Mese: Aprile 2026

  • Il vecchio Dazio di Stimigliano: merci e bestiame alla pesa

    Il vecchio Dazio di Stimigliano: merci e bestiame alla pesa

    a cura di Federico Brugnoletti

    Prima che arrivassero l’IGE (1940) e poi l’IVA (1973), i tributi si pagavano al Dazio. Quello di Stimigliano, affiancato dalla pesa, si trovava all’inizio di via Garibaldi dove, prima il distributore poi il “giardinetto”, ne hanno preso il posto. Il titolare era Masci di Civita Castellana. Alle sue dipendenze Ivano Nesta e Natale De Santis.

    Merci e animali venivano controllati, pesati o stimati. Grano, vino, olio e bestiame contribuivano alle casse erariali.
    Era una pratica normale, parte della vita quotidiana del paese.

    Il Dazio quasi nascosto tra gli alberi in via Garibaldi
  • Stimigliano nella storia dell’aviazione: la sosta della prima aero‑gita romana del 1930

    Stimigliano nella storia dell’aviazione: la sosta della prima aero‑gita romana del 1930

    La foto di copertina mostra un aereo che atterra nei pressi di Stimigliano

    La storia del volo in Italia passa ancora per Stimigliano.
    Alle rilevazioni aeree condotte nel 1908 da Maurizio Moris, già ricordate su queste pagine (leggi l’articolo), si aggiunge un altro importante episodio: la sosta della prima aero‑gita dell’Aero Club di Roma il 27 aprile del 1930. Grazie alle riprese Stimigliano comparve nei cinegiornali proiettati nei cinema italiani, diventando – anche se per un giorno – parte della narrazione della modernità italiana.

    L’atterraggio, il picnic e i balli: è la primavera del 1930

    Non tutti sanno che Stimigliano, dopo le pionieristiche rilevazioni eseguite da Moris nel 1908, entrò di nuovo nella storia dell’aviazione italiana nel 1930 come tappa di un evento allo stesso modo eccezionale: la prima aero‑gita dell’Aero Club di Roma, una vera “gita di piacere in aeroplano”, documentata da fotografie e filmati ufficiali dell’epoca.

    Estratto del video dell’istituto L.U.C.E.

    Clicca qui per il video integrale del cinegiornale
    Clicca qui per il video integrale del volo


    Il volo come divertimento

    All’inizio degli anni Trenta il volo non era più solo impresa militare o sperimentale: si iniziava a immaginare l’aeroplano anche come mezzo di svago, socialità e modernità.

    La prima aero‑gita dell’Aero Club di Roma fu proprio questo:
    un volo collettivo, seguito da una sosta conviviale all’aperto, con picnic sull’erba, momenti di svago e socializzazione, il tutto ampiamente documentato dall’istituto L.U.C.E.


    Stimigliano, tappa della sosta

    Le fonti ufficiali indicano chiaramente che durante la gita fu effettuata una sosta “nei pressi di Stimigliano, dove i partecipanti si fermarono per una colazione sull’erba.

    Le immagini dell’Istituto LUCE restituiscono una scena sorprendente: aeroplani schierati in un grande prato, gruppi di partecipanti seduti direttamente sull’erba, tavolini improvvisati con ombrelloni e vivande, e uomini e donne in abiti eleganti, tipici della fine degli anni Venti, intenti a condividere un momento di convivialità accanto ai velivoli.

    Colazione sull’erba nei pressi di Stimigliano: fra i partecipanti Alessandro Sardi presidente del L.U.C.E.

    Per Stimigliano, allora come oggi piccolo centro di passaggio ferroviario e viario, vedere atterrare decine di aeroplani doveva essere uno spettacolo davvero fuori dal comune.

    Il 29 aprile sulle pagine de “Il Piccolo” di Trieste si legge:

    […] I quindici apparecchi, […] trovato un prato idoneo all’atterraggio […] in località di Stimigliano, atterravano felicemente. Posti gli apparecchi in semicerchio, fra le liete e festose meraviglie dei contadini accorsi, i partecipanti alla gita hanno preso il tè, togliendo fornelli, provviste, un grammofono e persino diversi ombrelloni dai portabagli degli aeroplani […]


    I protagonisti

    Tra i partecipanti documentati figurano:

    • Italo Balbo, Ministro dell’Aeronautica generale, figura centrale dell’evento e promotore dell’iniziativa
    • Alessandro Sardi, presidente dell’Istituto L.U.C.E., identificato nelle didascalie ufficiali delle fotografie
    • aviatori, aviatrici e ospiti civili, comprese numerose signore, come mostrano chiaramente le immagini

    Gli aeroplani

    Dalle schede fotografiche è possibile identificare monoplani Fiat A.S.1, allineati durante la sosta nel prato.
    Velivoli piccoli, leggeri, simbolo di un’epoca in cui il volo stava passando dall’eroismo all’accessibilità.

    L’atterraggio nei pressi di Stimigliano
    Aerei schierati in un vasto campo nei pressi di Stimigliano

    Un evento filmato per l’Italia intera

    La rilevanza dell’aero‑gita è confermata dal fatto che l’Istituto L.U.C.E. le dedicò:

    • un cinegiornale ufficiale, oggi conservato negli archivi storici,
    • numerosi servizi fotografici, con oltre una dozzina di immagini catalogate.

    Questo significa che Stimigliano comparve nei cinegiornali proiettati nei cinema italiani, diventando – anche se per un giorno – parte della narrazione della modernità italiana.


    Un motivo d’orgoglio per il paese

    Non si trattò di una gara, né di un evento politico, ma di una festa del volo, e Stimigliano ne fu scenario reale.
    Un luogo scelto per la sua campagna, i suoi spazi aperti e la sua posizione, che permisero una sosta sicura e conviviale.

    Oggi questo episodio rappresenta un frammento poco conosciuto ma autentico della storia locale e un legame diretto tra il territorio e una fase decisiva della storia dell’aviazione civile italiana.

    Il passaggio sul Tevere

    Stimigliano e la memoria

    Raccontare questa storia significa ricordare che anche un piccolo paese può incrociare la grande Storia, a volte in modo silenzioso, altre volte – come nel 1930 – con il rombo degli aeroplani sopra i campi.

    L’Italia stava entrando nel futuro, era il segno di una trasformazione epocale, e Stimigliano era lì, dentro quel cambiamento.

    Galleria completa


    Fonti

  • 25 aprile: la Liberazione, la memoria, la responsabilità

    25 aprile: la Liberazione, la memoria, la responsabilità

    La Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista rappresenta la fine di una delle stagioni più buie della nostra storia. È il giorno in cui la scelta della Resistenza restituì al Paese la libertà e pose le basi della democrazia.
    In questo articolo, quel passaggio storico viene raccontato attraverso una testimonianza concreta e drammatica della Resistenza in Sabina, i partigiani stimiglianesi, le brigate e la battaglia partigiana del Monte Tancia, combattuta nell’aprile del 1944.

    Memoria e Liberazione

    Il 25 aprile è una data centrale della storia repubblicana italiana. Celebra la Liberazione dal nazifascismo, il ritorno alla libertà dopo anni di guerra, occupazione e dittatura. È il giorno in cui si ricorda il sacrificio di migliaia di donne e uomini che, scegliendo la Resistenza, contribuirono in modo decisivo alla sconfitta dell’oppressione e alla nascita di un’Italia democratica.

    Ricordare il 25 aprile non significa solo commemorare il passato, ma riaffermare valori che restano essenziali: libertà, giustizia, dignità umana.

    La Resistenza in Sabina e a Stimigliano

    Nel quadro più ampio della Resistenza italiana, la Sabina fu uno dei territori in cui la lotta partigiana assunse un rilievo particolare, per la sua posizione strategica tra Roma, l’Umbria e l’Abruzzo.
    In questo contesto si inserisce anche la storia di Stimigliano, che fu punto di riferimento logistico e organizzativo per le formazioni partigiane attive nella Bassa Sabina.

    È qui che si intrecciano vicende di combattimento, sacrificio e solidarietà civile, culminate in uno degli episodi più drammatici della Resistenza laziale: la battaglia del Monte Tancia.


    Il contesto

    Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la Bassa Sabina divenne un’area strategica della lotta resistenziale.
    Nel gennaio 1944 le formazioni partigiane operanti a nord di Roma erano riunite in tre grandi raggruppamenti: Monte Soratte, Gran Sasso e Monte Amiata.

    Questi gruppi operavano nel Lazio settentrionale, in parte dell’Abruzzo, dell’Umbria meridionale e fino alla zona maremmana, in attesa dell’attacco finale il cui ordine avrebbe dovuto giungere via radio con la celebre frase “biondo Tevere”.

    Nel frattempo, i partigiani misero sotto controllo le vie di comunicazione e attuarono attacchi contro i presidi tedeschi e repubblichini. Prima di confluire nella brigata D’Ercole‑Stalin, due erano i principali raggruppamenti della zona: la Brigata Stalin, di prevalente ispirazione comunista, e la formazione di impronta militare denominata banda d’Ercole, guidata da Fernando Ciani.

    Le formazioni erano dislocate nella Bassa Sabina, tra Stimigliano, Cantalupo, Casperia, Monte Pizzuto, Monte Cosce, Monte San Pancrazio, Calvi dell’Umbria, Magliano Sabino e lungo la riva del Tevere. In un primo periodo la banda d’Ercole, inquadrata nel raggruppamento Monte Soratte, era articolata in tre distaccamenti con un comando collegiale.

    Punto di riferimento per i responsabili della zona era proprio Stimigliano, dove il comando della piazza era affidato al tenente Carlo Turrio Baldassarri, in collegamento diretto con il Centro militare di Roma.

    Questa organizzazione rimase attiva fino ai primi giorni di marzo 1944, quando venne costituito un Comando unico sul Monte Cosce, coordinato dal maggiore Aimone Manni.


    Dopo Anzio: verso lo scontro del Tancia

    Dopo lo sbarco alleato di Anzio, il nuovo Comando partigiano decise di intensificare le azioni. I capi delle formazioni locali – tra cui Turrio, Bonifazi, D’Ubaldo, Parrabbi, Cosaro, Ciani, Anasetti, Brugnoletti e un rappresentante della brigata Stalin – decisero di mobilitare tutte le forze disponibili per colpire le colonne tedesche impegnate a difendere la linea Gustav.

    Per tutto il mese di febbraio 1944 si susseguirono azioni di sabotaggio, appostamenti e scontri a fuoco. Nei primi giorni di marzo l’attività partigiana sfociò in duri combattimenti. Il 9 marzo, nei pressi di Poggio Bustone, il battaglione Morbidoni delle Brigate Garibaldi attaccò una colonna nazifascista guidata dal questore di Rieti: dopo cinque ore di combattimenti, la colonna fu sbaragliata, lasciando sul campo 31 morti.

    Scontri ancora più violenti si registrarono nella zona di Narni, dove si contarono circa 300 morti tra le file tedesche, a fronte di 50 partigiani caduti tra combattimenti e fucilazioni. L’intensa attività delle bande D’Ercole, Strale e della brigata Stalin sui monti Tancia, Cosce e San Pancrazio spinse il comando tedesco ad avviare un enorme rastrellamento nei primi giorni di aprile, impiegando reparti delle SS. Questo portò allo scontro decisivo sul Monte Tancia, dove furono scritte pagine di autentico eroismo.


    Lo svolgimento della battaglia

    Nella notte tra il 6 e il 7 aprile 1944, il venerdì Santo, reparti delle divisioni tedesche Hermann Göring e Sardinia, con l’appoggio di milizie fasciste repubblichine, circondarono il massiccio del Tancia per sorprendere i partigiani.

    L’attacco scattò all’alba. Nonostante la schiacciante inferiorità numerica e di armamenti, i partigiani resistettero per ore dalle postazioni in quota. I combattimenti più duri si svolsero nelle zone di Crocetta, Poggio Catino e sul Monte Arcucciola, dove un piccolo gruppo coprì la ritirata dei compagni.

    A fine giornata, quasi accerchiati e con le munizioni esaurite, molti partigiani riuscirono a rompere l’accerchiamento e a salvarsi. I soldati tedeschi caduti furono circa 400; 12 partigiani morirono combattendo e 8 furono catturati e fucilati.

    Per questo motivo la battaglia del Monte Tancia è ricordata come un atto di resistenza armata di altissimo valore simbolico, per la capacità di opporsi a forze immensamente superiori alle porte di Roma. Al tempo stesso rappresenta uno degli esempi più drammatici del legame tra lotta partigiana e repressione nazifascista contro la popolazione civile.


    La repressione e l’eccidio

    Dai Monti Sabini a tutta la provincia di Rieti, dal Leonessano all’Umbria meridionale, la repressione tedesca fu spietata. I partigiani, duramente provati, si divisero in piccoli nuclei mobili, capaci di colpire e disperdersi rapidamente.

    Alla battaglia del Tancia seguì una vasta azione di rappresaglia. Decine di civili furono fucilati a Poggio Mirteto, Castel San Pietro, Rivodutri, Rieti, Configni, Cantalice, Poggio Bustone, Vacone, Calvi dell’Umbria, Monteleone e in altre località. Particolarmente tragico fu l’eccidio di Leonessa, dove tra il 2 e l’8 aprile furono uccise 51 persone, tra cui il giovane sacerdote don Crescenzio Chiaretti.

    Nella stessa giornata del 7 aprile, la rappresaglia colpì anche le frazioni di Sant’Angelo del Tancia e Gallo, nel comune di Monte San Giovanni in Sabina: civili, donne e bambini furono uccisi, le case incendiate, dando luogo al terribile eccidio del Monte Tancia, direttamente collegato alla battaglia.


    Significato storico e memoria della Liberazione

    La Liberazione fu il trionfo degli Alleati, ma a renderlo possibile contribuirono in modo decisivo migliaia di partigiani e decine di migliaia di donne e uomini che li sostennero, li nascosero e li protessero, spesso pagando con la vita.

    Anche Stimigliano partecipò a quella scelta collettiva, offrendo uomini, appoggio e organizzazione alla Resistenza e affermando in modo chiaro e definitivo una volontà antifascista.

    Ricordare queste storie nel giorno del 25 aprile significa assumersi una responsabilità: difendere la pace, la libertà e la memoria, affinché la tragedia della guerra, dell’odio e della violenza non si ripeta mai più.


    Partigiani stimiglianesi equiparati a combattenti

    Di seguito la lista dei partigiani stimiglianesi individuati dalle commissioni per il riconoscimento degli uomini e delle donne della Resistenza:

    • Ambrogi, Bernardino Pedro (Stimigliano, Rieti, 1905 set. 23)
    • Anasetti, Mario (Stimigliano, Rieti, 1913 mar. 3)
    • Brugnoletti, Edoardo (Stimigliano, Rieti, 1916 feb. 22)
    • Brugnoletti, Oreste (Stimigliano, Rieti, 1921 nov. 15)
    • Brugnoletti, Orlando (Stimigliano, Rieti, 1891 feb. 17)
    • Fabi, Francesco (Stimigliano, Rieti, 1920 feb. 20)
    • Franceschini, Remo (Stimigliano, Rieti, 1916 ott. 21)
    • Gattella, Vittorio (Stimigliano, Rieti, 1916 feb. 17)
    • Grillia, Gino (Stimigliano, Rieti, 1898 set. 22)
    • Pileri, Valerio (Stimigliano, Rieti, 1916 gen. 5)
    • Polelli, Sabatino (Stimigliano, Rieti, 1901 feb. 25)
    • Renzetti, Augusto (Stimigliano, Rieti, 1919 ago. 21)
    • Sciommari, Eugenio (Stimigliano, Rieti, 1913 mar. 5)
    • Sorana, Lorenzo (Stimigliano, Rieti, 1910 ago. 18)
    • Sorana, Valentino (Stimigliano, Rieti, 1893 mag. 3)
    • Turrio Baldassarri, Carlo (Stimigliano, Rieti, 1912 dic. 22)

    Partigiani (cronaca della memoria) – Roberto Ditta

    OSTEREI. Monte Tancia 1944 – Teatro delle Condizioni Avverse

    Fonti

  • Protetto: Il calcio stimiglianese: storia, passione e protagonisti dell’A.S.D. Stimigliano 1969

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  • La cappella votiva di San Bernardino a Stimigliano: storia, fede e devozione popolare

    La cappella votiva di San Bernardino a Stimigliano: storia, fede e devozione popolare

    La devozione per San Bernardino è parte viva dell’identità del nostro paese, tramandata nei gesti, nei racconti e nei luoghi della memoria. Tra i segni più sentiti di questa fede profonda c’è la cappella votiva a lui dedicata, piccolo ma prezioso simbolo dell’affidamento al Santo.

    La cappella votiva di San Bernardino: un segno di fede e memoria

    La devozione degli stimiglianesi per San Bernardino è antica e ricca di segni tangibili. Tra questi, uno dei più significativi è senza dubbio la cappella votiva a lui dedicata, piccola ma carica di storia, fede e ricordi che appartengono all’intera comunità.

    La cappella si trova in un luogo ben noto a tutti: all’incrocio tra via Lambruschina e via dei Casali, quella che per gli abitanti è semplicemente “la corta”, cioè la scorciatoia che da sempre accompagna chi rientra verso il paese.

    Il ricordo nelle parole di Bruno Ambrogi

    La ricostruzione della storia della cappella è stata possibile grazie ai ricordi di Bruno Ambrogi, che, in occasione del settantesimo anniversario della sua costruzione, ha permesso di restituire alla memoria collettiva le origini di questo importante segno devozionale.

    La cappella fu infatti costruita sul terreno della famiglia dello stesso Bruno, l’unica all’epoca disponibile a concedere una parte della propria proprietà per questo scopo. A rendere possibile questa scelta fu anche la stretta amicizia tra la famiglia Ambrogi e la famiglia Gattella, legame umano che si trasformò in un gesto di fede condivisa.

    La cappella votiva venne realizzata il 21 aprile 1956 per volontà di Adolfo Gattella, stimiglianese DOC trasferitosi però anni prima a Genova.

    Durante il periodo della guerra, Adolfo aveva rivolto le sue preghiere a San Bernardino (il motivo è però sconoscito) e, come segno di riconoscenza per la grazia ricevuta, decise di mantenere la promessa fatta al Santo, facendo costruire la cappella in suo onore.

    Un gesto semplice, ma fortissimo nel suo significato, che ancora oggi parla di speranza, protezione e affidamento.

    Il furto della statua

    Nel corso del tempo, purtroppo, non sono mancati episodi dolorosi. Tra questi, uno particolarmente riprovevole è stato il furto della statua che originariamente si trovava all’interno.

    Si trattava di una riproduzione in formato più piccolo della statua di San Bernardino custodita nella chiesa principale di Stimigliano, quella dedicata ai Santi Cosma e Damiano. Un gesto che ha ferito profondamente la comunità, non solo per il valore dell’opera, ma soprattutto per il suo significato spirituale e affettivo.

    Oggi la cappella votiva di San Bernardino rimane comunque un luogo simbolico, una testimonianza silenziosa della fede popolare e della storia del paese.

    Ogni volta che si percorre “la corta”, quella piccola costruzione ricorda quanto siano importanti i gesti nati dalla fede, dai ricordi e dai legami tra le persone, e quanto sia fondamentale custodirne la memoria per le generazioni future.

  • Le emozioni prendono colore: la pittura di Donatella Angelucci

    Le emozioni prendono colore: la pittura di Donatella Angelucci

    Ci sono storie che sembrano nate per essere raccontate attraverso l’arte. Quella di Donatella Angelucci, pittrice legata a Stimigliano, è una storia fatta di spostamenti, emozioni forti, memoria e colori che parlano al cuore.

    Le origini: nascere nel buio e cercare la luce

    Donatella Angelucci nasce a Roma, da mamma stimiglianese e padre anconetano, in uno dei periodi più bui della nostra storia: gli anni della guerra. È ancora una bambina quando i bombardamenti su Roma stravolgono la sua vita e quella della sua famiglia, che si ritrova senza una casa.

    Fortunatamente – se di fortuna si può parlare in momenti così tragici – poco distante c’è la casa dei nonni, a Stimigliano. Ed è proprio qui che inizia una lunga serie di trasferimenti che segneranno la sua crescita: prima Stimigliano, poi Ancona, di nuovo Roma per gli studi universitari. Una vita in movimento, fatta di cambiamenti continui, che nutrirà la sua sensibilità artistica.

    L’intervista a Donatella

    L’arte nel sangue e i primi colori

    Fin da piccolissima Donatella ama colorare, scarabocchiare, esprimersi. Ma non solo: un’altra grande passione accompagna la sua infanzia, la danza. I suoi interessi sono già chiari, così come è chiara la sua inclinazione artistica.

    In fondo, l’arte Donatella ce l’ha davvero nel sangue. Il nonno paterno, artista e bravissimo disegnatore, lascia un segno profondo e silenzioso. Tra disegni, coreografie improvvisate e valigie sempre pronte, arriva un momento decisivo: a 15 anni, il papà le regala il suo primo cavalletto.

    È lì che scoppia la vera passione.

    Il cavalletto, il taccuino e la nascita di un linguaggio personale

    I primi quadri nascono dal desiderio di immortalare attimi, piccoli scorci di vita quotidiana. Donatella porta sempre con sé un taccuino, dove abbozza schizzi, raccoglie impressioni, ferma emozioni viste al volo. Tornata a casa, quei tratti diventano pittura, prendono forma sulla tela.

    La vita va avanti, arriva il lavoro, ma la pittura non la abbandona mai.

    L’ospedale, i colleghi e la scelta di crescere

    Anche durante l’esperienza lavorativa all’ospedale di Bologna, la pittura resta una presenza costante. Le pareti dell’ufficio, poco alla volta, si riempiono delle sue opere. Non tardano ad arrivare apprezzamenti, curiosità e persino richieste, che Donatella accoglie con naturalezza e piacere.

    È proprio in questo periodo che sente il bisogno di andare oltre. Lei, autodidatta, avverte l’esigenza di approfondire: studiare, conoscere, imparare nuove tecniche. Non per snaturarsi, ma per crescere.

    Questa crescita la porta nel tempo anche a presentare i suoi lavori al pubblico, partecipando e organizzando numerose mostre, occasioni fondamentali di confronto, condivisione e dialogo con chi osserva le sue opere.

    Dipingere emozioni: il cuore prima del pennello

    I quadri di Donatella nascono da un principio chiaro:

    “Prima di tutto ci deve essere un’emozione.”

    Può scaturire da uno sguardo, da un oggetto, da un paesaggio. Il processo creativo è intenso e spesso attraversato da una vera e propria sofferenza: la ricerca della pennellata giusta, del colore adeguato, capace di tradurre sulla tela ciò che si sente.

    L’obiettivo non è il quadro in sé, bello o brutto che sia. L’obiettivo è fermare quell’emozione e riuscire a trasmetterla a chi guarda.

    Tecniche diverse, un grande amore per l’olio

    Nel tempo Donatella sperimenta molte tecniche:
    olio, acrilico, acquerello, grafite, persino gessetti.

    Ma il suo amore per i colori forti, intensi, vibranti, la porta a prediligere la pittura ad olio, che meglio le consente di dare corpo e profondità alle emozioni.

    Stimigliano come musa ispiratrice

    Stimigliano entra naturalmente nei suoi lavori. La vista splendida che si gode dalla sua casa diventa ispirazione costante, ma il paese è anche protagonista diretto dei suoi quadri:
    i vicoli, gli scorci, il castello, le processioni.

    Stimigliano non è solo uno sfondo, è parte viva della sua pittura, memoria condivisa e affetto profondo.

    Quadri come figli

    Donatella considera i suoi quadri come creature, quasi figli. Proprio per questo non riesce a sceglierne uno sopra gli altri: come ogni genitore, non potrebbe mai fare una preferenza.

    La danza che ritorna: il flamenco sulla tela

    La danza, amata fin da bambina, ritorna con forza nella sua arte. I corpi che ballano, i movimenti, l’energia diventano soggetti ricorrenti. In particolare, il flamenco occupa un posto speciale: una vera passione, forse accompagnata da un pizzico di rammarico per non averlo potuto vivere pienamente nella vita.

    Ne coglie l’allegria, ma anche il patos, l’intensità emotiva che lo rende così potente.

    Un tempo di riflessione, ma con lo sguardo avanti

    Oggi Donatella racconta di vivere un momento di riflessione profonda. Più che una crisi è uno sguardo forse più grigio sullo stato attuale dell’arte.

    Eppure, la forza della sua passione – la stessa forza che vibra nei suoi colori – continua a spingerla avanti. A dipingere, a cercare, a raccontare emozioni.

    Perché per Donatella Angelucci, l’arte resta un atto necessario.

    E le emozioni con lei, prima o poi, trovano sempre un colore.

    Galleria fotografica

    Altre risorse

  • Stimigmistica – 10

    Stimigmistica – 10

    La rubrica di enigmistica dedicata a Stimigliano.

    L’angolo nascosto

    Come si gioca: va individuato il soggetto della foto. Ogni uscita scoprirà nuovi particolari.

    Il personaggio misterioso

    Come si gioca: a ogni uscita un nuovo indizio, chi saprà sfruttarli per scoprire chi è il Personaggio Misterioso?

    Indizio 1
    
    Lei veniva spesso a trovarti. Anche senza invito.

    Il cruciverba

    Come si gioca: il cruciverba è compilabile on-line. Cliccando su una casella si evidenzieranno in rosso le definizioni (orizzontale e verticale). Clicca una sola volta per inserire la soluzione orizzontale, due volte per quella verticale. Se vuoi puoi salvare il cruciverba compilato e inviarlo a Enea.

    Cruci-verve


    Soluzioni del numero precedente

    Il Personaggio Misterioso (vincitori: Ambra Salustri, Gabriel Hrum, Gioia Cenciarelli, Serena Caponi)
    L’Angolo Nascosto (vincitori: Emiliano Menichelli, Gabriel Hrum, Gioia Cenciarelli, Serena Caponi)

  • Il nuovo divario digitale è culturale: capire l’IA prima di subirla

    Il nuovo divario digitale è culturale: capire l’IA prima di subirla

    Viviamo in un’epoca in cui il digitale è ovunque. E così il vero rischio è non comprenderlo fino in fondo, alimentando una nuova forma di “digital divide”, quello cognitivo. Senza la capacità di capire e orientare gli strumenti che utilizziamo, il rischio è quello di subirli, anziché farli diventare alleati consapevoli del nostro sviluppo.

    Regola numero uno: restare intelligenti

    C’è un aspetto ancora più delicato che riguarda l’intelligenza artificiale, perché non siamo di fronte a una tecnologia come le altre.

    L’IA non si limita a supportare le persone: è già in grado di orientare scelte, opinioni e comportamenti. Ed è forse questa la parte più preoccupante, perché questi strumenti sono già nelle mani dei nostri figli.

    Troppo spesso tendiamo a prendere per buono e per vero ciò che l’IA restituisce: è ben scritto, appare oggettivo, è frutto di un “elaboratore”. Quello che una volta era “lo ha detto la televisione” oggi rischia di diventare “lo ha detto l’IA”. Ma qui sta il pericolo più grande: usare la tecnologia senza cognizione di causa.

    Di realmente intelligente, nell’intelligenza artificiale, non c’è nulla. L’IA non ha sentimenti, non ha esperienza, non conosce la realtà come un essere umano: mette insieme dati e restituisce ciò che, in un determinato contesto, è semplicemente più plausibile.

    La vera intelligenza deve restare la nostra, quella che ci permette di comprendere, valutare e governare questi strumenti, senza diventarne inconsapevoli vittime.

    Il Giorno della Sostenibilità Digitale: una sfida che riguarda anche le nostre comunità

    Il 16 aprile 2026, presso l’Università La Sapienza di Roma, si è svolta la quinta edizione del Digital Sustainability Day, il più importante appuntamento italiano dedicato al rapporto tra sostenibilità, trasformazione digitale e governance.

    Cos’è il Digital Sustainability Day: la Fondazione per la Sostenibilità Digitale

    Il Digital Sustainability Day (DSD) è promosso dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale, la prima fondazione di ricerca riconosciuta in Italia dedicata esclusivamente a questo tema. La Fondazione riunisce esperti indipendenti, università, aziende e istituzioni con un obiettivo chiaro: fare in modo che l’innovazione tecnologica e la trasformazione digitale siano davvero al servizio dello sviluppo sostenibile.

    Stefano Epifani, presidente FSD

    L’azione della Fondazione si muove lungo due linee principali:rendere la tecnologia uno strumento concreto di sostenibilità, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030 e promuovere una digitalizzazione sostenibile, valutandone l’impatto ambientale, economico e sociale.

    Un approccio interdisciplinare che non si limita alla teoria, ma prova a fornire strumenti concreti per affrontare le sfide del presente e del futuro.

    Il tema 2026: la sovranità cognitiva

    Il tema centrale dell’edizione 2026 è stato “Consumatori, Imprese e Istituzioni: la sfida della sovranità cognitiva”.

    Un concetto nuovo ma fondamentale: non basta usare strumenti digitali, bisogna capirli, governarli e dare loro un senso.
    Durante l’evento, numerosi relatori qualificati si sono confrontati su temi molto attuali: intelligenza artificiale, sostenibilità, sovranità digitale ma soprattutto cognitiva.

    Al centro del dibattito, animato anche dal pubblico attraverso sondaggi interattivi, il rapporto tra consumatori, piccole/micro imprese e tecnologia.

    Cosa dicono i dati: entusiasmo e timori

    E così, nel corso della giornata, sono stati presentati in anteprima i risultati 2026 dell’Osservatorio per la Sostenibilità Digitale, realizzato con l’Istituto di Studi Politici San Pio V, Adiconsum Nazionale e Confcommercio.

    Dai dati emerge uno spaccato molto interessante:

    • a livello razionale, i consumatori vedono il digitale con ottimismo;
    • a livello emotivo, però, ne temono gli effetti, soprattutto sul lavoro.

    Un dato particolarmente significativo è che il comportamento cambia in base al ruolo: la stessa persona, come cittadino, è più aperta e consapevole; come imprenditore, invece, diventa più prudente e conservativa.

    Il problema quindi non è quanta tecnologia usiamo, ma quanto siamo in grado di comprenderla e guidarla.
    È qui che alla sovranità digitale (la consapevolezza dei propri dati) si affianca la sovranità cognitiva: la capacità di capire gli strumenti, interpretarli e non subirli passivamente.

    Una questione culturale

    L’intelligenza artificiale generativa è ormai entrata nella vita quotidiana, ma si sta creando un nuovo tipo di divario digitale.
    Se in passato il problema è stato prima di tipo infrastrutturale e poi di tipo funzionale, oggi il vero divario è culturale.

    Molti utilizzano strumenti digitali senza avere reali competenze per governarli. E questo vale anche per le piccole imprese: spesso il digitale viene adottato senza integrarlo in una vera strategia, usato “per fare” e non “per decidere”.

    Secondo quanto emerso al Digital Sustainability Day, la sovranità cognitiva è quindi la precondizione della vera sostenibilità digitale.

    Un tema che coinvolge tutti

    “Sostenibilità e trasformazione digitale” non sono temi astratti o lontani. Riguardano anche noi, i nostri figli, le nostre comunità e le attività locali.

    Bisogna tenere a mente che la tecnologia non è di per sé buona o cattiva. Però produce effetti: sta a noi ridurre quelli negativi e valorizzare quelli positivi.

    La storia dimostra che l’innovazione ha migliorato la qualità della vita, ma serve una direzione condivisa.
    La trasformazione digitale non cambia solo il modo in cui facciamo le cose, ne cambia il significato. Influenza persone, ambiente, economia, cultura.

    Contribuire a orientare questo cambiamento è una responsabilità collettiva. Come cittadini dobbiamo difendere il diritto ad una dignità digitale, dobbiamo pretendere che i grandi decisori impongano trasparenza e processi di audit negli algoritmi e nei dati che l’IA utilizza.

    Senza la consapevolezza, che deriva direttamente dalla conoscenza, il gioco vale più della candela.

    Per approfondire

  • Stimigliano tra i banchi di scuola

    Stimigliano tra i banchi di scuola

    La foto di coperina ritraele 4 classi della scuola elementare, a quei tempi comunale, nel 1912 (grazie a Carlo Nesta per la preziosa informazione)

    Questa rubrica nasce per ricostruire un grande album di fotografie di classe, raccolte negli anni della scuola.

    Ricordi, volti e classi in una raccolta di fotografie

    Ricordi. A volte belli, a volte difficili, ma sempre capaci di emozionare. Immagini per rivederci com’eravamo, scoprire come siamo cambiati e ritrovare volti, amici, amori e professori che hanno fatto parte della nostra storia.

    Inaugurazione

    Scuola dell’Infanzia

    Scuola Primaria

    Scuola Media

    Altre

  • L’argomento proibito

    L’argomento proibito

    Perché scrivere un articolo che nessuno leggerà mai? La risposta è che parlare di politica locale, di cittadinanza attiva, di giovani e di futuro “è un duro lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare

    Tra riverenza e timore: perché criticare è diventato un tabù

    Siamo nell’era dell’iper-connessione e del parere a tutti i costi. Un giorno allenatori di pallone, quello dopo tutti vestiti da epidemiologici.

    Le bacheche dei nostri social si trasformano in tribunali permanenti dove discutiamo ferocemente di geopolitica o dei grandi leader mondiali. Eppure, non appena il dibattito si sposta su ciò che accade sotto le nostre finestre, cala un silenzio quasi reverenziale.

    La politica locale è diventata, a tutti gli effetti, l’argomento proibito dei nostri giorni.

    Non è un divieto imposto per legge, ma una censura sottile alimentata dal timore delle possibili ritorsioni sociali. In una dimensione dove il potere ha il volto del vicino di casa o del conoscente di vecchia data, la critica costruttiva viene percepita come un atto di ostilità personale.

    Il silenzio che fa rumore

    Si preferisce il silenzio al rischio di finire nella “lista nera” di chi governa il territorio, temendo che un dissenso espresso oggi possa tradursi domani in un piccolo ostacolo burocratico o in un’esclusione sociale.

    A questo si aggiunge un legame ambiguo, fatto di una riverenza opportunistica più che di vera stima. È quella tendenza a restare vicini al “cerchio magico” del sindaco o degli assessori, non per una visione politica condivisa, ma per un calcolato tornaconto personale.

    Una forma di protezione che trasforma i cittadini in cortigiani, pronti a barattare il diritto di critica con la speranza di una corsia preferenziale o, semplicemente, per non “disturbare il manovratore”.

    In questo ecosistema di piccoli interessi, chi decide di rompere il coro si ritrova spesso in un isolamento punitivo. Denunciare un’anomalia o chiedere trasparenza significa diventare la “nota stonata” della comunità, subendo un vuoto intorno che scoraggia anche gli animi più arditi e avverte gli incerti: meglio tacere e adattarsi che restare soli a lottare contro un muro di gomma fatto di silenzi complici e convenienze personali.

    Per non parlare delle iniziative indipendenti. Libere. Autonome. Percepite come un male. Qualcosa che esula dal controllo. Che spaventa. Che va addirittura contrastato perché non in linea col pensiero comune. Politicamente scorrette, come si suol dire.

    Ma il paese in questo modo pian piano si svuota. Non è un problema di mancanza di persone, ma di persone che hanno smesso di essere cittadini per diventare solo residenti o consumatori.

    Vietato rompere la pace sociale

    Si assiste al fenomeno dell’Atomizzazione Sociale: ognuno vive nel proprio “giardino”. La casa diventa un fortino e gli spazi pubblici (piazze, parchi, bar) diventano luoghi di transito, non di incontro. Si perde il senso del “bene comune“.

    In questo ecosistema prevale la logica del “non esporsi”. Vige, cioè, la regola non scritta della neutralità. Schierarsi politicamente o sollevare problemi critici (urbanistica, gestione dei servizi, degrado) viene visto come una rottura della pace sociale o un danno d’immagine, invece che come un contributo.

    Si smette di partecipare perché “tanto decidono sempre gli stessi” o perché si pensa che la politica locale sia solo una gestione di piccoli interessi privati (clientelismo), portando a un disincanto che sfocia nell’indifferenza.

    La vita sociale viene sostituita da eventi “pacchetto”: feste di piazza che non stimolano il pensiero critico ma servono solo a riempire il tempo libero. Manca il dibattito, manca la controversia sana. Prevale l’intrattenimento sulla cultura.

    È quella che alcuni sociologi chiamano “privatizzazione dello spazio pubblico“: il paese esiste sulla mappa, ma non esiste più come corpo politico sociale.

    C’era una volta

    Oggi, quello che manca sono centri di aggregazione, di confronto, quelli che una volta erano un motore, una leva di idee.
    Un tempo c’erano i luoghi fisici che obbligavano al confronto, anche aspro, ma costruttivo. Penso alle sezioni di partito, alle piazze o anche ai semplici bar “politici”. Luoghi dove il confronto diventava acceso ma ci rendeva vivi.

    Quel vuoto è stato riempito da surrogati che però non creano comunità:

    • I social network, capaci di spostare il dibattito nelle “eco-chamber”. Non si discute più in piazza guardandosi in faccia ma ci si urla addosso online o, peggio, ci si chiude nel silenzio per evitare polemiche virtuali che poi hanno ripercussioni reali in paese.
    • I centro commerciali, i supermercati, le fiere, luoghi di aggregazione passiva. Ci si sta insieme, ma come consumatori, non come cittadini. Non c’è scambio di idee, solo condivisione di spazi.
    • Oppure l’associazionismo “settoriale”: esistono tante associazioni (sportive, di volontariato, pro loco), ma spesso restano chiuse nel loro specifico compito. Fanno “fare” cose, ma raramente stimolano il “pensare” politico o la visione d’insieme del paese.

    Senza la presenza di questi “motori”, le persone perdono l’abitudine al pensiero critico collettivo. Il risultato è che la politica locale diventa un affare per pochi “addetti ai lavori” o, come detto, un tabù da evitare per non rovinarsi la giornata.

    La spirale verso il basso

    È un circolo vizioso che porta nel baratro. Non ci si incontra, non ci si confronta, aumenta il menefreghismo politico che allontana ancora di più e si forma una spirale del silenzio che svuota la democrazia dal basso.

    Quando il confronto sparisce, la politica smette di essere “progetto comune” e diventa “fastidio” o, peggio, un servizio clienti a cui lamentarsi solo quando le cose non funzionano (la buca in strada, l’illuminazione).

    Questo circolo vizioso produce tre effetti letali per un piccolo centro:

    • L’atrofia delle idee: senza scontro dialettico non nascono soluzioni nuove. Ci si trascina per inerzia, replicando modelli vecchi perché “si è sempre fatto così”.
    • L’alibi del disimpegno: il menefreghismo diventa una giustificazione accettabile. “Non me ne occupo perché tanto non cambia nulla“, ma nulla cambia proprio perché nessuno se ne occupa.
    • Il potere senza controllo: in assenza di una cittadinanza attiva che osserva e critica, chi amministra finisce per operare in un vuoto pneumatico, spesso scivolando nel clientelismo o nell’autoreferenzialità.

    Il divieto non scritto di parlare di politica locale, spesso percepito come una forma di autocensura o pressione sociale, può essere paragonato a un “tabù sociale” o al meccanismo del “politicamente corretto”, dove la paura di conflitti, l’emarginazione o la “cancel culture” inibiscono il dibattito aperto su temi divisivi.

    Si osserva la “regola del silenzio”. Criticare il potere locale (sindaco, giunta ma anche associazioni e confraternite) è percepito come pericoloso o socialmente sconveniente, evocando il rischio di ritorsioni o etichettature negative.

    Si diventa vittime della “spirale del silenzio”, le persone evitano di esprimere opinioni minoritarie o contrarie al pensiero dominante per paura di isolamento sociale.

    In questo contesto il dibattito diventa un campo minato. Si assiste così alla tendenza a uniformarsi al pensiero del gruppo per mantenere l’armonia, sacrificando la libertà di espressione locale.

    Questo fenomeno trasforma la politica in un tema “privato” o appunto “proibito”, minando il confronto democratico alla base della comunità.

    L’uscita dall’omertà come dono alla comunità

    Esiste allora un modo per invertire l’ordine prestabilito delle cose? Si può vincere il pensiero che “denunciare o parlare non serva a nulla?”

    Certamente. Si deve (ri)entrare nell’ottica del contributo attivo: rompere il silenzio deve essere percepito non come un tradimento, ma come un atto di cura verso lo spazio condiviso. Chi parla non sta “attaccando”, sta portando alla luce un problema che impedisce alla comunità di evolvere.

    Si deve uscire dall’omertà per smettere di essere spettatori passivi del degrado (morale o fisico) e diventare custodi attivi del bene comune.

    La critica è e deve essere intesa come strumento di costruzione. Per farlo però deve imparare ad essere realmente costruttiva. Deve andare oltre il conflitto personale. La critica non deve servire a colpire una persona o a nutrire rivalità, ma deve servire a migliorare un processo. Se la critica è percepita come un attacco personale, genera difesa e chiusura, alimentando nuovamente l’apatia e il rancore.

    Una critica è costruttiva quando, oltre a evidenziare l’errore (memoria del fallimento), offre una visione per il futuro. Si pone in ottica propositiva. Questo trasforma il disaccordo in un confronto democratico sano all’interno degli spazi condivisi.

    In questo quadro, la responsabilità è doppia: da un lato il coraggio di esporre ciò che non va, dall’altro l’umiltà di criticare con l’obiettivo unico del bene comune.

    Il futuro è sempre dei giovani

    Oggi sono soprattutto i giovani a soffrire dell’isolamento sociale e politco. Siamo di fronte a una generazione che preferisce la dimensione personale a quella pubblica, angosciata da crisi economica e lavorativa.

    Si dice sempre che il futuro è dei giovani. Ma fare in modo che questo si avveri dipende da chi oggi ha la possibilità e il potere di creare condizioni favorevoli. Non basta ascoltare, serve dare uno spazio ufficiale dove i giovani possano esercitare la critica costruttiva e la responsabilizzazione. Bisogna spronarli, coinvolgerli.

    Rafforzare l’educazione civica nelle scuole con iniziative ad hoc ma anche permettere ai ragazzi di lavorare su progetti concreti per l’ambiente, la scuola e la città. Una sorta di “scuola di cittadinanza” attiva.

    Dare ai ragazzi spazi di consultazione permanente dove possano presentare proposte e “agende civiche” direttamente all’amministrazione locale.

    Sfruttare i “Patti di Collaborazione” (approndisci cliccando qui). Strumenti che trasformano il concetto di spazio condiviso in azione pratica. Il patto supera la vecchia logica della “delega” (io pago le tasse, il Comune fa tutto). Si basano sul principio di sussidiarietà circolare: i cittadini non sono solo utenti, ma “alleati” delle istituzioni per migliorare la qualità della vita urbana.

    Tramite l’Amministrazione Condivisa i cittadini (inclusi gruppi informali di giovani) possono firmare Patti di collaborazione con il Comune per curare o rigenerare un bene comune, come un parco, una biblioteca o un centro di aggregazione.

    Sottrarre aree al degrado, partecipare alla gestione di spazi verdi o abbandonati permette di vedere immediatamente l’effetto del proprio impegno, rompendo il ciclo dell’impotenza.

    Sfruttare a proprio favore gli strumenti digitali e di gamification per intercettare chi si sente distante dalle istituzioni. La politica deve imparare a parlare linguaggi familiari. Utilizzare i social per avvicinare non per auto-referenzarsi e creare ulteriore distanza.

    Spazi, cultura, responsabilità

    Ricreare centri di aggregazione, a partire dalle strutture. Sfruttare gli spazi pubblici condivisi. Dai centri polifunzionali alle piazze dove sviluppare competenze attraverso attività culturali e ricreative, trasformando il tempo libero in crescita civica.

    Forse il segreto per uscire dall’apatia, per riportare la politica nella comunità risiede proprio nello smettere di “parlare dei giovani” e iniziare a “progettare con i giovani”, dando loro le chiavi (e la responsabilità) di pezzi reali della città.

    Scriviamo un articolo che nessuno leggerà mai, trattiamo l’argomento proibito perchè Il Viaggio di Enea – Stimigliano, come evidenziato nel Manifesto e nella Visione, vuole onorare il passato, abitare il presente ma anche progettare il futuro superando il pensiero classico e i modelli esistenti.

    Vuole credere in un futuro che forse oggi sembra impensabile con la convinzione che appartenga a chi osa immaginarlo. E costruirlo.

    Per farlo però ci vuole impegno, maturità, consapevolezza e la riscoperta del “bene comune”. Da parte di tutti.

    La vera domanda da farsi non è “perché scrivere un articolo che nessuno leggerà mai?” ma “cosa vogliamo per il futuro dei nostri figli?”