’inizio del legame con Stimigliano

    L’8 settembre 1990 arriva in Italia con l’intenzione di conseguire un dottorato in Pedagogia. L’Europa sta vivendo una fase storica di grandi cambiamenti: da poco è caduto il Muro di Berlino e la Polonia sta muovendo i primi passi verso una nuova stagione politica e sociale.

    Quello che doveva essere un periodo di studio diventa però l’inizio di una storia destinata a legarsi profondamente al nostro territorio. Il vescovo, monsignor Nicola Rotunno, ne intuisce subito le qualità umane e sacerdotali e lo nomina vice parroco di Stimigliano Scalo, allora affidato pastoralmente a quello di Forano.

    Nel 1991 viene nominato parroco della parrocchia dei Santi Cosma e Damiano di Stimigliano e, nel 1995, assume anche la guida della parrocchia di San Giovanni Bosco a Stimigliano Scalo. Inizia così un ministero destinato a segnare profondamente la vita religiosa e sociale del paese, facendone la guida pastorale più longeva nella storia recente del territorio stimiglianese.

    Il sacerdote e l’uomo

    Nel corso degli anni la comunità ha imparato a conoscere e apprezzare non soltanto il sacerdote, ma anche l’uomo.

    Don Mirek è una persona colta, amante dello studio e della riflessione, capace di affrontare con serietà e competenza i temi della fede, della cultura e della vita quotidiana. Le doti umane, unite alla preparazione intellettuale, gli hanno permesso così di gestire i rapporti con persone di qualsiasi estrazione sociale.

    Sagace e dotato di una fine ironia, ha sempre saputo mantenere il giusto equilibrio tra la compostezza richiesta dal suo ruolo e la capacità di cogliere la battuta al momento opportuno. Non sono pochi coloro che ricordano una sua osservazione arguta, una risposta pronta o quella capacità tutta particolare di scherzare e punzecchiare con garbo, senza mai perdere il rispetto per l’interlocutore.

    La Madonna della Strada e il Santuario del Nocchieto

    Tra gli aspetti più significativi del suo ministero vi è certamente la profonda devozione mariana che lo accompagna fin dall’infanzia. Cresciuto nel culto della Madonna Nera di Częstochowa, simbolo religioso e nazionale della Polonia, Don Mirek trova nella devozione stimiglianese alla Madonna della Strada una naturale continuità del proprio cammino spirituale.

    Da questo legame nasce anche il suo impegno per il recupero della Chiesetta del Nocchieto, già definita da Don Mario Patrignani “Piccolo Santuario della Madonna della Strada”.

    Quando giunge a Stimigliano, nel 1990, la chiesetta versa in condizioni di grave degrado ed è quasi completamente sommersa dalla vegetazione. Grazie a un lungo e complesso lavoro di recupero e ristrutturazione, che vede lo stesso Don Mirek impegnarsi in prima persona, l’edificio viene restituito al culto nel 1998, tornando ad essere un luogo di preghiera e devozione particolarmente caro alla comunità.

    Lo stesso parroco ricorda ancora oggi con un sorriso i primi tempi di quell’impresa. Privo di mezzi e attrezzature adeguate, riuscì a farsi prestare una motosega e iniziò personalmente quella che può essere definita una vera e propria opera di disboscamento. Alberi, rovi e vegetazione spontanea avevano ormai invaso non soltanto l’area circostante, ma anche l’interno della chiesetta. Da quel lavoro iniziale, affrontato con determinazione e spirito di sacrificio, prese avvio un percorso che negli anni avrebbe portato al completo recupero del Piccolo Santuario della Madonna della Strada, restituito alla devozione dei fedeli appunto alla fine degli anni novanta.

    Durante il difficile periodo della pandemia da Covid-19, Don Mirek affida nuovamente la popolazione alla protezione della Madonna della Strada. Nel 2023, in occasione del venticinquesimo anniversario della riapertura del Santuario, rinnova il voto di affidamento e protezione del popolo stimiglianese alla Madonna, riprendendo idealmente quello pronunciato da Don Mario Patrignani nel 1943 durante la ritirata delle truppe tedesche.

    Trentacinque anni accanto alla comunità

    In questi tre decenni e mezzo Don Mirek ha attraversato la storia del paese insieme ai suoi abitanti.

    Ha incontrato almeno quattro generazioni di stimiglianesi, condividendone storie, dolori, avversità, speranze e aspirazioni. Ha celebrato battesimi, matrimoni e funerali, accompagnando famiglie intere nei passaggi più importanti della vita.

    La sua è stata una pastorale rispettosa delle posizioni di ciascuno, ma al tempo stesso salda nei principi fondamentali della fede cattolica. Una presenza costante, caratterizzata da disponibilità, equilibrio e attenzione alle persone.

    Il servizio alla diocesi

    Accanto all’attività parrocchiale, Don Mirek ha svolto anche importanti incarichi diocesani.

    Primo sacerdote straniero a ricoprire l’ufficio di Cancelliere della Curia, ha svolto questo delicato incarico per ben ventisette anni, collaborando nel tempo con tre vescovi: monsignor Salvatore Boccaccio, monsignor Lino Fumagalli e monsignor Ernesto Mandara.

    Un servizio che testimonia la fiducia e la stima maturate negli anni nei confronti delle sue capacità umane, organizzative e pastorali.

    Un nuovo capitolo

    Oggi, dopo trentacinque anni di ministero a Stimigliano, si apre una nuova pagina del suo cammino sacerdotale. Il suo trasferimento alla parrocchia di Santa Maria Assunta di Gavignano Sabino, previsto per l’inizio del mese di settembre, ha sorpreso molti fedeli e molti cittadini che lo hanno conosciuto e apprezzato nel corso degli anni.

    Tuttavia, più che un punto di arrivo, questo passaggio appare come una nuova tappa di un percorso vissuto sempre con spirito di servizio e affidamento alla Provvidenza.

    Stimigliano guarda a questo momento con il sentimento della gratitudine. Gratitudine per un sacerdote che per trentacinque anni ha condiviso la vita della comunità, lasciando un’impronta profonda nella memoria collettiva del paese e accompagnando con fede, umanità e sincera partecipazione intere generazioni di stimiglianesi.